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Full text of "Il Vecchio Testamento"

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LA SACRA BIBBIA 



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LA 



SACRA BIBBIA 



COMMENTATA 



DAL 



P. MARCO M. SALES 0. P. 

Professore all' Università di Friburgo (Svizzera) 



Testo latino della Volgata e versione italiana 



DI 



Mons. ANTONIO MARTINI 

RIVEDUTA E CORRETTA 




TORINO 



L. I.C. E.T. 

LEGA ITALIANA CATTOLICA EDITRICE 

BERRUTJ SISMOND1 V C. 

Via Bellezia, 5 



TIPOGRAFIA PONTIFICIA 

E DELLA SACRA CONGREGAZ. DEI RITI 

Cav. T. MARIETTI 
Via Legnano, 23 



IL 

VECCHIO TESTAMENTO 

COMMENTATO 



DAL 



P. MARCO M. SALES 0. P. 

Professore all' Università di Friburgo (Svizzera ) 



Testo latino della Volgata e versione italiana 



DI 

Mons. ANTONIO MARTINI 

RIVEDUTA E CORRETTA 



Volume I. 
Genesi - Esodo - Levitico 




TORINO 

L. I. C. E. T. TIPOGRAFIA PONTIFICIA 

LEGA ITALIANA CATTOLICA EDITRICE E DELLA SACRA CONGREGAZ. DEI RITI 

BERRUTI SISMONDI & C. Cav. P. MARIETTI 

Via Bellezia, 5 Via Legnano, 23 

H81Y REDEEI^fetìfàARY, WINDSOR 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



Visto : nulla osta alla stampa. 

Torino, 14 agosto 1918. 

Can. Teol. Luigi Benna, Revisore Delegato. 



Imprimatur. 

Can. Francesco Duvina, Provic. generale. 



L'editore-proprietario G. B. Berruti si riserva tutti i diritti artistici e letterari 
garantiti dalle vigenti leggi. 



Torino 1919 - Stabilimento Grafico Ditta Eredi Botta. 



PREFAZIONE 



La lieta accoglienza fatta ai due volumi contenenti il Nuovo Testamento, 
e gli incoraggiamenti venutici da parte di persone ragguardevolissime per 
il loro amore alla Chiesa e ai buoni studi, ci hanno indotto a proseguire 
l'opera cominciata, estendendo anche al Vecchio Testamento il lavoro fatto 
sul Nuovo. 

Ne presentiamo ora il primo volume, nel quale ci siamo attenuti 
fedelmente alle stesse norme seguite nei due precedenti, studiandoci 
sempre di mettere in rilievo il senso letterale del testo sacro, e di spiegarlo 
con brevità sulla scorta degli insegnamenti della Chiesa, dei Padri, dei 
Dottori e degli altri interpreti cattolici. Abbiamo poi in modo speciale 
tenuto conto delle decisioni della Commissione Biblica, le quali, in mezzo 
alle tante aberrazioni dei tempi nostri, hanno indicato la via maestra che 
tutti i cattolici devono seguire nelPinterpretare i libri sacri. Ci siamo pure 
sforzati di far tesoro degli studi più recenti e di servirci all'uopo delle 
scoperte fatte in Egitto e in Babilonia, che gettano tanta luce nei libri del 
Vecchio Testamento e ne illustrano in modo mirabile la storica verità. 

Faccia il buon Dio che la lettura e lo studio delle Sacre Scritture 
valgano ad eccitare negli animi un amore sempre più vivo e costante 
verso Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo, che è il centro intorno a 
cui si aggirano i due Testamenti, ed è il fine a cui tutta la Scrittura è 
ordinata. 

Friburgo (Svizzera), dicembre 1918. 



LA SACRA BIBBIA 



INTRODUZIONE GENERALE 



CAPO I. 

La Bibbia. — Bibbia è parola d'origine 
greca (fiifiÀia plurale neutro diminutivo di 
fiifiXog), che significa- libri, e fin dai tempi 
antichi (Dan. IX, 2; S. Clem. II Cor. xiv, 
2 ; S. Giovanni Cris. in Coloss. hom. ix, 
1, ecc.) fu usata per indicare la collezione 
dei libri per eccellenza, ossia dei libri, che 
contengono la parola di Dio, e vengono 
chiamati la Scrittura, o le Scritture (// yoayri, 
ai yoacpai spesso nel Nuovo Testamento), il 
Libro santo, o i Libri santi {vrp> leoàv 
fiip/.GV, rà fjip/.ia rà ày'a II Mach, vili, 23 ; 
I Mach, xii, 9), le Scritture sante (yoacpai 
àyiaiRom. I, 2), le Sacre Lettere (rà isoz. 
yQàuuara II Tim. ni, 15), ecc. Siccome però 
questi libri, benché scritti in diversi tempi 
e da diversi autori, si differenziano da tutti 
gli altri per il loro carattere divino, e for- 
mano un tutto omogeneo, essendo destinati 
a uno stesso fine che è Gesù Cristo, nel 
Medio Evo, senza badare all'origine, si con- 
siderò il nome Bibbia come un singolare, e 
quest'uso passò poi in tutte le lingue mo- 
derne. 

Numero e divisione dei libri della 

Bibbia. — Secondo il decreto del Concilio 
di Trento (Sess. iv, Dee. de can. Script.) 
la Bibbia si compone di 73 libri (oppure 71 
se si uniscono a Geremia i Treni e Ba- 



ruch) : 1° la Genesi, 2° l'Esodo, 3° il Levi- 
tico, 4° i Numeri, 5° il Deuteronomio, 
6° Giosuè, 7° Giudici, 8° Ruth, 9° il primo 
dei Re, 10° il secondo dei Re, 11° il terzo 
dei Re, 12° il quarto dei Re, 13° il primo 
dei Paralipomeni, 14° il secondo dei Para- 
lipomeni, 15° Esdra, 16° Nehemia, 17° To- 
bia, 18° Giuditta, 19° Esther, 20° Giobbe, 
21° i Salmi, 22° i Proverbi, 23° l'Eccle- 
siaste, 24° il Cantico dei cantici, 25° la Sa- 
pienza, 26° l'Ecclesiastico, 27° Isaia, 28» 
Geremia, 29° i Treni, 30° Baruch, 31° Eze- 
chiele, 32° Daniele, 33° Osea, 34° Gioele, 
35° Amos, 36° Abdia, 37° Giona, 38° Mi- 
chea, 39° Nahum, 40° Habacuc, 41° So- 
phonia, 42° Aggeo, 43° Zaccaria, 44° Ma- 
lachia, 45° primo dei Maccabei, 46° secondo 
dei Maccabei, 47° Vangelo di S. Matteo, 
48° Vangelo di S. Marco, 49° Vangelo di 
S. Luca, 50° Vangelo di S. Giovanni, 51° 
Atti degli Apostoli. 52° Epistola ai Romani, 
53° prima Epistola ai Corinti, 54° seconda 
Epistola ai Corinti, 55° Epistola ai Galati, 
56° Epistola agli Efesini, 57° Epistola ai 
Filippesi, 58° Epistola ai Colossesi, 59° 
"prima Epistola ai Tessalonicesi, 60° se- 
conda Epistola ai Tessalonicesi. 61° prima 
Epistola a Timoteo, 62° seconda Epistola a 
Timoteo, 63° Epistola a Tito, 64° Epistola a 
Filemone, 65° Epistola agli Ebrei, 66° prima 
Epistola di S. Pietro, 67° seconda Epistola 
di S. Pietro, 68° prima Epistola di S. Gio- 
vanni, 69° seconda Epistola di S. Giovanni. 



1 — Sacra Bibbia, voi. III. 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



70° terza Epistola di S. Giovanni, 71° Epi- 
stola di S. Giacomo, 72° Epistola di San 
Giuda, 73° l'Apocalisse. 

I libri della Bibbia, fin dai tempi di Ori- 
gene, si dividono comunemente in libri del 
Vecchio Testamento e libri del Nuovo Te- 
stamento. 

La parola testamento corrisponde al greco 
(lxx) hutOijm\ e all'ebraico berith, e pro- 
priamente indica il patto o l'alleanza stretta 
da Dio con Abramo e col popolo eletto. La 
storia di questa alleanza, le sue condizioni 
e le sue leggi trovandosi descritte nei libri 
sacri, si passò facilmente a dare alla colle- 
zione di questi libri sacri il nome di testa- 
mento. Siccome pei nella pienezza dei tempi 
Gesù Cristo strinse cogli uomini una nuova 
alleanza sancita col suo sangue (Lue. xxn, 
20 ; I Cor. XI, 25), e la storia di essa, le 
principali sue condizioni, e le principali sue 
leggi furono messe per iscritto da alcuni 
Apostoli e da alcuni discepoli, ben presto 
alla collezione di questi ultimi scritti fu dato 
il nome di Nuovo Testamento. Così la 
Bibbia viene a trovarsi divisa in due grandi 
parti : il Vecchio Testamento (Jia/.aià òia- 
0ì)ui]. Ved. II Cor. m, 14), che comprende 
i libri scritti prima della venuta di N. S. 
Gesù Cristo (dal num. 1 al num. 46), e il 
Nuovo Testamento {houvì) òiaO/jui], II Cor. 
ni, Ebr. ix, 15), che comprende i libri 
scritti dopo la sua venuta (dal num. 47 al 
num. 73). 

I libri sacri nei tempi più recenti ven- 
nero pure divisi in libri protocanonici e 
libri deuterocanonici. Canone (greco Kavóv) 
significa regola, norma, ecc., e poiché i libri 
sacri contengono la norma o regola della 
verità, il nome canone servì ben presto ad 
indicare la collezione dei libri sacri, e più 
generalmente furono detti canonici tutti quei 
libri, che, come divinamente ispirati, erano 
ammessi nelle Chiese alla pubblica lettura 
(Cf. Sant'Irineo, Coni. Haer., in, 41 ; San- 
t'Atanasio, Epist. fest., 39; Sant'Agostino, 
C. Crescent., n, 39, ecc.). 

Ora, benché tutti i libri del Vecchio e 
del Nuovo Testamento siano divinamente 
ispirati, tuttavia intorno a questo carattere 
di alcuni di essi, nei tempi andati sorsero 
dei dubbi nell'una o nell'altra Chiesa par- 
ticolare. Le controversie non durarono però 
a lungo, e ben presto tutte le Chiese si 
trovarono concordi nell'ammettere la loro 
divina ispirazione. A ricordo di questo fatto 
vennero chiamati deuterocanonici quei libri, 
sulla divina ispirazione dei quali in alcune 



Chiese particolari si ebbero per qualche 
tempo dei dubbi, mentre agli altri fu dato il 
nome di protocanonici. I libri deuterocano- 
nici sono i seguenti : Per il Vecchio Testa- 
mento, Tobia, Giuditta, la Sapienza, l'Ec- 
clesiastico, Baruch e la lettera di Geremia, 
i due libri dei Maccabei, e alcuni frammenti 
del libro di Ester (x, 4-xvi, 24) e del libro 
di Daniele (in, 24-90 ; XIII, 1-xiv, 42). Per 
il Nuovo Testamento, l'Epistola agli Ebrei, 
l'Epistola di S. Giacomo, la seconda Epi- 
stola di S. Pietro, l'Epistola di S. Giuda, la 
seconda e la terza Epistola di S. Giovanni, 
l'Apocalisse, e i frammenti dei Vangeli di 
S. Marco (xvi, 9-20), di S. Luca (xxn, 43- 
44), e di S. Giovanni (vii, 53-vm, 11). 

Giova notare che per noi cattolici non vi 
è alcuna differenza di autorità tra i libri 
protocanonici e deuterocanonici, mentre in- 
vece per i protestanti l'autorità di questi 
ultimi è nulla, poiché da essi non sono ri- 
guardati come ispirati. 

I libri protocanonici del Vecchio Testa- 
mento anticamente si dividevano in tre 
classi : Legge, Profeti, Agiografi, e tale di- 
visione, già accennata nel p r ologo dell'Ec- 
clesiastico e nel Vangelo di S. Luca (xxiv, 
44), è ancora usata attualmente dagli Ebrei. 
La legge (Thorah) contiene i cinque libri 
di Mosè ; ossia : la Genesi, l'Esodo, il Le- 
vitico, i Numeri e il Deuteronomio. / Pro- 
feti (Nebiim) comprendono : 1° i quattro 
profeti anteriori, ossia Giosuè, i Giudici, i 
due libri di Samuele (I e II Re) e i due 
libri dei Re (III e IV Re), e 2° i quattro 
profeti posteriori, ossia Isaia, Geremia, Eze- 
chiele, e i dodici profeti minori (Osea... 
Malachia) formanti un solo libro. Gli Agio- 
grafi (Chetubim) comprendono i Salmi, i 
Proverbi, Giobbe, il Cantico dei Cantici, 
Ruth, i Treni, l'Ecclesiaste, Ester, Daniele, 
Esdra, Nehemia, e i due libri delle Cro- 
nache (I e II Paralipomeni). I libri di queste 
due ultime classi non sono però sempre 
disposti nello stesso ordine nei codici, e nei 
cataloghi conservatici dai Padri, e spesso 
p. es. il libro di Ruth va unito ai Giudici, 
e i Treni a Geremia. Giuseppe FI. (cont. 
App., i, 8) conta 22 libri divisi in tre classi : 
5 di Mosè, 13 dei Profeti, 4 di inni e regole 
di vita. Tale numero si ha pure presso 
Melitone di Sardi, Origene, ecc. 

I libri del Nuovo Testamento si divide- 
vano anticamente (Sant'Ignazio, Ad Philad., 
5; Ep. ad Diogn., 11; Sant'Irineo, Cont. 
Haer., i, 3; Tertull., De praescr., 36, ecc.) 
in due classi : il Vangelo (4 Vangeli) e VA- 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



postolo (tutti gli altri libri), oppure i Van- 
geli e gli Aposioli. 

Attualmente però è divenuta generale la 
divisione dei libri del Vecchio e Nuovo Te- 
stamento in tre classi : 1° libri storici ; 
2° libri didattici o dottrinali ; 3° libri pro- 
fetici. 

/ libri storici sono i seguenti : Per il 
Vecchio Testamento, i cinque libri di Mosè, 
Giosuè, i Giudici, Ruth, i quattro dei re, 
i due dei Paralipomeni, Esdra, Nehemia, 
i due dei Maccabei, Tobia, Giuditta ed 
Ester. Per il Nuovo Testamento si hanno i 
quattro Vangeli e gli Atti degli Apostoli. 

/ libri didattici sono i seguenti : Per il 
Vecchio Testamento, Giobbe, i Salmi, i 
Proverbi, l'Ecclesiaste, il Cantico dei Can- 
tici, la Sapienza e l'Ecclesiastico. Per il 
Nuovo Testamento, le Epistole di S. Paolo, 
di S. Pietro, di S. Giovanni, di S. Giacomo 
e di S. Giuda. 

/ libri profetici sono i seguenti : Per il 
Vecchio Testamento, Isaia, Geremia colle 
Lamentazioni e Baruch, Ezechiele, Daniele 
e i dodici profeti minori ; e per il Nuovo 
Testamento, l'Apocalisse. 

Nel canone del Concilio di Trento i libri 
sono disposti in parte secondo l'ordine di 
tempo, e in parte secondo l'argomento in 
essi trattato. La divisione dei singoli libri 
in capi e versetti numerati non è molto 
antica, e non fu introdotta dall'autorità pub- 
blica della Chiesa, ma è dovuta, per quanto 
si riferisce ai capi, al Cardinale Stefano 
Langton (-f 1228), e per quanto si riferisce 
alla numerazione dei versetti a Roberto Ste- 
fano, tipografo parigino (anni 1548, 1551). 
Anche prima di loro si trovano però in uso 
altre divisioni sia nei testi originali, e sia 
nelle versioni. 



CAPO II. 

L'ispirazione. — I libri della Sacra Scrit- 
tura furono sempre riguardati sia dai Giudei 
e sia dai cristiani come divinamente ispi- 
rati. Tutta la scrittura, dice S. Paolo (II Ti- 
moteo, in, 16), è divinamente ispirata {nCLoa 
yQa<pr) deÒJTvevoTos), e S. Pietro aggiunge 
(II Piet. I, 21) che gli scrittori sacri parla- 
rono ispirati dallo Spirito Santo (forò m>£- 
vuaros àyiov (peQÓjuevoi). La Chiesa ha defi- 
nito questa dottrina nei Concilii di Laterano, 
di Firenze e di Trento, e l'ha confermata 
nel Concilio Vaticano (Sess. in, Const. de 
fide cap. 2 e can. 3 de rcvel.) dichiarando 



che tutti i libri sacri con tutte le loro parti, 
quali sono numerati dal Concilio di Trento, 
e si trovano nella Vecchia volgata edizione 
latina, vanno ritenuti come sacri e canonici 
e divinamente ispirati. 

Il Concilio Vaticano spiega in che consista 
l'ispirazione, dicendo che la Chiesa ritiene 
tali libri per sacri e canonici, non già perchè 
scritti da industria umana siano poi stati 
approvati dalla sua autorità, e neppure solo 
perchè contengano la rivelazione senza alcun 
errore, ma perchè essendo stati scritti sotto 
l'ispirazione dello Spirito Santo, hanno per 
autore Dio stesso, e come tali furono con- 
segnati alla Chiesa. 

Leone XIII nella sua Enciclica Providen- 
tissimus, analizzando maggiormente il con- 
cetto della divina ispirazione, afferma che 
essa consiste in un influsso soprannaturale, 
per cui Dio in tal modo eccita e muove gli 
scrittori sacri a scrivere, e in tal modo li 
assiste mentre scrivono, che essi conce- 
piscano rettamente e vogliano scrivere con 
fedeltà, ed esprimano con infallibile verità 
tutto quello e solo quello che Egli comanda, 
altrimenti Egli non sarebbe l'autore di tutta 
la Scrittura. Per mezzo dell'ispirazione 
quindi Dio muove efficacemente la volontà 
dello scrittore sacro acciò voglia scrivere 
colla maggiore fedeltà, ne illumina l'intel- 
letto acciò conosca il vero senza alcun er- 
rore, e ciò sia col rivelargli quelle verità e 
quei misteri soprannaturali, che altrimenti 
non avrebbe potuto conoscere, sia col fargli 
ricordare esattamente le verità già cono- 
sciute, sia col muoverlo a interrogare testi- 
moni!, a consultare documenti, ecc., e a 
giudicare senza errore sulla loro veridicità. 
e poi lo assiste e lo dirige efficacemente a 
scrivere ciò che Egli vuole che scriva, a 
omettere ciò che Egli vuole che ometta, a 
scegliere e usare parole, che esprimano 
esattamente ciò che Egli vuole esprimere, 
e lo esprimano nel modo che Egli vuole sia 
espresso. 

Solo a questa condizione Dio è il vero 
autore principale della Sacra Scrittura, e il 
libro divinamente ispirato è una vera let- 
tera di Dio mandata dal cielo agli uomini 
(S. Giov. Cris., In Gen. hom. n, 2; San- 
t'Agostino, In Psalm. xxx, Serm. n, 1 ; 
S. Gregorio M., ad Theod., 1. iv, Ep. 31). 
è il cuore, la bocca, la lingua di Dio, come 
si esprime S. Bonaventura {In Hexaem., 12). 

In virtù di questa sua origine divina la 
Bibbia va immune da qualsiasi errore, 
poiché, come ci dice Leone XIII (Provi- 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



dcntissimus), l'ispirazione non solo esclude 
ogni errore, ma lo esclude e lo respinge 
tanto necessariamente, quanto è necessario 
che Dio, somma Verità, non sia autore di 
alcun errore. Perciò chi credesse che nei 
passi autentici dei libri sacri possa esservi 
alcun errore, dovrebbe necessariamente o 
falsare la nozione dell'ispirazione, o far 
Dio autore dell'errore. 

Tanto l'immunità dall'errore, quanto la 
ispirazione si estendono a tutta la Bibbia 
e a tutte le sue parti, e Leone XIII con- 
danna ugualmente e coloro, che restringono 
l'ispirazione ad alcune parti della Bibbia, e 
coloro, che ammettono che lo scrittore sacro 
sia caduto in errore. Tale è l'antica e co- 
stante dottrina della Chiesa, definita solen- 
nemente nei Concilii, e confermata dall'au- 
torità di tutti i Padri e dei Dottori. Con tutta 
ragione quindi, nel Decreto Lamentabili, 
sono condannate le quattro proposizioni se- 
guenti : 9. Di troppa semplicità o ignoranza 
danno segno coloro, che credono che Dio 
veramente è l'autore della Sacra Scrittura. - 
10. L'ispirazione dei libri del Vecchio Te- 
stamento consiste in ciò che gli scrittori 
israeliti esposero le dottrine religiose sotto 
un aspetto peculiare poco o affatto noto ai 
pagani. - 11. L'ispirazione divina non cosi 
si estende a tutta la Sacra Scrittura, che 
essa preservi da qualunque errore tutte le 
singole sue parti. - 12. L'esegeta, se voglia 
utilmente darsi agli studi biblici, deve prima 
di tutto mettere da parte qualunque opi- 
nione preconcetta sulla origine soprannatu- 
rale della Sacra Scrittura, e non interpretare 
questa altrimenti che gli altri documenti 
puramente umani. 

Alcune opere cattoliche intorno ai 
l'ispirazione biblica. — Franzelin, De 
div. Tradit. et Script., ed. 4 a , pag. 292, 
Roma 1896; Mazzella, De virtutibus infus., 
ed. 6 a , p. 501, Napoli 1908; I. B. Heinrich, 
Dogmat. Theologie, Mainz 1873, I, p. 797; 
I. M. Scheeben, Handbuch der Dogmatik, 
Freiburg* 1873, i, p. 109 ; Hurter, Camp. 
Theol. Dogm., ed. 4 a , Oeniponte 1883, i, 
p. 156; Chr. Pesch, Praelect. dogmaticae, 
ed. 4*, Freiburg 1909, I, p. 409; De San, 
De Divina Trad. et Script., Bruges 1903, 
n. 249 e ss. ; Kleutgen, Theologie der Vor- 
zcit, ed. 2», Munster 1867, I, pag. 48; 
Fr. Schmid, De Inspirationis Bibliorum vi 
et ratione, Brixinae 1885; Zanecchia, Di- 
vina Inspiratio Sacrarum Scripturarum, ecc., 
Romae 1898; Scriptor sacer sub divina in- 



spiratione, Romae 1903 ; C. Chauvin, L'In- 
spiration des divines Écritures, ecc., Paris 
1896; Hòpfl, Das Bach der Bucher, Frei- 
burg in B. 1904; S. Schifimi, Divinitas 
Scripturarum, ecc., Aug. Taur. 1905 ; Billot, 
De Inspiratione Sacrae Scripturae, 2 a ed., 
Romae 1906; Méchineau, L'Idée du livre 
inspiré, ecc., Bruxelles 1907 ; Vigouroux, 
Manuel Biblique, t. i, p. 14 e ss., Paris 
1917; Cornely, Historicae et criticae intro- 
ductionis in U. T. libros sacros compen- 
dium, ed. 8 a , Parisiis 1914, Appendix n ; 
Bainvel, De Scriptura Sacra, Parisiis 1908 ; 
Telch, Introductio Generalis in Scripturam 
Sacram., Ratisbonae 1908; Cellini, Prope- 
deutica biblica, voi. II, Ripaetransonis 1908 ; 
Nogara, De Inspiratione Sacrae Scripturae, 
Modiciae 1914; Id., Nozioni Bibliche, edi- 
zione 2 a , p. 19, Milano 1912. 

Per la storia dell'ispirazione si possono 
consultare : Delitzsch, De inspiratione S. 
S. quid statuerint Patres Apostolici, etc, 
Leipzig 1872; P. Dausch, Die Schriftinspi- 
ration, Freiburg 1891 ; K. Holzhey, Die 
Inspiration der h. Schrift in der Anschauung 
dcs Mittelalters, Mùnchen 1895 ; Haidascher, 
Die Inspirationslehre des hi. loh. Chrysost., 
Salzburg 1897 ; Zoeling, Die Inspirations- 
lehre des Origenes, Freiburg 1902 ; Schade, 
Die Inspirationslehre des hi. Hieronymus, 
Freiburg 1910; Pesch, De Inspiratione S. 
Scripturae, Friburgi B. 1906; Dict. de la 
Bib. ; Dict. de Théol. cath. ; Dict. Apolo- 
geta art. Inspiration, dove si trova anche la 
bibliografia; Rev. Bib., 1896, p. 206 e ss. ; 
Itiudes, t. 85, p. 161 e ss., ecc. 

Le verità delle cose narrate nella 
S. Scrittura. — Tutto ciò che si narra 
nella S. Scrittura è necessariamente vero, 
ma non dappertutto vi è la stessa verità. 
Altra infatti è la verità di un libro storico, 
altra la verità di una parabola, o di un libro 
poetico, o di una favola. D'altra parte Dio 
può ispirare l'agiografo tanto a scrivere 
una storia, come a scrivere una poesia, o 
una parabola, o una favola, e purché, in 
questi ultimi casi, appaia manifesta l'indole 
letteraria del libro sacro o dal carattere 
stesso del racconto, o dalla dichiarazione 
dell'autore, o dalla comune interpretazione, 
Dio non inganna, e nessuno resta ingan- 
nato, avendo ogni scritto la sua verità. 

Nel determinare però il genere letterario 
di un libro non si deve procedere arbitra- 
riamente, ma si ha sempre da tener conto 
e dell'indole del libro, e sopratutto, della 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



interpretazione e del senso della Chiesa, a 
cui venne affidata la Scrittura, e si deve 
aver presente il grande principio dell'Er- 
meneutica, che non è lecito allontanarsi dal 
senso proprio e letterale, se non quando vi 
si è costretti da necessità. Con ragione per- 
tanto alla questione : Se si possa ammettere 
come principio di retta esegesi la sentenza, 
la quale ritiene che i libri della Sacra Scrit- 
tura, che vanno come storici, in tutto o in 
parte talora non narrino una storia pro- 
priamente detta, e oggettivamente vera, 
ma presentino solo l'apparenza di storia, 
per indicare qualche cosa di diverso dal 
senso strettamente letterale, ossia dalla si- 
gnificazione storica delle parole, la Cora- 
missione biblica rispose il 23 giugno 1905 : 
Non si può ammettere, tranne il caso, da 
non ammettersi facilmente e temeraria- 
mente, in cui non opponendovisi il senso 
della Chiesa, e salvo sempre il suo giu- 
dizio, si provi con solidi argomenti che 
l'agiografo non volle narrare una storia 
vera e propriamente detta, ma sotto l'appa- 
renza e la forma di storia proporre una pa- 
rabola, un'allegoria, o un qualche senso di- 
verso dal significato propriamente letterale, 
ossia storico, delle parole. 

Va quindi rigettata la sentenza di quegli 
autori, i quali, contro la tradizione dei 
Padri e il senso della Chiesa, hanno voluto 
vedere dei miti, delle leggende, delle storie 
primitive nei libri della Scrittura, che si 
presentano e sono ritenuti come storici, 
poiché se così fosse, Dio ci avrebbe ingan- 
nato, facendoci proporre come storiche delle 
narrazioni, le quali non corrispondono alla 
realtà. 

Citazioni esplicite e implicite. — Nei 

libri sacri vengono spesso citati i detti, le 
opinioni, ecc., di varie persone, e talvolta 
se ne citano anche gli scritti. 

Ora, dal solo fatto che l'autore sacro ri- 
ferisce i detti, o riporta gli scritti di un 
altro, non si può dedurre che tali detti e 
e tali scritti siano ispirati, e immuni da 
errore. L'ispirazione muove bensì l'autore 
sacro a far le citazioni, e ci assicura che le 
parole riferite furono realmente pronun- 
ziate o scritte dalle persone a cui vengono 
attribuite, ma per giudicare se tali parole 
siano ispirate e veritiere, si deve ricorrere 
ad altri argomenti, ossia badare al carat- 
tere delle persone, all'approvazione o disap- 
provazione dell'autore sacro, alle altre cir- 
costanze, ecc. Così ad esempio sono divine 



le parole, che l'autore sacro riferisce come 
dette da Dio, o da un angelo, o da un uomo 
parlante a nome di Dio, e sotto la divina 
ispirazione. Sono pure divine le parole degli 
altri agiografi, quelle degli Apostoli nei di- 
scorsi tenuti al popolo dopo la Pentecoste, 
e quelle che sono riconosciute come tali 
dall'autore sacro, dalla Chiesa, ecc. 

Alcuni casi particolari possono presen- 
tare gravi difficoltà, e allora per giudicarne 
si deve far uso di tutte le norme di una 
sana critica. 

Affine di rispondere più facilmente a 
certe difficoltà storiche mosse contro la 
Scrittura, alcuni cattolici ricorsero alla 
teoria delle citazioni implicite. Secondo 
costoro gli autori sacri dei libri storici (spe- 
cialmente del Vecchio Testamento) avreb- 
bero talvolta nella loro narrazione inseriti 
documenti profani non rispondenti alla ve- 
rità storica, senza far notare distintamente 
quali siano le loro affermazioni, e quali 
quelle dei documenti citati implicitamente, 
di cui non garantiscono la verità. 

Giova però osservare che se l'ispirazione 
non esclude l'uso di documenti, esclude 
però assolutamente che l'autore sasro siasi 
ingannato, e abbia potuto fare suo e appro- 
vare o presentare come vero un documento 
falso, altrimenti si dovrebbe dire che Dio 
stesso ci ha ingannato, o ci ha messo* in 
condizioni tali per cui l'errore è inevitabile. 
La teoria delle citazioni implicite presa in 
stretto senso non è quindi conciliabile coila 
nozione cattolica dell'ispirazione, e giusta- 
mente fu riprovata dalla Commissione bi- 
blica il 13 febbraio 1905. Infatti alla do- 
manda : (( Se per sciogliere le difficoltà che 
occorrono in certi testi della Scrittura, i 
quali sembrano riferire fatti storici, sia le- 
cito all'esegeta cattolico affermare che ivi 
si tratta di citazione tacita o implicita di un 
documento scritto da uno scrittore non ispi- 
rato, di cui l'autore ispirato non intende già 
di approvare o far sue tutte le affermazioni , 
le quali per conseguenza non possono rite- 
nersi immuni da errore ? », rispose : « Non 
è lecito, tranne il caso, in cui, salvo il senso 
e il giudizio della Chiesa, si provi con sodi 
argomenti: 1° che l'agiografo cita veramente 
detti o documenti altrui; e 2° che non li 
approva, né li fa suoi, sicché a buon diritto 
si possa ritenere che egli non parla in nome 
proprio. 

La Scrittura e le scienze naturali. — 

Si deve sempre ritenere che la Bibbia non 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



è un trattato di scienze naturali, e perciò in 
essa si parla della natura secondo che cade 
sotto i sensi e secondo le apparenze esterne, 
non già secondo l'intima costituzione delle 
Il suo linguaggio per conseguenza non 
è già quello tecnico e scientifico, ma quello 
comune e popolare, rivestito ancora talvolta 
di forma poetica. È ovvio quindi che, ad 
esempio, si parli della nascita e del tramonto 
del sole, e si descrivano i cieli come se fos- 
sero una sfera concava e solida sostenuta 
da grandi colonne, ecc. Da ciò alcuni vol- 
lero dedurre che si potrebbe applicare lo 
stesso criterio ai fatti storici, ammettendo 
che questi siano narrati non già come suc- 
cessero, ma come si credeva fossero avve- 
nuti al tempo in cui fu scritto il libro. 
Questa conclusione però non può essere 
ammessa, troppe essendo le differenze che 
corrono tra i passi storici, e i passi relativi 
a fenomeni naturali. Infatti quando si tratta 
di fenomeni naturali, tutti sanno e possono 
verificare che cosa si intende ad es. per 
nascita e tramonto del sole, per cielo o 
firmamento, ecc. Niuno resta ingannato, 
poiché tali espressioni si riferiscono solo a 
quello che appare ai sensi. La storia invece 
narra fatti passati, e generalmente è scritta 
per chi non ne fu testimonio, e non ha altro 
mezzo per conoscerli. Ora se le narrazioni 
di tali fatti, quali si hanno nella Bibbia, non 
corrispondono alla realtà, il lettore è indotto 
in errore manifesto, non solamente in cose 
di poco momento, ma in cose della massima 
importanza per la fede. Poco importa infatti 
alla religione se sia il sole che si muove 
oppure la terra, ma non è così quando si 
tratta ad esempio del peccato originale, della 
realtà della passione, morte e risurrezione 
di N. S. Gesù Cristo, ecc. Se la narrazione 
di questi fatti non corrisponde alla realtà 
cade tutto l'edilìzio della fede. 

Giova tuttavia notare che le narrazioni 
storiche dei libri sacri benché siano vere, 
non sempre però sono complete, né sempre 
riferiscono tutte le circostanze, come è ma- 
nifesto dai varii passi paralleli che si incon- 
trano sia nel Vecchio e sia nel Nuovo Te- 
stamento. Appartiene all'interprete cattolico 
mostrare come tutto si possa armonizzare, 
e non vi sia e ntraddizione fra le varie 
narrazioni sacre. 

Regole per l'interpretazione catto= 
lica della Scrittura. — Le principali 
regole pratiche per l'interpretazione della 
Sacra Scrittura, sono le seguenti : 



1° Poiché la Scrittura ha per autore 
Dio, verità per essenza, va rigettata ogni 
interpretazione, la quale supponga : che 
fautore ispirato abbia insegnato qualsiasi 
errore, o siasi contraddetto o abbia con- 
traddetto a un altro autore ispirato. Par 
menti non si può ammettere alcuna con- 
traddizione tra la Sacra Scrittura e qualsiasi 
altra scienza profana, poiché Dio essendo 
autore di ogni verità, non può essere che 
la verità contraddica alla verità. 

2° Poiché i libri sacri furono affidati 
alla Chiesa da custodire e da spiegare, l'in- 
terprete deve sempre aver occhio a quanto 
la Chiesa in proposito ha determinato, ed 
ha l'obbligo di ritenere e mostrare che il 
vero senso della Scrittura è quello tenuto 
dalla Chiesa e definito dai Papi, o dai Con- 
cini, o proposto nelle altre manifestazioni 
ordinarie del magistero ecclesiastico. 

3° Nelle cose che appartengono alla 
fede e ai costumi deve attenersi alla spie- 
gazione proposta con unanime consenso dai 
Padri, come quella che rispecchia la dot- 
trina della Chiesa. In tutte le sue interpre- 
tazioni poi l'esegeta deve sempre seguire 
l'analogia della fede, non solo evitando 
ogni spiegazione contraria alla dottrina co- 
mune della Chiesa e dei Padri, ma mostran- 
dosi sempre pronto ad abbracciare e difen- 
dere tutte quelle interpretazioni che la 
Chiesa proponesse. 

Pei riguardo all'interpretazione gramma- 
tico storica si devono aver d'occhio le se- 
guenti regole : 

1° La Scrittura va interpretata secondo 
le leggi comuni del linguaggio umano, e 
perciò l'interprete ha da pesare il senso 
delle parole, studiare il concatenamento delle 
idee, esaminare il contesto, confrontare i 
luoghi paralleli, cercare quale sia il fine 
ptopostosi dallo scrittore, e in quali circo- 
stanze di tempo e di luogo abbia scritto, ecc. 
A tal fine si deve tener conto dell'indole 
delle lingue in cui furono scritti i libri 
sacri, ed esaminare bene se l'autore parli 
in senso proprio o in senso figurato, rite- 
nendo sempre che non è lecito allontanarsi 
dal senso ovvio e letterale, se non nei casi 
in cui l'imponga la necessità. 

2° Siccome la Scrittura oltre al senso 
'letterale ha ancora spesso un senso spiri- 
tuale o mistico, l'interprete deve guardarsi 
da quelle interpretazioni che venissero ad 
escludere un tal senso. Vedi per più ampii 
particolari i Manuali d'Introduzione. 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



CAPO III. 

Il Canone delle Scritture del Vec= 
chio Testamento. — Le origini del Ca- 
none delle Scritture ascendono fino a Mosè, 
il quale divinamente ispirato scrisse la legge 
in un volume, e comandò che questo ve- 
nisse posto nel Tabernacolo dell'alleanza 
(Deut. xxxi, 24 e ss.), gettando così le 
basi della collezione dei libri sacri. Al Pen- 
tateuco di Mosè si aggiunsero ben presto i 
libri di Giosuè e di Samuele (Gios. xxiv, 
26; I Re, x, 25), ed è assai probabile che 
anche tutti gli altri scritti ispirati, man mano 
che uscivano alla luce, venissero custoditi 
assieme ai precedenti nel Tabernacolo del 
Signore, per modo che prima della cattività 
di Babilonia si avesse già una collezione 
assai vasta di libri sacri. 

Durante il tempo dell'esigilo i libri sacri 
andarono soggetti a ben tristi vicende, ma 
quando gli Ebrei tornarono in patria e rie- 
dificarono il tempio, pensarono pure alla 
riordinazione degli scritti ispirati. La storia 
di questo tempo ricorda i nomi di due il- 
lustri personaggi, Nehemia ed Esdra, i quali 
si consecrarono interamente alla restaura- 
zione del popolo, con questa differenza però 
che mentre Nehemia si occupò in modo 
speciale del governo e dell'amministrazione 
civile, Esdra attese alle cose del culto e 
della religione. È quindi più che ragione- 
vole pensare cogli antichi Padri (S. Irineo, 
Cont. Haer., ni, 24; S. Giov. Cris., In 
Hebr. hom. vili, 4; ecc.) che Esdra «scriba 
veloce nella legge di Mosè » (I Esdr. vii, 6) 
sia stato l'autore di quella collezione di libri 
sacri, che per indubitate testimonianze fu 
fatta al suo tempo (II Mac. n, 13. Cf. Giu- 
seppe FÌ., Ant. dui., v, 1, 17; Guerr. 
Giud., vii, 55; Cont. App., I, 8). 

Esdra però non dichiarò chiuso il Canone 
del Vecchio Testamento, poiché dopo di lui 
furono ancora scritti altri libri ispirati, per 
esempio l'Ecclesiastico, i Maccabei, ed è 
pure certo che alcuni libri scritti anterior- 
mente, per esempio Tobia, ecc., non furono 
da lui conosciuti. Il catalogo di Esdra, che 
comprendeva i libri protocanonici del Vec- 
chio Testamento, viene anche chiamato ca- 
none palestinese per distinguerlo da un 
altro catalogo detto canone alessandrino. 

Gli Ebrei infatti, che erano emigrati in 
buon numero nell'Egitto e specialmente ad 
Alessandria, dimenticarono presto la loro 
lingua nazionale, e si procurarono una ver- 



sione greca di tutti i libri sacri. Ora è 
certo che nella Bibbia greca da loro usata 
erano compresi non solo i libri protocano- 
nici, ma anche i deuterocanonici, come è 
manifesto dal fatto che gli Apostoli e la 
Chiesa primitiva non fecero che adottare 
la Bibbia alessandrina, quando accettarono 
tutti i libri protocanonici e deuterocanonici 
del Vecchio Testamento. Il canone alessan- 
drino era quindi più esteso del canone pa- 
lestinese. 

Non è da credere però che gli antichi 
Ebrei di Palestina non conoscessero o non 
ammettessero i libri deuterocanonici, giac- 
ché si hanno indizi certi, da cui si può 
dedurre che a questi libri si riconosceva la 
più grande autorità. Così p. es. Gius. FI. 
mentre nel proemio alle Antichità (n. 3) 
afferma di volersi servire dei libri sacri 
senza nulla togliere o aggiungere, nel corso 
della sua onera usa i frammenti di Ester, 
il primo libro dei Maccabei, i frammenti 
greci di Daniele (Pòrtner, Die Autoritàt der 
deuteroc. Biicher des alien Test., Mùnster 
1893, p. 27 e ss.). Del libro di Tobia esiste 
un Midrash (Portner, op. cit. , p. 45) e nel 
Midrash di Ester sono spiegate anche le 
parti deuterocanoniche. Il libro della Sa- 
pienza da molti rabbini era attribuito a Sa- 
lomone, e dell'Ecclesiastico si hanno presso 
di loro numerose citazioni (Zunz, Die got- 
tesdienstlichen Vortrage, 2 a ediz., p. 107 
e ss.). Dei frammenti di Daniele e del 
martirio dei sette figli Maccabei e della loro 
madre si tratta nell 'Haggada allo stesso 
modo che delle altre narrazioni sacre (Zunz, 
op. cit., p. 129 e ss.). 

È pure certo che le parti deuterocano- 
niche di Daniele esistevano in ebraico, e 
furono tradotte in greco da Teodozione, e 
che la lettera di Geremia era unita al libro 
dello stesso profeta (Orig., in Psalm. i). 
Secondo le Costituzioni Apostoliche (v, 20) 
il libro di Baruch assieme a Geremia e alle 
Lamentazioni veniva letto dai Giudei nelle 
sinagoghe nel giorno dell'espiazione. 

Si può quindi dedurre che anche gli Ebrei 
di Palestina ammettevano i libri deutero- 
canonici, e che solo più tardi in seguito al- 
l'odio contro la versione greca, di cui si 
servivano i cristiani, li hanno rigettati. 
Ved. Rev. Bib., 1896, p. 408; Chauvin, 
Lecon d'introduction generale, Parigi 1898, 
pag. 83. 

Il Canone del Vecchio Testamento 
presso i cristiani. — Gli Apostoli appro- 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



varono il Canone alessandrino, come consta 
dal fatto che nei loro scritti su 350 cita- 
zioni del Vecchio Testamento 300 sono fatte 
secondo la versione alessandrina, anche in 
quei passi dove la prova sarebbe stata più 
chiara, se la citazione fosse stata fatta se- 
condo il testo originale. Si aggiunga ancora 
che nei libri del Nuovo Testamento si hanno 
parecchie allusioni agli scritti deuteroca- 
nonici, il che mostra che questi erano cono- 
sciuti e approvati dagli Apostoli, tanto più 
se si tien conto che i primi cristiani non 
avendo tra le mani che la Bibbia greca, 
avrebbero dovuto essere avvertiti dagli 
stessi Apostoli, se tutti i libri in essa con- 
tenuti non fossero stati divinamente ispirati. 

Sappiamo inoltre che i Padri dei tre primi 
secoli, S. Clemente Romano, Erma, Sant'Ip- 
polito, SantTrineo, Tertulliano, S. Cipriano, 
la Didache, lo Pseudo-Barnaba, Atenagora, 
Clemente A., Origene, S. Dionigi A., ecc., 
citano promiscuamente tutti i libri del Ca- 
none alessandrino. Che se nei secoli se- 
guenti presso alcuni Padri (Sant'Atanasio, 
S. Cirillo G., Sant'Epifanio, S. Gregorio 
Naz., S. Girolamo, ecc.) si fa strada qualche 
dubbio intorno ai deuterocanonici, si tratta 
piuttosto di un dubbio speculativo, dovuto 
alle polemiche coi Giudei, e all'eccessiva 
stima dell'ebraica veritas, il quale viene 
eliminato dalla pratica, poiché questi stessi 
Padri nei loro scritti usano i deuterocano- 
nici, e si servono di essi anche nelle pole- 
miche cogli eretici. Ciò vale in modo spe- 
ciale per S. Girolamo. 

Non va omesso che i cataloghi dei libri 
sacri stabiliti nei Concilii di Ippona (a. 393) 
e di Cartagine (a. 397 e 419) e presso In- 
nocenzo I (a. 405) e Sant'Agostino (a. 397), 
comprendono ugualmente i libri protocano- 
nonici e i deuterocanonici, e la stessa cosa 
si riscontra negli antichi codici greci delle 
Scritture e nelle versioni, che su di essi 
furono fatte. 

Le pitture delle catacombe e gli antichi 
monumenti figurativi confermano essi pure 
il carattere divino di tutti i libri del Canone 
Alessandrino, poiché assieme ai personaggi 
e agii episodii dei libri protocanonici, ci pre- 
sentano i personaggi e gli episodii dei libri 
deuterocanonici (Tobia, Susanna, i tre fan- 
ciulli nella fornace, la storia del dragone, i 
Maccabei, ecc.). 

Dopo il secolo vi gli scrittori ecclesiastici 
tanto greci che latini accettano tutti i libri 
protocanonici e deuterocanonici, benché al- 



cuni, mossi dall'autorità di S. Girolamo, 
manifestino talvolta qualche esitazione. 

Si aggiunga ancora che in tutte le ver- 
sioni antiche e recenti, orientali e occiden- 
tali, i libri deuterocanonici sono frammisti 
ai protocanonici, e dagli uni e dagli altri 
la Chiesa scelse alcune pericopi per i libri 
liturgici. Con ragione pertanto il Concilio 
di Trento e il Concilio Vaticano per metter 
fine ad ogni dubbio e ad ogni esitazione, 
promulgarono il decreto, in cui si dichiara 
che tutti i libri sacri tanto protocanonici 
quanto deuterocanonici, sono ugualmente 
ispirati, e vanno ricevuti colla stessa vene- 
razione. 

CAPO IV. 

Canone delle Scritture del Nuovo 
Testamento. — Le origini del Canone del 
Nuovo Testamento ascendono all'età aposto- 
lica. Non v'ha dubbio infatti che i primi 
cristiani fossero avidissimi di leggere gli 
scritti degli Apostoli, se li comunicassero 
gli uni cogli altri e li custodissero con cura 
(S. Clem. R., Ad Corinth., 47; S. Ignat., 
Ad Ephes., 12; S. Polycarp., Ad Fìlipp.. 
12). Se infatti i fedeli di Filippi erano cosi 
solleciti di aver la collezione delle lettere 
di Sant'Ignazio (S. Polycarp., Ad Philipp., 
13), e nella Chiesa di Corinto sino ai tempi 
di S. Dionigi si continuava a leggere la let- 
tera di S. Clemente (Euseb., Hist. Eccl., iv, 
23), una sollecitudine molto maggiore si do- 
veva avere nel raccogliere gli scritti degli 
Apostoli, affine di leggerli nelle pubbliche 
radunanze. A ciò i primi cristiani erano in- 
dotti dagli stessi Apostoli, i quali esortavano 
talvolta le Chiese a comunicarsi tra loro gli 
scritti ricevuti (Coloss. iv, 16), e tal altra 
indirizzavano una stessa lettera a più Chiese 
(II Cor. i, 1 ; Giac. I, 1 ; I Piet. i, 1 ; 
Giuda, 1 ; cf. Atti, xv, 30), oppure tratta- 
vano un argomento, che poteva e doveva 
interessare tutti i fedeli (Vangeli, Romani, 
Gal., ecc.). Non deve quindi recar mera- 
viglia, se negli ultimi scritti apostolici si 
trovino già indizi di una collezione dei libri 
del Nuovo Testamento. È molto probabile 
infatti che S. Paolo citi come Scrittura il 
Vangelo-di S. Luca (I Tim. v, 18; Lue. x, 
7), ed è certo che S. Pietro (II Piet. in, 16) 
non solo suppone una collezione delle let- 
tere di S. Paolo, ma riconosce loro l'auto- 
rità di Scritture ispirate. 

Tuttavia queste collezioni non dovevano 
sul principio essere uguali dappertutto, poi- 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



che non era possibile che le Chiese lontane 
potessero con celerità procurarsi gli scritti 
degli Apostoli, stante le difficoltà delle co- 
municazioni, e le cautele che si dovevano 
usare per non cadere vittima delle sofisti- 
cazioni degli eretici. È però indubitato che 
non vi è nessun libro del Nuovo Testa- 
mento, che non sia stato conosciuto e usato 
in qualche Chiesa fin dai primissimi tempi. 

Se poi si considerano i Padri apostolici 
e quelli del secondo secolo, si vedrà subito 
come questi nelle loro opere citino colle 
stesse formole tanto gli scritti degli Apostoli, 
di S. Marco e di S. Luca, quanto i libri del 
Vecchio Testamento, e riconoscano agli uni 
e agli altri la stessa autorità. Solo quattro o 
cinque libri del Nuovo Testamento (Filem., 
II e III Giov. ; Giuda e forse II Piet.) non 
sono da essi menzionati, il che non deve 
recar meraviglia, se si considerano l'argo- 
mento speciale dei detti libri e il piccolo 
numero delle opere lasciateci dai Padri. 

Nella seconda metà del secondo secolo la 
Chiesa Romana possedeva tutti i libri del 
Canone attuale, eccettuate la lettera agli 
Ebrei e la seconda di S. Pietro, come consta 
dal così detto Canone o Frammento Mura- 
toriano e dagli scritti di Erma. 

Alle Chiese di Africa, per quanto risulta 
dagli scritti di Tertulliano e di S. Cipriano, 
mancavano solo la lettera agli Ebrei, e le 
lettere di Giacomo, di S. Giuda, e la II di 
S. Pietro, e la II e III di S. Giovanni. È 
però da notare, che a proposito della lettera 
agli Ebrei Tertulliano afferma (De Pudic, 
20) che essa era riconosciuta come divina 
in parecchie Chiese. Dagli scritti di San- 
tTrineo si può ricavare che nella Chiesa 
Gallicana mancavano solo la lettera agli 
Ebrei, e le' lettere di S. Giacomo e di San 
Giuda e la II di San Pietro. Ved. Camer- 
lynck, St-Irénée et le Canon du N. T., 
Louvain 1896. 

Sul principio del terzo secolo la Chiesa 
di Alessandria possedeva l'intero Canone 
attuale, come ne fanno fede Clemente A. 
e specialmente Origene. Ved. Dausch, Der 
neutest. Schriftcanon u. Clem. v. Alex., 
Freiburg B. 1894 ; Kutter, Clem. Al. und das 
N. T., Giessen i898. 

Nella prima metà del quarto secolo, Eu- 
sebio (Hist. Eccl., in, 25) parlando ex pro- 
fesso dei libri sacri del Nuovo Testamento 
usati nelle Chiese, li divide in due classi : 
libri (Biblia homologumena) che sono rico- 
nosciuti da tutti come divini ; e libri (Anti- 
legomena) sui quali esiste qualche contro- 



versia. Questi ultimi vengono suddivisi in 
libri ammessi dalla più parte delle Chiese, 
e in libri spurii, ammessi in poche Chiese, 
e rifiutati dalle altre. Ora tutti e soli i libri 
canonici del Nuovo Testamento sono nu- 
merati tra gli omolegumeni, e tra gli antile- 
gomeni ammessi dalla maggior parte delle 
Chiese, il che dimostra evidentemente che 
la maggior parte delle Chiese al principio 
del quarto secolo ammetteva come divini 
tutti e soli i libri canonici. 

Verso il fine del quarto secolo quasi tutte 
le Chiese sono d'accordo nell 'ammettere 
come divini tutti i libri del Canone attuale. 
Ne fanno prova S. Girolamo (Ad Paulin., 
ep. 53, 8), Rufino (Symb. apost., 37), San- 
t'Agostino (De Doct. christ., n, 13), i Con- 
cini di Ippona (a. 393, Mansi, ni, 924) e 
di Cartagine (a. 419, Mansi, iv, 430), San- 
t'Innocenzo I (ad Exsup. Tolos., 7; Mansi, 
in, 1041), S. Gelasio (Gratiani Decret., 
Dist. 15, 3), ecc. 

Alle Chiese d'Occidente fecero eco, ben- 
ché con qualche maggior lentezza, le Chiese 
d'Oriente, le quali finirono esse pure per 
riconoscere tutti e soli i libri del Canone 
attuale, prima ancora che il Concilio Trul- 
lano approvasse il catalogo dei Concilii di 
Africa. 

Questo consenso di tutte le Chiese avve- 
nuto nel quarto secolo, trova la sua spiega- 
zione nel fatto, che essendo stata concessa 
libertà alla Chiesa, divennero più facili le 
comunicazioni fra le varie Chiese partico- 
lari, e queste poterono tra loro scambiarsi 
i libri sacri posseduti, e accertarsi meglio 
sulla loro origine, riuscendo così a dissipare 
i dubbii, che esistevano intorno a questo o 
a quello scritto. 

La credenza universale della Chiesa venne 
solennemente confermata nei decreti dei 
Concilii di Firenze e di Trento e poi nel 
Concilio Vaticano. 

Bibliografia. — Per la storia del Ca- 
none si possono consultare i manuali d'In- 
troduzione di Vigouroux, Brassac, Cornely, 
Kaulen, Gigot, Cellini, ecc., nonché i Dict. 
de la Bible, Dict. de Théol. cath., Dict. 
Apol., Canon. Fra le altre opere basti citare 
per il Vecchio Testamento : Mullan, The 
Canon of the Old Testament, 1893; Ryle, 
The Canon of the O. T., Londra 1892: 
Koenig, Essai sur la formation du Canon 
de VA. 7., Parigi 1894; Loisy, Histoire du 
Canon de VA. T., Parigi 1890, da usarsi 
con discrezione ; Dagajev, Historia canaonis 



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La Sacra Bibbia - Introduzione 



Veteris Foederis, 1899 ; Magnier, Elude sur 
la canonicité des saintes Écritures, Parigi 
1892; Rev. Bib., 1901, p. 161, 267; Iugie, 
Histoire du Canon de VA. T. dans l'Église 
grecque et l'Église Russe, Parigi 1909; De 
Glatigny, Les commencements du Canon de 
VA. 7\, Roma 1906, ecc. 

Per il Nuovo Testamento la miglior opera 
cattolica è Jacquier, Le N. T. dans l'É- 
glise, ecc., t. i. p. 2, Parigi 1911; e la 
migliore protestante è Zahn, Geschichte des 
neutcstamentlichcn Kanons, Erlangen 1889. 
Vedi pure: Rev. Bib., 1901 p. 267; 1903, 
p. 10 e ss. ; p. 226 e ss. 

Basti accennare a Loisy, Histoire du 
Canon du N. T., Parigi 1891. 



CAPO V. 

Il testo ebraico del Vecchio Testa= 
mento. — Tutti i libri protocanonici del 
Vecchio Testamento furono scritti nella lin- 
gua ebraica, ad eccezione di alcuni fram- 
menti di Daniele (il, 4-vn, 28), di Esdra 
(I Esdr. iv, 8-vi, 18 ; vii, 12-26) e di Ge- 
remia (x, 11), scritti in aramaico. 

Dei libri deuterocanonici furono scritti in 
ebraico o in aramaico : Tobia, Giuditta, 
Baruch, il primo dei Maccabei, e i fram- 
menti di Ester e di Daniele. Il testo origi- 
nale di questi libri è andato perduto. L'Ec- 
clesiastico fu scritto in ebraico, e negli 
anni 1896 e ss. furono trovati numerosi 
frammenti del testo originale. Il libro della 
Sapienza e il secondo dei Maccabei furono 
scritti in greco. 

La lingua ebraica appartiene al gruppo 
delle lingue così dette semitiche, e benché 
abbia preso il nome dal popolo ebreo, 
presso il quale fu in uso fine all'esigilo di 
Babilonia, tuttavia essa è più antica degli 
Ebrei, ed era già usata in Chanaan assai 
prima che vi andasse Abramo. Al momento 
in cui si scrissero i primi libri, cioè il Pen- 
tateuco, essa era già sviluppata e perfetta, 
e la sua purezza si conservò pressoché inal- 
terata fino all'esigilo. 

Durante l'esiglio gli Ebrei adottarono la 
lingua aramaica, la quale in breve ebbe il 
sopravento, e così l'ebraico mentre con- 
tinuò ad essere usato nella liturgia, cessò 
nell'uso del popolo, tanto che nelle sina- 
goghe alla lettura del testo ebraico si do- 
vette far seguire una parafrasi aramaica, 
affinchè il popolo potesse capire quel che 
si era letto. 



Anche la forma delle lettere subì alcune 
trasformazioni, e mentre in antico era in 
uso una forma arrotondata affine all'alfabeto 
fenicio, dopo l'esiglio fu adottata la forma 
aramaica. la quale poi si svolse nella forma 
quadrata. Ora siccome alcune lettere nel- 
l'antica scrittura erano simili, e potevano 
facilmente confondersi l'una coll'a'.tra, e la 
stessa cosa si verifica nella scrittura ara- 
maica e quadrata, potè avvenire che nella 
trascrizione dei libri si confondessero in- 
sieme lettere diverse, dando così origine ad 
alcune mende, che si trovano nell'attuale 
testo ebraico. 

È ancora da notare che in antico gli Ebrei, 
come gli altri Semiti, scrivevano solo le 
consonanti, benché talvolta si servissero 
delle lettere alef, vau e iod per denotare 
qualche suono. Le vocali si imparavano dal- 
l'uso, e non furono fissate per iscritto che 
dai rabbini dei secoli 6-8 dopo Cristo. Ora 
siccome anche nell'ebraico le stesse con- 
sonanti possono talvolta essere diversamente 
pronunziate, e significare cose diverse, sarà 
facile spiegare alcune differenze, che si in- 
contrano fra l'attuale testo ebraico e le an- 
tiche versioni. 

Ad ogni modo è indubitato che, non 
ostante tutta la diligenza posta nella trascri- 
zione dei libri, fin dai tempi antichi dovet- 
tero introdursi nel testo sacro alcune mende 
di minore importanza, come ne fanno fede 
i diversi luoghi paralleli, e la comparazione 
fra il testo ebraico del Pentateuco e il testo 
Samaritano. 

Secondo la tradizione dei Giudei, accet- 
tata da non pochi Padri (S. Irineo, e. haer., 
in, 5 ; Sant'Ilario, praef. in psalm. 8 ; 
Crysost., in ep. ad Heb., hom. vili, 4, ecc.), 
Esdra non solo attese a raccogliere i libri 
sacri, ma si adoperò ancora a purgare il 
testo sacro da tutte le mende, che vi si 
erano introdotte. L'opera di Esdra fu con- 
tinuata dagli Scribi detti numeratori, i quali 
ad impedire qualsiasi alterazione del testo 
contarono le singole parole e le singole let- 
tere dei varii libri. Al lavoro degli Scribi 
dal v secolo a. C. al n secolo d. C. è dovuto 
i 'attuale testo ebraico, per quanto si rife- 
risce alle consonanti. Agli scribi successero 
i Talmudisti, i quali dal secolo HI al vi dopo 
Cristo raccolsero per iscritto le antiche 
tradizioni relative alla legge. Non solo 
essi conservarono intatto il testo ricevuto 
dagli Scribi, ma affine di garantirlo da ogni 
alterazione, stabilirono regole minute per la 
trascrizione dei codici, annotarono in mar- 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



11 



gine le varie lezioni, e con altri lavori fis- 
sarono l'attuale pronunziazione del testo. Ai 
Talmudisti tennero dietro (dal vi al ix se- 
colo d. C.) i Massoreti, i quali con mag- 
giore accuratezza raccolsero e misero per 
iscritto tutte le osservazioni critiche, esege- 
tiche e grammaticali riferentesi al testo 
sacro, e le inserirono parte nei margini 
laterali dei codici (Masora piccola), parte 
nei margini superiore e inferiore (Masora 
grande) e parte in fine ai varii libri (Ma- 
sora finale). Il principale lavoro dei Mas- 
soreti fu però quello di aver fissato per 
mezzo di speciali segni l'esatta pronunzia 
del testo sacro. Essi notarono le vocali, se- 
gnarono gli accenti, indicarono la diversa 
pronunzia delle consonanti, ecc., fissando 
così in modo definitivo il testo attuale, che 
perciò viene detto massoretico. 

Per la storia del testo ebraico, del Tal- 
mud, della Massora e relativa bibliografia. 
Ved. Dict. de la Bib., Texte de VA. T, ; 
Massore, Mischna, Talmud; Rev. Bib., 
1902, p. 551; 1903, p. 469; 1904, p. 242; 
1905, p. 203, ecc. 

Autorità del testo massoretico. — È 

sentenza comune fra i dotti moderni, che il 
testo ebraico non sia stato maliziosamente 
corrotto dai Giudei, quantunque si ammetta 
che per negligenza dei trascrittori siansi in- 
filtrati in esso errori di minore importanza, 
in ciò che non si riferisce alla fede e ai 
costumi, e si possa pure ritenere che qual- 
che rara volta sia stata preferita la lezione 
meno favorevole ai cristiani. È infatti evi- 
dente che i libri sacri non sono stati cor- 
rotti prima della venuta di Gesù Cristo, 
poiché, come fa osservare S. Girolamo (In 
/s., vi, 9), -né il Signore, né gli Apostoli 
rimproverano mai ai Giudei di aver falsate 
le Scritture, anzi per il fatto stesso che 
spesso li rimandano a scrutare i libri sacri, 
suppongono manifestamente che questi siano 
sostanzialmente incorrotti. Sono noti inoltre 
il rispetto e la venerazione che gli antichi 
Ebrei avevano per le Scritture [Deut. xxxi, 
24-26; Dan. ix, 11, 13; II Mac. il, 2; Giu- 
seppe FI., Ant. Giud., xi, 1 ; Cont. App., 
I, 8, ecc.), ed è pure indubitato che nei 
tempi più recenti nessun Giudeo potè pen- 
sare seriamente a corrompere i libri sacri, 
poiché le innumerevoli traduzioni, che ne 
furono fatte a cominciare dal ni secolo 
avanti Cristo, non avrebbero mancato di 
subito smascherare la frode. Resta quindi 
stabilito che il testo ebraico massoretico è 



sostanzialmente incorrotto, come assieme a 
S. Girolamo pensa anche Sant'Agostino (Dz 
civ. Dei, xv, 13). Che se alcuni Padri (San 
Giustino, Cum. Triph., 71, 84; Sant'Irineo, 
C. Haer., in, 21, 1 ; S. Crisost., in Matth. 
hom. v, 2, ecc.) sembrano dire il contrario, 
le loro parole vanno riferite non già al testo 
ebraico preso in se stesso, ma a certe false 
versioni greche, che si dicevano fatte sul- 
l'ebraico, delle quali si servivano i Giudei 
per eludere la forza degli argomenti tratti 
dalla versione dei LXX. I pochi testi, che 
dall'uno o dall'altro Padre furono detti cor- 
rotti, se si esaminano attentamente, non 
sono tali, ma trovano la loro piena giustifi- 
cazione nel contesto e nelle versioni. 

Il testo massoretico conserva quindi tutta 
la sua autorità, e gli errori che contiene non 
sono tali da lederne l'integrità in ciò che si 
riferisce alla fede e ai costumi. 

Codici ebraici. — Tutti i codici ebraici 
che si posseggono, salvo qualche frammento 
dei primi secoli, sono più recenti della Mas- 
sora. Fra i più antichi vanno ricordati i due 
codici della biblioteca di Pietrogrado, l'uno 
dei quali, detto babilonico, fu trascritto nel 
916, e contiene i profeti posteriori, e l'altro 
del 1009 comprende tutti i libri del Canone 
giudaico. È pure conosciuto un altro codice 
degli anni 820-850. 

Fra i codici ebraici si devono però distin- 
guere quelli destinati all'uso delle sinagoghe, 
e quelli destinati ad uso privato. I primi in 
generale presentano il solo testo massore- 
tico senza vocali, senza accenti, ecc., e 
quindi sono di poca utilità per i critici. I 
secondi invece, oltre alle vocali e agli ac- 
centi, e a maggiore o minor copia di note 
massoretiche, hanno talvolta delle lezioni 
diverse dal testo massoretico, le quali pos- 
sono tornare molto utili. 

Le prime edizioni a stampa (Salterio, 
1477; Pentateuco, 1482, Bologna; Profeti 
priori e posteriori, 1485-86, Soncino : Gli 
Agiografi, 1487, Napoli. La prima edizione 
completa comparve a Soncino nel 1438, la 
seconda è quella che si ha nella Poliglotta 
di Compiuto, 1514-1517, e la terza fu pub- 
blicata a Venezia, 1525-1526) furono fatte 
su codici privati, e le edizioni moderne (pub- 
blicate da A. Hahn, 1832 Lipsia ; Theile, 
Lipsia 1849 ; Ginsburg, Londra 1906) di- 
pendono quasi tutte da quella pubblicata ad 
Amsterdam nel 1705 da E. van der Hooght. 
Fra le edizioni recenti la migliore è quella 
di Kittel (Lipsia (1905-6), e merini pure una 



12 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



menzione speciale quella curata da Baer 
(Lipsia 1869-1888). 

I varii codici ebraici e le loro varie le- 
zioni furono esaminati e discussi special- 
mente da Bomberg, Buxtorf, Michaelis, ecc., 
e sopratutti da Salomone Minorzi (Mantova 
1742) e da B. Kennicott, il quale consultò 
615 codici mss., 58 edizioni a stampa, e il 
Talmud, e pubblicò a Oxford (1776-80) Vetus 
Testamentum hebraicum cum variis lectio- 
nibus. Un merito ancora maggiore si ac- 
quistò Bernardo de Rossi (-J- 1831), il quale 
perfezionò il lavoro di Kennicott, racco- 
gliendo le varie lezioni di altri 731 mss. e 
di 362 edizioni, e confrontandole colle an- 
tiche versioni e coi commenti dei Rabbini, 
e pubblicando poi Variae lectiones V. 
7., ecc., 4 voi., Parma 1784-1788. Un la- 
voro analogo fu pubblicato a Pietrogrado nel 
1875 da Harkavy e Strack. 



CAPO VI. 

Il testo greco del Nuovo Testamento. 

— Tutti i libri del Nuovo Testamento, ad 
eccezione del Vangelo di S. Matteo, il cui 
originale aramaico andò perduto, furono 
scritti in greco. La lingua usata non è però 
la classica, ma la noivrj òiùÀenros, ossia 
quella lingua, che dopo le conquiste di Ales- 
sandro Magno, era divenuta comune in tutto 
l'Oriente, e che si incontra in tante iscri- 
zioni, papiri, ostraca, ecc. La base di tale 
lingua è formata dal dialetto attico, a cui 
però si aggiungono varie forme e diversi 
vocaboli di altri dialetti greci, specialmente 
dell'ionico. La grammatica e la sintassi sono 
semplificate, l'uso delle preposizioni è più 
frequente, a parole antiche si danno nuovi 
significati, e si introducono nuovi vocaboli 
e nuove forme, derivati anche da altre 
lingue, ecc. 

Siccome poi gli Scrittori sacri, eccetto 
S. Luca, erano Ebrei, non è a meravigliare 
se nei loro scritti si incontrane parecchi 
ebraismi, e se la costruzione del loro pe- 
riodo e della loro frase spesso risenta più 
dell'ebraico che del greco. 

Non vi è gran differenza in fatto di lingua 
tra la versione alessandrina, i Deuteroca- 
nonici del Vecchio Testamento, e gli autori 
del Nuovo Testamento. Questi ultimi però 
usano più spesso parole nuove, e più spesso 
ad antiche voci danno nuove significazioni, 
poiché devono esprimere le nuove dottrine 
cristiane. (Sulla lingua del Nuovo Testa- 



mento si può consultare : A. Deissmann, 
Bibelstudien Beitrdge, zumeist aus den Pa- 
pyri und Inschrijten, Marburg 1895; Neue 
Bibelstudien, ibid. 1897; Licht vom Osten., 
Tùbingen 1908. L'autore è protestante e va 
usato colle debite cautele. Lo stesso è a 
dirsi di Fr. Blass, Grommatile des Neutesta- 
mentlichen Griechisch, Gottingen, 2 a ediz., 
1902 ; e di R. Helbing, Grammatik der 
Septuaginta, Gottingen 1907. In italiano 
vedi : Boatti, Grammatica del Greco del 
Nuovo Testamento, 2 voi., Roma 1910 ; 
Roberston-Bonaccorsi, Breve grammatica 
del Nuovo Testamento greco, Firenze 1910. 
Vedi altre indicazioni nel voi. 2° del Nuovo 
Testamento a proposito della lingua di San 
Paolo). 

Forma esterna dei libri del Nuovo 
Testamento. — Gli antichi autori general- 
mente solevano dettare i loro libri ad ama- 
nuensi, i quali mettevano per iscritto, con 
forme abbreviate, quanto veniva dettato. 
Tale scritto veniva poi trasmesso ai calli- 
grafi, i quali lo trascrivevano in scrittura 
ordinaria, e poi lo passavano ai correttori 
per essere riveduto. Così faceva S. Paolo 
per le sue lettere (Rom. xvi, 22; I Cor. 
xvi, 21 ; II Tess. in, 17 ; Coloss. iv, 18), 
e come segno di genuinità vi apponeva un 
saluto scritto di sua mano. Si può supporre 
che gli altri scrittori abbiano fatto altret- 
tanto. La materia su cui si scriveva era la 
carta preparata col papiro (II Giov. 12), 
oppure la pergamena (o membrana, II Tim. 
iv, 13) ; siccome però la carta andava più 
facilmente soggetta a deteriorarsi, nella 
trascrizione dei codici si usava di prefe- 
renza la pergamena, tanto che tutti i grandi 
codici anteriori al x secolo sono scritti su 
questa materia. La scrittura usata fino al 
ix secolo è l'onciale. Essa risulta da let- 
tere maiuscole di forma arrotondata, senza 
alcuna legatura tra loro. Il primo codice 
sacro scritto con lettere minuscole data dal- 
l'835. 

Gli antichi greci e latini non separavano 
nei loro codici le parole e le proposizioni, 
e neppure facevano uso di punti, di virgole, 
di accenti e di spiriti, ma indicavano solo 
con una lineetta le varie abbreviazioni. Si 
comprende quindi facilmente come la let- 
tura degli antichi codici presenti talvolta 
gravi difficoltà, e come anche tra i Padri 
si abbiano alcune volte divergenze nel modo 
di distinguere le parole e di punteggiare le 
diverse proposizioni. 



La Sacra Bi3bia - Introduzione 



13 



I manoscritti greci. — Gli originali dei 
libri del Nuovo Testamento, scritti proba- 
bilmente su carta di papiro, andarono ben 
presto perduti, è però indubitato che subito 
ne furono trascritte molte copie. In queste 
trascrizioni, che divennero numerosissime, 
si infiltrarono facilmente parecchie mende 
dovute all'ignoranza e alla negligenza dei 
copisti, e anche all'audacia dei correttori, e 
all'arbitrio dei lettori. 

Gli eretici corruppero pure le Scritture 
(Sant'Irineo, Adv. Haer., i, 27 ; Euseb., 
H. E., iv, 23; v, 28), ma niuno dei loro 
codici corrotti è pervenuto fino a noi, e 
anche nei nostri codici superstiti non si 
trova alcuna lezione, che con tutta certezza 
possa essere loro attribuita. Si deve quindi 
ritenere che la causa, da cui provennero le 
varie lezioni, sta unicamente nel modo, con 
cui in antico si propagarono i libri sacri. 

Fin dal terzo secolo però alcuni eruditi, 
come Hesichio e Luciano, tentarono di fare 
una edizione tipica del testo sacro, la quale 
servisse di norma per la correzione degli 
altri esemplari, ma i loro sforzi non cor- 
risposero all'intento (S. Girol., Ad. Dam., 
Praef. in Evang.). 

Più tardi Costantino commise ad Eusebio 
(Euseb., Vita Costant., iv, 34 e ss.) di far 
trascrivere su pergamena da abili calligrafi 
50 codici di tutta la Scrittura, per farne 
dono alle varie Chiese. Questi codici dove- 
vano con tutta probabilità contenere lo stesso 
testo, e si può credere che ad essi sia do- 
vuta quella grande uniformità, che si in- 
contra in una certa classe o famiglia di 
manoscritti. 

Numero dei manoscritti del Nuovo 
Testamento. — La lista più recente dei 
manoscritti del Nuovo Testamento, quale 
vien data da Gregory (Textkritik des Neuen 
Testamentes, p. 1083, 1210, 1292, Leipzig 
1900-1909 ; e Theologische Literaturzeitung, 
1912, col. 477), comprende 4105 codici. Di 
questi, 169 sono maiuscoli, 19 papiri, 2352 
minuscoli e 1565 lezionarii. Uno solo dei 
manoscritti maiuscoli (Sinaitico) contiene 
l'intero testo del Nuovo Testamento, gli 
altri non ne hanno che qualche parte più 
o meno estesa. Contengono i Vangeli interi 
i codici : B, K, M, S. V, Q, gli Atti : A, 
B, P 2 , S 3 ; le Lettere cattoliche : A, B, K 2 , 
L 7 , P 2 , S 2 ; le Lettere di S. Paolo : A, D a , 
G 2 , P 2 ; l'Apocalisse: A, B 2 . Fra i minu- 
scoli, 49 codici contengono il Nuovo Testa- 



mento intero, e in 167 manca solo l'Apo- 
calisse. I codici greci onciali vengono 
designati con lettere maiuscole dell'alfabeto 
latino, o greco, o ebraico ; per i codici greci 
minuscoli si usano invece i numeri arabici, 
in modo però che nelle quattro parti del 
Nuovo Testamento (Vang., Atti e Lettere 
catt.. Le», di S. Paolo, Apoc.) si hanno gli 
stessi segni, e uno stesso codice viene indi- 
cato con diversi segni secondo che si rife- 
risce ai Vangeli o agli Atti, ecc. 

Fra i codici onciali, 2 (Vaticano B e Si- 
naitico X) appartengono al quarto secolo, 
15 (tra i quali l'Alessandrino A e quel di 
Sant'Ephrem C) al quinto, 24 (tra i quali 
il codice di Beza D, Evang., Act., e il 
Claromartano D, e il Laudiano L) al sesto, 
17 al settimo, 19 all'ottavo, 31 al nono, ecc. 

Intorno ai codici greci del Nuovo Testa- 
mento si possono vedere : Gregory, Die 
griechischen Handschriften des N. T., 
Leipzig 1908 : Scrivener, A plain intro- 
duction to the criticism of the N. T., Cam- 
bridge 1883, ed. 4 a , London 1894, fatta da 
Miller ; H. von Soden, Die Schriften des 
N. T. in ihrer àltesten erreichbaren Tex- 
tgestalt. I Untersuchungen 1, 2, 3, Berlin 
1902-1910 ; Jacquier. Le Nouveau Testament 
dans i'Église chrétienne, tom. Il, Paris 1913. 

Tra i codici antichissimi si possono nu- 
merare anche i papiri, e fino a un certo 
punto anche gli ostraca. Nei papiri si tro- 
varono frammenti dei Vangeli di S. Matteo, 
di S. Luca, di S. Giovanni (m-vi secolo) 
degli Atti (iv secolo), delle Lettere ai Ro- 
mani (iv secolo), ai Corinti I (v secolo), 
agli Ebrei (iv secolo), ai Tessalonicesi II. 
ai Filippesi, e delle Lettere di S. Giovanni 
e di S. Giuda e dell'Apocalisse. In generale 
il testo presentato dai papiri si avvicina al 
testo dei codici Vaticano e Sinaitico. 

Negli ostraca si trovarono frammenti dei 
quattro Vangeli (iv-vm secolo), e il testo 
presentato si avvicina al Sinaitico. In cert: 
passi si accorda col Vaticano e coli 'Alessan- 
drino, ma in altri ne differisce. Cf. A. Blu- 
dau, Papyrusfragmente e Griechische Evan- 
gelienfragmente auf Ostraka in Bibl. Zeit- 
schrift, 1906, p. 25 e ss., p. 386 e ss., 2 
1912 X Iahrg, dove si può trovare la rela- 
tiva bibliografia. Vigouroux, Dict. de la Bib. 
Popyrus bìbliques; U. Wilcken, Archiv. ftir 
Papyrusforschung, ecc., Leipzig 1901: Id. 
Griechische Ostraka aus Aegypten und Nu- 
bien, 2 v., Lepzig 1899; Revue de l'Orient 
chrétien, Savary, t. vii. p. 414, Parigi 1911. 



14 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



Edizioni greche del N. Testamento. 

— La prima edizione a stampa del testo 
completo del N. T. greco fu fatta dal 
Cardinal Ximenes nel 1514, ma non fu pub- 
blicata che nel 1520. Nel 1516 Erasmo pub- 
blicò a Basilea la sua edizione, che con 
alcune mutazioni fu ristampata nel 1519. 
nel 1522, nel 1527 e nel 1535. Fondandosi 
sul testo di Erasmo e su pochi nuovi codici, 
Roberto Stefano ne pubblicò una nuova edi- 
zione a Parigi nel 1546, ristampata nel 
1549, 1550 e 1551. Teodoro Beza accettò la 
quarta edizione di Roberto Stefano (1551), 
e consultando i due codici di Cambridge e 
di Clermont, preparò le sue edizioni del 
1565 e ss. (Ginevra), il cui testo, come da 
tutti receptus, passò nelle edizioni elzevi- 
riane (Leida dal 1624 in poi). 

Coi progressi della critica il textus re 
ceptus perdette molto della sua autorità, e 
così si prepararono nuove edizioni fatte con 
migliori criterii. Lavorarono in questo 
campo con speciale ardore gli Anglicani 
Brian Walton (Poliglotta di Londra, 1657) e 
Giov. Fell (Oxford 1707), e i protestanti : 
G. A. Bengel (Tubinga 1734) ; G. G Wetts- 
tein (Amsterdam 1751); G. G. Griesbacb 
(Halle 1775-77, 1796, 1805); C. Lachmann 
(Berlino 1831, 1842-50); C. Tischendorf 
{otto edizioni dal 1841 al 1894. L'editio 
octava critica maior fu pubblicata a Lipsia 
negli anni 1864-1872. Nel 1884-94 G. Gre- 
gory vi aggiunse un terzo volume di Pro- 
legomeni) ; S. P. Tregelles (Londra 1844, 
1857-1879, 1887); Westcott-Hort (Londra 
1881-82); Weymouth (Londra 1886); Scri- 
vener (Cambridge 1887) ; O. Gebhardt 
(Lipsia 1881) ; Nestle (Stoccarda 1898, molte 
edizioni in seguito) ; B. Weiss (Lipsia 1902- 
1905); Soden (Berlino 1902-1907), ecc. 
Tutte queste edizioni son fatte con criteri 
protestanti, e vanno perciò usate con cautela. 

Tra i cattolici curarono buone edizioni del 
Nuovo Testamento : G. Scholz (Lipsia 
1830-36); L. Gratz (Tubinga 1821, Magonza 
1827, ecc.) ; F. Reithmayr (Monaco 1847, 
ecc.); Loch (Ratisbona 1851); F. Brand- 
scheid (Friburgo 1893, ecc.) ; Hetzenauer 
(Innsbruk 1896-98, ecc.); Bodin (Parigi 
1910-11). 

Cf. Jacquier, Le N. T. dans l'Église 
chrétienne, tom. il, p. 419 e ss. A pag. 484 
si trova un'ampia bibliografia. 

Benché il numero delle varianti del 
Nuovo Testamento sia notevole (100.000 
secondo Scrivener), la massima parte non 
ha alcuna importanza riguardo alla sostanza 



della S. Scrittura, e quelle che hanno un 
certo valore non si riferiscono che a una 
millesima parte del testo sacro. Si aggiunga 
ancora che fra le stesse varianti che mu- 
tano il senso, pochissime sono quelle che 
toccano il dogma, e queste stesse seno 
senza conseguenza, perchè contengono ve- 
rità che sono espresse, sia pure in altra 
forma, in altri luoghi criticamente inconte- 
stabili. L'integrità sostanziale del Nuovo 
Testamento è quindi pienamente garant'ta. 



CAPO VII. 

Le versioni antiche della S. Scrit= 
tura. = Parafrasi aramaiche. — Quando 
dopo Esdra l'ebraico cessò di essere la lin- 
gua parlata dal popolo, e prevalse nell'uso 
l'aramaico, si cominciò a tradurre e a spie- 
gare in quest'ultima lingua le S. Scritture. 
Queste traduzioni e spiegazioni, che dap 
prima si facevano oralmente, furono in se- 
guito messe per iscritto, e si chiamano 
Targumim (dall'ebraico targum che significa 
versione). Fra i principali Targumim vanno 
ricordati : il Targum di Babilonia o di On- 
kelos sulla Thora, il Targum di Gerusa- 
lemme sulla Thora, pervenutoci in due re- 
censioni, Luna detta dello Pseudo-donata, 
e l'altra frammentaria, che ritiene il nome 
di Targum di Gerusalemme, il Targum di 
donata ben Ussiel sui profeti anteriori e 
posteriori, i Targumim sugli Agiografi, ecc. 
Tutti questi Targumim sono pubblicati nelle 
grandi Poliglotte. La migliore edizione di 
Onkelos è quella di A. Berliner (Berlino 
1884) ; di Gionata quella di Lagarde (Lipsia 
1872). del doppio Targum di Gerusalemme 
quella di Ginsburger (Berlino 1899, 1903) e 
degli Agiografi quella di Lagarde (Lipsia 
1874). 

Versione Samaritana del Pentateuco. 

— La versione Samaritana del Pentateuco 
si avvicina molto al Targum di Onkelos, e 
benché non si possa definire con precisione 
il tempo in cui fu fatta, è certo però che 
essa era già conosciuta da Origene, il quale 
la cita nella sua Esapla. Fu pubblicata nelle 
Poliglotte di Parigi e di Londra, ma nei 
tempi più recenti si ebbero edizioni migliori 
curate da A. Bruii (Francoforte 1873-75) e 
dn Petermann-Vollers (Berlino 1872-1891). 

La versione greca dei LXX. — La più 

antica e la più importante versione del 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



15 



Vecchio Testamento è la greca, detta ales- 
sandrina dal luogo creduto di origine, e 
anche dei settanta dal numero creduto dei 
traduttori. La storia della sua origine è con- 
tenuta nella lettera di un certo Aristea, 
ufficiale militare di Tolomeo Filadelfo. Quivi 
si narra che Filadelfo volendo, per sugge- 
rimento di Demetrio Falereo, avere nella bi- 
blioteca di Alessandria i libri mosaici, li 
fece chiedere, assieme ad alcuni uomini 
capaci di tradurli in greco, al Pontefice di 
Gerusalemme Eleazaro. Questi acconsen- 
tendo alla richiesta del re, mandò 72 uo- 
mini, i quali raccoltisi nell'isola di Pharos, 
nello spazio di 72 giorni tradussero tutto il 
Pentateuco, in modo che la loro versione 
fu approvata da tutti i Giudei di Alessan- 
dria. Tale narrazione è accettata da Giu- 
seppe FI. (Ant. Giud., XII, 2, 2), da Filone 
{De Vita Mois., n, 5-7) e da Eusebio 
(Praep. Ev., vili, 2-5, 9). San Giustino 
(Apol. i, 31) però, seguito da altri Padri 
(Sant'Irineo, Adv. Haer., in, 21 ; Clem. 
AL, Strom., i, 22; S. Cir. Ger., Cat., iv, 
34, ecc.), aggiunge che i 72 uomini sareb- 
bero stati rinchiusi in 72 celle separate, e 
che avendo ciascuno fatta la sua versione, 
alla fine si trovò che tutte erano uguali. Ma 
S. Girolamo (Praef. in Peni.) meritamente 
deride e rigetta tale aggiunta, che diede 
origine alla falsa opinione dell'ispirazione 
della versione dei LXX, e contro la sen- 
tenza di altri Padri e interpreti antichi, i 
quali pensavano che i LXX avessero tra- 
dotto tutto il Vecchio Testamento, fa ve- 
dere che essi tradussero il solo Pentateuco 
(Comm. in Ezech., v, 12, ecc.). 

Tutti i moderni dal secolo xvi rigettano 
come spuria la lettera di Aristea, il quale 
mentre si afferma greco e pagano, mostra 
però di non essere altro che un pio e 
fervente Giudeo. Tuttavia si è d'accordo 
nell'ammettere un certo fondo di verità 
nella sua narrazione, e si ritiene comune- 
mente, 6tando alla testimonianza di Aristo- 
bulo (181-146 a. C.) riferita da Eusebio 
(Praep. Ev., xm, 12), che ai tempi di 
Filadelfo (286 a. C.) sia stata fatta in Ales- 
sandria la traduzione greca del Pentateuco, 
occasionata forse dai bisogni religiosi dei 
Giudei di lingua greca, abitanti nell'Egitto. 
Non si può determinare in qual tempo e in 
quale occasione siano stati tradotti gli altri 
libri, tuttavia è certo che verso il 130 a. C. 
la versione di tutti i protocanonici era ter- 
minata, come si ricava dal Prologo del- 
l'Ecclesiastico 



Per riguardo alla purezza della lingua, 
alla fedeltà della traduzione, e alla confor- 
mità col testo originale vi sono notevoli 
differenze tra libro e libro. Il Pentateuco è 
il meglio tradotto, non così buona invece è 
la traduzione dei libri storici, e di minor 
valore ancora è la traduzione dei profeti, 
Ezechiele eccettuato. Geremia non solo ò 
più breve che nel testo originale, ma varia 
anche nell'ordine delle profezie, e Daniele 
è così poco fedele, che la Chiesa lo sostituì 
colla versione di Teodozione. I Salmi e i 
Proverbi sono troppo letterali, e Giobbe è 
pieno di omissioni. 

Nel complesso però la versione dei LXX 
è fedele, e le notevoli divergenze, che si 
riscontrano tra essa e il testo massoretico, 
vanno spesso attribuite al fatto che il testo 
ebraico avuto sott 'occhio dai traduttori era 
diverso dall'attuale testo massoretico. Non 
si può quindi stabilire una norma generale 
sulla preferenza da darsi al testo greco o 
al testo massoretico nei casi di divergenza, 
ma si deve esaminare ogni singolo caso, e 
giudicarne ricorrendo alle altre versioni e 
applicando le regole di una sana critica. 

Altre versioni greche. — Benché la 
versione dei LXX fosse stata accolta con 
plauso dai Giudei, tuttavia allorché venne 
usata dai cristiani per dimostrare la venuta 
del Messia, i Giudei cominciarono a met- 
terne in dubbio la fedeltà, e finalmente ne 
rigettarono l'autorità. Ciò diede origine ad 
altre versioni greche elaborate nel secondo 
secolo dopo Cristo. 

La prima di queste nuove versioni fu 
fatta da un Giudeo del Ponto, chiamato 
Aquila, ai tempi di Adriano (117-138). Egli 
si attiene servilmente al testo ebraico, tra- 
ducendo le particelle e insistendo sulle 
etimologie, ecc., senza curarsi della gram- 
matica e della sintassi greca. La sua tra- 
duzione è fedele, ed ha grande valore per 
ccnoscere lo stato del testo ebraico, che 
egli ebbe sott 'occhio. 

La seconda versione greca fu fatta da 
Teodozione ai tempi di Commodo (180- 
192). In essa viene riprodotto il testo dei 
LXX reso più conforme all'originale ebraico 
per mezzo di correzioni e di aggiunte. 
Spesso l'autore si contenta di trascrivere 
con lettere greche le parole ebraiche. 

La terza versione fu fatta da Simmaco ai 
tempi di Settimio Severo (193-211). L'autore 
non traduce alla lettera, ma bada piuttosto 
al senso, e cercando l'eleganza della forma. 



16 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



si piglia spesso la più grande libertà e 
piuttosto che tradurre parafrasa. 

Di queste tre versioni, eccettuato il libro 
di Daniele di Teodozione, non ci riman- 
gono che frammenti raccolti da Montfaucon 
{Origenis Hexaplorum quac supersunt, ecc., 
Parigi 1713; Migne, Patr. graec, tom. 15, 
16) e da F. Field (Origene* Hexapla, Ox- 
ford 1875) e da Burkitt (Cambridge 1897). 

Oltre a queste tre versioni ne furono 
fatte altre almeno di alcuni libri, le quali 
vengono dette quinta, sesta e settima esa- 
p'.are dall'ordine con cui erano disposte 
nelle Esapli di Origene. 

Storia del testo della versione dei 

LXX. — Nel testo dei LXX si introdussero 
ben presto varie mende e correzioni arbi- 
trarie, che erano messe in maggiore evi- 
denza dalle nuove versioni. I Giudei si 
servivano di questo fatto per rigettare gli 
argomenti, che i cristiani traevano dalla 
versione dei LXX, e ciò indusse Origene 
a concepire e ad eseguire il vasto disegno 
di ordinare tutte le versioni greche intorno 
al testo ebraico, in modo che a primo 
sguardo si potesse subito vedere su quali 
punti convenissero, e su quali vi fossero 
delle divergenze. A tal fine collocò in sei 
colonne, l'ima accanto all'altra, il testo del 
Vecchio Testamento in sei forme diverse ; 
ossia : nella prima colonna il testo ebraico 
in lettere ebraiche ; nella seconda il testo 
ebraico trascritto in lettere greche ; nella 
terza la versione di Aquila, come la più 
letterale ; nella quarta la versione di Sim- 
maco più libera ; nella quinta il testo dei 
LXX emendato e corretto da lui stesso, e 
nella sesta la versione di Teodozione, la 
più vicina ai LXX. 

Quest'opera grandiosa venne chiamata 
Esapla dal numero di sei colonne, e poiché 
per alcuni libri si aggiunsero le tre altre 
versioni, oppure due o una, ricevette pure 
i nomi di Heptapla, Octopla, Enneapla. 
Origene stesso ne fece più tardi un com- 
pendio, in cui dispose solo su quattro co- 
lonne le quattro versioni greche, e questo 
compendio fu chiamato Tetrapla. Si fecero 
pure copie in cinque colonne, in cui si 
omise il testo ebraico in lettere ebraiche. 
Tale è il frammento scoperto da Giovanni 
Mercati nel 1896 nell'Ambrosiana di Milano. 

Nella sua correzione del testo greco dei 
I XX inserito nella quinta colonna, Origene 
premise un obelo alle parti, che manca- 
vano nell'ebraico, supplì con Teodozione 



alle parti che mancavano nei LXX, indi- 
cando l'aggiunta per mezzo di un asterisco. 
Sia l 'obelo che l'asterisco valevano sino al- 
l'incontro di un altro segno detto metobelo. 
A questo modo si formò il testo greco esa- 
plare che fu adottato in varie Chiese. 

Le Esapli di Origene, lungi dal togliere 
le incertezze del testo, occasionarono mag- 
gior confusione, poiché, come osserva San 
Girolamo (Ad Sum. et Fret., ep. evi, 22), 
i copisti con facilità scambiavano i varii 
segni, o li trascuravano affatto, e perciò 
Luciano (-J-311) ad Antiochia, ed Esichio 
(-f- 312) in Egitto si sforzarono di correg- 
gere sull'ebraico il testo dei LXX. Si venne 
così ad avere tre recensioni dei LXX ; quella 
di Luoiano sparsa nelle Chiese da Antiochia 
a Costantinopoli, quella di Esichio diffu- 
sasi in Egitto, e quella esaplare che era 
usata in Palestina. 

Da queste tre recensioni dipendono tutti 
i codici superstiti, benché sembri che nes- 
sun di essi abbia conservato pura alcuna 
recensione. 

I codici dei LXX attualmente conosciuti 
sono circa 400, ma di questi solo una 
decina contengono tutto il Vecchio Testa- 
mento, e solo una cinquantina sono onciali 
e anteriori al secolo x. Tra questi sono 
celebri i quattro B, X. A, C. Si ha pure 
attualmente un frammento di papiro con- 
tenente circa 23 salmi, il quale è forse 
anteriore al terzo secolo. 

Principali edizioni dei LXX. — Le 

principali edizioni dei LXX sono : quella di 
Compiuto (1517), ristampata nelle Poliglotte 
di Anversa e di Parigi ; l'aldina (Venezia 
1518) ; la Sistina (Roma 1587), pubblicata 
sotto Sisto V e riprodotta nella Poliglotta 
di Londra, e nelle edizioni di L. van Ess 
(Lipsia 1834, 1887), di Jager (Parigi 1839, 
Oxford 1848), di Tischendorf (Lipsia 1850, 
ed. 7 a nel 1887), di Loch (Ratisbona 1860. 
1886, ecc.). L'edizione Sistina si fonda sul 
codice B, invece l'edizione curata da 
A. Grabe (Oxford 1707-1720) riproduce in 
gran parte il codice A, aggiungendovi ar- 
bitrariamente altre lezioni. 

Fecero edizioni con apparato critico : 
Holmes e Parsons (Oxford 1798-1827), La- 
garde (Gottinga 1893, incompleta). Swete 
(Cambridge 1887-94, edizione 4 a , 1909). 
Quest'ultima è la migliore edizione com- 
pieta che attualmente si abbia. Nel 1906 si 
cominciò a Cambridge da Brooke e McLeon 
la pubblicazione di una nuova edizione, 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



17 



in cui si presenta lo stesso testo di Swete, 
ma con un apparato critico molto più grande 
e completo. 

Ad accrescere l'apparato critico vennero 
ad aggiungersi negli ultimi anni numerosi 
frammenti di papiri dei secoli iii-vm. 

Traduzioni della versione dei LXX. 

— Allorché il Vangelo venne predicato tra 
popoli che ignoravano il greco, si fé 'sentire 
il bisogno di nuove versioni dei libri sacri 
del Vecchio e del Nuovo Testamento. Così 
nacquero le versioni latina (i o n secolo), 
egizie o copte (n o ni sec), gotica e etio- 
pica (iv sec), armena (v sec), georgiana 
(vi o vili sec), siroesaplare (vii sec), sla- 
vonica e arabe (ix sec.) e altre più recenti. 
Tutte queste versioni essendo state fatte sul 
testo dei LXX servono a farci conoscere in 
quale stato esso si trovasse al tempo della 
loro apparizione, e perciò hanno un gran 
valore per la critica. 

Le versioni latine prima di S. Giro= 
lamo. — Alla fine del secondo secolo la 
Bibbia, almeno nelle sue parti principali, 
era già stata tradotta in latino, è però in- 
certo se vi siano state più traduzioni. 

Stando infatti ad alcuni testi di Tertul- 
liano (Adv. Marcion., n, 9; v, 4), di San- 
t'Ilario (In Ps. liv, 1), di Sant'Agostino 
{De doct. chrìst., n, 11, 14, 15), di S. Gi- 
rolamo (Ad. Dam. Praef. in Ev.), nei quali 
si parla di numerosi interpreti latini, si 
potrebbe pensare all'esistenza di parecchie 
versioni. Siccome però la parola interpre- 
tazione può significare semplicemente re- 
censione, o una. forma diversa della stessa 
versione, e d'altronde, non è probabile che 
nei primi tempi parecchi siansi accinti a un 
lavoro cosi difficile come è la versione di 
tutta la Scrittura, è assai più verosimile che 
il numero delle versioni fosse assai ristretto. 
Ad ogni modo però si devono riconoscere 
almeno due versioni o recensioni latine, 
l'una africana usata da Tertulliano e da San 
Cipriano, e l'altra eurupea o itala, citata 
specialmente da Sant'Agostino (De doct. 
christ., li, 15). 

La prima versione latina nacque proba- 
bilmente non già a Roma (come pensano 
Kaulen, Turner, Souter, ecc), dove nei 
primi due secoli la lingua liturgica era la 
greca ; e neppure in Italia (come pensano 
D. Gams, Vercellone, Martin, Mechineau, 
ecc.), ma nell'Africa proconsolare (Mon- 
ceaux, Mangenot, Kenyon, Gregory, ecc.), 
dove il greco era poco conosciuto e la li- 



turgia si celebrava in latino. La versione 
o recensione detta itala ebbe origine nel 
iv secolo nell'Italia Settentrionale, e proba- 
bilmente a Milano. Essa fu fatta sul testo 
preesaplare dei LXX, ed è dovuta a pa- 
recchi traduttori. La lingua usata è la vol- 
gare o rustica (Kaulen, Sprachiches Hand- 
buch zur biblischen Vulgata, Freiburg Br. 
1904), quale si usava dal popolo e dagli 
scrittori popolari, e le sue caratteristiche 
sono, secondo Sant'Agostino (De doct. 
christ, il, 15), una grande fedeltà al testo 
greco (est verborum tenacior) e una grande 
perspicuità (cum perspicuitate sententiae). 

Dall'Itala passarono nella nostra Volgata 
i Deuterocanonici (eccetto Tobia e Giuditta 
e le parti deuterocanoniche di Ester e di 
Daniele), il Salterio (corretto da S. Girolamo 
a Cesarea sul testo esaplare), e il Nuovo 
Testamento (corretto da S. Girolamo). 

Si sono pure conservati numerosi fram- 
menti del Nuovo e dell'Antico Testamento 
nelle citazioni dei Padri e degli scrittori ec- 
clesiastici prima e dopo S. Girolamo, e in 
parecchi manoscritti. Essi però andarono 
soggetti a ritocchi. Ved. Mangenot, Patrie 
et date de la première version latine du 
N. 7\, Lille 1904; Vig., Dict. de la Bibl., 
t. iv, col. 113; Hastings., Dict. of the Bib., 
t. hi, p. 54; Jacquier, Le Nouveau Test., 
t. il, p. 117 e ss. 

Tra i codici manoscritti vanno ricordati 
il Vercellese (a) del iv secolo, il Veronese 
(b) del iv o v secolo, il Cambridgese (d = 
D) del vi sec, il Coirese (a 2 ) del v sec, il 
Bobbiese (k) del v o vi sec, il Bresciano (f) 
del vi sec, ecc. Questi codici contengono 
in tutto o in parte i quattro Vangeli. Tutti 
i principali avanzi dell'Itala furono pubbli- 
cati da P. Sabatier (Bibliorum SS. latinae 
versiones antiquae, Reims 1743-49), da 
Bianchini (Roma 1749) e più recentemente 
nei volumi Old Latin Biblical Texts, 6 voi., 
Oxford 1883-1911. 

Versioni copte o egiziane. — Si cono- 
scono quattro versioni egiziane : la Bohaai- 
rica usata nel basso Egitto, la Saidica usata 
nell'Egitto superiore, la Faiumica usata nel- 
l'oasi di Faijum, e la Achmimica usata nei 
dintorni di Achmim. Le due prime furono 
fatte prima della metà del ni secolo, e forse 
sul fine del il, come si arguisce da quanto 
afferma Sant'Atanasio nella vita di Sant'An- 
tonio eremita (251-356) del basso Egitto 
(Vita, cap. 16), e da quanto prescrive San 
Pacomio (292-348) nelle sue regole per i 



Sacra Bibbia, voi. III. 



18 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



menaci dell'Egitto superiore (S. Gerolamo, 
Regulae S. Pachom., 49, 138, 140). Delle 
due ultime versioni non si hanno che pochi 
frammenti. Queste versioni, indipendenti 
fra loro, furono fatte sul testo dei LXX 
preorigeniano e sul greco del Nuovo Te- 
stamento, ed essendosi conservate abba- 
stanza pure, hanno un grande valore per il 
critico. Non esiste ancora un'edizione com- 
pleta del Vecchio Testamento, ma della ver- 
sione boìiaairica furono pubblicati il Penta- 
teuco da Lagarde (Gottinga 1867), il Sal- 
terio da Tukio (Roma 1744) e Lagarde (Got- 
tinga 1875), Giobbe e i Profeti da Tattan 
(Londra 1836, 1846, 1852). 

Della versione saidica furono pubblicati 
varii frammenti da Tukio, Mingarello.Zoéga, 
Lagarde, ecc., e similmente Engelbreth e 
Quatremère pubblicarono frammenti della 
versione fajumica. 

Del Nuovo Testamento nella versione 
boharica si hanno le edizioni curate da 
R. Wilkins (Oxford 1716), da G. Schwartze 
{Vangeli, Lipsia 1846), da P. Boetticher 
(Atti e Epistole, Hale 1852). La maggior 
parte del Nuovo Testamento nella versione 
saidica fu pubblicata nell'appendice all'edi- 
zione greca del Nuovo Testamento curata 
da C. G. Woid (Oxford 1799). 

Recentemente G. Horner pubblicò a 
Oxford, con apparato critico, le due ver- 
sioni del Nuovo Testamento, cioè la bohaai- 
rica (1898-1915) e la saidica (1911). Va pure 
ricordata l'opera di Ciasca e Balestri i quali 
pubblicarono varii frammenti di tutti e due 
i Testamenti. Sacrorum Bibiliorum frag- 
menta copto-sahidica, 3 voi., Roma 1885, 
1889, 1904. Ved. Vig., Dict. de la Bib., 
voi. li, col. 932; Rev. Bib., 18Q7, p. 67; 
Hastings', Dict. of the Bib., voi. i, p. 688. 

La versione etiopica. — La lingua etio- 
pica è un dialetto semitico affine all'arabo, 
che si parlava anticamente nell'Abissinia. 
Fin dal secolo xiv fu soppiantata dall 'ama- 
nco, ed ora non è più usata che nella li- 
turgia. La versione della Bibbia in etiopico 
si attribuisce a S. Frumenzio (Abba Salama), 
primo vescovo cattolico dell'Abissinia (prin- 
cipio del iv secolo), e ai così detti nove 
santi, ossia nove monaci egiziani del v se- 
colo. La traduzione comprendeva tutti i due 
Testamenti, ed era stata fatta sul greco; in 
seguito però fu ritoccata e corretta e cor- 
rotta parecchie volte, per modo che attual- 
mente non ha grande autorità. Ved. Vig., 
Dict. de la Bib., voi. II, col. 2026. 



Del Vecchio Testamento furono pubbli- 
cati il Salterio e il Cantico dei Cantici 
(Roma 1513; Colonia 1518), e alcuni altri 
libri (Leida 1660). Un'edizione critica fu 
cominciata da Dillmann (Lipsia 1853-72; 
Berlino 1894). 

Il Nuovo Testamento fu pubblicato a 
Roma nel 1548, e più recentemente a Lon- 
dra (1826-1830) da Th. Platt (Lipsia 1899). 

La versione gotica. — Secondo Socrate 
{H. E., iv, 33) e Sezomeno (H. £., vi, 
37), ecc., la versione gotica della Scrittura 
fu fatta nel iv secolo da Ulfila, vescovo 
goto e ariano, il quale riprodusse fedelmente 
il testo greco sulla recensione di Luciano 
usata a Costantinopoli. Di questa versione 
si hanno parecchi frammenti nel codice ar- 
genteo (v o vi sec), nel codice carolino, 
in alcuni palinsesti di Milano, ecc. Questi 
frammenti comprendono gran parte del 
Nuovo Testamento e qualche centinaio di 
versetti del Vecchio. 

Un'edizione completa recente fu curata 
da Stamm-Wrede (Paderbona 1858, IP ed., 
1908) e da Streitberg (Eidelberg 1908). 

La versione armena. — Gli Armeni si 
convertirono alla fede sul fine del in secolo 
e al principio del iv. Dapprima per la li- 
turgia si servirono della lingua siriaca, ma 
quando fu fatto loro patriarca Isacco (390- 
440), questi, aiutato da S. Mesrop, cominciò 
una versione armena della Sacra Scrittura, 
la quale fu poi condotta a termine da alcuni 
loro discepoli. La versione fu fatta sul testo 
greco esaplare, ed oltre all'essere fedele, va 
annoverata tra i monumenti classici della 
lingua armena. La prima edizione a stampa 
fu pubblicata a Amsterdam nel 1666, ma la 
prima edizione critica fu pubblicata dal Me- 
chitarista P. Zohrab a Venezia nel 1805 e 
venne ristampata nel 1859. Ved. Vigouroux, 
Dict. de la Bib., tom. i, col. 1011; Ha- 
stings', Dict. of the Bib., voi. i, pag. 154. 

Versioni siriache. — I Siri non si con- 
tentarono della versione fatta sull'ebraico, 
che già possedevano, ma ne fecero altre sul 
testo dei LXX. Tra queste la migliore è 
quella curata ad Alessandria nel 617 dal 
vescovo monofisita Paolo di Telia, il quale 
si attenne fedelmente al testo greco esa- 
plare. Questa versione ha un grande valore 
per conoscere il testo corretto da Origene. 
Fu pubblicata parte da Ceriani (Milano 
1874), parte da Middeldorpf (Berlino 1835), 
e parte da Lagarde (Gottinga 1892). 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



19 



1 Giacobiti monofisiti si servivano di 
un'altra versione (detta filosseniana) fatta 
nel vi secolo dal corepiscopo Policarpo per 
commissione del vescovo di Gerapoli (Mab- 
bug) Filosseno. Di questa versione non ri- 
mangono che pochi frammenti. 

Versione sfava e versioni arabe. — 

Verso la metà del nono secolo i due fratelli, 
Santi Cirillo e Metodio, propagarono tra gli 
Slavi la religione cattolica, e diedero loro, 
assieme alla liturgia, una versione slava di 
tutta la Sacra Scrittura fatta sul testo greco, 
quale era in uso a Costantinopoli. Essendo 
tale versione di data recente, ha poco va- 
lore per il critico, tanto più che le edizioni 
a stampa subirono parecchi ritocchi, e i 
codici manoscritti non furono ancora esami- 
nati. La migliore edizione fu fatta a Praga 
nel 1570. Minor valore ancora hanno al- 
cune versioni arabe fatte dopo il x secolo. 

Altre versioni fatte sull'ebraico. ■ 

Versioni siriache. — Sul fine del primo se- 
colo e prima della metà del secondo, fu 
fatta sul testo ebraico una versione siriaca 
(detta Phesitto) di rutti i libri protocanonici 
del Vecchio Testamento. I deuterocanonici 
furono tradotti posteriormente sul greco i ec- 
cettuato l'Ecclesiastico), non si sa in qual 
tempo preciso, ma certamente prima della 
metà del terzo secolo. I traduttori furono 
diversi e la traduzione dei protocanonici, 
in generale, è più semplice e più fedele di 
quella dei deuterocanonici. 

Si nota tuttavia una grande diversità tra 
libro e libro, e mentre per alcuni libri i 
traduttori si attennero fedelmente al testo 
ebraico, per altri (p. es. nei Paralip.) in- 
vece usano della parafrasi, fanno aggiunte, 
od omissioni, ecc. 

Riguardo all'origine della versione del 
Nuovo Testamento regna una certa oscurità. 
I Vangeli dovevano già essere tradotti verso 
il 160, come si arguisce da quanto narra 
Eusebio (H. E., iv, 22) di Egisippo, ma è 
incerto se questa traduzione sia da identi- 
ficarsi col Diatessaron di Taziano (composto 
verso il 150), oppure costituisca un'opera 
a parte e più antica, sulla quale sarebbe 
stato fatto il Diatessaron. È però indubitato 
che il Diatessaron dominò nella Siria fino 
al quinto secolo, e fu commentato da San- 
t'Efrem. Il testo dei quattro Vangeli sepa- 
rati ci fu conservato in due codici, che 



rappresentano probabilmente due diverse re- 
censioni di un'unica versione. Tali codici 
sono il siro curetoniano (frammenti dei Van- 
geli scoperti da Cureton in Egitto, e pub- 
blicati a Londra 1858) e il siro sinaitico 
(palinsesto contenente la maggior parte dei 
Vangeli scoperto sul Sinai dalle signore 
Agnese Smith Lewis e Margarita Dunlop 
Gibson, e pubblicato a Cambridge nel 1894 
da Bensliy, Burkitt e Harrie. Altri supj 
menti nel 1896). Ved. Vig., Dici, de la Bib.. 
t. v, col. 1912. 

Rabbuia di Edessa (411-435) per sosti- 
tuire al Diatessaron i Vangeli separati, fece 
una nuova recensione o revisione dell'an- 
tico testo dei Vangeli separati, e ritoccò 
pure sul greco la versione degli altri libri 
del Nuovo Testamento, e tale revisione è 
quella che va sotto il nome di Peshitto. 
Dapprincipio mancavano : la II lettera di 
S. Pietro, la II e III di S. Giovanni, la let- 
tera di S. Giuda e l'Apocalisse. Siccome 
però Sant'Efrem, benché ignorasse il greco, 
conosceva però tali scritti, si deve conchiu- 
dere che essi dovevano trovarsi nell'antica 
versione, e che poi furono esclusi dalla Pe- 
shitta di Rabbuia per influsso della Chiesa 
d'Antiochia, che non li conosceva. Presto 
però dovettero essere riammessi, poiché nel 
sesto secolo si trovano nella versione filos- 
seniana. 

Il più antico codice della Peshitto (vi se- 
colo) trovasi all'Ambrosiana di Milano, e fu 
pubblicato dal Ceriani (Milano 1 876-83^ . 

L'intera Bibbia siriaca fu pubblicata nelle 
Poliglotte di Parigi (1645) e di Londra 
(1657), e più recentemente a Londra nel 
1816, e spesse volte dopo. La migliore di- 
zione moderna è quella curata dai Padri 
Domenicani di Mossul (1888-92), ed è da 
augurarsi che si abbia presto un'edizione 
critica. Il Vecchio Testamento fu pubbli- 
cato da Lee (Londra 1823), i Deuterocano- 
nici furono pubblicati da Lagarde (Lipsia 
1861). Del Nuovo Testamento si hanno pa- 
recchie edizioni (Vienna 1555; Amburgo 
1664, ecc. ; Oxford 1901 ; Londra 1905). Si 
deve ancora aggiungere che il vescovo mo- 
nofisita Filosseno nel vi secolo fece fare dal 
coreposcopo Policarpo una nuova versione 
servile del Nuovo Testamento, la quale al 
principio del settimo secolo fu nuovamente 
riveduta e corretta sul greco da Tommaso 
di Charkel, da cui prese il nome di ver- 
sione charklense. 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



CAPO Vili. 

L'origine e la storia della Volgata 
latina. - Lavori preparatorii di S. Giro- 
lamo. — Sino alla fine del iv secolo la 
Chiesa latina, in mancanza di una versione 
ufficiale, non aveva usato che le versioni 
private fatte sul greco dei LXX. In queste 
versioni però si erano introdotte mende e 
varianti così numerose, che San Girolamo 
diceva (Praej. in Josue) esservi tanti esem- 
plari quanti codici. Fu merito principale di 
questo gran Santo l'aver portato rimedio a 
tanto male colla revisione dell 'itala e con 
una nuova versione dall'ebraico. Cf. Jac- 
quier, Le N. T. dans. l'Église Chrétienne, 
tom. lì, p. 166. 

Per incarico di S. Damaso (382) egli co- 
minciò a rivedere sul greco i quattro Van- 
geli (383), dando ragione nella Praefatio ad 
Damasum del metodo seguito. Più tardi 
(384-385) rivide gli altri libri del Nuovo 
Testamento (De vir. ili., 135). Uno stesso 
lavoro eseguì nel 383 sul Salterio (Praej. 
in l. Psalm.), il quale così riveduto fu su- 
bito introdotto nella liturgia romana (Psal- 
terium romanum). Cf. Vig., Dict. de la 
Bib. Vulgate. Nel 385 tornò in Oriente, e 
avendo veduto a Cesarea l'originale del- 
l'Esapla di Origene, rivide nel 386 sul testo 
esa piare l'Antico Testamento deWitala. Il 
primo libro così riveduto fu il Salterio, che 
venne subito adottato nelle Gallie (Psalte- 
rium gallicanum). 

La Volgata. — In mezzo a questi lavori 
S. Girolamo, stimolato anche dagli amici, 
concepì il disegno di fare una nuova ver- 
sione latina del Vecchio Testamento dal- 
l'ebraico (ad Aug. ep. 112, 20). Ritiratosi 
quindi nella solitudine di Betlemme, co- 
minciò nel 389 il grande lavoro colla tradu- 
zione dei libri dei re, e lo condusse a ter- 
mine nello spazio di 15 anni, dando così 
una nuova versione di tutti i libri protoca- 
nonici. Egli tradusse pure dal caldaico i 
libri di Tobia e di Giuditta, e dal greco di 
Teodozione le parti deuterocanoniche di Da- 
niele, e dal greco dei LXX le parti deute- 
rocanoniche di Ester. 

Tutte queste traduzioni di S. Girolamo 
(eccetto quella del Salterio, che non venne 
adottata per l'uso pubblico) formano la parte 
principale dell'attuale Volgata latina, la 
quale comprende inoltre il Salterio da lui 



riveduto sul testo esaplare (Psalterium gal- 
licanum), il Nuovo Testamento da lui cor- 
retto sul greco, e i cinque deuterocanonici 
(Baruch, Sapienza, Ecclesiastico, I e II 
Maccabei), i quali passarono dall'antica 
itala senza alcuna correzione. 

Tutti si accordano nel celebrare la ver- 
sione di S. Girolamo come la migliore che 
abbia prodotto l'antichità. Per la sua vasta 
cultura filosofica, teologica e storica, la sua 
perizia nelle lingue orientali, la sua compe- 
tenza negli studi scritturistici, i suoi viaggi 
nell'Oriente, e specialmente nella Pale- 
stina, e per la santità della sua vita, San 
Girolamo fu l'uomo provvidenziale per 
un'opera così grandiosa. Peritissimo nel 
latino e nel greco, aveva studiato l'ebraico 
e il caldaico sotto alcuni Rabbini, aveva 
ascoltato Apollinare a Laodicea (374), Gre- 
gorio Nazianzeno a Costantinopoli (380), 
Didimo il cieco ad Alessandria (385-86), 
aveva consultato a Cesarea l'originale delle 
Esapli di Origene, e si era procurato dai 
suoi maestri ebrei i migliori codici. Avendo 
avuto agio di esercitarsi prima in varie tra- 
duzioni, e per la fama della sua scienza 
trovandosi in relazione coi migliori uomini 
del tempo, egli possedeva tutti i requisiti 
di un valente traduttore, e il suo lavoro 
non poteva mancare di riuscire degno del 
suo autore. 

Il testo ebraico che ebbe sott'occhio, 
benché non uguale in tutto al testo masso- 
retico, si avvicinava assai più a questo che 
non al testo dei LXX o a quello del siriaco. 
Nel tradurre si attenne in generale fedel- 
mente al testo ebraico, badando però a ri- 
produrre piuttosto il senso che la mate- 
rialità della lettera (Epist. 57 ad Pamm.), 
e studiandosi di dare alla sua traduzione 
una certa eleganza (Epist. 106 ad Sun. et 
Frat.). A tal fine pose una speciale atten- 
zione alla costruzione del periodo, ridu- 
cendo a una forma rotonda le proposizioni 
staccate dall'ebraico, evitando le continue 
ripetizioni e le prolissità dell'originale, e 
sostituendo espressioni note a espressioni 
mal note o antiquate. La lingua adoperata 
è quella del tempo, e la minor purezza, che 
in essa si riscontra, è dovuta a proposito 
deliberato, per cui S. Girolamo volle con- 
servare certe espressioni letterali dell'itala, 
passate nell'uso popolare, e volle badare 
più alla chiarezza che alla correttezza delle 
sue parole (Comm. in Ezech., xl, 5). Come 
nel tradurre tenne d'occhio l'antica itala, 
così ebbe uno speciale riguardo ai LXX, e 






La Sacra Bibbia - Introduzione 



21 



non mancò all'uopo di consultare anche 
Aquila, Simmaco e Teodozione (Praef. in 
Eccle.). 

La traduzione di S. Girolamo benché ricca 
di pregi, ha però anche i suoi difetti. Tal- 
volta è oscura {Gen. xlix, 22; Is. xvm, 1), 
e tal 'altra considera come comuni i nomi 
proprii (Gen. il, 8 ; xn, 6, ecc.), e non 
manca di insistere con troppa forza sul ca- 
rattere messianico di certi testi (Is. li, 22 ; 
XI, 10; xvi, 1; xlv, 8; LI, 5, ecc.). Il 
traduttore si lasciò pure alcune volte in- 
fluenzare da leggende rabbiniche (Giosuè, 
xiv, 15; Nehem., ix, 31), e si permise di 
fare qualche piccola aggiunta al testo (Giu- 
dici, xx, 18 ; Giob. xiv, 4 ; Dan. ix, 26). 
Si deve però confessare che S. Girolamo 
stesso nei suoi commentarli non segue sem- 
pre l'interpretazione data nella sua ver- 
sione, e viene così tacitamente a ritrat- 
tarsi. 

Queste ed altre mende dovute spesso alla 
fretta con cui S. Girolamo procedeva nella 
sua traduzione (i tre libri di Salomone fu- 
rpno tradotti in tre giorni, Tobia in un 
giorno, Giuditta in una notte), non dimi- 
nuiscono il valore della Volgata, la quale 
rimarrà sempre uno dei migliori monu- 
menti lasciatici dall'antichità. 

Il lavoro di S. Girolamo non incontrò da 
principio quel favore che si sarebbe meri- 
tato (Praef. in Job.). Rufino ne fece una 
critica acerba (Apol, n, 32). Sant'Ago- 
stino con altri temeva che esso venisse a 
turbare con novità il popolo cristiano oramai 
abituato al testo derivato dai LXX (Ep. ad 
Hieron., 82, 5 e 71, 4). Egli stesso però 
verso il fine di sua vita si ricredette, e 
riconobbe i vantaggi della nuova versione 
(De Doct. chr., iv, 7, 15), la quale fu ac- 
colta con tanto plauso nelle Gallie, che 
tutti i principali scrittori di queste Chiese 
si servirono unicamente di essa nelle loro 
opere. La Chiesa di Roma procedette con 
maggior lentezza, e ancora sotto S. Gre- 
gorio Magno (f 604) si serviva di tutte e 
due le versioni latine, benché questo pon- 
tefice dichiarasse più verace (veraciorem) 
quella di San Girolamo (Praef. in Mor. ; 
Hom. x in Ezech.). A partire dal vii secolo 
la nuova versione fu adottata in tutta la 
Chiesa latina, come afferma Sant'Isidoro di 
Siviglia (f636: De off., i, 12), e l'antica 
non restò in uso che in quelle parti della 
liturgia che si cantano dal coro (Introito, 
Graduale, Offertorio, Comunione, Antifone, 
Responsorii). 



Principali codici della Volgata. — 1 

manoscritti della Volgata sono più di 30.000, 
però i principali codici onciali sono i se- 
guenti : 

Il codice Fuldese (F) del vi secolo. Con- 
tiene tutto il Nuovo Testamento, ma in- 
vece dei quattro Vangeli ha un'Armonia 
evangelica. Fu pubblicato da E. Ranke 
(Marburgo 1868). 

Il codice Amiatino (A) dell'vm secolo. 
Contiene tutta la Bibbia, eccetto Baruch. 
Trovasi a Firenze, e fu pubblicato da 
Tischendorf (Lipsia 1850-54). 

Il codice Toletano (T) dell'vin secolo. 
Contiene tutta la Bibbia, e si trova a 
Madrid. 

Il codice Cavese del ix secolo. Contiene 
tutta la Bibbia, e si trova a La Cava presso 
Napoli. 

Per gli altri codici Ved. Jacquier, Le 
N. T. dans l'Église, ecc., t. n, p. 195. 

La Volgata da S. Girolamo al Con= 
cilio di Trento. — Anche la versione di 
S. Girolamo non potè conservarsi immune 
da mende e da interpolazioni, poiché per il 
fatto stesso che durante alcuni secoli con- 
tinuarono a usarsi le antiche versioni la- 
tine, non si potè evitare che le lezioni delle 
une venissero trasportate nell'altra e vice- 
versa. Si fece quindi ben presto sentire la 
necessità di una revisione della Volgata af- 
fine di restituirne il testo quale era uscito 
dalle mani di S. Girolamo. A tale intento 
prestarono la loro opera : Ca : siodoro (480- 
560), Alcuino (735-804), Teodulfo (787-821) 
vescovo di Orléans, Lanfranco (1069-1089) 
vescovo di Cantorbery, Stefano Harding 
(f 1134), ecc. (Vedi, sulla storia della Vol- 
gata : Kaulen, Geschichte der Vulgata, Ma- 
gonza 1868 ; Berger, Histoire de la Vulgate 
pendant les premiers siècles du moyen àge, 
Parigi 1895; Chapman, Notes on the early 
history of the Vulgate Gospels, Oxford 
1908; Hastings, Dici., t. IV, p. 879; Vig.. 
Dict. de la Bib. Vulgate, dove si ha una 
ampia bibliografia ; Delisle, Les Bibles de 
Théodulphe, Parigi 1879; P. Corssen, Be- 
richt ùber die lateinischeBibeliibersetzungen 
in Iahresbericht, ecc., Lipsia 1899, quad. I, 
pag. 1-83). 

Al principio del secolo xm la fama del- 
l'Università di Parigi fece sì che il testo 
usato nelle sue scuole divenisse come tipo, 
e fosse propagato in numerosi codici. Di- 
sgraziatamente questo testo era assai cor- 
rotto, e la sua diffusione anziché diminuire 



22 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



accrebbe la confusione. Si cercò di portar 
rimedio a tanto male coi numerosi Corret- 
torii (se ne sono conservati parecchi : Cor- 
reetorium Parisiense, 1226 ; Correctorium 
Sorbonicum ; Correctorium Vaticanum. Vi 
sono poi due Correttorii dei Domenicani, 
1236, 1256, e altri dei Francescani, e dei 
Certosini, ecc.), ma i criterii seguiti nella 
loro compilazione non sempre erano tali da 
far raggiungere lo scopo, che i loro autori 
si prefìggevano. (Sul testo di Parigi e sui 
Correttorii, Vedi : P. Denifle, Archiv fiir 
Litcratur, ecc., IV, 1888. p. 263-311 e 471- 
601 ; Vig., Dict. de la Bib., Correctoires). 
Ad ogni modo è certo che lo studio di tali 
Correttorii potrebbe spesso recare giova- 
mento per emendare il testo attuale della 
Volgata. 

Coli 'invenzione della stampa le copie della 
Bibbia si moltiplicarono grandemente. La 
prima edizione del testo sacro vide la luce 
a Magonza nel 1452-1456, ed altre furono 
fatte a Magonza (1462), a Roma (1471), a 
Venezia (1475), ecc., tanto che nel se- 
colo xv si ebbero circa 100 edizioni, e più 
di 400 nel secolo xvi. In generale queste 
edizioni hanno poco valore critico, essendo 
state fatte su codici recenti. 

La prima edizione della Volgata coll'ag- 
giunta delle varianti fu fatta a Parigi nel 
1504, ad essa seguirono quella di Venezia 
(1506) e di Lione (1513). Il primo testo 
veramente emendato è quello che si trova 
nella Poliglotta di Compiuto (1517), e la 
prima edizione critica fu pubblicata a Parigi 
nel 1528 da Roberto Stefano, e venne ri- 
pubblicata con maggior perfezione nel 1538- 
1540. Quest'ultima edizione servì di base a 
quella assai migliore pubblicata a Lovanio 
nel 1547 da Giovanni Hentenio, e riprodotta 
successivamente 26 volte, e perfezionata 
ancora da Luca di Bruges (1556). Fra le 
varie edizioni di Lovanio la migliore è quella 
del 1583, della quale si servirono i corret- 
tori romani. 

In questo stesso tempo si ebbero nuove 
traduzioni latine fatte sull'ebraico e sul 
greco. Basti citare i nomi di Erasmo (1516), 
di Agostino Steuco (1529), di Isidoro Cla- 
rius (1542), di Sante Pagnini (Lione 1526 e 
spesso), di Gaetano (Roma 1531 e ss.), ecc., 
e fra i protestanti quelli di Andrea Osian- 
der (1522), di Sebastiano Mùnster (1534 e 
seguenti), di Leone luda (1543), ecc. 

La Volgata e il Concilio di Trento. — 

Nel secolo xvi si avevano quindi parecchie 



versioni latine diverse le une dalle altre, e 
dalla versione di S. Girolamo, il che non 
mancava di dar luogo a gravissimi inconve- 
nienti. Per ovviare a questi, il Concilio di 
Trento nella sua IV sessione dichiarò che 
fra tutte le versioni latine, che andavano in 
giro, dovesse riconoscersi come autentica 
la vecchia Volgata latina, consacrata nella 
Chiesa dall'uso fattone per molti secoli, e 
che tale versione si dovesse adoperare nelle 
pubbliche lezioni, predicazioni, ecc., e a 
niuno fosse lecito per qualsiasi motivo di 
rigettarla. Siccome però il Concilio sapeva 
che le copie della Volgata allora diffuse con- 
tenevano numerose mende, stabilì che se 
ne dovesse fare un'edizione il più possibile 
corretta, e pregò il Papa di volersene inca- 
ricare. 

Terminato il Concilio, Pio IV (1559-65) 
nominò a tal fine una Commissione di Car- 
dinali, tra cui il Cardinal Sirleto, ma il 
lavoro procedette lentamente sotto il suo 
pontificato e sotto quello dei suoi due suc- 
cessori S. Pio V e Gregorio XIII (1566-85). 
L'attività di Sisto V (1585-90) condusse a 
termine la grande impresa, e nell'aprile 
del 1590 fu pubblicata la così detta editio 
sixtina. Questa edizione non corrispose però 
all'aspettazione, e data la morte di Sisto V 
sopravvenuta nell'agosto dello stesso anno, 
è pure incerto se la costituzione Aeternus 
Me, che la precede, abbia avuto forza ob- 
bligatoria, e sia stata debitamente promul- 
gata. Secondo Bellarmino lo stesso Ponte- 
fice sarebbe stato malcontento della sua 
edizione, e avrebbe voluto farne un'altra, 
se non ne fosse stato impedito dalla morte. 
Checché sia di ciò, è certo che il suo suc- 
cessore Gregorio XIV (1590-91) nominò una 
nuova Commissione di Cardinali e di Teo- 
logi, ai quali affidò la correzione della 
Volgata Sistina. Il lavoro procedette assai 
speditamente, essendoché tutto era già pre- 
parato, e Clemente VIII (1592-1605), ser- 
vendosi specialmente dell'opera di Fr. To- 
leto, potè sul fine del 1592 pubblicare in 
Roma l'edizione definitiva (editio Clemen- 
tina) col titolo : Bibbia Sacra Vulgatae 
editionis Sixti V Pont. Max. jussu reco- 
gnita atque edita. Le correzioni latte al- 
l'edizione di Sisto V sono più di tremila, 
ed è indubitato che sotto l'aspetto critico la 
nuova edizione supera di molto la prece- 
dente. 

Anche nell'edizione clementina incorsero 
però diversi errori di stampa, i quali ven- 
nero corretti nelle edizioni del 1593 e 1598, 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



23 



cosicché l'edizione del 1598 è provvista di 
tre errata-corrige. Nelle edizioni posteriori 
al 1604 il titolo fu modificato nel modo 
seguente : Biblia Sacra Vulgatae editionis 
Sixti V Pont. Max. jussu recognita, et Cle- 
mentis Vili auctoritate edita. L'edizione 
Sisto-Clementina fu prescritta come tipo di 
tutte le future edizioni della Volgata, e in 
essa non si deve introdurre alcun muta- 
mento, tranne la correzione dei manifesti 
errori di stampa. 

Con ciò non si vuol affermare che la 
Bibbia Sisto-Clementina sia assolutamente 
perfetta, e ci abbia dato il testo genuino 
quale uscì dalle mani di S. Girolamo. Nella 
prefazione infatti si dice apertamente il con- 
trario, e si indicano le ragioni, per cui alle 
volte non si sono fatte alcune correzioni, 
che pure si sarebbero credute da farsi, e 
d'altra parte si ebbe solo intenzione di dare 
il testo di S. Girolamo, e non già di cor- 
reggere i suoi sbagli. Non è quindi a mera- 
vigliarsi che anche dopo tali disposizioni 
alcuni abbiano raccolto le varie lezioni della 
Volgata, le quali potranno essere molto utili 
per una futura nuova correzione. (Così fe- 
cero p. es. : Luca di Bruges, Romanae cor- 
rectionis... loca insigniora observata, Ant- 
werpiae 1601, 1603; Bukentop, Lux de 
luce, Bruxelles 1706, e specialmente Ver- 
cellone, Variae lectiones Vulgatae latinae, 
Roma 1860-1864. Nel 1889 gli Anglicani 
I. Wordsv/orth e I. Withe cominciarono la 
pubblicazione di un Nuovo Testamento col- 
l'aggiunta delle varie lezioni). Il lavoro a 
tal uopo cominciato dal P. Vercellone, e 
rimasto incompiuto per la morte dell'au- 
tore, fu ripreso- recentemente dai Benedet- 
tini, ai quali venne affidato dal Papa Pio X 
con lettera dell'I 1 dicembre 1907. Scopo di 
tali ricerche è di restituire, per quanto è 
possibile, il testo primitivo della versione 
di S. Girolamo. Il lavoro sarà lungo, e ri- 
chiederà molto tempo per essere condotto a 
termine, stantechè il numero dei Mano- 
scritti della Volgata è grandissimo (più 
di 30.000). 

Attualmente le migliori edizioni cattoliche 
della Volgata sono quelle pubblicate da 
Hetzenauer, Biblia sacra Vulgatae editionis 
ex ipsis exemplaribus Vaticanis inter se 
atque cum indice errorum corrigendorum 
collatis, critice edidit, Oeniponte 1906, e 
quella di Grammatica, Bibliorum sacrorum 
nova editio, Milano 1914. Sulla storia del- 
l'edizione Sistina e dell'edizione clementina 
della Volgata, Ved. Baumgarten, Die Vul- 



gata Sixtina von 1590 und ihre Einfiihrung- 
sbulle, Mùnster 1911; Le Bachelet, Bel- 
larmin et la Bible Sixto-Clementine, Paris 
1911 ; Fridolin Amann, Die Vulgata Sixtina 
von 1590, Freiburg in Br. 1912; Hilde- 
brand Hoepfi, Beitrdge zur Geschichte der 
Sixsto-Klement Vulgata, 1913; Bibl. Stu- 
dien, xviii, 1-3, ecc. ; Grammatica, Delle 
edizioni della Clementina, Monza 1912. 

L'autenticità della Volgata. — Il 

Concilio di Trento dichiarando autentica la 
Volgata latina, non ha per nulla negato la 
autenticità dei testi originali e delle antiche 
versioni, e neppure ha voluto affermare che 
la Volgata sia loro superiore. Infatti il de- 
creto non parla che delle versioni latine, e 
il Concilio, come dice il Card. Pallavicini 
(Storia del Concilio di Trento, vi, 17), non 
ebbe mai intenzione di mettere la Volgata 
sopra i testi ebraico e greco, o d'impedire 
che gli esegeti potessero ricorrere a questi 
testi, quando lo giudicassero necessario per 
una più completa intelligenza della Sacra 
Scrittura. La stessa cosa affermano parecchi 
Teologi che furono presenti al Concilio, 
quali Salmeron (Comm. in Evang. hist., 
Proleg. in), Andrea Vega (De Iustiflcatione, 
xv, 9), Laynez (presso Mariana, Pro Vul- 
gata, 21), Payva de Andrada (Defensio fldei 
Tridentinae, iv), e Fr. Forer, il quale ul- 
timo durante il Concilio tradusse Isaia dal- 
l'Ebraico in latino, e dedicò al Concilio la 
traduzione. In ciò si accordano anche i 
Teologi e gli scrittori più recenti (Ved. Ver- 
cellone, Sulla autenticità delle singole parti 
della Bibbia Volgata secondo il decreto Tri- 
dentino, Roma 1866 ; Franzelin, De div. 
Trad. et Script., th. XIX ; Mazzella. De Viri. 
in/., disp. iv, art. 6; Hurter, Theol. Dogm., 
t. i, tract. 3, cap. 3 ; Coraely, Introd. in 
U. T. lib. sac., t. i, p. 460 e ss. ; Vigouroux, 
Man. Bibl. t. i, n. 155; Mader, Introd. gen. 
al V. e al N. 7\, p. 261, ecc.), e la loro sen- 
tenza trova una conferma autentica nelle 
esortazioni dei Romani Pontefici allo studio 
dell'ebraico e del greco. 

Parimenti il Concilio non ha per nulia 
voluto dichiarare la Volgata immune da 
qualsiasi errore o menda, che non tocchi 
la fede e i costumi. Ciò apparisce chiaro 
dalla storia del decreto (Pallavicini, Storia 
del Conc. di Trento, vi, 15 e ss.) e dalla 
testimonianza dei teologi sopracitati, che fu- 
rono presenti al Concilio, e dalla lettura 
della stessa Volgata, nella quale in parecchi 
testi paralleli si incontrano tali divergenze 



24 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



di nomi, di numeri, e di altre piccole cose 
non attinenti alla fede e ai costumi, che è 
necessario ammettere un errore nell'uno o 
nell'altro testo. Ved. p. es. : li Re, vi, 23 
e xxi, 8; IV Re, li, 26 e II Par. xxm, 
2, ecc. 

Il Concilio quindi, col suo decreto sul- 
l'autenticità della Volgata, ha semplicemente 
dichiarato, che la Volgata costituisce una 
vera e genuina fonte della rivelazione, per 
modo che non solo essa non contiene alcun 
errore per ciò che riguarda la fede e i 
costumi, ma ancora esprime fedelmente 
quanto alla sostanza tutta la parola di Dio 
scritta. Autentico infatti presso i giuristi 
vien detto quello scritto che fa fede e auto- 
rità, e la cui testimonianza non può essere 
rigettata. Scritto autentico per eccellenza è 
quindi l'autografo, ma anche la copia di un 
autografo è autentica, quando essa sia con- 
forme all'originale, e se la conformità col- 
l'originale venga dichiarata dalla legittima 
autorità, allora la copia gode di un'autenti- 
cità pubblica e officiale. Ora a quella stessa 
guisa che la pubblica autorità può dichia- 
rare autentica la copia di un originale, può 
ancora dichiarare autentica una traduzione, 
la quale renda fedelmente il senso dell'ori- 
ginale. Così ha fatto il Concilio di Trento 
per riguardo alla Volgata. Considerando che 
questa versione da parecchi secoli era en- 
trata nell'uso liturgico e dogmatico della 
Chiesa, e che d'altra parte la divina Prov- 
videnza non poteva permettere che la Chiesa 
per tanti secoli usasse una versione con- 
taminata da errori perniciosi, o non con- 
forme, quanto alla sostanza, col testo ori- 
ginale, il Concilio dichiarò autentica la 
Volgata, nel senso che essa rende fedel- 
mente quanto alla sostanza il testo origi- 
nale, e perciò non contiene alcun errore in 
quel che riguarda la fede e i costumi, e i 
fedeli possono servirsi di essa con tutta 
tranquillità senza alcun pericolo. 

Similmente considerando i gravi incon- 
venienti che nascevano dall'uso pubblico di 
diverse versioni latine, e i grandi vantaggi 
che sarebbero derivati dall'uso di una sola 
versione ufficiale, il Concilio impose a tutti 
l'uso esclusivo della Volgata nelle pub- 
bliche lezioni, dispute, predicazioni, ecc., 
dichiarando che nessuno per qualsiasi pre- 
testo dovesse ardire o presumere di riget- 
tarla. Per una più ampia e particolareggiata 
spiegazione del decreto Tridentino, e in- 
torno alla questione se questo decreto sia 
dogmatico o disciplinare, oppure, come è 



più probabile, l'uno e l'altro assieme, vedi : 
Franzelin, De divina Traditione et Scriptum, 
4 a ed., Roma 1896, p. 483 e ss. ; Bainvel, 
De Scriptum Sacra, Parigi 1910, p. 181 
e ss. ; Vercellone, Sulla autenticità delle 
singole parti della Bibbia Volgata, Roma 
1866 ; Bonaocorsi, Questioni Bibliche, Bo- 
logna 1904 ; Mader, op. cit. ; Cornely, op. 
cit. ; Chauvin, Lecons d'Introduction gene- 
rale aux divines Écritures, Parigi 1904, pa- 
gina 366 e ss., ecc. 



CAPO IX. 

Versioni della Volgata. — Non è pos- 
sibile numerare tutte le versioni della Vol- 
gata nelle lingue volgari, e perciò basterà 
accennare brevemente alle principali cat- 
toliche. 

Nell'Inghilterra le prime traduzioni del 
Salterio e dei Vangeli rimontano all'vin- 
ix secolo, e le traduzioni di tutta la Bibbia 
sono dei secoli xm-xiv. La versione usata 
dai cattolici è quella dell'Alien pubblicata 
per il Nuovo Testamento a Reims nel 1582 
(The Reims Testament), e per il Vecchio 
Testamento a Douay nel 1609-10 (Douay 
Version). Questa versione fu riveduta e 
corretta da R. Challoner nel 1750, e nei 
tempi più recenti da Kenrick. 

Le prime traduzioni tedesche di alcuni 
libri della Bibbia furono fatte nell'vin se- 
colo, e l'intera Scrittura fu tradotta nei 
secoli xn-xiv. La prima Bibbia tedesca fu 
stampata nel 1462, e prima del 1520 se ne 
contano in Germania più di 24 edizioni. Per 
opporsi alle versioni protestanti, i cattolici 
intrapresero parecchie traduzioni. Basti ac- 
cennare a quelle di Beringer (Strasburgo 
1526) e di Emser (Dresda 1527) per il 
Nuovo Testamento, e a quelle di Giovanni 
Eck (Ingolstadt 1537) e di Uhlemberg (Ma- 
gonza 1524 e spesso sino alla fine del se- 
colo xvn) per il Vecchio e il Nuovo Testa- 
mento. Nel secolo xvm fu fatta un'altra 
versione da Braun (Augsburg 1788), la 
quale venne corretta da Feder (Nùrnberg 
1830), e divenne come base della versione 
curata da Allioli (Landshut 1830 e spesso) 
e riveduta da Arndt (Ratisbonal899). Un'al- 
tra versione fu curata da Loch e Reischl 
(Ratisbona 1818, 4 a ediz., 1899), ed è pure 
pregevole per il Nuovo Testamento la ver- 
sione di Weinhart (Monaco 1865, 2 a ediz., 
Friburgo in B. 1899) e per i Vangeli la ver- 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



25 



sione di Dimmler (Gladbach, Volksverein- 
sverlag 1911-12). 

/ Francesi posseggono parecchie ver- 
sioni della Bibbia, e le prime traduzioni del 
Salterio sono del 1100. La prima traduzione 
completa di tutta la Scrittura fu pubblicata 
da Rely a Parigi nel 1487, e di essa furono 
fatte ben 16 edizioni tra il 1487 e il 1545. 

La versione di Giac. Le Fèvre d'Etaples 
(Parigi 1523-1528) fu messa all'Indice, ma 
Nic. de Leuze e Fr. van Larben la corres- 
sero, e la pubblicarono di nuovo a Lovanio 
nel 1550. Anche il Nuovo Testamento dei 
giansenisti Antonio e Isacco Le Maistre e 
Arnauld fu condannato dalla Chiesa. La più 
celebre traduzione francese è quella di Luigi 
Isacco Le Maistre (Parigi 1672-85), con- 
dannata da Clemente XI, ma poi corretta e 
commentata da Calmet (Parigi 1706 e ss.), 
e da de Carrières (Parigi 1712 e ss.), e ri- 
pubblicata da Vence (1748-50) e da Rondet 
(1763-73), ecc. 

Tra le versioni più recenti vanno ricordate 
quelle di Genoude (Parigi 1820-24), di 
Glaire (Parigi 1871-73, 4 a ediz., 1902), di 
Bourasse e Janvier (Tours 1865, 5 a ediz., 
1893), di Vivier (Parigi 1892 e ss.), e la 
riproduzione corretta del Sacy nella Sainte 
Bible di Fillion (Parigi 1899-1904). 

I Francesi hanno pure parecchie versioni 
fatte direttamente sui testi originali. Ricor- 
deremo solo quelle di Crampon (Tournay 
1894 e ss.) e di Boisson (Lione 1900), e per 
il Nuovo Testamento quella edita da Bloud 
a Parigi. 

La prima traduzione Olandese vide la 
luce nel 1475, poi venne corretta da Van 
Wingh (Lovanio - 1548), e fu ritoccata di 
nuovo ed emendata dai Teologi di Lovanio 
(Anversa 1599). Se ne fecero in seguito 
molte ristampe usate ancora attualmente. La 
versione di T. Beelen (Lovanio 1859-1882) 
non fu terminata. 

Nella Spagna la prima versione fu fatta 
circa il 1270, e la prima edizione a stampa 
vide la luce a Valenza nel 1478. Vanno pure 
ricordate le versioni di Fil. Scio de S. Mi- 
guel (Madrid 1794), e di Fr. Torres Amat 
(Madrid 1823). 

L'Italia ebbe pure fin dal trecento la sua 
versione della Bibbia dovuta a varii tradut- 
tori toscani, tra i quali il Cavalca. Questa 
versione fu pubblicata in quasi tutta la 
sua purezza a Venezia nell'ottobre del 1471 
da Nic. Jenson, e fu ristampata dal Negroni 
negli anni 1882-87 a Bologna. Un cattivo 
rifacimento dell'antica versione fu pubbli- 



cato a Venezia nell'agosto del 1471 dal 
monaco Malermi (1422-1481), coi tipi di 
Vendelino da Spira, e di questo rifacimento 
si hanno più di 40 edizioni dal 1471 al fine 
del secolo xvi. 

Il P. Marmocchino pubblicò a Venezia 
nel 1538 una nuova versione fatta sui testi 
originali, la quale venne ristampata a Ve- 
nezia nel 1546. Lasciando da parte le ver- 
sioni dal francese della Bibbia di Sacy (Ge- 
nova 1787-1792) e della Bibbia di Vence 
(Milano 1830-35), si deve far menzione del- 
l'ottima versione, arricchita di pregevoli 
commenti, fatta da Mons. Martini Arcive- 
scovo di Firenze (1720-1809), la quale ebbe 
numerosissime edizioni fino ai giorni nostri. 
Benché non scevra di difetti, tale versione 
ha iì merito di una grande purezza di 
lingua, e di esprimere in generale assai 
fedelmente il senso dell'originale. Nella 
nuova edizione da noi intrapresa si è cer- 
cato di renderla più spigliata e più lette- 
rale, tenendo conto dei progressi che si 
sono verificati anche in questo campo del- 
l'umano sapere. 

L'Ugdulena (1815-1871) aveva cominciata 
una nuova pregiatissima versione sui testi 
originali, ma l'opera restò incompiuta, e 
non furono pubblicati che i due primi vo- 
lumi contenenti i libri storici (Palermo 
1859-1862). 

Una versione di tutto il Nuovo Testa- 
mento fu pure pubblicata dal P. Curci 
(Napoli 1879-80), e tra le versioni parziali 
vanno ricordate quelle di Bernardo De 
Rossi (Salmi, Ecclesiaste, Giobbe, Pro- 
verbi, Treni), di N. Tommaseo (Vangeli, 
Prato 1873), di Patrizi (Cento Salmi, Roma 
1875), di Padovani (I Salmi, incompleto), 
di Minocchi, e fra tutte la versione dei 
Vangeli e degli Atti curata dalla Pia So- 
cietà di S. Girolamo. 

Fra i protestanti italiani ebbe una certa 
voga la versione di Antonio Bruccioli 
(4/ 1554) fatta sui testi originali (Venezia 
1530 e ss.), o meglio sulla loro traduzione 
latina di Sante Pagnini. Essa però fu presto 
soppiantata dalla versione del calvinista 
Diodati (— 1649), la quale è ancor oggi 
adoperata dai protestanti e viene diffusa 
dalla Società bibblica di Londra. (Cf. Efisio 
Siotto-Pintor. Commentario sulla S. Bibbia 
tradotta da G. Diodati, Cagliari 1857 ; Ce- 
raseto, Istituì. Bibl., voi. vìi, p. 353 e ss.). 

Sulle versioni italiane della Bibbia vedi 
quanto ha scritto Mons. Carini nel primo 
volume (pag. 263-330) della traduzione 



26 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



italiana del Manuale Biblico del Vigouroux 
(S. Pier d'Arena 1901) e Vig., Dict. Bibl. 
Italiennes (versions). 



CAPO X. 

Le Poliglotte. — Alla interpretazione 
della Scrittura giovano assai le Poliglotte, 
ossia quelle Bibbie che presentano all'occhio 
i testi originali con accanto la maggior parte 
delle versioni antiche. Le grandi Poliglotte, 
che hanno un particolare merito scientifico, 
sono le quattro seguenti : 

1° Quella di Compiuto (Alcalà) fatta a 
spese del Card. Ximenes, e stampata nel 
1514-17, ma non pubblicata che nel 1522. 
Consta di sei volumi e contiene per il 
Vecchio Testamento il testo ebraico, la Vol- 
gata latina, i LXX con la versione interli- 
neare latina, la parafrasi caldaica (del Pen- 
tateuco) di Onkelos, con la versione latina, 
e per il Nuovo Testamento il greco e il 
latino. Nel volume quinto si aggiunge un 
vocabolario ebraico e caldaico e nel sesto un 
vocabolario greco. 

2° La Poliglotta di Anversa o Regia, 
fatta a spese di Filippo II re di Spagna, fu 
pubblicata presso il Plantin ad Anversa nel 
1569-72 per cura specialmente di Ben. Arias 
Montano, Andrea Mario, Fr. Luca di Bru- 
ges. Consta di otto volumi, e contiene per 
il Vecchio Testamento l'ebraico, il caldaico 
(con versione latina), il greco (con versione 
latina) e il latino, e per il Nuovo Testa- 
mento il greco, il latino, il siriaco (con ver- 
sione latina) con lettere siriache e con 
trascrizione ebraica. Si aggiungono varii 
trattati di antichità sacre, ecc. 

3° La Poliglotta di Parigi. Fu pubbli- 
cata a Parigi nel 1629-1645 a spese di Mi- 
chele Le Jay, e per cura di Giov. Morino 
e dei due Maroniti Gabriele Sionita, e 
Abramo Echellensis. Consta di dieci vo- 
lumi, e oltre ai testi della Poliglotta di An- 
versa, contiene il Pentateuco samaritano 
(con versione latina), e tutta la Bibbia si- 
riaca e araba. Nell'esterno è la migliore 
edizione, non così nell'interno, poiché non 
riproduce né l'edizione Sistina dei LXX, né 
l'edizione Clementina della Volgata, ma si 
contenta di riprodurre il testo della Poli- 
glotta di Anversa. 

4° La Poliglotta di Londra o di Walton. 
Fu pubblicata a Londra nel 1653-57 da 
Brian Walton in sei volumi, l'ultimo dei 



quali contiene l'apparato critico per i testi 
contenuti nei primi cinque volumi. Oltre 
ai testi e alle versioni della Poliglotta di Pa- 
rigi (editi con maggior cura), si danno : la 
versione etiopica dei Salmi, del Cantico dei 
Cantici, e del Nuovo Testamento ; la ver- 
sione persiana del Pentateuco e dei Vangeli ; 
e due Targumim. Nel 1669 vi furono ag- 
giunti da E. Castell due volumi contenenti 
il Lexicon heptaglotton. Fra tutte le poli- 
glotte questa è la migliore. 

Poliglotte minori e più recenti sono : 
quella edita dai protestanti Stier e Theile 
(Polyglotten-Bibel, Bielefeld 1847 e ss.) in 
quattro lingue per il Vecchio Testamento e 
in tre per il Nuovo Testamento (ebraico, 
greco, Volgata latina, e versione di Lutero), 
e quella pubblicata da Vigouroux {La 
St. Bible Poliglotte, Parigi 1900-1909) pure 
in quattro lingue per il Vecchio Testamento 
e tre per il Nuovo Testamento (lo stesso 
ebraico della Poliglotta di Stier e Theile, 
il greco, la Volgata, la versione francese 
del Glaire). 

Assieme alle Poliglotte giovano pure 
grandemente all'interpretazione della Scrit- 
tura, le Concordanze, i Dizionarii, le En- 
ciclopedie. 

La prima Concordanza fu fatta dal car- 
dinale Ugone di S. Caro (-J- 1263) sulla 
Volgata, essa venne poi adattata alla Vol- 
gata Clementina da Luca di Bruges (An- 
versa 1617), e da questa edizione dipen- 
dono le varie edizioni moderne, le migliori 
delle quali sono quelle di H. Phalesius 
(Vienna 1825), di Dutripon (Parigi 1838), 
di G. Tonini (Prato 1861), di M. Bechis 
(Torino 1887), di de Raze e de Lachaud 
(Lione 1851), di Peultier, Etienne, Gantois 
(Parigi 1906). 

Per il testo ebraico vi sono le Concor- 
danze di I. Fùrst (Lipsia 1840) e di Man- 
delkern (Lipsia 1896, edizione ridotta 1900), 
e per il testo dei LXX quelle di Abr. Tro- 
mius (Amsterdam 1718), e di Edw., Hatch 
and H. A. Redpath (Oxford 1892 e ss.) e 
per il Nuovo Testamento greco quelle di 
C. H. Bruder (Lipsia 1842, ed. 4 a 1888) e 
di Mculton (Edinburgh 1899). 

Fra i Dizionari vanno ricordati, per 
l'ebraico quelli di Sante Pagnini (Thesaurus 
linguae sanctae, Lione 1529), di Genesius 
(Thesaurus linguae heb. e chald., Lipsia 
1835-53; Lexicon manuale, 2' ediz., Lipsia 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



27 



1847, edizione cattolica curata da Drach, 
Parigi 1848 ; Hebr. aram. Handwòrterbuch, 
15 a ed., Lipzia 1910, traduzioni inglesi fatte 
da Ed. Robinson, Boston 1871, e da Brown, 
Driver, Briggs, Oxford 1906), di I. Fùrst 
(3 a ed., Lipsia 1876), e di Kònig (Lipsia 
1910) e di Scerbo (Firenze 1912). 

Per le parafrasi caldaiche vi è il Lexicon 
chald. talm, rabb. di G. Buxtorf (Basilea 
1639 ; Lipsia 1865) e quello di Levy (Lipsia, 
3 a ediz., 1881). 

Per il testo dei LXX vi è il Lexicon in 
LXX et reliquos interpretes graecos. V. T. 
(Lipsia 1820) di Fr. Schleusneri, e l'opera 
analoga di Biel. 

Per la Volgata si hanno quelli di Weite- 
nauer (Lexicon Biblicum Vulgatae, Vienna 
1758), di Kaulen {Handbuch zur Vulgata, 
2* ediz., Friburgo in B. 1904). 

Per il siriaco vi sono quelli di Castelli 
(Lexicon Syriacum, Gottinga 1787), di 
Brun (Dict. syriac, Beirut 1895), e di 
Payne Smith (Thesaurus syriacus, Oxford 
1879, 2 a ediz. 1901). 

Per il Nuovo Testamento si hanno : 
Bretschneider, Lexicon manuale (3 a ediz., 
Lipsia 1840) ; A. Wahl, Clavis, N. T. philol. 
(3* ediz., Lipsia 1840) ; Grimm., Lexicon 
greco-lai. (3 a ediz., Lipsia 1888) ; Cremer, 
Wòrterb. der Neutest. Graecitàt (Gotha, 
6 a ediz., 1914); Wilke, Lexicon graeco-lat., 
edito da Loch (Ratisbona 1858) ; Grimm- 
Wilke, Clavis Nov. Test. (4 a ediz., Lipsia 
1903) ; Zorell, Nov. Test. Lexicon graecum 
(Parigi 1911), e il Dizionario greco-inglese 
del Thayer (3 a ediz., Edimburgo 1893), e 
quelli greco-tedeschi del Preuschen (Gies- 
sen 1908), e dell'Ebeling (Lipsia 1913). 

Fra le grandi Enciclopedie vanno ri- 
cordate quelle cattoliche edite a Parigi presso 
Létouzey et Ané : Dictionnaire de la Bible, 
completo in 5 volumi, Dictionnaire de Theo- 
logie Catholique, Dictionnaire d'Archeo- 
logie e de Liturgie, Dictionnaire d'Hisioire 
Ecclésiastique, in corso di pubblicazione ; 
come pure il Dictionnaire apologétique de 
la Foi catholique, che va pubblicandosi a 
Parigi presso Beauchesne. 

Si devono pure ricordare : il Kirchen- 
lexicon (Herder, Friburgo in B.), la The 
Catholic Encyclopedia inglese, il Lexicon 
Biblicum e Realia Biblica pubblicati da 
Hagen (Parigi 1905-1914). 

Sono protestanti : Hasting's, Dictionary 
of the Bible; Dictionary of Religion and 
Ethics. ; Dictionary of Christ and the 



Gospels; Dictionary of the Apost. Church. ; 
Macmillan, Encyclopaedia Biblica; Iewish 
Encyclopaedia ; Real-Enzyklopàdie fùr pro- 
testantische Theologie u. Kirche v. Herzog. 

Numerose sono le Introduzioni alia 
Sacra Scrittura, e fra gli autori cattolici 
recenti, che hanno trattata la materia, vanno 
ricordati : Ianssens (H ermeneutica Sacra, 
Leodii 1818, parecchie edizioni anche re- 
centi); Glaire (Introd. aux liv. de VA. et 
du N. T., Parigi 1843) ; Scholz (Einleitung, 
Colonia 1845) ; Danko (Historia Revelatio- 
nis V. et N. T., Vienna 1862-67) ; Hane- 
berg (Geschichte der biblischen offenbarung, 
4 a ediz., Ratisbona 1876; Lamy (Introducilo, 
5 a ediz., Malines 1893) ; Trochon et Le- 
sètre (Introd. à l'étude de l'Éc. Sainte 
(Parigi 1889-90); Ubaldi (Introd. in S. S., 
Roma 1877-82) ; Kaulen (Einleitung, Fri- 
burgo in B. 1873, 5 a ediz. 1911-13) ; Kaulen 
(Kurzes bibl. Handbuch, Friburgo in B. 
1897 e ss.) ; Corr.ely (Introd. gen., Intro- 
ductio specialis, 4 voi., Parigi, 2 a ed. 1894- 
97); Cornely-Hagen (Compendium dell'o- 
pera precedente ritoccato e ampliato, Pa- 
rigi 1914, 8 a ediz.) ; Vigouroux-Bacuez- 
Brassac (Manuel Biblique, 4 voi., 14 a ed., 
Parigi 1917 e ss.) ; Brilli (Bibelkunde, Fri- 
burgo in B. 1910) ; Dondero (Institutiones 
Biblicae, Genova 1904, 3 a ediz.) ; Celimi 
(Propedeutica Biblica, 3 voi., Ripatransone 
1908-1909) ; Seisenberger (Einfiihrung in 
die hi. Schrift, Ratisbona 1909, 6 a ediz.) ; 
Mugica (Introd. part. in Utr. Test., Pa- 
lencia 1902); Mader (Allg. Einl. in d. Alte 
u. Neue Tets., Munster 1908) ; Fell (Allg. 
Einl. in d. Alte Test., Paderborn 1906) ; 
Telch (Introd. gen. in S. Script., Ratisbona 
1908) ; Gigot (General Introduction to the 
Study of the Holy Scriptures, New York 
1903, 4 a ediz. ; Special Introduction to the 
Study of the O. T., 2 voi., 2 a ediz., 1903- 
1906) ; Zschocke (Historia Sacra V. 7\, 
5 a ediz., Vienna 1903) ; Schòpfer (Geschicte 
des A. T., 4 a ediz., Brixen 1906); Pelt 
(Hist. de VA. Test., 5 a ed., Parigi 1907) : 
Martinetti (Manuale Int. in S. Script.. 4* 
ediz., Roma 1909) ; Cereseto (Istituzioni Bi- 
bliche. Introduzione generale a tutti i libri 
della S. Scrittura. Introduzione speciale al 
Pentateuco, Testi e versioni antiche, ecc., 
Genova 1892-1902) ; Nogara (Nozioni Bi- 
bliche, Milano 1912), ecc. 

Scrissero speciali Introduzioni al Nuovo 
Testamento, tra gli altri : Maier (Friburgo 
in B. 1852) ; Langen (Friburgo in B. 1868) ; 



28 



La Sacra Bibbia - Introduzione 



Aberle e Schanz (Friburgo in B. 1877); 
Trenkle (Friburgo in B. 1897) ; Schàfer 
(Paderborn 1898, 2* ed. curata da Meinetz, 
1913): Belser (Friburgo in B. 1901, varie 
edizioni) ; Gutjahr (Graz 1912) ; Babura 
(Esztergon 1910), Jacquier (Hist. des livr. 
du N. T.. Parigi 1903-1910; Le N. T. dans 
l'Église, ecc., 1911-1913), Hòpfl (Subiaco 
1915), ecc. 

Fra le principali Introduzioni protestanti 
si possono menzionare : Bleek-Wellhausen, 
Einleitung in das Alte Testament (Berlino 
1893) ; Cornili, Einleitung in die kanonischen 
Biicher des Alien Testaments (Tubingen 
1908) ; Driver-Rothstein, Einleitung in die 
Literatur des Alien Testament (Berlino 
1896) ; Driver. An Introduction to the Li- 
teratur of the Old Test. (8 a ediz. 1900) ; 
Holzinger, Einleitung in den Hexatheuch 
(Freiburg in B. 1893) ; Kònig, Einleitung 
in das Alte Testament (Bonn 1893) ; Reuss, 
Die Geschichte der Heiligen Schrijten Alien 
Testament (Braunschweig 1890); Steuer- 
nagel, Einleitung in das Alte Testament 
(Leipzig 1912) ; Strack, Einleitung in das 
Alt. Test. (Munchen 1906); Weber, Kurz- 
gefasste Einleitung in die heilige Schrijten 
Alien und Neuen Testament (Munchen 

1907) ; Wildeboer-Risch, Die Literatur des 
Alien Testaments (Gottingen 1905), ecc. 

Hanno scritto speciali Introduzioni al 
Nuovo Testamento : Iùlicher, Einleitung in 
das N. T., (Tubingen 1906) ; Zahn, Ein- 
leitung in das N. T. (Leipzig, 2 a ed., 1900) ; 
Godet, Introd. au N. T. (Neuchàtel 1905) ; 
Harnack, Beitràge zur Einleitung in das 
N. T. (Leipzig 1907) ; Lietzmann, Handb. 
rum. N. T. (Tubingen 1907) ; Schlatter, 
Erlauterungen zum N. T. (Munster 1908) ; 
I. Weiss. D. Schrijten des N. T. (Gottingen 

1908) ; B. Weiss, Einleitung in das N. T. 
(Berlino 1907) ; Gregory, Einleitung in das 
N. T. (Leipzig 1909) ; Davidson : Intro- 
duction to the Study of the New Testament 
(Londra 1894), ecc. 

È chiaro che tutte le opere protestanti 
contengono più o meno errori, e quindi 
vanno consultate con grande prudenza, te- 
nendo sempre a mente che la vera inter- 
pretazione delle Scritture non si trova che 
nella Chiesa cattolica, apostolica, romana. 



Fra i periodici cattolici che si occu- 
pano specialmente di studi biblici, vanno 
ricordati : la Revue Biblique (Parigi 1892 
e ss.), i Biblische Studien (Friburgo in B. 
1895 e ss.), la Biblische Zeitschrift (Fri- 
burgo in B. 1903 e ss.), le Alttestamentliche 
Abhandlungen (Munster 1908 e ss.) e le 
N eutestamentliche Abhandlungen (Munster 
1908 e ss.). 

Tra le opere di Archeologia, Storia, 
Geografia, ecc., vanno ricordate : Dhorme, 
Choix de textes cunéiformes (Paris 1907) ; 
Deimel, Vet. Test. Chronologia monumentis 
bab-ass., illustrata (Roma 1912) ; Deimel, 
Enuma Elis sive Espos. babyl. de creatione 
(Roma 1912) ; Szczepanski, Geographia Pa- 
laest. ant. (Roma 1912) ; Vincent, Canaan 
d'après l'exploration recente (Paris 1907) ; 
Iaussen, Coutumes des Arabes au pays de 
Moab. (Paris 1903) ; Lagrange, Études sur 
le Religions sémitiques (Paris 1905) ; Van- 
dervost, Israel et V Ancien Orient (Bruxelles 
1915) ; Vigouroux, La Bib. et les découvertes 
modernes (Parigi 1896) ; Maspero, Histoire 
ancienne des peuples de l'Orient (Parigi 
1904) ; Hetzenauer, Theologia Biblica (Fri- 
bourg in B. 1908, ecc.) ; Brunengo, L'im- 
pero di Ninive e Babilonia (Roma 1885) ; 
Buhl, Geographie des Alien Palàstine 
(Leipzig 1896); Kortleitner, Archaelogiae 
biblicae summwrium (Oeniponte 1906) ; 
Felten, Storia dei tempi del N. T. (Torino 
19i3), ecc. 

Si possono pure ricordare le opere pro- 
testanti : Reuss, Geschichte des A. 7\, 
2 a ediz., 1890 ; Stade, Geschichte des Vol- 
kes Israels, 1887-1888; Wellhausen, Israe- 
lit. un jùd. Geschischte, 1897 ; Schurer, Ges- 
chichte des jùd. Volkes, 1901-1909 ; Guthe 
Geschichte des Volkes Israels, 1899 ; Kittel, 
Geschichte des Volkes Israels, 1909-1912; 
Benzinger, Hebràische Archàologie, Frei- 
burg in. B. 1894, ecc. 

Fra gli Atlanti basti accennare : Riess, 
Atlas Script. Sacrae (Friburgo in B. 1906) ; 
Hagen, Atlas biblicus (Parigi 1907) ; Guthe, 
Bibelatlas (Leipzig 1911); Grammatica, 
Atlante di geografia sacra (Bergamo l° r '?'> : 
Fillion, Atlas géographique de la Biblc (Pa- 
rigi 1890), ecc. 



ix^^y^: 



ANTICO TESTAMENTO 



IL PENTATEUCO 



INTRODUZIONE 



CAPO I. 

Argomento e divisione del Penta» 
teuco. — Chiamasi Pentateuco il libro in cui 
Mosè, cominciando dalle origini del mondo, 
descrive la storia del popolo d'Israele fino 
al momento dell'entrata nella terra pro- 
messa. Tale nome (da névxe = cinque e 
red%os= libro) allude alle cinque parti o 
libri, in cui è divisa l'opera di Mosè. 

Presso gli Ebrei il Pentateuco viene 
chiamato Tkorah, ossia Legge (III Re, il, 
3 ; IV Re, xxin, 25, ecc.), perchè contiene 
la legislazione mosaica, e versa quasi tutto 
nel dare e inculcare quelle norme, me- 
diante l'osservanza delle quali, Israele do- 
veva rendersi degno dei divini favori. La 
divisione in cinque libri era però nota 
anche agli antichi Ebrei, come ne fanno 
fede i LXX, Filone (De Abrah., 1), e Giu- 
seppe FI. (Cont. App., i, 8), ed è voluta 
dalla stessa disposizione dell'opera, poiché 
i libri 1°, 3°, 5° per il loro argomento si 
distinguono nettamente dalle altri parti, e 
il libro 2° ha un proprio esordio, in cui si 
riassume il libro precedente (Esod. i, 1-7), 
e il 3° libro ha una conclusione propria 
(Lev. xxvii, 34), che lo separa dal 4°, e 
questo a sua volta ha pure una conclusione 



propria (Num. xxvi, 13), per cui si di- 
stingue dal 5°. 

Gli Ebrei di Palestina chiamano i singoli 
libri colla prima parola, con cui comin- 
ciano, e quindi il primo libro viene detto 
Beresiih (in principio), il secondo V eelle 
Semoth (e questi sono i nomi), il terzo 
Vajikra (e chiamò), il quarto Vajedabber (e 
disse), il quinto Elle haddebarim (queste 
sono le parole). Gli Ebrei Alessandrini, se- 
guiti dalla Chiesa, diedero invece a cia- 
scuno dei cinque libri un nome proprio 
indicante il principale argomento in esso 
trattato. 

Così il primo libro si chiama Genesi, 
perchè comincia col narrare l'origine o la 
genesi di tutte le cose ; il secondo si chiama 
Esodo, perchè descrive l'uscita d'Israele 
dall'Egitto; il terzo vien detto Levitico, 
perchè tratta principalmente delle leggi ce- 
rimoniali, che si riferiscono alla tribù di 
Levi ; il quarto ha nome Numeri, perchè 
comincia col censimento del popolo e dei 
Leviti ; il quinto viene chiamato Deutero- 
nomio, perchè contiene una ricapitolazione 
e una seconda promulgazione della legge 
già data al popolo. 

Disegno generale del Pentateuco. — 

La Genesi serve di introduzione ai quattro 



30 



Il Pentateuco - Introduzione 



libri seguenti del Pentateuco, e a tutta la 
storia del popolo d'Israele. Essa ci presenta 
per sommi tratti la storia dell'umanità dal- 
l'origine sino alla vocazione d 'Abramo, e 
poi ci parla della storia dei patriarchi 
Abramo, Isacco e Giacobbe, sino alla morte 
di quest'ultimo nella terra d'Egitto, dove i 
suoi discendenti diventano un popolo. 

L'Esodo si estende dalla morte di Giu- 
seppe al secondo anno dopo l'uscita di 
Israele dall'Egitto, e ci mostra il popolo op- 
presso dai Faraoni, e liberato da Mosè per 
mezzo dei più grandi prodigi. Ci fa pure 
conoscere la promulgazione della legge sul 
Sinai, e la costruzione del Tabernacolo. 

Il Levitico contiene le leggi relative al 
culto divino. 

I Numeri raccontano la storia delle pere- 
grinazioni d'Israele nel deserto a partire 
dal Sinai sino al momento in cui sta per 
entrare nella terra promessa. 

II Deuteronomio consta principalmente di 
tre discorsi pronunziati nella pianura di 
Moab di fronte a Gerico. In essi Mosè, 
affine di indurre il popolo ad osservare la 
legge, gli richiama alla mente i benefizi 
ricevuti o promessi da Dio, e promulga una 
seconda volta i principali precetti divini, 
aggiungendovene pochi altri. 

La Genesi quindi è come l'esordio, che 
prepara l'Esodo, il Levitico e i Numeri ; il 
Deuteronomio è come l'epilogo che li rias- 
sume e li compie. L'opera di Mosè costi- 
tuisce perciò un tutto armonico, le cui 
varie parti sono intimamente tra loro con- 
nesse. 

Divisione della Genesi. — La Genesi 
si divide in due parti, più una introduzione. 

Nell'introduzione (i, 1-n, 3) si descrive 
la creazione del mondo, e si fa vedere come 
tutte le creature dipendano da Dio. 

La prima parte (ir, 4-xi, 26) comprende 
la storia dell'umanità dalla creazione sino 
alla dispersione dei popoli, e mostra come 
Dio in mezzo alla corruzione universale 
abbia scelto una famiglia per farne la de- 
positaria delle sue rivelazioni e delle sue 
promesse. 

Questa parte si divide in cinque se- 
zioni nettamente distinte : 

l a Storia delle origini dell'umanità (il, 
4-iv, 26), in cui si tratta dello stato di inno- 
cenza e della caduta di Adamo e di Eva 
(il, 5-in, 24), del fratricidio di Caino e della 



conseguente divisione dei figli di Adamo in 
buoni e cattivi (iv, 1-26). 

2 a Storia di Adamo nella linea di Seth 
(v, 1-vi, 8). Si enumerano i discendenti di 
Seth sino a Noè, e si fanno conoscere le 
cause del diluvio. 

3 a Storia di Noè (vi, 9-lx, 29). Il di- 
luvio distrugge tutti gli uomini, ad ecce- 
zione della famiglia di Noè (vi, 9-vm, 19). 
Dio fa un nuovo patto con Noè e i suoi 
figli (vili, 20-ix, 17). Uno dei figli di Noè 
viene maledetto, Sem al contrario viene 
eletto per essere il depositario della rivela- 
zione (ix, 18-29). 

4 a Storia dei figli di Noè e dei popoli, 
a cui diedero origine (x, 1-xi, 9). 

5 a Storia di Sem e dei suoi discendenti 
fino a Thare (xi, 10-26). 

La seconda parte (xi, 27-l, 25) della 
Genesi comprende i primordi della storia 
degli Ebrei da Abramo sino al momento in 
cui Israele diventa in Egitto un gran popolo, 
e ci fa vedere la speciale provvidenza che 
Dio ebbe della famiglia eletta. Si divide 
essa pure in cinque sezioni : 

l a Storia di Thare e di Abramo (XI, 
27-xxv, 11), in cui si parla a lungo della 
vocazione di Abramo, delle sue peregrina- 
zioni, delle promesse fattegli da Dio, e delle 
benedizioni dategli. 

2* Stona di Ismaele (xxv, 12-18). 

3 a Storia di Isacco e dei suoi figli Esaù 
e Giacobbe (xxv, 19-xxxv, 29). 

4 a Storia di Esaù (xxxvi, 1-xxxvn, 1). 

5 a Storia di Giacobbe e dei suoi figli 
(xxxvii, 2-L, 25) fino alla morte di Gia- 
cobbe e di Giuseppe. 

Ognuna delle dieci sezioni comincia colla 
formola : Queste sono le generazioni, ossia 
le origini, o la storia, e l'autore segue in 
tutte lo stesso metodo. Se una genealogia 
si divide in più rami, si fa anche menzione 
dei rami secondarii, questi però vengono 
enumerati prima dei principali, in modo 
che restino eliminati, e non si abbia più a 
parlare di loro che incidentalmente. Questo 
processo di eliminazione si osserva in tutte 
le sezioni. Si comincia coll'eliminare il 
cielo, e poi si elimina la discendenza di 
Caino. Con Noè si elimina la discendenza 
di Seth, e poi si lasciane da parte i tìgli di 
Noè, Cham e Iaphet. La storia di Sem eli- 
mina tutti i tìgli che non sono della fa- 
miglia di Thare, e la storia di Thare elimina 
quelli che non appartengono alla famiglia 
di Abramo. Dalla famiglia di Abramo viene 






Il Pentateuco - Introduzione 



31 



eliminato Ismaele, e da quella di Isacco 
viene eliminato Esaù, e così rimane la sola 
famiglia di Giacobbe. 

Divisione dell'Esodo. — L'Esodo si 
divide in tre parti : la prima delle quali (i, 
1-xn, 36) tratta degli avvenimenti che pre- 
cedettero l'uscita degli Israeliti dall'Egitto; 
la seconda (xn, 37-xvm, 27) narra l'uscita 
dall'Egitto e l'arrivo del popolo al monte 
Sinai ; la terza (xix, 1-xl, 36) parla della 
conclusione dell'alleanza tra Dio e Israele. 

La prima parte si suddivide in sei se- 
zioni : 

1* Straordinaria moltiplicazione degli 
Ebrei, e cattivi trattamenti loro inflitti 
dagli Egiziani (i, 1-22). 

2 a Nascita di Mosè e primi quaran- 
tanni di vita (il, 1-25). 

3 a Vocazione di Mosè nel deserto e 
suo ritorno in Egitto (in, 1-iv, 31). 

4 a Vani tentativi fatti da Mosè e da 
Aronne per ottenere che Faraone lasciasse 
partire Israele (v, 1-vn, 7). 

5 a Lotta impegnata tra Mosè e Faraone, 
e ostinazione di questi non ostante le nove 
piaghe, con cui Mosè colpisce l'Egitto (vii, 
8-x, 29). 

8 a La decima piaga, ossia la morte dei 
primogeniti. Faraone lascia partire Israele. 
Istituzione della Pasqua (xi, 1-xn, 36). 

La seconda parte si suddivide in tre se- 
zioni : 

l a Partenza degli Israeliti, e primi ac- 
campamenti (xn, 37-xni, 22). 

2 a II passaggio del Mar rosso. Gli Egi- 
ziani inseguono gli Ebrei, e restano som- 
mersi nelle acque (xiv, 1-xv, 21). 

3 a Itinerario e stazioni degli Israeliti 
dal Mar Rosso al Sinai (xv, 22-xvm, 27). 

La terza parte si suddivide in sei se- 
zioni : 

l a I preparativi per la conclusione del- 
l'alleanza tra Dio e Israele (xix, 1-25). 

2 a Condizioni dell'alleanza : Dio pro- 
mulga il Decalogo. Terrore del popolo 
(xx, 1-21). 

3 a Mosè promulga altre leggi, e con- 
ferma con un sacrifizio l'alleanza contratta 
(xx, 22-xxiv, 11). 

4 a Ascende sul Sinai, e per quaranta 
giorni tratta con Dio dell'organizzazione del 
culto in Israele (xxiv, 12-xxxi, 18). 

5 a Israele vien meno all'alleanza, ma 
Dio gli perdona e l'alleanza viene ristabi- 
lita (xxxn, 1-xxiv, 35). 



6 a La costruzione del Tabernacolo e 
dei suoi arredi. Dio riempie il Tabernacolo 
colla sua gloria (xxxv, 1-xl, 36). 

Divisione del Levitico. — Il Levitico 
si divide in tre parti : nella prima delle 
quali (i, 1-x, 20) si parla dei sacrifizi e dei 
sacerdoti, nella seconda (xi, 1-xxn, 33) si 
tratta delle varie impurità legali e si danno 
le norme relative per toglierle, e nella terza 
(xxiii, 1-xxvn, 34) si discorre delle varie 
istituzioni religiose. 

La prima parte comprende tre sezioni : 
l a Le varie specie di sacrifizi, le di- 
verse cerimonie, i doveri e i diritti dei 
sacerdoti nei sacrifizi (i, 1-vn, 38). 

2 a La consacrazione dei primi sacer- 
doti (vili, 1-ix, 24). 

3 a La punizione dei figli di Aronne 
(x, 1-20). 

La seconda parte si suddivide in due 
sezioni : 

l a Norme generali per tutti gli Israeliti 
relative alle impurità legali (xi, 1-xx, 27). 

2 a Norme speciali per i sacerdoti 
(xxi, 1-xxn, 33). 

La terza parte del Levitico contiene 
cinque sezioni : 

l a II sabato e le altre feste annuali 
(xxiii, 1-44). 

2 a Varie prescrizioni liturgiche, puni- 
zione della bestemmia, pena del taglione 
(xxiv, 1-23). 

3 a L'anno sabatico e l'anno giubilare 
(xxv, 1-55). 

4 a Promesse di benedizioni da parte di 
Dio e minaccie di castighi (xxvi, 1-45). 

5 a Appendice relativa ai voti, ai pri- 
mogeniti, alle cose consecrate al Signore e 
alle decime (xxvii, 1-34). 

Divisione dei Numeri. — Il libro dei 
Numeri si divide in tre parti : nella prima 
delle quali (i, 1-x, 10) si descrivono i pre- 
parativi della partenza dal Sinai ; nella se- 
conda (x, 11-xxi, 35) si parla del viaggio 
dal Sinai a Moab ; e nella terza (xxn, 1- 
xxxvi, 13) si narrano i fatti accaduti in 
Moab. 

La prima parte comprende tre sezioni : 

l a Censimento del popolo e dei Leviti, 

ordine che le varie tribù devono tenere 

nelle marcie, e ufflcii dei Leviti (i, 1-iv, 49). 

2 a Serie di diverse leggi relative alla 

mondezza degli accampamenti, ai redditi dei 



32 



Il Pentateuco - Introduzione 



sacerdoti, alla zelotipia, ai nazarei, alla for- 
inola della benedizione, alle oblazioni dei 
principi, al candelliere, alla consecrazione 
dei Leviti e alla celebrazione della Pasqua 
(v, 1-ix, 14). 

3* I segni, secondo cui si dovevano in- 
traprendere le marcie, ossia la nube, il 
fuoco, le trombe d'argento (ix, 15-x, 10). 

La seconda parte si suddivide pure in 
tre sezioni : 

l s Viaggio dal Sinai a Cades. Si de- 
scrivono la partenza dal Sinai, le mormora- 
zioni del popolo e quelle di Maria e di 
Aronne contro Mosè (x, 11-xn, 15). Gli 
esploratori mandati in Chanaan ; ribellione 
del popolo al sentire la loro relazione. Dio 
condanna in punizione tutti gli adulti a mo- 
rire nel deserto (xm, 1-xiv, 45). 

2 a Peregrinazione nel deserto. Alcune 
leggi riguardanti i sacrifizi, le primizie, la 
espiazione dei peccati, la violazione del sa- 
bato, ecc. (xv, 1-41). Rivendicazione del- 
l'autorità di Mosè e del sacerdozio di 
Aronne contro Core, Dathan e Abiron 
(xvi, 1-xvn, 13). Varie leggi relative ai 
diritti e ai doveri dei Sacerdoti e dei Le- 
viti (xvm, 1-32). L'acqua lustrale (xix, 
1-22). 

3 a Viaggio da Cades a Moab. La morte 
di Maria, l'acqua sgorgata dalla rupe, pu- 
nizione di Mosè e di Aronne (xx, 1-13). Il 
re di Edom rifiuta di lasciar passare gli 
Israeliti attraverso il suo regno. Morte di 
Aronne, strage del re Arad. I serpenti di 
fuoco (xx, 14-xxi, 20). Sconfitta del re 
degli Amorrei e del re di Basan (xxi, 21-35). 

La terza parte ha due sezioni : 

l a Le benedizioni di Balaam agli Israe- 
liti, e cattivi consigli da lui dati ai Madia- 
niti. Peccato e punizione (xxii, 1-xxv, 18). 
2 a Nuovo censimento del popolo e dei 
Leviti (xxvi, 1-65). 

Varie leggi intorno alla successione pa- 
terna e al governo del popolo, ai sacrifizi, 
alle feste, ai voti, ecc. (xxvn, 1-xxx, 17). 
Strage dei Madianiti, e distribuzione delle 
loro terre alle tribù di Ruben e di Gad e 
a mezza la tribù di Manasse (xxxi, 1-xxxn, 
42). Si enumerano le varie stazioni degli 
Israeliti da Ramesse a Moab (xxxm, 1-49). 
Ordine di distruggere i Chananei, e norme 
per la distribuzione delle loro terre (xxxm, 
50-XXXVI, 13). 

Divisione del Deuteronomio. — Il 

Deuteronomio oltre a un esordio (i, 1-5) e a 



una appendice storica (xxi, 1-xxxiv, 12) 
contiene tre parti, ossia tre discorsi di Mosè. 
Nel primo discorso (I, 6-iv, 49) si esorta 
il popolo all'osservanza della legge colla 
enumerazione dei benefizi ricevuti da Dio. 
Nel secondo discorso (v, 1-xxvi, 19) si ha 
una ripetizione riassuntiva di tutta la legge. 
Nel terzo discorso (xxvn, 1-xxx, 20) si in- 
culca nuovamente l'osservanza della legge. 

Nell'esordio si indicano l'argomento, il 
luogo e il tempo dei discorsi (i, 1-5). 

Nel prlmo discorso Mosè ricorda i fatti 
principali, in cui, durante le peregrinazioni 
d'Israele, si manifestò la bontà e la giu- 
stizia di Dio verso del suo popolo (i, 6- 
m, 29), e conchiude esortando gli Israeliti 
a mantenersi fedeli all'alleanza contratta 
con Dio (iv, 1-40). Si aggiungono alcune 
disposizioni relative alle città di rifugio (iv, 
41-49). 

Il secondo discorso si divide in due 
parti : l'una generale (v, 1-xi, 32) e l'altra 
speciale (xn, 1-xxvi, 19). 

l a Nella parte generale si ripete il De- 
calogo, e se ne spiegano alcuni precetti (y, 
1-vi, 25), e si dà l'ordine di distruggere i 
Chananei e i loro idoli (vii, 1-26). Per in- 
durre il popolo all'osservanza delle prescri- 
zioni date, Mosè ricorda di nuovo i benefizi 
e i castighi di Dio, e gli promette la vittoria 
sui Chananei e la divina benedizione, se si 
manterrà fedele alla legge, mentre gli mi- 
naccia la divina maledizione se non vorrà 
sottomettersi (vm, 1-xi, 32). 

2 a Nella parte speciale Mosè richiama 
alla mente del popolo i principali doveri che 
ha verso Dio (xn, 1-xvi, 17), verso i rap- 
presentanti di Dio (xvi, 18-xvin, 22), e 
verso il prossimo (xix, 1-xxn, 30). 

A Dio si deve il culto prescritto (xn, 
1-32) e non è mai lecito di allontanarsi da 
lui (xm, 1-18). Si devono osservare i suoi 
ordini riguardo alla distinzione dei cibi 
(xiv, 1-xv, 23), e alle tre grandi feste an- 
nuali (xvi, 1-17). 

Si hanno pure doveri verso i rappre- 
sentanti di Dio, quali sono i giudici (xvi, 
18-xvn, 13), i re futuri (xvil, 14-20), i 
sacerdoti (xvm, 1-8) e i profeti (xvm, 9-22). 

Fra i doveri verso il prossimo si incul- 
cano in modo speciale : la determinazione 
delle città di rifugio (xix, 1-13) : la puni- 
zione di coloro che rimuovono i limiti, o 
che dicono falso testimonio (xix, 14-21), e 
la giustizia da osservarsi nella guerra (xx, 
1-20). Poi si stabiliscono leggi relative al- 



Il Pentateuco - Introduzione 



33 



l'omicidio occulto, alle donne prese in 
guerra, ai diritti dei primogeniti, ai figli 
ribelli, alla sepoltura degli impiccati, e agli 
animali smarriti, si vietano alcune mesco- 
lanze, e si fanno alcune ordinazioni riguar- 
danti le relazioni tra l'uomo e la donna 
(xxi, 1-xxn, 30). Si aggiungono altre 
norme relative alla mondezza e alla santità 
del popolo (xxiii, 1-xxvi, 19). 

Nel terzo discorso Mosè comanda al 
popolo di scolpire su pietre, dopo aver 
attraversato il Giordano, la legge del Si- 
gnore (xxvn, 1-8), e comanda ai Leviti di 
pronunziare una serie di maledizioni contro 
i trasgressori di essa (xxvn, 9-27). Prima 
che gli Ebrei traversino il Giordano, Mosè 
pronunzia egli stesso varie benedizioni e 
maledizioni (xxvm, 1-68), e in mezzo a 
convenienti ammonizioni rinnova l'alleanza 
con Dio (xxix, 1-xxx, 20). 

Nell'appendice storica si parla dell'ele- 
zione di Giosuè a successore di Mosè, e si 
narra come quest'ultimo pose la legge per 
testimonianza contro Israele (xxxi, 1-30). 
Segue un cantico in cui Mosè di fronte ai 
benefizi di Dio fa risaltare l'ingratitudine 
del popolo (xxxn, 1-52). Mosè benedice le 
dodici tribù (xxxin, 1-29). Morte e sepol- 
tura di Mosè (xxxiv, 1-12). 



CAPO II. 

L'autenticità del Pentateuco. = Varie 
sentenze intorno all'origine del Penta= 
teuco. — Sino alla fine del secolo xvn la 
tradizione giudaica e cristiana fu unanime 
nell 'attribuire a Mosè tutto il Pentateuco, 
eccettuati la fine del Deuteronomio e qual- 
che glossa e addizione di poco momento 
aggiuntevi da mano più recente. Non è in- 
fatti da tener conto delle vaghe afferma- 
zioni in contrario che si hanno presso Celso 
(Orig., Cont. Cels., iv, 42) e nelle Pseudo- 
clementine (Hom. in, 47), e non vanno 
numerati fra i negatori dell'autenticità del 
Pentateuco i rabbini Isaac ben Iasus 
(f 1057) e Aben-Esra (4-1167), e i catto- 
lici Masio, B. Pereira, Bonfrerio, Ti- 
rino, ecc., i quali ammisero che alcune 
brevi pericopi sono più recenti di Mosè. 

Verso la metà del secolo xvi Carlostadio 
recò in dubbio che Mosè fosse l'autore del 
Pentateuco, e nel secolo seguente, Hobbes 
(Leviathan, ni, 33, Londra 1651) attribuì a 
Mosè solo i capi xi-xxvn del Deuteronomio, 



mentre Isaac Peyrere {Systema theologi- 
cum, etc, iv, p. 173 e ss., 1655) sostenne 
che il Pentateuco più che essere l'opera di 
Mosè fu compilato sull'opera da lui scritta. 
Finalmente Spinoza (Tractatus theolog.-po- 
lit., e. vm-ix, 1670) ; A. von Dole (De ortu 
idol., 1693), ecc., pensarono che il Pen- 
tateuco nella sua forma attuale sia dovuto 
a Esdra, e Riccardo Simon (Hist. crit. du 
V. 7\, 1. i, ce. 1-vi, 1685) attribuì a Mosè 
la sola parte legislativa, mentre la parte 
narrativa sarebbe dovuta agli scribi pubblici. 
Durante il secolo xvm divenne pressoché 
comune fra i protestanti la sentenza che il 
Pentateuco fosse dovuto a più autori, e per 
spiegare la sua origine si ebbe ricorso alle 
ipotesi dei documenti, dei frammenti, e dei 
supplementi o complementi. 

Ipotesi dei documenti. — Giovanni 
Astruc (4/ 1766), medico cattolico di Pa- 
rigi, insegnò (Conjectures, ecc., 1753) che 
Mosè per comporre la Genesi si servì di 
12 documenti, i due principali dei quali 
sono rappresentati, l'uno (VElohistico) da 
quei passi dove Dio è costantemente chia- 
mato Elohim (gr. 6eós, lat. Deus) e l'altro 
(il Iehovistico) da quei passi dove Dio è 
chiamato lehovah (gr. Kvqio$, lat. Do- 
minus). Il terzo documento risulta da quei 
passi in cui Dio è chiamato Iehova-Elohim 
(Dominus-Deus), ecc. Eichhorn (-{- 1827) 
estese la teoria dei documenti Elohistici e 
Iahvistici ai due primi capi dell'Esodo, e 
dopo aver dapprima riconosciuto Mosè 
come autore di tutto il resto del Penta- 
teuco (eccettuato Deut. xxxn-xxxiv), più 
tardi sostenne invece che tutto il Penta- 
teuco risulta da una collezione di documenti 
scritti da Mosè e da altri a lui contempo- 
ranei, e riuniti insieme da un redattore del 
tempo che va tra Giosuè e Samuele. Ilgen 
(-{- 1834) distinse nella Genesi 17 docu- 
menti, dei quali 10 vanno attribuiti allo 
scrittore da lui nominato, Eloliista I ; 5 allo 
scrittore detto Elchista II, e 2 allo scrit- 
tore Iahvista. Un redattore posteriore riunì 
questi documenti modificandoli e accordan- 
doli assieme. Anche Hupfeld (-\- 1866) ri- 
tenne la distinzione dei tre documenti primo 
e secondo Elohista e Iahvista. 

Ipotesi dei frammenti. — 1 sostenitori 
di questa ipotesi ritengono che il Pentateuco 
non sia altro che il risultato di piccoli 
frammenti scritti in diversi tempi, da di- 
verse persone, e contenenti narrazioni, ge- 



3 — Sacra Bibbia, voi. III. 



34 



Il Pentateuco - Introduzione 



nealogie, leggi, ecc., riuniti poi insieme da 
qualche autore più recente (al tempo del- 
lesiglio [Vater]). Di questi frammenti 
pochi (e forse nessuno, Vater) appartengono 
a Mosè. Così pensarono Geddes (-]- 1802), 
Vater (f 1826), Hartmann (-J- 1838), De 
Wette (f 1849), ecc. 

Ipotesi dei supplementi. — Questa 
ipotesi ritiene che il Pentateuco risulti di 
un documento elohistico primitivo scritto al 
tempo di Saulle, a cui al tempo di Salo- 
mone uno scrittore Iahvista aggiunse varii 
supplementi, non sempre tra loro coerenti, 
e più tardi ancora lo scrittore deuterono- 
mista aggiunse il Deuteronomio. Così pen- 
sarono con poche divergenze fra loro 
Bohlen (1840), De Wette (f 1849) dopo il 
1840, Lengerke (f 1857), Bleek (1859), 
Tuch (f 1867), Ewald (-J- 1873), Stàhelin 
(f 1875), e Fr. Delitzsch (f 1890) per 
qualche tempo. 

Ipotesi documentaria più recente. — 

Questa ipotesi riunisce quasi assieme la 
prima e la terza ipotesi precedenti, e vi 
fa entrare almeno in parte la seconda. In- 
fatti Gramberg (-}- 1830), oltre ai docu- 
menti elohistico e iahvistico, ammise an- 
cora nel Pentateuco un compilatore, e in 
ciò fu seguito da Ewald e da Stàhelin. 
Hupfeld dal 1853, oltre all'Elohista primo e 
all'Elohista secondo e al Iahvista, ammise 
ancora un compilatore, il quale riunì as- 
sieme i tre primi documenti trascrivendoli 
talvolta letteralmente, e tal altra correggen- 
doli, o anche mutandoli. La stessa cosa 
insegnarono Bòhmer e Knobel negli anni 
1860 e seguenti, e l'ipotesi fu poi sostenuta 
e maggiormente elaborata da Reuss (-j-1892), 
da Gra,f (f 1869), da Vatke (f 1882) e 
specialmente da Wellhausen, e tu seguita 
da F. Delitzsch (-;-1890), Dillmami (-1-1894), 
Kuenen (f 1891), Smith (f 1894), Stade 
(f 1896), Kautzs (f 1910), Budde, Cornili, 
Guthe, Holzinger, Kayser, Marti, Nòldeke, 
Schrader, Westphal, Smend, Cheyne, Ba- 
con, ecc. 

Secondo Wellhausen (Prolegomena zur 
Geschichte Israels, 3 a ediz., Berlino 1886; 
Die Composition des Hexateuchs, Berlino 
1893 ; Israelitische und jiìdische Geschichte, 
Berlino 1894) l'Esateuco (i razionalisti uni- 
scono al Pentateuco il libro di Giosuè, 
perchè a loro modo di vedere la storia deve 
terminare non colla morte di Mosè, ma 
colla conquista della Palestina narrata nel 
libro di Giosuè) fu scritto da diversi autori 



e in diversi tempi, e non contiene nulla 
che appartenga a Mosè. (Alcuni seguaci di 
Wellhausen ammettono però che alcune 
parti del Pentateuco possano essere attri- 
buite a Mosè, almeno quanto alla sostanza, 
se non quanto al testo. Così p. es. pensa 
Driver, Introduction to the litterature of the 
Old Testament, Edinburgh 1891). 

In esso si devono distinguere tre grandi 
documenti principali : 1° Una compilazione 
storica del settimo secolo a. C. formata da 
due documenti storici, l'uno Iahvistico e 
l'altro Elohistico {Esod. xm, xxi-xxiii, 
libro dell'alleanza, più il e. xxxiv, Esod.), 
contenenti una specie di diritto consuetu- 
dinario in uso dai primi tempi dei re. - 
2° Il Deuteronomio composto e pubblicato 
al tempo di Giosia (e. 621 a. C). Con esso 
comincia la legislazione propriamente detta. 
- 3° Un documento legale detto Codice sa- 
cerdotale, opera dei sacerdoti e degli scribi 
esigliati a Babilonia, pubblicato da Esdra, 
capo della setta, che da Babilonia tornò poi 
in Palestina. Il codice sacerdotale comin- 
ciava colla creazione del mondo, e per 
mezzo di brevi cenni storici univa assieme 
le varie leggi, ossia parte dell'Esodo, tutto 
il Levitico e parte dei Numeri. Durante 
l'esiglio il Deuteronomio venne unito alla 
compilazione storica in modo da formare 
con essa un solo libro, a cui più tardi Esdra 
aggiunse ancora il codice sacerdotale, e così 
fu compiuto e promulgato il Pentateuco. 

I seguaci della scuola critica di Wel- 
lhausen più o meno ora si accordano nel 
riconoscere nel Pentateuco quattro docu- 
menti il Iahvistico rappresentato dalla let- 
tera I, VElohisticc rappresentato dalla let- 
tera E, il Codice sacerdotale rappresentato 
dalla lettera P, e il Deuteronomio rappre- 
sentato dalla lettera D. Questi documenti 
esistevano dapprima l'uno separato dall'al- 
tro e furono scritti tutti dopo la divisione 
del regno di Israele, cioè : il Iahvistico 
verso l'850 a. C. nel regno meridionale, 
V Elohistico verso il 750 nel regno setten- 
trionale, il Deuteronomio verso il 621, e il 
Codice sacerdotale durante l'esiglio. I due 
primi documenti I, E, furono uniti assieme 
verso il 650 da un redattore R. Più tardi un 
altro redattore unì a I, E, il Deuteronomio 
e finalmente un terzo redattore aggiunse a 
I, E, D il codice sacerdotale P. Ciascun 
redattore naturalmente introdusse modifica- 
zioni ed aggiunte nel testo, e quindi la parte 
che loro spetta del Pentateuco ha pure la 
sua importanza. 



Il Pentateuco - Introduzione 



35 



In ciascuno di questi documenti fonda- 
mentali i critici moderni distinguono an- 
cora varii strati o successive modificazioni, 
e quindi parlano di I 1 , I 2 , I 3 , e di E\ E 2 , 
e di D\ D 2 , e di R\ R a , ecc., quantunque 
poi siano ben lungi dall 'accordarsi, allorché 
si tratta di determinare a quale documento 
appartenga un dato passo. 

A base di tutte queste teorie si trova la 
negazione di ogni ordine soprannaturale, la 
quale a sua volta è la conseguenza del pan- 
teismo evoluzionistico applicato alla storia. 
In forza dell'evoluzione, vanno dicendo, la 
religione primitiva d'Israele doveva essere 
il culto della natura, quale si ritrova presso 
gli altri semiti. Ai tempi di Mosè, Israele 
si elevò al concetto di un Dio nazionale 
Iahveh, come anche ad es. i Moabiti ave- 
vano il loro Dio nazionale Chamos. Mosè 
seppe farsi passare come strumento e in- 
viato di Iahveh, a cui attribuì tutti i suc- 
cessi riportati, e che presento come l'ar- 
bitro dei destini d'Israele, come pure fecero 
altri capi di popolo, i quali riuscirono a 
farsi credere strumenti della divinità. Mosè 
fu senza dubbio il salvatore, e se si vuole, 
anche il fondatore della nazione israelitica, 
ma non fu né il suo legislatore, né l'oganiz- 
zatore della religione. Egli approfittò di un 
momento in cui la peste desolava l'Egitto, 
e condusse gli Ebrei dall'Egitto nella peni- 
sola del Sinai e poi a Cades, dove si fermò 
per un tempo considerevole. Quivi il po- 
polo venne attaccato dagli Amorrhei, e do- 
vette difendersi. Conquistò in seguito il 
regno di Sehon, e vi si stabilì, ma poi si 
spinse nella Palestina, e soggiogatine gli 
abitatori, vi pose la sua abitazione definitiva. 
Siccome Mosè venne considerato come l'in- 
viato di Iahveh, si ebbe pure ricorso a lui 
come a giudice nelle varie questioni che 
nacquero tra il popolo, e ciò contribuì a far 
considerare Iahveh come il Dio della giu- 
stizia e del diritto. 

Per lungo tempo non si ha alcuna traccia 
della legge. Anche dopo la costruzione del 
tempio è lecito sacrificare dovunque, e solo 
dopo la distruzione di Samaria si ebbe, sotto 
Giosia, una certa unità di luogo di culto. 
L'esiglio di Babilonia portò uno sconvol- 
gimento profondo nelle idee religiose, e la 
piccola setta che ritornò a Gerusalemme, 
intrapprese una riforma del culto, fondan- 
dosi sul principio che un Dio unico doveva 
avere un santuario unico. Si ebbero così 
tre stadii nel culto. Nel primo fu lecito 
sacrificare dapertutto (come lo dichiara il 



Iahvista), nel secondo si fece uno sforzo 
per avere l'unità del Santuario (si ha così 
la legge del Deuteronomio), e nel terzo 
l'unità del Santuario è riuscita ad imporsi 
ed è presupposta (si ha così il codice sa- 
cerdotale). Una simile evoluzione si ebbe 
nelle feste e nei ministri del culto, e così 
la legge sarebbe propriamente nata quando 
Israele cessò di essere un popolo, e si ri- 
dusse a una setta religiosa. I profeti non 
sono i difensori, ma i precursori della legge, 
la quale per conseguenza non è opera di 
Dio, ma opera dell'uomo. Essi hanno con- 
tribuito ad elevare la vita religiosa e morale 
del popolo, mossi senza dubbio dalle mi- 
gliori intenzioni, ma ciò non impedisce che 
in realtà siano stati dei falsarii, che fecero 
passare per leggi di Dio le loro prescri- 
zioni, e falsarono tutta La storia d'Israele. 

Non tutti i protestanti arrivano a tali ec- 
cessi, ma parecchi di loro ammettono una 
rivelazione soprannaturale, e ritengono che 
la storia primitiva d'Israele, almeno nella 
sua sostanza, sia vera. Distinguono però nel 
Pentateuco varii documenti, alcuni dei quali 
sono bensì dovuti a Mosè, ma altri sono più 
recenti. Così I ed E appartengono al quarto 
secolo dopo Mosè, e il Deuteronomio al 
decimo. Tra i sostenitori di questa sentenza, 
Rupprecht (Einleitung in das A. T., p. 133 
e ss.) enumera Roberston, Orelli, Oetli, 
Strack, Bestmann, Lotz, Volck, Sellin, Kò- 
nig, Driver, Klostermann, ecc. 

Anche alcuni cattolici, pur ammettendo 
l'ispirazione dei libri sacri, si accostarono 
alle teorie precedenti, e sostennero con 
Gigot (Special Introduction... of O. T., 
New York 1903-906) che il Deuteronomio 
(v-xxvi) fu scritto al tempo di Giosia, il 
codice sacerdotale durante l'esiglio, e il 
resto, poche addizioni eccettuate, durante 
la vita di Mosè. Vetter (Tiibinger Quartal- 
schrift, 1903) pensò invece che la storia da 
Adamo ad Abramo sia stata scritta ai tempo 
dei Giudici, e che gli elementi legali del 
Pentateuco appartengano bensì a Mosè, ma 
siano stati ampliati e raccolti dai sacerdoti. 
Una fra queste collezioni sarebbe il Deute- 
ronomio, che vide la luce verso la fine del- 
l'età dei Giudici. Il Pentateuco fu composto 
al tempo in cui si edificava il tempio di 
Salomone, ma non ricevette l'ultimo com- 
pimento che da Esdra. 

Secondo Hummelauer (Comm. in Deute- 
rononium, Parigi 1901) il Pentateuco attuale 
risulta di tre documenti anteriori, più o 
meno fra loro indipendenti. Questi docu- 



36 



Il Pentateuco - Introduzione 



menti sono : 1° il Deuteronomio, 2° un 
libro bipartito, che comprendeva tutta la 
parte storica e legale dal principio del- 
l'Esodo alla fine dei Numeri, e 3° la Genesi. 
Mosè scrisse le varie leggi man mano che 
Dio le promulgava, ed egli è pure l'autore 
della parte storica e della Genesi. Nello 
scrivere si servì di antichi documenti, ri- 
portandoli senza o quasi senza alterazione 
alcuna, e si valse pure dell'opera (corri- 
spondente ai documenti Iahvista ed Elo- 
hista) di uno o più autori secondarli, che ap- 
provò e fece sua, lasciando però sussistere 
le differenze di stile e di lingua. Il libro di 
Mosè soffrì durante i secoli le ingiurie del 
tempo e degli uomini. Sotto Manasse e 
nell'imperversare delle invasioni assire e 
caldee i libri sacri, compreso quello di 
Mosè, andarono soggetti a mutilazioni e ad 
alterazioni di ogni sorta, per modo che 
quando dopo l'esiglio Esdra e i dottori si 
diedero a restaurarli, ebbero sott 'occhio un 
testo frammentario, mutilato e alterato. 

I loro lavori approdarono così a darci un 
testo restaurato più breve dell'antico, con 
parecchie aggiunte, e diversamente ordi- 
nato. Così ad esempio del Deuteronomio 
appartengono a Mosè i capi v-xi, xxvm, 
mentre i passi xxvi, 16-xxvn, 26 sono di 
Giosuè, e i capi xn, 1-xxvi, 15 vanno at- 
tribuiti a Samuele, e i capi i-iv sono do- 
vuti a un ignoto. 

II Pentateuco quindi, se si considerano 
gli scritti di cui è composto nella loro 
forma primitiva e originale, è opera di 
Mosè, ma se si considera il testo attuale, 
esso fu restaurato e redatto da Esdra. 

Alcune delle teorie precedenti ebbero 
pure fautori : Van Hoonacker (Le lieti du 
eulte dans la législation riìuelle des Hé- 
breux, Gand 1894 ; Rev. Bib., 1895, p. 208) ; 
Ermoni (Science catholique, 1896, p. 604) ; 
Pouget (Étude sur le Pentateuque, Paris 
1897, p. 70); Robert (Rev. Bib., 1895, 
p. 34 e ss.) ; Prat (Études, 5 oct. 1898, 
p. 50) ; de Hugel (Dublin Review, aprile 
1895); Lagrange (Rev. Bib., 1898, pag. 10 
e ss.) ; Peters (Die griindsàtzliche Stel- 
lung, ecc., Paderbon 1905, p. 69 e ss.) ; 
Nikel (Die Glaubwiirdigkeit d. A. T., 
Mùnster 1908, p. 41 e ss.), ecc. 

La maggior parte dei cattolici, e anche 
numerosi protestanti, restarono fermi alla 
sentenza tradizionale. Tra i primi basti ci- 
tare : Gellini, Cereseto, Cornely, Flunk, 
Hetzenauer, Hoberg, Holzammer, Kaulen, 
Kley, Mangenot, Martinetti, Murillo, Nogara, 



Pelt, Reuch, Ròsch, Schòpfer, Seisenberger, 
Selbst, Ubaldi, Vigouroux, Zschokke, ecc., 
e tra i secondi Deinzer, Green, Havernick, 
Hengstenberg, Keil, Rupprecht, Urquhardt, 
Weber, ecc. La sentenza tradizionale è la 
unica vera, ed essa venne confermata dalla 
decisione della Commissione Biblica, per 
modo che ora non è più lecito mettere in 
dubbio che Mosè sia il vero autore del 
Pentateuco. 

Prove della autenticità del Penta= 
teuco. — Osservazioni preliminari. — 1° Af- 
fermando che Mosè è l'autore del Penta- 
teuco, non si vuol dire che egli ne abbia 
scritto di propria mano tutte le singole 
parti : egli ha potuto dettare o servirsi del- 
l'opera di qualche segretario (Risposta II 
Comm. Bibbi.). - 2° Nel comporre il Pen- 
tateuco, e specialmente la Genesi, Mosè ha 
potuto servirsi di documenti scritti, e fa- 
cendoli suoi, introdurli nel suo libro (Ri- 
sposta III Comm. Bibbi.). - 3° Mosè scrisse 
le varie parti del Pentateuco in tempi e 
circostanze diverse, durante lo spazio di 
40 anni. - 4° Il Pentateuco andò esso pure 
soggetto alle vicissitudini del tempo, e 
quindi nelle cose accidentali vi si intro- 
dussero mende dovute ai trascrittori, ai cor- 
rettori, ecc., e potè benissimo accadere che 
alle voci e alle forme antiche siano state 
sostituite forme e voci nuove, e che sianvi 
state aggiunte qua e là alcune glosse spie- 
gati ve, ecc., in modo però che nella sua 
integrità sostanziale esso possa sempre es- 
sere attribuito a Mosè come autore (Risp. IV 
Comm. Bibbi.). - 5° Non si nega l'origine 
mosaica del Pentateuco, ammettendo che un 
altro scrittore ispirate abbia aggiunto al 
Deuteronomio gli ultimi capi, in cui è nar- 
rata la morte e la sepoltura di Mosè (Ri- 
sposta IV Comm. Bibbi.). - 6° Gli argo- 
menti a favore dell'autenticità del Penta- 
teuco sono : 1° La testimonianza dei libri 
dell'Antico Testamento; 2° la testimonianza 
dei libri del Nuovo Testamento; 3° la tra- 
dizione giudaica ; 4° la tradizione cristiana ; 
5° i criterii interni. 

Argomento primo. - La testimonianza 
dei libri del Vecchio Testamento. — Nel 
Pentateuco si afferma che Mosè scrisse pa- 
recchie delle cose ivi narrate. Così nel- 
l'Esodo (xvn, 14) Dio comanda a Mosè di 
scrivere nel libro la vittoria riportata sugli 
Amaleciti, e (xxxiv, 27) la rinnovazione 
dell'alleanza. Ora siccome non vi è dubbio 



Il Pentateuco - Introduzione 



37 



che Mosè abbia ubbidito (Deut. xxxi, 19), 
a lui vanno attribuiti i passi dell'Esodo, 
xvii, 8-13 e xxxiv, 11-26. Si legge inoltre 
nell'Esodo, xxiv, 4, che Mosè scrisse tutti 
i discorsi del Signore (contenuti nell'Esodo, 
xx. 1-xxin, 33), e nei Numeri, xxxm, 2, 
si afferma, che egli descrisse secondo il co- 
mando del Signore gli accampamenti, ossia 
le stazioni, dei figli d'Israele (Num. xxxm, 
3-49), nel Deuteronomio poi si ha esplici- 
tamente, che Mosè scrisse questa legge e la 
diede ai sacerdoti figli di Levi (xxxi, 9), 
che scrisse questo cantico (xxxi, 22) e lo 
insegnò ai figli d'Israele, e che scrisse le 
parole di questa legge in un libro (xxxi, 24), 
e lo diede ai sacerdoti acciò lo ponessero 
nell'arca, e vi fosse in testimonianza contro 
Israele. Non si può quindi dubitare che una 
parte del Pentateuco debba essere attribuita 
a Mosè. Si aggiunga ancora che nelle sue 
esortazioni al popolo Mosè parla spesso di 
precetti, di cerimonie, di benedizioni e ma- 
ledizioni scritte nel libro di questa legge e 
dell'alleanza (Deut. xvm, 8 e ss. ; xxvm, 
58, 61; xxix, 19, 26; xxx, 10, ecc.), la- 
sciando manifestamente intendere che vi 
era un libro scritto di cui egli era l'autore. 

Gli altri libri del Vecchio Testamento e 
l'indole stessa della storia d'Israele confer- 
mano questa verità, poiché non solo è indu- 
bitato che in tutti i tempi gli Ebrei conob- 
bero il Pentateuco come opera di Mosè, ma 
è pure certissimo che tutta la loro storia 
si fonda sopra la legislazione mosaica. 

Infatti Malachia (iv, 4; Ebr. in, 22), Da- 
niele (ix, 11, 13; xiii, 62), Baruch (li, 2, 
28 e ss.) ricordano in modo esplicito la 
legge data a Mosè, e da questi scritta in 
un libro,, ed espressioni analoghe ricorrono 
presso Esdra (I Esd. in, 1 ; vi, 18; vii, 6; 
II Esd. vili, 1 e ss. ; x, 29; XIII, 1), nei 
Paralipomeni (I Par. xvi, 40 ; II Par. xvii, 
9; xxxiv, 14-19), nei libri dei Re (III Re, 
il, 3 ; IV Re, xxn, 23), nei Giudici (m, 
4), in Giosuè (i, 7), e in Tobia (i, 8 ; vi, 
13). Osea poi ed Amos mostrano chiara- 
mente di aver avuto sott 'occhio tutto il 
Pentateuco, poiché alludono agli eventi in 
esso narrati (Os. il, 15 ; vii, 16 ; xi, 1 ; 
xil, 9; xiii, 4, ecc.; Am. Il, 10; in, 1; 
ix, 7), e ne richiamano o suppongono i pre- 
cetti (Os. il, 11 ; iv, 8; v, 6; vi, 6, ecc.; 
Am. v, 21 e ss. ; iv, 4 e ss. ; vili, 10, ecc.). 
Osea parla della legge scritta (vili, 12), ed 
è certo che tanto egli che Amos hanno tali 
affinità linguistiche col Pentateuco da far 
supporre che lo abbiano ben conosciuto e 



meditato. (Vedi testo ebraico Os. n, 10 ; 
Deut. vii, 13; Os. Il, 19; Esod. xxm, 13; 
Os. IX, 10 ; Deut. xxxil, 10, ecc. ; Am. ili, 
2 ; Deut. IV, 6 ; Am. iv, 6 ; Deut. iv, 30 ; 
Am. iv, 11; Deut. xxix, 32, ecc.). 

Il re Giosaphat manda sacerdoti ad inse- 
gnare al popolo il libro della legge del Si- 
gnore (II Par. xvii, 7 e ss.) ; al re Gioa 
assieme al diadema regio vien dato il testi- 
monio, ossia il libro della legge (IV Re xi, 
12; II Par. xxm, 11); e al tempo del re 
Giosia fu trovato nel tempio il libro della 
legge scritto di mano di Mosè (IV Re xxn, 
9 e ss. ; II Par. xxxiv, 14 e ss.). Salomone 
prega Dio (III Re, vili, 23 e ss.) colle pa- 
role del Deuteronomio (xil, 11 ; xxv, 1), 
appoggiandosi alle promesse fatte nel Levi- 
tico (v, 1 ; XXVI, 17-19), e fa edificare il 
tempio, in modo da riprodurre il taberna- 
colo mosaico (III Re, vi, 1 e ss. ; II Par. 
in, 10 e ss. ; Esod. xxv, 18 ; xxvi, 8 e ss.). 
Anche Davide (II Re, vii, 22-24) ringrazia 
Dio colle parole del Deuteronomio (iv, 7 ; 
x, 21 ; xiii, 16), ed è indubitato che lo 
stato religioso e politico del suo tempo cor- 
risponde alle norme del Pentateuco. 

Nei tempi più antichi il popolo chiede un 
re a Samuele (I Re, vili, 5), usando le pa- 
role del Deuteronomio (XVII, 14), e Sa- 
muele nella sua risposta (I Re, xn, 6-8, 
12-14) suppone note le leggi del Pentateuco 
(Num. xvi, 15; Deut. xvi, 19), e le pro- 
messe (Deut. i, 26 ; vii, 12 e ss.) e le nar- 
razioni in esso contenute. 

Anche per il tempo dei Giudici si hanno 
prove certe che le leggi e le narrazioni del 
Pentateuco erano conosciute e praticate 
(Giud. i, 16, 20 ; III, 6-7 ; IV, 11 ; XI, 12 e ss. ; 
Xiii, 4-14 ; xiv, 3 ; xv, 8 ; XXI, 7, ecc.) ; che 
poi esse fossero scritte si deduce dalle ras- 
somiglianze verbali che spesso si incontrano 
(p. es. Giud. il, 1 e ss. : Esod. xxxiv, 12 
e ss. ; Giud. vii, 8, 16 ; Esod. xx, 2 ; in, 
12, ecc.). Tutti ammettono che l'autore del 
libro di Giosuè conosceva l'intero Penta- 
teuco. Vi si legge infatti (i, 1 e ss.), che 
il Signore comandò a Giosuè di custodire 
e di osservare tutta la legge di Mosè, e di 
meditare giorno e notte sul volume, in cui 
essa era contenuta, affine di eseguire quanto 
era scritto. Al capo vii, 30-32 si narra che 
Giosuè edificò un altare sul monte Hebal, 
come Mosè aveva comandato ai figli di 
Israele, e sta scritto nel volume della legge 
di Mosè, e poi si aggiunge che scrisse su 
alcune pietre il Deuteronomio della lesee 



38 



Il Pentateuco • Introduzione 



di Mosè, che questi aveva scritto davanti 
ai figli d'Israele. 

Analoghe affermazioni si hanno nei capi 
iv, 12; ix. 24; xxni, 6; xxxiv, 26, ecc., 
e l'ultimo discorso di Giosuè (xxiv, 2 e ss.) 
non è che un breve compendio di quanto è 
narrato più a lungo nel Pentateuco. Tutto 
il Vecchio Testamento afferma quindi che 
Mosè è l'autore del Pentateuco. 

Argomento secondo. - La testimonianza 
dei libri del Nuovo Testamento. — Questa 
testimonianza si contiene nelle affermazioni 
di N. S. Gesù Cristo e degli Apostoli. È 
noto infatti che al tempo del Signore tutti 
gli Ebrei attribuivano l'intero Pentateuco 
a Mosè. Ora Gesù Cristo non solo non ha 
contraddetto, ma ha approvato apertamente 
tale sentenza. Se non si vuole quindi am- 
mettere che Gesù Cristo abbia approvato 
l'errore, si dovrà ritenere che Mosè è ve- 
ramente l'autore del Pentateuco. 

A tal fine giova ricordare quanto rife- 
risce S. Giovanni, v, 45-47. 

I Giudei calunniavano il Signore, facen- 
dosi forti dell'autorità della Scrittura, e il 
Signore tra l'altro risponde loro: a Non vi 
pensate che sia per accusarvi io presso il 
Padre, vi è già chi vi accusa, quel Mosè 
in cui voi vi confidate. Poiché se credeste 
a Mosè, credereste anche a me; infatti di 
me egli ha scritto. Che se non credete a 
quel che egli ha scritto, come crederete voi 
alle mie parole ? » Gesù parla qui eviden- 
temente dell'intero Pentateuco, a cui i 
Giudei erano persuasi di credere, e lo pre- 
senta come una profezia della sua venuta, 
affermando nello stesso tempo che esso fu 
scritto da Mosè. Non si può quindi negare 
che Mosè sia l'autore del Pentateuco senza 
ammettere che Gesù sia caduto in errore. 

A conferma si possono addurre quei testi 
in cui il Signore parla del libro di Mosè e 
della legge di Mosè (Mar. xn, 26 ; Lue. 
xxiv, 44), o presenta i precetti del Pen- 
tateuco come provenienti da Mosè (Matt. 
vili, 4; xix, 8; Marc. I, 44; vii, 10; x, 
5; Lue. v, 14; XX, 28; Giov. I, 17; VII, 
19, 22; vili, 5, ecc.). Tali espressioni sup- 
pongono manifestamente che Mosè sia l'au- 
tore del Pentateuco. 

Lo stesso deve dirsi di quei passi in cui 
gli Apostoli parlano della legge di Mosè 
(I Cor. ix, 9 ; Ebr. x, 28), e affermano che 
Mosè vien letto ogni sabato nelle sinagoghe 
[Atti, xv, 23; II Cor. ni, 15), o che egli 
scrive o dice questo o quello (Rom. x, 5, 



19), e attribuiscono a lui le profezie, i pre- 
cetti, le narrazioni del Pentateuco (Atti. 
in, 22; xxvni, 33; Rom. ix, 15; I Cor. 
ix, 9; Ebr. ìx, 19, ecc.). 

Argomento terzo. - La tradizione Giu- 
daica. — In tutti i tempi gli Ebrei -furono 
persuasi che Mosè fosse l'autore del Pen- 
tateuco, come apparisce chiaro non solo dai 
libri sacri del Vecchio e del Nuovo Testa- 
mento, ma anche da opere profane. È certo 
infatti che dal quinto o quarto secolo a. C. 
il Pentateuco esisteva nella sua forma at- 
tuale, poiché ne fanno testimonianza e il 
Pentateuco samaritano, e la versione greca 
dei LXX. 

Ora che esso venisse comunemente at- 
tribuito a Mosè, è provato dalle afferma- 
zioni di Filone (Vita Moisis, III, 39) e di 
Giuseppe Flavio (Ant. Giud., iv, 8, 48; 
Cont. App., i, 8), non che da quelle degli 
storici pagani Ecateo (4 sec. a. C.),Eupoleno 
(2 sec. a. C.), ed Alessandro' Polistore 
(1 sec. a. C), i quali presentano Mosè come 
colui che ha dato ai Giudei la legge scritta, 
e ha narrato la loro storia. Lo stesso inse- 
gnamento si ritrova nel Talmud di Babi- 
lonia nel trattato Baba-Bathra, e nel Talmud 
di Gerusalemme nel trattato Sota, e fa 
d'uopo venire sino a Spinoza, nel sec. xvn, 
per trovare il primo dottore Giudeo, che 
abbia negato essere il Pentateuco opera di 
Mosè. Ora se si considera la lotta esistita 
in tutti i tempi tra i Giudei e i Samaritani, 
e se si tien conto della divisione dei Giudei 
in varie sètte, opposte l'una all'altra (Fa- 
risei, Sadducei, Esseni, Palestinesi, Elle- 
nisti, ecc.), il constatare che tutti però si 
accordano nell 'accettare il Pentateuco come 
opera di Mosè legislatore, suppone neces- 
sariamente che tale persuasione sia fondata 
sulla verità. 

Chi mai infatti avrebbe potuto indurre i 
Giudei già fin dal settimo secolo a. C. di- 
spersi in tutto il mondo e divisi tra loro 
ad accettare come opera di Mosè un libro 
recente, che oltre al flagellare i loro vizi 
e umiliare il loro orgoglio nazionale, impo- 
neva loro una legge religiosa, civile e so- 
ciale in opposizione a tante passioni ? Niun 
falsario poteva riuscire in tale intento. 

Argomento quarto. - La tradizione cri- 
stiana. — La tradizione giudaica, introdotta 
nella Chiesa da N. S. Gesù Cristo e dagli 
Apostoli, si continuò presso i cristiani di 
tutti i secoli. Così p. es. S. Clemente Ro- 
mano (I Cor. xliii, 1) dice espressamente, 



Il Pentateuco - Introduzione 



39 



m che Mosè, servo fedele in tutta la casa (del 
Signore) consegnò nei libri sacri tutte le 
cose che gli erano state comandate », e l'au- 
tore della Cohortatio ad Graecos (nn. 28, 
30, 33, 34 tra le opere di S. Giustino), 
S. Giustino (I Apol. 59), S. Teofilo A. (Ad. 
Autol., in, 23), affermano che Mosè scrisse 
per divina ispirazione, e che egli è il primo 
dei profeti e il più antico scrittore, e che 
ha narrato la creazione del mondo, ecc. 
Tutti gli Apologisti poi si accordano nell 'as- 
serire che i filosofi e i legislatori pagani 
hanno tolto da Mosè parte della loro sa- 
pienza. 

Anche Sant'Irineo (Adv. Haer., i, 2; il, 
22; iv, 2), Tertulliano (Adv. Hermog.,xiX; 
Adv. Marc, iv, 22), Sant'Ippolito (Philo- 
soph., vili, 8 ; x, 33) e Origene (Cont. 
Cels., in, 5-6 ; iv, 55) parlano di Mosè come 
autore del Pentateuco, e la stessa afferma- 
zione si incontra presso Eusebio (Hist. Ec- 
cle., i, 2; Praep. Evang., vii, 6), Sant'Ata- 
nasio (Ad Marcellin. 5, 32), Sant'Ambrogio 
(Hexameron, vi, 2), Sant'Epifanio (Haer., 
xxvi, 3), Sant'Ilario (De Trin., i, 5), San 
Giov. Crisostomo (In Gerì., hom. il, 2-3), 
S. Girolamo (Praef. in Iosue), Sant'Ago- 
stino (Serm. xxxi, 5 ; cxxiv, 3), e gli altri 
Padri. La tradizione della Chiesa è quindi 
unanime e senza interruzione, e intorno ad 
essa non sorse alcun dubbio sino al se- 
colo XVII. 

Argomento quinto. - / caratteri interni. 
— Benché da soli gli argomenti interni non 
abbiano gran valore, tuttavia siccome i ra- 
zionalisti li tengono in gran conto, gioverà 
far vedere che anche questi depongono a 
favore di Mosè. 

E per eerto se Mosè è l'autore del Penta- 
teuco, siccome egli non fu mai in Palestina, 
ma venne educato alla corte di Faraone, 
dovrà mostrare di conoscere molto bene le 
cose di Egitto, e assai confusamente quelle 
di Palestina. Siccome inoltre la legge fu 
data nelle peregrinazioni del deserto, e andò 
completandosi per lo spazio di 40 anni, 
queste circostanze non poterono a meno di 
esercitare la loro influenza sul libro in cui 
la legge è raccolta, e non dovrà quindi es- 
sere difficile il ravvisarle. 

Ora chiunque legga il Pentateuco, vede 
subito che l'autore e i primi lettori conosce- 
vano molto bene l'Egitto, le sue leggi, i 
suoi costumi, la sua geografia, ecc. I nomi 
di Gessen, On, Pithom, Ramesse, Socoth, 
Etan, Pi-Hairoth, sono infatti ricordati in 



modo tale da supporre evidentemente che le 
località indicate siano notissime ai lettori. 
La valle del Giordano è paragonata per la 
sua amenità all'Egitto (Gen. xm, 10), He- 
bron fu fondata sette anni prima di Tanis 
città dell'Egitto (Num. xm, 28), varii nomi 
egizi sono riportati senza alcuna spiega- 
zione (Gen. xli, 43, 45). L'autore inoltre 
conosce perfettamente come è costituita 
l'armata egiziana (Esod. xiv, 7), qual'è la 
organizzazione politica dello stato, e quali le 
sue frontiere ; e le descrizioni che egli fa 
di Giuseppe e dei suoi fratelli, e poi dei 
lavori degli Israeliti, e delle piaghe inflitte 
da Dio, sono spesso mirabilmente illustrate 
dai monumenti scoperti, mentre la condi- 
zione delle cose d'Egitto, che dovunque si 
suppone, corrisponde perfettamente a quella 
che gli antichi monumenti ci hanno rivelato 
essere esistita al tempo dei patriarchi e di 
Mosè. 

Si aggiunga ancora che vi è una grande 
rassomiglianza, benché solo esteriore, fra 
le istituzioni rituali e sacerdotali date da 
Mosè e i riti egiziani. L'arca dell'alleanza 
posta nel tabernacolo ha una certa analogia 
col naos dei tempii egiziani (Ved. Dict. de 
la Bib., Arche), e la disposizione del taber- 
nacolo rassomiglia a quella dei tempii, il 
razionale di Aronne corrisponde al pettorale 
dei sacerdoti egiziani, e il modo di portar 
l'arca, come pure parecchie leggi imposte 
ai sacerdoti, richiamano alla mente le scene 
e le iscrizioni figurate sugli antichi monu- 
menti egizi. 

È pure indubitato che il Pentateuco fu 
scritto per un popolo uscito di fresco dal- 
l'Egitto, poiché la liberazione dalla schiavitù 
egiziana viene continuamente proposta come 
un motivo per praticare l'osservanza delle 
leggi del Signore (Esod. xm, 3 ; xvi, 6 ; xx, 
2; xxn, 21 ; xxix, 46; Lev. XI, 45; Num. 
in, 12; Deut. v, 15, ecc.). Così si spiega 
pure perchè il popolo venga esortato a te- 
nersi lontano da certi costumi egiziani (Lev. 
xvin, 3), e venga scongiurato il futuro re a 
non ricondurre il popolo in Egitto (Deut. 
xvi, 16), e il Signore prometta che se 
Israele osserverà i suoi comandamenti non 
andrà incontro ad alcuno dei mali inflitti 
all'Egitto, ma se al contrario si mostrerà 
infedele, deve aspettarsi di essere colpito 
dagli stessi mali, che già colpirono l'Egitto 
(Esod. xv, 26 ; Deut. vii, 15 ; xxvm, 27, 
60 ; xxix, 25). 

Per riguardo poi alla Palestina né l'autore 
né i primi lettori l'hanno veduta. Non solo 



40 



Il Pentateuco - Introduzione 



infatti l'autore suppone sempre che il popolo 
sia fuori della Palestina, ma si adopera in 
tutti i modi per eccitarlo ad intraprenderne 
la conquista. Parlando delle principali città 
della Terra promessa, egli fa notare che 
esse si trovano nel paese di Chanaan (Gen. 
xxiii, 2, 19, ecc. ; Deuter. XI, 30, ecc.), 
mentre invece nulla dice, quando si tratta 
di paesi dell'Egitto o di stazioni del de- 
serto (Num. xxxiii, 3 e ss.). Gli stessi 
confini della terra promessa, specialmente i 
settentrionali, sono indicati in modo assai 
vago (Num. xxxiv, 2-12), e non hanno la 
precisione che si incontra nel libro di 
Giosuè (Gios. xv, 1-4, 21 e ss. ; XIII, 4-6). 
D'altra parte Dio promette spesso la pos- 
sessione di Chanaan agli Israeliti, come 
premio della loro fedeltà nell 'osservare le 
sue leggi (Lev. xx, 24 ; Deut. vii, 13, ecc.). 

Similmente tutto dà ad intendere che il 
Pentateuco fu scritto nel deserto. La legisla- 
zione è fatta per un popolo nomade accam- 
pato sotto le tende, e anche prescindendo 
dai precetti che regolano gli accampamenti 
(Num. il, 2-v, 4 ; x, 2 e ss., ecc.), diverse 
ordinazioni relative ai sacrifizi, alla mon- 
dezza, ecc., suppongono che il popolo viva 
nel deserto (Lev. iv, 11, 12, 21 ; xm, 46; 
xiv, 3; xvi, 21, ecc.), e che tutti gli Israeliti 
siano vicini al tabernacolo (Lev. xvn, 3 
e ss. ; xv, 14, 29, 31 ; Num. vi, 10, ecc.), 
e che Aronne e i suoi figli siano ancora vivi 
(Lev. n, 3, 10; xvi, 2; Num. xix, 3, ecc.). 
La descrizione poi delle varie stazioni e 
della peregrinazione nel deserto è così viva 
e fedele, che non ha potuto essere scritta 
da altri che da un testimonio oculare. Non 
va omesso il fatto che per la costruzione del 
Tabernacolo e dei suoi arredi si adoperano 
solo materie, le quali facilmente si potevano 
trovare nel deserto (p. es. il legno di setim 
o acacia e non il cedro), e che fra gli ani- 
mali di cui è permesso cibarsi, alcuni sono 
proprii del deserto, e non si trovano nella 
Palestina. 

La forma 6tessa della legislazione del 
Pentateuco testifica pure la sua origine mo- 
saica. Le varie leggi infatti non costitui- 
scono un codice sistematico, e non sono 
ordinate secondo un disegno prestabilito. 
Esse furono scritte, come si suol dire, 
giorno per giorno, e furono poi mutate o 
completate a seconda delle occorrenze. Così 
p. es. il precetto di celebrare la Pasqua si 
trova menzionato in sette luoghi : ed ' ha 
subite parecchie aggiunte e parecchie modi- 
ficazioni (Esod. XII, 1-28; xxm, 14-19; 



xxxiv, 18-26 ; Lev. xxm, 4-14 ; Num. ix, 
1-14; xxvm, 16-25; Deut. xvi, 1-8). Lo 
stesso deve dirsi delle leggi relative al sa- 
bato (Esod. xx, 10 ; Num. xv, 32 e ss.), 
alla bestemmia (Esod. xx, 7 ; xxn, 28 ; 
Lev. xxiv, 10), ecc. 

Alcuni casi speciali portarono talvolta a 
determinare meglio l'applicazione di leggi 
generali, e quindi si ebbero naturalmente 
ritocchi, ripetizioni, aggiunte, ecc. Questo 
carattere della legislazione del Pentateuco 
appare ancora più manifesto, se si parago- 
nano assieme le leggi dell'Esodo, del Levi- 
tico e dei Numeri con quelle del Deutero- 
nomio, poiché mentre le prime mirano quasi 
esclusivamente al deserto, le seconde ri- 
guardano il popolo sul punto di entrare nella 
terra promessa, e perciò abrogano parecchie 
disposizioni precedenti. Vedi p. es. le leggi 
relative alla celebrazione delle grandi so- 
lennità (Esod. xxm, 14, e ss. ; Lev. xxm, 
4 e ss. ; xxxiv, 18 e ss., e Deut. xvi, 5 
e ss.) e all'uccisione degli animali (Lev. 
xvn, 3 e Deut. xn, 15), ecc. Si deve pure 
osservare che la legislazione stessa non è 
completa, e l'organizzazione politica non è 
in tutto regolata. Così p. es. la legge sul 
re presenta gravi lacune, e si riferisce ad 
un avvenire molto lontano, e Israele per 
molto tempo non ebbe un capo unico, ma 
ogni tribù fece da sé, e si considerò indi- 
pendente. Or bene una tale legislazione non 
ha potuto aver origine se non durante il 
tempo in cui Israele uscito dall'Egitto fu 
costretto a peregrinare per quarant'anni 
nel deserto. 

Anche la lingua del Pentateuco ha un 
carattere arcaico e locuzioni proprie e forme 
speciali, che presto invecchiarono, o ven- 
nero modificate, e che dimostrano l'anti- 
chità del libro. Così p. es. il pronome 
maschile hu su 206 volte viene usato 165 
per il femminile hi, e il nome na'ar ma- 
schile, viene usato anche per il femminile. 
Caratteristici sono pure i pronomi dimo- 
strativi hallezeh e hael, e l'infinito costrutto 
in oh od ó (invece di oth) nei verbi lamed- 
he, e la terza persona plurale in un (invece 
di u), ecc. Queste riccole ~ose non hanno 
in sé grande valore, ma possono portarsi 
contro i razionalisti, i quali si fondano 
spesso sulle particolarità linguistiche per 
impugnare l'autenticità dei libri sacri. Esse 
servono ancora di conferma agli altri argo- 
menti interni, dai quali risulta che il Pen- 
tateuco fu scritto appunto ai tempi di Mosè. 
Ora se si tien conto della missione affidata 



Il Pentateuco - Introduzione 



41 



da Dio a Mese e della parte da questi avuta 
negli avvenimenti, sarà facile conchiudere 
che egli solo potè scrivere il Pentateuco. 

L'autenticità mosaica del Pentateuco ha 
quindi in suo favore gli argomenti più con- 
vincenti, e va ritenuta come una verità in- 
concussa, intorno alla quale non è lecito 
dubitare. 

CAPO III. 

Obbiezioni contro l'autenticità mo= 
saica del Pentateuco. — Le obbiezioni 
contro l'autenticità mosaica del Pentateuco 
si riducono a due classi, essendo le une di- 
rette contro la sua antichità, e le altre contro 
la sua unità. 

Cominciando dalle prime, vanno qui 
trascurate quelle che si fondano su pre- 
giudizi razionalistici, e similmente non è più 
necessario provare che ai tempi di Mosè 
si sapeva scrivere. Le recenti scoperte ci 
hanno fatto conoscere documenti scritti che 
ascendono a circa 3000 anni prima di Gesù 
Cristo, e a tutti sono note e le tavolette (di 
terra disseccata) di Umilia (e. 3000) e di 
Gudea (e. 2450) re di Laghas, e il codice 
di Hammurabi (e. 1900 a. C. Attualmente 
si preferisce leggere Hammurapi) scolpito 
su pietra, e le numerose lettere di Teli el- 
Amarna scritte circa il 1450 a. C. Vanno 
pure menzionate numerose scritture gero- 
glifiche egiziane, che rimontano alla più 
grande antichità. Ora se si osserva, che fra 
gli innumerevoli documenti, che ogni giorno 
vengono alla luce in Assiria e Babilonia e 
in Egitto, moltissimi si riferiscono a transa- 
zioni, a contratti, a conti di amministrazione, 
a ricevute .di pagamento, a commercio 
epistolare, e alle cose più insignificanti 
della vita domestica e sociale, si dovrà con- 
chiudere che la scrittura e l'arte di scrivere 
erano diffusissime negli antichi tempi, spe- 
cialmente nell'Egitto, dove dimorò Israele, 
e dove Mosè fu educato alla corte di Fa- 
raone. Non può quindi mettersi in dubbio 
che Mosè abbia trovato documenti scritti, 
e che egli stesso abbia conosciuto la scrit- 
tura, e siasene servito, tanto più che i co- 
stumi e le condizioni del tempo dei pa- 
triarchi ci sono presentati nella Genesi in 
modo corrispondente a quanto si ricava dagli 
antichi monumenti (Cf. Vigouroux, La Bib. 
et les découv. mod., 1896; Scheil, Textes 
élam. sémit., 1902; Reisner, Tempelur- 
kunden aus Telloh, 1901 ; Heyes, Bibel und 
Aegypten, 1904: Thureau-Dangin, Die su- 



merischen und akkad. Kónigsinschriften, 
1907 ; Vandervorst, Israel et l'ancien Orient, 
1915, ecc.). 

Benché alcuni (Cornili, ecc.) insistano 
ancora sul fatto, che se Mosè fosse l'autore 
del Pentateuco avrebbe parlato di sé in 
prima e non in terza persona, e non si 
sarebbe lodato (Num. xn, 3), una tale dif- 
ficoltà non merita però di essere presa in 
considerazione, poiché anche Giulio Ce- 
sare, Osea e tanti altri scrittori autobiogra- 
fici hanno parlato di se stessi in terza per- 
sona, senza che per questo si possa negare 
l'autenticità delle loro opere. La lode di 
Mosè non è superiore a quella che S. Paolo 
dà a se stesso (II Cor. xi, 22-28), ed anche 
prescindendo dalle varie interpretazioni, a 
cui le parole dei Num., xn, 3, possono pre- 
starsi, oppure ammettendo che siano ag- 
giunte da uno scrittore ispirato posteriore, 
non si potrebbe logicamente negare l'au- 
tenticità mosaica del Pentateuco basandosi 
su di un argomento così futile. 

Obbiezioni contro l'antichità del Pen= 
tateuco. — l a Obbiezione. - I razionalisti 
ricorrono perciò ad altre ragioni, e fanno 
osservare che nel Pentateuco vi sono pa- 
recchie indicazioni storiche, geografiche e 
archeologiche, le quali denotano un tempo 
più recente di Mosè. Così per esempio le 
parole che si hanno Gen., xn, 6 e xm, 7 : 
/ Chananei erano allora in quella terra, 
fanno supporre di essere state scritte dopo 
la distruzione dei Chananei. Similmente 
il nome di Dan e di Hebron non vennero 
dati che più tardi alle due località indi- 
cate Gen. xiv, 14 e xxm, 2 ; e l'affer- 
zione dell 'Esod. xvi, 35, relativa al fatto 
che gli Ebrei mangiarono la manna per 
40 anni, cioè finché arrivarono in paese 
abitabile, non potè essere scritta che dopo 
l'entrata in Palestina. Si osserva inoltre che 
Esod. xxvil, 12; Num. il, 18; ili, 23, la 
plaga occidentale viene chiamata mare, lad- 
dove mentre Israele era accampato presso 
il Sinai, il mare non si trovava ad occidente, 
ma a mezzogiorno, il che suppone che que- 
sti passi siano stati scritti dopo l'occupa- 
zione della Palestina, quando cioè il mare 
veniva a trovarsi veramente ad occidente 
degli Israeliti. Similmente i punti cardinali 
vengono indicati in relazione alla Pale- 
stina, ecc. 

R. — A queste e ad altre consimili diffi- 
coltà si può rispondere in generale che esse 



42 



Il Pentateuco - Introduzione 



non sono tali da scuotere l'autenticità mo- 
saica del Pentateuco, ma possono conciliarsi 
con essa ammettendo con molti interpreti 
cattolici antichi e moderni, che si tratta di 
piccole aggiunte fatte da Esdra, o da qualche 
altro autore ispirato, oppure di piccole glosse 
introdotte nel testo da qualche trascrittore 
poco avveduto. La Commissione Biblica nel 
suo Decreto sull'autenticità del Pentateuco 
ammette la legittimità di questa risposta. 

Del resto le parole : / Chananei erano al- 
lora in quella terra, potrebbero benissimo 
spiegarsi : I Chananei si trovavano già al- 
lora in quella terra, come vi si trovavano 
ancora al momento in cui l'autore scriveva. 
— Riguardo al nome di Dan e di Hebron, 
si può ammettere benissimo che essi siano 
stati sostituiti agli antichi nomi (vedi però 
note ai passi relativi), e le indicazioni del- 
VEsod., xvi, 35, vanno spiegate nel senso 
che gli Israeliti mangiarono la manna finché 
giunsero alla terra abitabile, ossia ai confini 
della Palestina, senza che per questo si 
neghi che abbiano continuato a mangiarla 
anche dopo, cioè fino alla celebrazione della 
Pasqua in Gàlgala (Gios. v, 10-12). 

Anche la difficoltà tratta dal fatto che la 
plaga occidentale viene chiamata mare, si 
risolve facilmente osservando che col nome 
di mare nei detti luoghi si deve intendere 
non già il Mediterraneo, ma il Mar Rosso, 
che si trova veramente a occidente della 
penisola sinaitica. Non è il caso poi di 
insistere sui varii passi del Deuteronomio 
(i, 1, 5; in, 8; iv, 41, ecc.) nei quali la 
parte della Palestina a Oriente del Giordano 
viene detta transgiordanica, quasi si sup- 
ponga che lo scrittore si trovi nella parte 
occidentale, ossia nella Palestina propria- 
mente detta, poiché risulta chiaramente dal 
testo ebraico, Num. xxxn, 19, che i Rube- 
niti e i Gaditi usano la stessa parola eber 
(al di là) per indicare sia la terra posta a 
occidente e sia la terra posta a oriente del 
Giordano. Il fatto poi che i punti cardinali 
vengono indicati per relazione alla Palestina, 
prova solo che la lingua usata da Mosè era 
una lingua chananea, ossia palestinese. 

2 a obb. - A provare l'origne recente del 
Pentateuco i razionalisti sogliono addurre il 
fatto narrato IV Re, xxn, 8-10 e II Parai. 
xxxiv, 14-19. Ivi si legge che nell'anno 18 
del regno di Giosia, il re mandò a prendere 
denaro nell'erario del tempio, e in questa 
circostanza Helcia, sommo sacerdote, trovò 
il libro della legge, che venne poi letto 



pubblicamente al popolo fra lo stupore e la 
meraviglia generale. Ora, dicono, tutta la 
narrazione suppone che si tratti di un libro 
fino allora sconosciuto, e siccome questo 
libro non è altro che il Deuteronomio, op- 
pure il Pentateuco, si deve conchiudere che 
il Pentateuco o il Deuteronomio furono 
scritti allora, e vennero pubblicati sotto il 
nome di Mosè per acquistar loro maggior 
credito. 

R. — Basta leggere l'intero racconto per 
comprendere come quest'argomento non 
abbia alcun valore. 

Infatti il libro trovato conteneva tutto il 
Pentateuco, poiché la denominazione « libro 
della legge» indica tutta l'opera mosaica 
(così pensano anche Benzinger, Cornili, 
Hoberg, Weiss, ecc.), e d'altra parte Giosia 
comandando che si celebri la Pasqua se- 
condo quello che sta scritto nel libro trovato 
dell'alleanza (IV Re, xxm, 21) mostra chia- 
ramente che si tratta di tutto il Pentateuco, 
e non del solo Deuteronomio, dove non 
sono menzionate parecchie importantissime 
cerimonie pasquali. Né a ciò si oppongono 
i versetti 8 e 10 (IV Re, xxn), nei quali si 
afferma che Safan lesse nello stesso giorno 
due volte il libro trovato, poiché ivi non si 
dice che ogni volta abbia letto l'intero libro 
(vedi un'espressione analoga, Atti, xv, 21), 
e se al capo xxm, 2 (IV Re) sta scritto che 
Giosia lesse al popolo tutte le parole del 
libro trovato, non si afferma però che abbia 
fatto questo in un solo giorno. 

Che poi tale libro non fosse cosa ignota, 
è manifesto dal fatto che vien chiamato sem- 
plicemente il libro della legge, e d'altra 
parte come mai si sarebbero potuto attri- 
buire alla violazione dei precetti in esso 
contenuti tutti i mali che gravavano sul po- 
polo di Giuda (IV Re, xxi, 13), se si 
fosse trattato di precetti fino allora scono- 
sciuti ? Similmente come mai il re avrebbe 
potuto comandare (IV Re, xxm, 3) che si 
rimettessero in vigore le parole contenute 
in quel libro, se queste fino allora fossero 
state ignote al popolo? E perchè mai i 
profeti di quel tempo, come Geremia, So- 
fonia, Olda, non hanno protestato contro il 
tentativo di far passare come di Mosè una 
opera recente? Sarebbero forse stati essi 
stessi i complici della sopercheria, oppure 
le vittime di un mostruoso inganno? Tanto 
l'una che l'altra ipotesi sono assurde. 

La commozione straordinaria del re e del 
popolo verificatasi all'annunzio del ritrova- 



Il Pentateuco - Introduzione 



43 



mento del libro, si spiega facilmente pen- 
sando, che dopo le profanazioni del tempio 
avvenute sotto i re precedenti, era scom- 
parso quel volume della legge, che Mosè 
aveva comandato di custodire nel taberna- 
colo, acciò servisse di testimonianza contro 
Israele (Deut. xxxi, 24). L'averlo quindi 
ritrovato ricordò al popolo le prevaricazioni 
passate, i castighi minacciati, i precetti da 
osservarsi, ecc., e portò a un rinnovamento 
della vita religiosa della nazione. Ciò sa- 
rebbe ancora maggiormente spiegabile se 
fosse assolutamente certo quel che d'al- 
tronde da molti si ritiene probabile (Iere- 
mias, Das Alte Testament, ecc., Leipzig 
1904, p. 548; I. Weiss, Das Buch Exodas, 
Graz 1911, p. lxiii) che cioè il libro ritro- 
vato fosse il testo originale di Mosè, come 
sembrano indicare i Paralipomeni (II Par. 
xxxiv, 14). 

3 a obbiezione. - Un altro argomento 
contro l'origine mosaica del Pentateuco 
viene fornito dal fatto che alcune fra le 
leggi in esso contenute non furono osser- 
vate prima dell'esiglio, il che mostra chia- 
ramente, secondo i razionalisti, che tali 
leggi non erano conosciute, e non esiste- 
vano nell'antichità, ma sono di un'origine 
recente. 

R. — Prima di tutto si può far osservare 
in generale che dall'inosservanza di uni 
legge non si può dedurre l'inesistenza della 
legge stessa senza cadere in un sofisma. E 
poi non è vero che le leggi del Pentateuco 
non siano state mai osservate nell'antichità ; 

10 furono ai tempi di Ezechia (IV Re, xvm, 
3-6; Parai, xxix-xxxi), di Salomone e di 
Davide, e sotto Samuele (I Re, i e ss.), e 
sotto i Giudici (xx, 26-28), come si è 
veduto nel provare l'autenticità del Penta- 
teuco, e se alcune di esse vennero trasgre- 
dite, e vi furono periodi in cui la trasgres- 
sione si generalizzò, non mancarono mai i 
profeti, che a nome di Dio ripresero il po- 
polo e minacciarono castighi (Cf. Os. vili, 
2). Vedi anche III Re, in, 3. 

Né a ciò contraddicono i fatti narrati 

11 Re, xm, 13 e Giud. xiv, 1-4 ; xi, 29 
e ss., poiché nel primo caso si tratta di una 
giovinetta, la quale poteva benissimo igno- 
rare che tal matrimonio fosse proibito (non 
solo dalla legge mosaica, ma anche dalla 
legge naturale), e nel secondo caso il fatto 
che i parenti di Sansone si opposero al suo 
matrimonio con una Filistea, prova piuttosto 
l'esistenza della legge che vietava tali ma- 



trimonii. (La legge, strettamente parlando, 
vietava i soli matrimonii colle Chananee). 
Anche il terzo caso relativo a Iephte può 
spiegarsi coll'ammettere, che egli abbia 
trasgredito la legge, oppure che per igno- 
ranza abbia creduto, date le circostanze, di 
poter essere giustificato nel suo modo di 
operare. 

Obbiezioni contro l'unità del Penta= 
teuco. - l a obbiezione. - / diversi nomi di 
Dio. — Come già si è accennato nell'espo- 
sizione delle varie sentenze relative all'ori- 
gine del Pentateuco, uno dei fondamenti su 
cui si appoggiano i razionalisti moderni per 
negare l'unità dell'opera di Mosè, è il fatto 
che nella Genesi e nei primi cinque capi 
dell'Esodo vi sono dei passi in cui Dio è 
chiamato Elohim, ed altri in cui è chiamato 
Iahveh. Dalla diversità dei nomi divini con- 
chiusero alla diversità degli autori, e poi 
avendo analizzato i diversi passi, credet- 
tero di aver trovato che i varii autori 
hanno ciascuno un modo di dire proprio, e 
anche un modo proprio di concepire la re- 
ligione e la storia, e avendo in seguito 
estese le indagini alle altre parti del Pen- 
tateuco, non tardarono a scorgervi gli stessi 
caratteri, e ad applicarvi la loro teoria della 
diversità di autori. 

R. — Il fatto dei diversi nomi divini è 
indubitato, ma per spiegarlo non è neces- 
sario ricorrere alle ipotesi razionalistiche. 
Basterà osservare prima di tutto che spesse 
volte il testo stesso è incerto, giacché i LXX 
nella soia Genesi differiscono 49 volte (150 
in tutto il Pentateuco) dal testo massoretico 
nell'uso dei nomi divini, e le stesse diver- 
genze si incontrano nel testo samaritano. 
Per conseguenza è incerto se l'attuale di- 
stribuzione dei nomi divini nel testo mas- 
soretico preso dai critici come base per le 
loro investigazioni, corrisponda alla distri- 
buzione primitiva. Di più è assai probabile 
che anche nella Genesi e negli altri libri 
del Pentateuco siano avvenuti scambi e so- 
stituzioni dei nomi divini, forse per motivi 
liturgici, o per negligenza di copisti, come 
avvennero certamente nei salmi. (I salmi, 
p. es., 13 e 52 sono identici, colla sola dif- 
ferenza dei nomi divini, segno evidente che 
nell'un luogo o nell'altro questi furono 
cambiati). 

D'altra parte gioverà pure notare, che 
l'uso di un nome piuttosto che di un altro 
in alcune particolari sezioni, può talora spie- 



44 



Il Pentateuco - Introduzione 



garsi benissimo ricorrendo al significato eti- 
mologico. Tanto Elohim che Iahveh signifi- 
cano infatti Dio, benché non sotto lo stesso 
aspetto. Elohim lo presenta come l'essere 
potente per eccellenza, che deve essere te- 
muto ed onorato, mentre Iahveh lo fa cono- 
scere come l'essere eterno ed immutabile, 
e per conseguenza fedele nel mantenere le 
sue promesse. Iahveh è il nome di Dio in 
opposizione agli idoli, e in relazione con 
Israele. Ciò posto, si può benissimo com- 
prendere che Mosè, narrando la creazione 
del mondo, oppure i miracoli della divina 
onnipotenza, usi il nome di Elohim, e usi 
invece quello di Iahveh, quando si tratta 
di descrivere le alleanze contratte da Dio 
cogli uomini, oppure quel che si riferisce 
alla redenzione. Quando motivi speciali non 
richiedono tale distinzione, i due nomi ven- 
gono usati promiscuamente, e talvolta sono 
uniti tutti e due assieme, per dinotare che 
tutti e due significano lo stesso Dio. 

Va notato però che se si tien conto dei 
diversi nomi di Dio per distinguere e sepa- 
rare i varii documenti della Genesi e dei 
primi capi dell'Esodo (nel resto del Penta- 
teuco la cosa è ancora più evidente), si ot- 
terranno pochissime narrazioni complete di 
un fatto, ma si avrà il più delle volte una 
serie di proposizioni frammentarie, e di 
mezzi periodi, da cui non si potrà ricavare 
alcun costrutto e alcun senso. Di più si può 
ancora osservare, che le stesse pericopi 
dette elohiste o iahviste non formano una 
narrazione continua e ben connessa, in 
modo che lo scrittore elohista non supponga 
quel che è stato detto dal iahvista e vice- 
versa, cosicché se appoggiandosi solo sui 
nomi divini alcuno voglia sostenere l'ipotesi 
documentaria, dovrà arbitrariamente sup- 
porre che il redattore aveva bensì sott 'occhio 
nell'opera primitiva del iahvista e dell 'elo- 
hista quanto era necessario per completare 
la narrazione, ma lo lasciò da parte per ser- 
virsi di altri non sappiamo quali documenti. 
Quanto vi sia di arbitrario in tutte queste 
supposizioni è manifesto dalle divergenze 
profonde che a questo proposito vi sono tra 
i razionalisti. Così ad esempio Cornili 
(Einleitung, ecc., 5 a ediz., Tubingen 1905, 
pag. 47) ammette due edizioni dell'opera 
elohistica, l'una nel 750 a. C, e l'altra 
nel 650, e nega l'unità letteraria dell'opera 
iahvistica. Holzinger (Einleitung, ecc., Frei- 
burg 1893, p. 173) al contrario pensa che 
nell'opera iahvistica vi sia un certo nesso 
e una certa unità, mentre invece dell'elo- 



histica si hanno solo frammenti disparati, da 
cui non si può spesso arguire ciò che sia 
stato omesso. Strack (Einleitung, ecc., Mùn- 
chen 1906, p. 44) ritiene invece che spes- 
sissimo non è possibile distinguere lo scrit- 
tore iahvistico dall'elohistico, ma che in 
antico, prima che fossero uniti assieme, 
l'uno usava sempre il nome Iahveh e l'altro 
sempre quello di Elohim. Similmente ad 
esempio i primi sei versetti del capo xv 
della Genesi secondo Wellhausen sono elo- 
histici ritoccati da un redattore, secondo 
Budde invece sono iahvistici, con qualche 
inserzione elohistica ai versetti 2, 3, 5, se- 
condo Dillmann al contrario rappresentano 
il testo misto iahivistico-elohistico. Da ciò 
si vede chiaro come la sola differenza dei 
nomi divini non basti per poter distinguere 
i varii scrittori. Con questo però non ne- 
ghiamo che nel Pentateuco si possano di- 
scernere documenti e fonti diversi inseriti 
da Mosè nell'opera sua, come si è accen- 
nato più sopra. 

2 a obbiezione. - I razionalisti insistono 
però dicendo che vi è differenza di stile e 
di lingua fra il iahvista, e l'elohista e gli 
altri scrittori P e D, e che questi varii autori 
differiscono fra loro anche per le idee reli- 
giose. 

R. — In generale si può far osservare 
che gli antichi monumenti della lingua 
ebraica sono troppo poco numerosi, perchè si 
possa stabilire con certezza in qual tempo 
una frase o un modo di dire o un vocabolo 
fu in uso. e d'altra parte uno stesso scrit- 
tore può variare il suo stile a seconda della 
materia, dell'età e di altre circostanze. In 
particolare poi alle affermazioni che l'elo- 
hista è prolisso nel suo stile, e ama le 
ripetizioni e le genealogie, si può rispon- 
dere che il iahvista è ugualmente verboso 
e si ripete volentieri (vedi p. es. le parti 
iahvistiche Gen. li, ni, xm, xxiv, ecc.), e 
la prima genealogia si trova nella parte che 
viene a lui attribuita (Gen. iv, 17 e ss.). 
Similmente dal fatto che nei quattro o cin- 
que casi in cui si ha occasione di parlare 
della distinzione dei due sessi, per indicare 
il maschio e la femmina si usino una volta 
le voci 'ish e 'isha e l'altra le voci zacar 
e neqebah non si può conchiudere a diffe- 
renti autori, se non ammettendo l'assurdo, 
che uno scrittore non possa servirsi in di- 
versi luoghi di varii sinonimi per indicare 
la stessa cosa. 



Il Pentateuco - Introduzione 



45 



È bensì vero che i critici hanno contato 
tutte le frasi e i vocaboli caratteristici dei 
varii documenti, e sono arrivati a certi ri- 
sultati che non vanno disprezzati, ma sono 
ben lungi dall'aver provato che le partico- 
larità trovate siano tali da non poter essere 
attribuite a uno stesso autore, che abbia 
scritto la sua opera a diversi intervalli du- 
rante lo spazio di 40 anni, e che siasi servito 
di documenti anteriori e forse anche di se- 
gretarii (Holzinger, Einleitung, ecc., p. 94- 
106 ; 181-189 ; 340-347 conta 125 di queste 
particolarità per I, 109 per E, 113 per P e 
106 per D. In riguardo al solo Deuteronomio 
Steuernagel, Einleitung in den Exat., ne 
conta 90, Hummelauer, Comm. in Deut., 
invece ne conta solo 79 e Driver, An In- 
troduction to the hit. of the O. T., ne 
enumera solo 40. Da ciò si vede quanta 
incertezza regni anche nel campo filologico). 

L'affermazione che i varii supposti autori 
del Pentateuco avessero idee religiose di- 
verse è assolutamente gratuita, e si fonda 
su testi violentati, e su preconcetti razio- 
nalistici, quali sono la negazione dei mira- 
coli e delle profezie, la supposizione che la 
prima religione sia stato il politeismo gros- 
solano da cui gradatamente poi sia nato il 
monoteismo, ecc. 

3 a obbiezione. - A provare la pluralità 
degli autori del Pentateuco i razionalisti por- 
tano ancora come argomento, le ripetizioni 
e le contraddizioni che a loro modo di ve- 
dere si incontrano ad ogni passo. 

R. — È però facile rispondere che non 
tutte le narrazioni di cose simili sono iden- 
tiche (Ved. p. es. Gen. xn, 10 e ss. ; xx, 
1 e ss. ; xxvi, 6 e ss. - xv, 1 e ss. ; xvn, 
1 e ss. - xvi, 7 e ss. ; xxi, 9 e ss. - xxi, 22 
e ss. ; xxvi, 26 e ss. - Esod. xvi, 1 e ss. ; 
Num. x, 1 e ss. - Esod. xvi, 13 e ss. ; 
Num. xi, 30 e ss.), e specialmente poi 
nella parte legislativa è da osservare, che 
quantunque alcune leggi sembrino toccare 
la stessa materia, non la toccano però sotto 
lo stesso aspetto, ma l'una spiega l'altra, o 
la determina più concretamente, o ne re- 
stringe l'applicazione a certi casi, ecc. Gio- 
verà pure aver presente che spesso una 
legge nuova abroga l'antica, ma questa con- 
tinua a sussistere nel codice, perchè serve 
a spiegare la nuova. D'altra parte non va 
dimenticato che nel Pentateuco le leggi non 
sono disposte secondo la materia, ma se- 
condo il tempo, in cui vennero date. Non 



deve quindi fare difficoltà se ad esempio la 
legge che vieta di mangiare il sangue si 
trovi ripetuta sino a cinque volte, poiché 
ogni volta si aggiunge qualche cosa (Lev. 
ni, 17; vii, 26; xvn, 10; xix, 26; Deut. 
xn, 23). Per lo stesso motivo sono ripetute 
le leggi sui figli primogeniti (Esod. xm, 
2, 11 e ss. ; xxxiv, 19; Num. in, 11), e 
sui primogeniti degli animali (Esod. xm, 
13; xxxiv, 20; Lev. xxvn, 27; Num. xvm, 
15), e sulla proibizione di mangiar la carne 
degli animali morti (Esod. xxn, 30 ; Lev. 
XI, 40; xvn, 15). 

Va poi negato assolutamente che si tro- 
vino vere contraddizioni nel Pentateuco. 
Non è infatti difficile conciliare assieme 
Gen. vi, 19 con vii, 2; vili, 20 e ss. con 
ix, 8 e ss. ; xxv, 27 e ss. con xxvn, 1 
e ss. ; xxvn, 26 e ss. con xxvn, 41-45, ecc., 
e non si può stabilire una contraddizione 
tra Esod. xxm, 14 e ss. ; xxxiv, 18 e ss., 
e Lev. xxm, 1 e ss., e Num. xxvm-xxix, 
e Deut. xvi, 1 e ss., se non supponendo 
che ogni volta si dovesse dare il catalogo 
completo di tutte le feste. Similmente le 
leggi, Lev. xxm, 18 e ss., non sono in 
opposizione a Num. xxvm, 27 e ss., poiché 
si tratta di diversi sacrifizi, benché da of- 
frirsi nello stesso giorno. 

Anche i passi Gen. i, 1-n, 4 e li, 4-25 
non costituiscono due relazioni della crea- 
zione tra loro opposte, come vorrebbero 
alcuni (Dillmann, Holzinger, Peters, Mi- 
nocchi, ecc.), ma al cap. n, 4-25, si ri- 
prende solamente e si sviluppa con mag- 
giori particolari la creazione degli alberi, 
degli animali e di Adamo e di Eva. Vedi 
il Commento. 

Alla stessa guisa, benché alcuni critici 
affermino con Schulz (Doppelberichte im 
Pentateuch., Freiburg 1908, pag. 23 e ss.) 
che la narrazione biblica del diluvio risulta 
di due documenti tra loro opposti, altri cri- 
tici non meno valenti (p. es. Hummelauer, 
Hoberg, ecc.) sostengono il contrairio, e 
basta consultare il commento per vedere 
che non vi è contraddizione tra Gen. vii, 
1 e ss., e vii, 13 e ss., riguardo al prin- 
cipio del diluvio. Così pure non vi è con- 
traddizione tra Gen. vii, 4, 12, 17 con vìi. 
24 e vm, 3, e tra vii. 11 con vili, 4, ri- 
guardo alla durata dello stesso avvenimento, 
come anche per quanto si riferisce alla fine 
non sono opposte tra loro le affermazioni 
Gen. vm, 6-12 e vm, 5, 13-14, e molto 
meno vi è contraddizione tra quel che si 
legge Gen. vi, 19 e ss., e quanto si indica 



46 



Il Pentateuco - Introduzione 



vii. 2 e ss., relativamente al numero di 
animali da introdursi nell'arca. 

Per altre pretese contraddizioni, p. es. tra 
Gen. ix, 18 e ss. e v, 31 ; vi, 9 e ss. e 
ix, 18-27 Vedi il commento, come pure per 
i fatti narrati Gen. XII, 10-20; xx, 1-18; 
xxvi, 6-11, e per quanto si riferisce ai di- 
versi nomi delle mogli di Esaù, Gen. xxvi, 
34 ; XXVIII, 9 ; xxxvi, 2, ecc. 



CAPO IV. 

Dell'origine mosaica del codice sa= 
cerdotale. — Col nome di codice sacerdo- 
tale (P) si suole indicare dai critici moderni 
quella parte del Pentateuco che i critici 
precedenti attribuivano all'Elohista 1° o al- 
l'Annalista, o al documento fondamentale, e 
che comprende tutto il Levitico, e alcuni 
capi dell'Esodo (xxv-xxxi ; xxxv-xl) e dei 
Numeri (i-x ; xv-xix ; xxv-xxxvi), più una 
introduzione storica formata da alcune parti 
elohistiche della Genesi e dell'Esodo, non 
che una conclusione risultante di alcune par- 
ticelle del Deuteronomio, e di numerosi 
passi di Giosuè. Tutta la legislazione in esso 
contenuta rimonterebbe appena al tempo 
dell'esiglio di Babilonia. 

l a obbiezione. - I principali argomenti per 
separare il Codice sacerdotale dal resto del 
Pentateuco e attribuirlo a un tempo più re- 
cente di Mosè sono i seguenti : 1° l'autore P 
ha una grande predilezione per le leggi cul- 
tuali, e le propone diffusamente con un 
modo di scrivere diverso da quello del Ia- 
hvista e dell'Elohista ; 2° tocca con molta 
brevità la storia, e la propone per schemi, 
osservando però la cronologia ; 3° la sua 
religione è tutta esterna, ma egli inculca il 
monoteismo. 

R. — Non è diffìcile rispondere a tali 
ragioni. Infatti dato pure e non concesso 
che sia vero quanto si afferma nelle due 
prime prove, l'unica conclusione che si po- 
trebbe dedurre sarebbe che Mosè fece scri- 
vere da qualche segretario le varie leggi 
man mano che egli le promulgava, e poi le 
introdusse nella sua opera. Del resto niuno 
ha provato che uno stesso scrittore non 
possa narrare i fatti storici ora con bre- 
vità, ed ora diffusamente, ora per via di 
schemi, ed ora senza schemi, ora seguendo 
ed ora lasciando da parte la cronologia. 
Quanto poi alle affermazioni della terza 



prova basterà far notare che nel Decalogo 
(Esod. xx, 1-17), il quale appartiene al co- 
dice sacerdotale (Cornili), si parla di tutti 
gli atti dell'uomo sia esterni che interni, e 
che niuno ha mai potuto portare un argo- 
mento serio per provare che il cosidetto 
Iahvista o Elohista non era monoteista, come 
si vedrà nel commento dei singoli testi. 

2 a obbiezione. - Gli altri argomenti ad- 
dotti dai razionalisti per sostenere l'origine 
recente del codice sacerdotale si riducono 
al seguente : Le leggi cultuali relative al- 
l'unità del luogo del culto, ai sacrifizi, alle 
feste, al sacerdozio, e alla distinzione tra 
leviti e sacerdoti non furono mai conosciute 
né osservate prima dell'esiglio, e per con- 
seguenza non possono essere state scritte da 
Mosè. 

R. — Cominciando dall'unità del luogo 
del culto comandata nel Levitico, possiamo 
affermare con tutta sicurezza che il taber- 
nacolo dell'alleanza dai tempi di Mosè sino 
alla edificazione del tempio fu ritenuto come 
il centro del culto religioso. Dopo fabbri- 
cato il tempio, il solo luogo in cui si potes- 
sero legittimamente offrire sacrifizi fu il 
tempio, e perciò la legge sull'unità del 
luogo del culto esistette sempre in Israele, 
benché si ammetta che non sempre sia stata 
osservata. 

A meglio comprendere quanto si è per 
dire gioverà notare che la legge riguardante 
il luogo del culto subì parecchie modifica- 
zioni. Al tempo dei patriarchi si potevano 
offrire sacrifizi in ogni luogo, ma general- 
mente si preferivano i luoghi alti, e quelli 
nei quali era avvenuta qualche manifesta- 
zione di Dio. All'uscita dall'Egitto Dio co- 
mandò (Esod. xx, 24) che non gli si offris- 
sero sacrifizi, se non in quei luoghi in cui 
egli avrebbe manifestato il suo nome, ma 
quando fu edificato il tabernacolo, in esso 
e non altrove si dovevano offrire i sacrifizi. 
Ora è indubitato che in tutto il libro di 
Giosuè non si trova alcun indizio di sacri- 
fizi offerti in luoghi diversi dal tabernacolo, 
ma tutto il culto si svolge davanti al taber- 
nacolo dell'alleanza, eretto in Silo (Gios. 
xvm, 1, 8, 10; xix, 51 ; xxn, 29). Siccome 
però il tabernacolo primitivo aveva subito 
qualche modificazione nei materiali ond'era 
costrutto, così cominciò ad essere chiamato 
anche casa del Signore, tanto più che già ai 
tempi di Giosuè (Gios. xxn, 29) aveva il 
nome di abitazione del Signore. 

Dal libro dei Giudici si può ricavar poco 



Il Pentateuco - Introduzione 



47 



intorno alle condizioni religiose del tempo ; 
tuttavia è certo che in Silo, dove era la 
casa del Signore (Giud. xvm, 31), si cele- 
bravano le feste annuali (Giud. xxi, 19), 
e quantunque si faccia pure menzione di 
sacrifizi offerti in altri luoghi (li, 4 e ss. ; 
vi, 25 e ss. ; xm, 9) si tratta però di luoghi 
consacrati dalle apparizioni dell'angelo del 
Signore, e di sacrifizi offerti per comando 
espresso o almeno colla permissione di Dio, 
il che non è contrario alla legge, tanto più 
che non era ancora stata abrogata la dispo- 
sizione dell'Esodo, xx, 24. Verso la fine del 
tempo dei Giudici il tabernacolo continua a 
restare in Silo, e Silo appare come l'unico 
luogo di culto durante la nascita e l'in- 
fanzia di Samuele (I Re. i-m). 

Da Samuele fino alla costruzione del 
tempio le cose andarono diversamente, e 
benché non rechino difficoltà né i sacrifizi 
di Samuele, che agiva per speciale istinto 
di Dio (I Re, vii, ix, xvi), né quelli di 
Saulle (I Re, xiv, 35), che aveva con sé 
l'arca del Signore, davanti alla quale fu 
sempre lecito sacrificare, né quelli di Da- 
vide (II Re, xxiv, 25), che era stato degnato 
dell'apparizione di un angelo sull'aia di 
Areuna, è certo tuttavia che parecchi casi 
costituiscono una vera violazione della 
legge. Sembra infatti che avesse prevalso 
l'uso che le famiglie sacrificassero nella 
propria casa (I Re, xx, 28, 29), o nella città 
principale della tribù (II Re. xv, 7, 8), la 
qual cosa era manifestamente contraria alla 
legge. Però, come già si è notato, dal fatto 
che una legge non è osservata, non si può 
logicamente conchiudere che la legge non 
esista, poiché si possono dare casi in cui 
per ragioni a noi sconosciute i superiori 
credano di non dover insistere sull'osser- 
vanza di alcune leggi, e si danno pure dei 
casi di negligenza colpevole da parte dei 
superiori. 

Checché ne sia, nel caso nostro si hanno 
parecchie ragioni per spiegare la minor fe- 
deltà nell'osservanza della legge. L'arca era 
allora separata dal tabernacolo (I Re, IV, 
1 e ss.), e perciò si avevano come due 
luoghi legittimi di culto, e alla stessa guisa 
che si offrivano sacrifizi davanti all'arca, se 
ne offrivano pure davanti al tabernacolo, 
dove era rimasto l'altare degli olocausti 
(II Par. i, 3). Il tabernacolo inoltre era 
stato trasportato da Silo in Nobe, e poi in 
Gabaon (I Re, xxi, 1 e ss. ; III Re, in, 4 
e ss. ; II Par. i, 3), il che non mancò di 
contribuire ad accrescere le incertezze in- 



torno al luogo, in cui si dovesse sacrificare, 
tanto più che da Eli a Salomone vi erano 
due sommi sacerdoti, l'uno discendente da 
Eleazzaro primogenito di Aronne, e l'altro 
discendente del secondogenito Ithamar (II 
Re, xx, 25; III Re, lì, 25). 

Tali incertezze non cessarono che colla 
dedicazione del tempio (III Re, vili, 4), 
quando il monte Sion divenne il vero cen- 
tro religioso d'Israele, e non fu più lecito 
offrire sacrifizi fuori del tempio. Anche al- 
lora però non cessarono le trasgressioni, ma 
gli sforzi fatti da Asa (II Par. xiv, 2), da 
Giosaphat (II Par. xvn, 6), da Ezechia 
(IV Re, XVIII, 4 ; Is. xxxvi, 7), e da Giosia 
(IV Re, XXIII, 8) per distruggere gli altari 
idolatrici dei luoghi elevati, e le invettive 
di Isaia (i, 29 ; xvn, 7, 8), di Michea (i, 5), 
di Osea (iv, 15) e di Amos (ili, 14; iv, 
4), ecc., contro i violatori della leg^e, mo- 
strano evidentemente che l'unità del luogo 
del culto proclamata nel Pentateuco era 
nota a tutti, quantunque vi fosse chi non ne 
facesse gran conto. È chiaro però che fra 
i trasgressori della legge non vanno compu- 
tati Elia ed Eliseo, i quali furono mossi 
dallo Spirito di Dio nel loro modo di agire. 
Dio infatti colla sua legge non si era tolta 
la facoltà di poter comandare che in circo- 
stanze speciali gli venissero offerti sacrifizi 
anche in altri luoghi ; tuttavia è certo che 
se non si ammette il tempio di Sion come 
centro unico del culto d'Israele, molto prima 
di Giosia, numerosi salmi e più numerosi 
passi dei profeti diventano inintelligibili. 

Per riguardo ai sacrifizi i razionalisti so- 
stengono che le leggi relative ad essi sono 
posteriori all'esiglio, poiché in parecchi 
passi dei profeti i sacrifizi sono condannati 
da Dio. 

È facile però rispondere che i profeti non 
condannano i sacrifizi in se stessi, ma l'em- 
pietà di coloro che si credevano di ottenere 
la salute con questi atti puramente esterni, 
mentre conculcavano i precetti morali della 
legge. 

I sacrifizi non sono stati istituiti quasi 
che Dio ne abbia bisogno per vivere (Salm. 
xxxix, 7; xlix, 12 e ss.), ma furono or- 
dinati affinchè l'uomo manifestasse esterna- 
mente i suoi interni sentimenti di amore, 
di venerazione, ecc., verso Dio, e per con- 
seguenza qualora siano disgiunti da tali sen- 
timenti non possono essere accetti a Dio 
(Gerem. vii, 22; Os. vi, 6; Amos, iv, 4 
e ss.), il quale più che il sacrifizio vuole 
l'obbedienza. 



48 



Il Pentateuco - Introduzione 



Non è quindi da meravigliarsi se tali sa- 
crifizi vengono riprovati dai profeti, e Dio 
affermi (Amos, v, 2) che durante i 40 anni 
del deserto, Israele non gli offrì sacrifizi, 
ossia non gli fu ubbidiente. 

Non è poi il caso di spendere molte pa- 
role a provare che tanto gli olocausti quanto 
i sacrifizi per il delitto e per il peccato, di 
cui si parla nel codice sacerdotale, erano 
conosciuti in Israele molto tempo prima del- 
l'esiglio. Basterà leggere : Gerì, xxn, 1 
e ss.; Esod. x, 25; Gios. vili, 31; Giu- 
dici, vi, 26; xiii, 16; XI, 31, ecc., e poi 
Salm. xxxix, 7; Or. iv, 8; Is. lui, 
10, ecc. 

Non ha maggior valore la difficoltà tratta 
dalle feste, poiché se è vero che le tre 
grandi solennità avevano anche un carattere 
naturale (principio della mietitura, termine 
della mietitura, vendemmia) non si può 
portare alcun argomento a provare che tale 
carattere fosse esclusivo, e che da Mosè al- 
l'esiglio non avessero un significato pro- 
fondamente religioso. 

Trattandosi poi di avvenimenti annuali e 
ordinarli, non è a meravigliarsi che ab- 
biano lasciato poche traccie di sé nei libri 
sacri. Tuttavia si fa menzione della Pasqua 
(Gios. v, 10), e di una solennità annuale 
del Signore (Giudici, xxi, 19), e si afferma 
che Elcana saliva alla casa del Signore in 
Silo per compiervi il sacrifizio annuale 
(I Re, I, 3, 21), e che Salomone offriva 
olocausti e vittime pacifiche tre volte al- 
l'anno (III Re, ix, 25), cioè nella festa degli 
azzimi, in quella delle settimane, e in quella 
dei tabernacoli (II Par. vili, 13). Vedi anche 
HI Re, xii, 32. Sono pure ricordate le feste 
minori I Re, xx, 5, 18 e ss. ; IV Re, iv, 
23; I Par. XXIII, 31; II Par. vili, 13; 
xxxi, 3, e anche i Profeti alludono alle 
varie solennità : Is. i, 13, 14 ; xxix, 1 ; 
xxxix, 29 ; Os. II, 1 1 ; ix, 5 ; XII, 10 ; Amos, 
v, 21 ; vili, 5, 10. 

L'ultima difficoltà dei razionalisti si ri- 
ferisce all'esistenza del sacerdozio. Se- 
condo essi il sacerdozio non esisteva nei 
primi tempi d'Israele, e il sacerdozio ara- 
onitico non fu conosciuto prima dell'esiglio, 
e la distinzione tra leviti e sacerdoti è do- 
vuta ad Ezechiele. 

Si sforzano di provare la prima asser- 
zione con alcuni testi (Giudici, vi, 25 e ss. ; 
XIII, 16; I Re, vii, 9 ; x, 8 ; XIII, 9; II Re, 
vi, 17 ; xxiv, 25, ecc.) dai quali risulte- 
rebbe che al tempo dei Giudici e dei re era 
lecito a chiunque di offrire sacrifizi. 



È però da notare che la parola sacrifi- 
care può indicare tanto l'azione di condurre 

presentare la vittima, quanto l'azione di 
versare il sangue della vittima davanti a 
Dio (Lev. i, 2, 5). Nel primo senso ogni 
Israelita poteva e in certi casi doveva far 
sacrifizi, nel secondo senso invece il sacrifi- 
care era riservato ai sacerdoti. D'altronde 
Dio, che aveva chiamato al sacerdozio 
Aronne e la sua discendenza, non si era 
tolta la potestà di chiamare in certi casi 
particolari anche altre persone ad esercitare 
in modo transitorio le funzioni di sacerdote. 
Se si ha riguardo a queste due osservazioni 
non sarà difficile spiegare i varii testi ri- 
cordati. 

Che poi il sacerdozio fosse ereditario nella 
discendenza di Aronne è dimostrato da tutti 
i libri storici. Sappiamo infatti che al tempo 
di Giosuè e dei primi Giudici erano sommi 
sacerdoti Eleazzaro e Phinees, figlio il primo 
e nipote il secondo di Aronne (Num. xxvi, 

1 ; Deut. x, 6, ecc. ; Gios. xiv, 1 e ss. ; 
xxn, 13, 30; xxiv, 33; Giudici, xx, 28), 
e al tempo degli ultimi Giudici e poi sino a 
Salomone il pontificato si trasmise nella fa- 
miglia di Eli discendente da Ithamar, figlio 
minore di Aronne (I Re, i, 3 e ss. ; lì, 11 
e ss. ; xiv, 3 ; xxi, 1 ; xxn, 20 ; I Par. 
xxiv, 3). Ai tempi di Davide si parla pure 
di un altro pontefice discendente da Aronne 
(I Par. vi, 8) per nome Sadoc, il quale sotto 
Salomone fu riconosciuto come unico pon- 
tefice (If Re, vili, 17; xv, 24; xx, 25; 
III Re, il, 26, 27, 35), e divenne capostipite 
di tutti i pontefici, che si succedettero fino 
alla cattività di Babilonia e anche dopo 
(Ezech. xliv, 15). 

Parimenti in tutti i libri i leviti sono con- 
siderati come inferiori ai sacerdoti. Basta a 
tal fine leggere Giosuè e i Paralipomeni, e 
confrontare : I Re, vi, 15 ; II Re, xv, 24 
e ss. ; III Re, vili, 3; Is. lxvi, 21. Preten- 
dere coi razionalisti che la condizione infe- 
riore dei Leviti dipenda da Ezechiele (xliv, 
9 e ss.), equivale a far dipendere dagli 
scritti di questo profeta tutta la legislazione 
ebraica intermedia. Ognuno vede l'assurdità 
di una tale conclusione, poiché è chiaro che 
la descrizione di Ezechiele è una descri- 
zione poetica e simbolica, che su parecchi 
punti dissente dal codice sacerdotale. Basti 
notare che in essa non si fa alcuna men- 
zione né del sommo sacerdozio ; né della 
gerarchia sacerdotale, quantunque l'uno e 
l'altra siano riconosciuti non solo dal codice 
sacerdotale, ma anche dai libri storici e da 



Il Pentateuco - Introduzione 



49 



Geremia (xix, 1 ; xx, 1 ; xxix, 25, 26). 
Del resto se si vuole interpretare in senso 
proprio quanto Ezechiele annunzia del fu- 
turo regno messiniaco (xl-xlviii), si cade 
nel ridicolo. 



CAPO V. 

Origine mosaica del Deuteronomio. 

— l a Obbiezione. - Per provare l'origine 
recente del Deuteronomio i razionalisti si 
appoggiano sulle seguenti ragioni. Nel 
Deuteronomio si inculca l'unità di Dio (iv, 
35, 39), la sua invisibilità (iv, 12, 15), e 
la sua intima relazione col popolo fondata 
su di una speciale alleanza (iv, 7 ; x, 14 
e ss.). Ora queste dottrine sono indizio di 
un tempo meno antico di quel che ordina- 
riamente si crede, ed indicano un progresso 
su quanto è insegnato nei libri precedenti 
più antichi. 

R. — Si ammette benissimo che non 
tutti i punti di dottrina sono ricordati in 
ciascun libro, e che il Deuteronomio con- 
tiene parecchie nuove rivelazioni, ma da 
ciò non segue che sia più recente di Mosè. 
Dio non era obbligato a fare tutte assieme 
le sue rivelazioni, e d'altra parte non si 
può provare che nei libri precedenti si in- 
segni una religione diversa, ossia la plura- 
lità degli Dei. Non sono prove infatti né il 
plurale Elohim, con cui viene chiamato Dio, 
né i Theraphim venerati nella famiglia di 
Giacobbe, né i sacrifizi di Abramo e di 
lephte, né il culto prestato a Baal in qualche 
periodo della storia d'Israele. La religione 
primitiva non fu il politeismo, ma il mono- 
teismo (Lagrange, Rei. Sem., p. 25 e ss.), 
e se è vero che gli antichi semiti sono po- 
liteisti, è facile però vedere che essi in ciò 
hanno subito l'influenza straniera, e spe- 
cialmente dei Camiti, in mezzo ai quali si 
trovarono mescolati. Nelle antiche religioni 
semitiche si incontra infatti un culto gros- 
solano della natura e degli astri, unito a un 
concetto puro ed alto della divinità, il quale 
si manifesta nei nomi di El, Baal, Melech, 
Adonai. Ora non v'è dubbio che questo 
concetto puro ed elevato della divinità rap- 
presenti il monoteismo primitivo, a cui 
venne poi a sovrapporsi il culto camita 
politeista. 

Si può agevolmente spiegare come ciò sia 
avvenuto. Presso i semiti la divinità ebbe 
dapprima diversi nomi in relazione ai luoghi, 



in cui era specialmente onorata, e ai simboli 
sotto i quali era rappresentata, e alle di- 
verse forme della sua attività, ma poco a 
poco il concetto dell'unità essenziale di Dio 
andò dileguandosi, e sotto l'influenza di 
varie cause, diede luogo alla pluralità degli 
dèi (Lagrange, op. cit., p. 77). 

Presso gli Ebrei invece il monoteismo fu 
in tutti i tempi la sola religione legittima, 
e non ostante le lotte terribili che esso do- 
vette sostenere contro l'idolatria irrompente 
da ogni parte, fu sempre considerato come 
la forma primitiva, e per così dire indigena, 
della religione d'Israele, mentre il politeismo 
venne sempre riguardato come cosa nuova 
e straniera (Esod. xx, 3 ; Deut. xxxn, 17 ; 
Gios. xxin, 7; xxiv, 16; Giud. n, 12, ecc.). 
L'abbandono di Iahveh per gli Ebrei è un 
adulterio spirituale, e prostrarsi agli dèi 
stranieri è un delitto. È vero che spesse 
volte in Israele si infiltrò l'idolatria, e 
molti offrirono i loro sacrifizi a Baal e ad 
Astarte, ecc., ma in tutti i tempi sorsero 
uomini energici a rivendicare i diritti di 
Dio, e a richiamare gli Ebrei alle idee mo- 
noteistiche. 

In particolare poi, poco sappiamo intorno 
alle condizioni religiose della famiglia di 
Abramo, è certo però che il monoteismo 
non vi si era conservato in tutta la sua 
purezza (Gios. xxiv, 2). Abramo tuttavia 
era monoteista, e affinchè la sua fede si 
conservasse pura, Dio gii comandò di emi- 
grare in paese straniero. I suoi discendenti 
si mantennero fedeli a Dio, ma tra i membri 
della famiglia patriarcale rimasti in Haran 
ebbe luogo un culto idolatrico, o per lo meno 
illecito (Gen. xxxi, 19, 30). 

Il monoteismo ebraico corse in Egitto 
nuovi pericoli, che si fecero sentire per un 
tempo notevole, p. es. nell'adorazione del 
vitello d'oro (Esod. xxxn, 1 e ss.) e nel 
culto reso a Moloch nel deserto (Amos, v, 
20 ; Ezech. xx, 24), ma il fatto che Mosè 
trovò fede presso il popolo appellandosi alla 
rivelazione del Dio dei loro padri, mostra 
chiaramente che la vera fede si era ancora 
abbastanza conservata nel cuore degli Ebrei 
anche nell'Egitto. 

Un pericolo maggiore corse il monoteismo 
ebraico nel paese di Chanaan. Il contatto 
coi Chananei idolatri in possesso di una 
civiltà materiale superiore, il carattere se- 
ducente del loro culto, i matrimonii misti 
contratti, trascinarono al tempo dei Giudici 
molti del popolo nell'idolatria, e non deve 
quindi recar meraviglia se in questo tempo 



Sacra Bibbia, voi. ìli. 



50 



Il Pentateuco - Introduzione 



di aberrazione certi uomini anche eminenti 
(p. es. Iephte, Giudici, xxi, 24) abbiano 
avuto delle nozioni inesatte di Dio e del suo 
culto, e abbiano forse creduto al carattere 
nazionale della divinità. 

Sotto Samuele però si ebbe un movimento 
di restaurazione religiosa, e i primi re si 
adoperarono in tutti i modi per favorire il 
culto di Iahveh, ma colla fine del regno di 
Salomone le cose peggiorarono di nuovo, e 
sotto il regno dei suoi successori il mono- 
teismo minacciò di essere sommerso dal- 
l'idolatria irrompente, non ostante gli sforzi 
fatti in contrario da alcuni pii monarchi di 
Giuda. Iddio allora suscitò i profeti, i quali 
presero la difesa del monoteismo, ma essi 
non riportarono completa vittoria, se non 
quando si verificarono le loro minaccie colla 
rovina di Samaria e di Gerusalemme. 

Da Mosè agli ultimi profeti la nozione di 
Dio e la religione d'Israele fecero notevoli 
progressi, ma questi non sono dovuti a cause 
naturali, ma alle diverse rivelazioni fatte 
successivamente da Dio (Esod. in, 6 e ss. ; 
vi, 2 e ss., ecc.). Su tale materia si pos- 
sono consultare : Nikel, Der Monotheismus 
Israels in der vorexilischen Zeit, Paderborn 
1897 ; Kònig, Die Hautprobleme der altisrae- 
litischen Religionsgeschichte, Leipzig 1884 ; 
Hommel, Altisraelitische Ueberlieferung, 
Mùnchen 1897 ; Kortleitner, De Politheismo 
universo, etc, Oeniponte 1908, ecc. 

Venendo poi ai particolari si può osser- 
vare che l'invisibilità di Dio (Deut. iv, 
12, 15) è già insegnata nell'Esodo (xxxm, 
20), e se è vero che il Deuteronomio sup- 
pone il popolo in intima relazione con Dio 
in virtù di un'alleanza (iv, 7 ; v, 20 e ss. ; 
x, 14), i tre libri precedenti ci narrano 
appunto la storia e l'origine di questa al- 
leanza (Esod. xix, 5, 6 ; xxiv, 4 e ss.), 
e ci mostrano pure Dio in intimo com- 
mercio col suo popolo (Esod. xx, 18 e ss.). 
Inoltre l'insistere che fa maggiormente il 
Deuteronomio sulla santità di Dio e sul- 
l'amore che gli è dovuto si spiega natural- 
mente col carattere esortativo che ha tutto 
il libro. 

2 a obbiezione. - I razionalisti affermano 
inoltre che nel Deuteronomio (xiv, 22-29) 
vien modificata la legge sulle decime do- 
vute ai Leviti (Num. xvm, 20-32), e che 
mentre questi nei libri precedenti (Num. 
xxxv, 1 e ss.) vengono supposti in pos- 
sesso di alcune città, nel Deuteronomio 
(xii, 12, 18; xiv, 27 e ss.; xvi, 11 e ss.) 



invece vengono presentati come pellegrini 
e dispersi fra gli altri Israeliti. Aggiungono 
ancora che il Deuteronomio ignora la di- 
stinzione tra i Sacerdoti e i Leviti, e che 
tutti questi indizi fanno supporre che il 
Deuteronomio sia stato scritto in tempi 
posteriori, quando la condizione delle cose 
era mutata. 

R. — In generale si può rispondere che 
né il Deuteronomio, né i libri precedenti ci 
danno tutta la legislazione d'Israele, ma nel 
Deuteronomio in parte si completano e in 
parte si spiegano le leggi precedenti. Del 
resto se ci fossero alcune leggi che non 
possono in alcun modo conciliarsi tra loro, 
quando non vi fosse altro mezzo, si po- 
trebbe anche ammettere che si tratti di 
qualche aggiunta posteriore fatta da un 
qualche autore ispirato. 

Riguardo poi ai fatti portati in contrario 
si risponde che nel Deuteronomio e nei 
Numeri non si tratta delle stesse decime, 
e che i Leviti vengono presentati come pel- 
legrini, perchè nella divisione della terra 
promessa non avevano ottenuta la loro parte 
nella stessa maniera che le altre tribù. Si 
deve pure osservare che anche nelle città 
loro toccate in sorte essi non erano soli ad 
abitare (Lev. xxv, 32 ; Gios. xxi, 1 1 ; xil, 
1 ; I Re, vi, 13), e d'altra parte non fu loro 
possibile impossessarsi subito di tutte le 
loro città, nelle quali abitavano i Chananei, 
e quindi alcuni di essi dovettero vivere 
dispersi fra le altre tribù. In ultimo per 
convincersi che il Deuteronomio non ignora 
la distinzione tra i sacerdoti e i Leviti, 
basta leggere il capo xvm, in cui si co- 
mincia a parlare (1-2) di ciò che compete 
a tutti i discendenti di Levi, e poi si de- 
scrive ciò che è proprio dei sacerdoti (3-5), 
e quindi ciò che è proprio dei Leviti (6-8). 
L'unica differenza tra il Deuteronomio e gli 
altri libri sta in questo, che i sacerdoti non 
sono più chiamati figli di Aronne, ma figli 
di Levi, oppure sacerdoti-leviti. Ora ciò 
non prova che nel Deuteronomio non si 
riconosca la distinzione tra i sacerdoti e i 
Leviti, poiché le stesse denominazioni si 
riscontrano anche presso scrittori più re- 
centi, i quali insistono specialmente su tale 
distinzione (II Par. v, 5; xxm, 18; xxx, 
37 ; I Esdr. x, 5, ecc.). 

Per maggiori particolari vedi le introdu- 
zioni al Commento della Genesi pubblicate 
da Hetzenauer e da Maurilio, non che le 
opere da essi citate. Si consulti pure Cor- 



Il Pentateuco - Introduzione 



51 



nely, Comp. Introd., edit. vili, 1914 ; Vi- 
gouroux, Dict. de la Bib. Pentateuque ; 
Pelt, Hist. de VA. T., voi. I; Mangenot, 
L'autenticité Mosàique da Pentateuque, 
Paris 1907; Meignan, L'A. T. et la critique 
moderne, Paris 1895 ; Kley, Die Penta- 
teuchfrage, ecc., Mùnster 1903; Hoberg, 
Moses u. d. Pentateuch, Freiburg 1905; 
Ueber die Pentateuchfr., Freiburg 1907 ; Vi- 
gouroux-Bacuez, Man. Bib., Paris 1917, ecc. 



DECISIONE 

della Commissione Biblica relativa alla 
autenticità mosaica del Pentateuco 
(27 giugno 1906). 

Propositis sequentibus dubiis Consilium 
Pontificium prò studiis de re biblica pro- 
vehendis respondendum censuit, prout se- 
quitur : 

I. - Utrum argumenta a criticis congesta 
ad impugnandam authentiam Mosaicam sa- 
crorum librorum, qui Pentateuchi nomine 
designantur, tanti sint ponderis, ut postha- 
bitis quampluribus testimoniis utriusque 
Testamenti collective sumptis , perpetua 
consensione populi Iudaici, Ecclesiae quo- 
que constanti traditione necnon indiciis in- 
ternis, quae ex ipso textu eruuntur, jus 
tribuant affirmandi hos libros non Moisen 
habere auctorem, sed ex fontibus maxima 
ex parte aetate Mosaica posterioribus esse 
confectos ? 

Resp. : Negative. 

II. - Utrum- Mosaica authentia Penta- 
teuchi talem necessario postulet redactio- 
nem totius operis, ut prorsus tenendum sit 
Moisen omnia et singula manu sua scrip- 
sisse vel amanuensibus dictasse ; an etiam 
eorum hipotesis permitti possit, qui existi- 
mant eum opus ipsum a se sub divinae 
inspirationis afflatu conceptum, alteri vel 
pluribus scribendum commisisse, ita tamen 
ut sensa sua fideliter redderent, nihil contra 
suam voluntatem scriberent, nihil omitte- 
rent ; ac tandem opus hac ratione confe- 
ctum, ab eodem Moyse principe inspiratoque 
auctore probatum, ipsiusmet nomine vul- 
garetur ? 

Resp.: jNegative ad primam partem. 
affirmative ad secundam. 

III. Utrum absque praeiudicio Mosaicae 
authentiae Pentateuchi concedi posset Moy- 
sen ad suum conficiendum opus fontes 
adhibuisse, scripta videlicet documenta vel 
orales traditiones, ex quibus secundum pe- 
culiarem scopum sibi propositum et sub di- 



vinae inspirationis afflatu, nonnulla hauserit 
eaque ad verbum vel quoad sententiam, 
contrada vel amplificata ipsi operi inse- 
ruerit ? 

Resp. : Affirmative. 

IV. - Utrum salva substantialiter Mosaica 
authentia et integritate Pentateuchi, admitti 
possit tam longo saeculorum decursu non- 
nullas ei modificationes obvenisse, uti : ad- 
ditamela post Moysi mortem vel ab auctore 
inspirato apposita, vel glossas et explica- 
tiones textui interiectas : vocabula quae- 
dam et formas e sermone antiquato in ser- 
monem recenti orem translatas ; mendosas 
demum lectiones vitio amanuensium ad- 
scribendas, de quibus fas sit ad normas 
artis criticae disquirere et iudicare? 

Resp. : Affirmative, salvo iudicio Ec- 
clesiae. 



CAPO VI. 

La persona di Mosè. — Mosè fu il 
grande profeta, il legislatore e il duce del 
popolo d'Israele. Il suo padre Amram ap- 
parteneva alla famiglia di Caath della tribù 
di Levi, e la sua madre Iocabed era della 
stessa tribù (Esod. ir, 1 ; vi, 20). Ebbe un 
fratello maggiore chiamato Aronne (Esod. 
vii, 7) e una sorella di alcuni anni più 
vecchia per nome Maria (Esod. n, 4, 7). 
Egli nacque quando era già stato promul- 
gato l'editto di Faraone, in cui si coman- 
dava di uccidere ogni fanciullo maschio 
nato da Ebrei (Esod. i, 16, 22). La madre 
al vederlo bello ed elegante, piena di fede 
lo nascose per tre mesi in casa sua (Esod. 
il, 2 ; Hebr. xi, 23), e poi, non potendo 
più celarlo, lo mise in un canestro, e lo 
espose tra i giunchi sulla riva del Nilo. 
Trovato dalla figlia di Faraone, la quale ne 
ebbe compassione, per intervento di Maria 
venne affidato alla madre Iocabed da nu- 
trire. Divenuto poi adulto, fu adottato dalla 
figlia di Faraone, e chiamato Mosè (Esod. 
il, 2-10). Venne poi educato alla corte di 
Faraone ed istruito in tutta la sapienza di 
Egitto (Atti, vii, 21). All'età di 40 anni 
andò a visitare i suoi fratelli Ebrei {Atti, 
vii, 23), e mosso a pietà della loro miseria 
uccise un Egiziano sorpreso a maltrattare 
un Ebreo, ma gli Ebrei non vollero rico- 
noscere la sua autorità. Divenuto sospetto 
alla corte e caduto in disgrazia di Faraone, 
che perciò cercava di ucciderlo, si rifugiò 
nella terra di Madian, dove trovò ospita- 
lità presso il sacerdote Raguele, e ne tolse 



Il Pentateuco - Introduzione 



in sposa la figlia Sephora, da cui ebbe 
figli di Gersan ed Eliezer. Dopo 40 anni 
avuta la visione del roveto ardente, fu man- 
dato da Dio a liberare Israele e a condurlo 
fuori dell'Egitto (Esod. in, 1-iv, 27). 

Dopo alcune titubanze accettò la mis- 
sione ricevuta, e si presentò a Faraone, 
intimandogli l'ordine di Dio di lasciar par- 
tire Israele. Faraone ricusò di sottomet- 
tersi, e allora Mosè per mezzo di dieci 
piaghe l'una più grave dell'altra, ne vinse 
l'ostinazione, ottenendo finalmente di par- 
tire alla testa di tutto Israele (Esod. v, 1- 
xin, 19). Ma Faraone essendosi pentito del 
permesso accordato, fece inseguire dal suo 
esercito gli Israeliti fuggenti, e li raggiunse 
sul Mar Rosso. Mosè allora con un pro- 
digio sorprendente divise le acque del mare, 
e gli Israeliti lo traversarono a piedi asciutti, 
mentre gli Egiziani perirono tra le onde 
(Esod. xiv, 1 e ss.). 

Israele, ingrato ai benefìzi di Dio, e dif- 
fidando della sua potenza, mormorò contro 
Mosè, ma questi ottenne da Dio nuovi pro- 
digi (Esod. xv, 22-xvn, 7) e una splendida 
vittoria sugli Amaleciti (xvn, 8-16). Arri- 
vati al Sinai, Mosè promulgò parecchie 
leggi, e conchiuse l'alleanza tra Dio e 
Israele (Esod. xxiv, 7, 8), e poi salì il 
monte per ricevere la legge scritta su due 
tavole dal dito di Dio (Esod. xxxi, 17). 
Nel frattempo il popolo cadde nell'idolatria, 
e Mosè intervenne in suo favore presso 
Dio, e vendicò l'onore di Dio oltraggiato. 
Salì una seconda volta il monte, e dopo 
40 giorni ne discese portando con sé le 
nuove tavole della legge. Poscia attese alla 
fabbricazione degli oggetti per il culto, e 
dopo aver eretto e consecrato il tabernacolo, 
consacrò sacerdoti Aronne e i suoi figli, e 
organizzò il culto (Esod. xxxn, 1-XL, 36 ; 
Lev.-Num. x, 10). 

Ai 20 del secondo mese del secondo anno 
dall'uscita dall'Egitto gli Israeliti partirono 
dal Sinai, ma stancatisi ben presto, mor- 
morarono contro Mosè, e Dio con un nuovo 
prodigio intervenne in loro favore man- 
dando le quaglie. Anche Aronne e Maria 
insorsero contro il fratello, e Dio colpì 
Maria colla lebbra. Giunti gli Israeliti a 
Cadesbarne, si rifiutarono di attaccarne gli 
abitanti, se prima non fossero stati man- 
dati esploratori a spiare la terra. Tornati 
questi, il popolo si perde di coraggio, e non 
ostante le esortazioni di Caleb e di Giosuè 
si ribellò a Mosè e ricusò di marciare al- 
l'assalto. Dio, sdegnato, voleva distruggere 



Israele, ma per l'intercessione di Mosè 
perdonò di nuovo, condannando però tutta 
quella generazione a morire nel deserto. 
Ben presto scoppiarono nuove ribellioni, 
ma Dio fece inghiottire dalla terra Dathan 
e Abiron colle loro famiglie, e fece divo- 
rare dal fuoco Core e i suoi partigiani, e 
fece fiorire la verga d'Aronne. In una 
nuova ribellione occasionata dalla man- 
canza di acqua, Mosè ed Aronne ebbero 
essi pure un momento di diffidenza, e Dio 
li condannò a morire entrambi prima che 
il popolo potesse entrare nella terra pro- 
messa (Num. x, 11-xx, 22). 

Aronne infatti morì poco dopo, e gli fu 
dato come successore Eleazzaro. Partitisi 
gli Israeliti dal monte Hor dovettero girare 
attorno alla terra di Edom, e scoppiata una 
nuova ribellione, Dio mandò contro di loro 
serpenti infuocati, ma per intercessione di 
Mosè si placò. Poscia attaccarono Sehon re 
degli Amorrhei, e Og re di Basan, e li 
sconfissero, ma "furono vittime dei cattivi 
consigli dati da Balaam al re di Moab, e 
molti caddero nell'idolatria, e pagarono poi 
colla morte il fio del loro delitto (Num. xx, 
23-xxv, 18). 

Estinta finalmente quella generazione ri- 
belle, Mosè fece un nuovo censimento del 
popolo, e mosse guerra ai Madianiti, i quali 
vennero annientati. Poscia divise le loro 
terre e quelle di Sehon e di Og alle tribù 
di Gad e di Ruben e a una mezza tribù di 
Manasse, ma volle che queste tribù dessero 
parola di aiutare i loro fratelli a conqui- 
stare la Palestina propriamente detta (Num. 
xxvi, 1-xxxil, 42). 

Giunti finalmente gli Israeliti ai confini 
della terra promessa, Mosè, nei campi di 
Moab presso al Giordano rivolse al popolo 
le sue ultime esortazioni, promise benedi- 
zioni e minacciò maledizioni, e dopo aver 
rinnovata l'alleanza tra Dio e il popolo, 
elesse Giosuè come suo successore. Indi 
contemplata dal monte Nebo la Palestina, 
morì all'età di 120 anni, e fu sepolto nella 
valle della terra di Moab, in mezzo al 
pianto e al lutto di tutto Israele (Num.- 
Deut.). 

Mosè è senza dubbio la più grande e la 
più bella figura di tutta la storia d'Israele. 
Posto alla testa di un popolo di durissima 
cervice, il quale quasi non respirava che 
la ribellione, seppe nondimeno vincerne gli 
istinti perversi, e formare in lui la co- 
scienza -nazionale e prepararlo al grande 
avvenire che Dio gli aveva riservato. Colla 



Il Pentateuco - Introduzione 



maggiore fortezza di animo tollerò ogni af- 
fronto, e se pure ebbe qualche scatto d'im- 
pazienza, e si lasciò sfuggire qualche la- 
mento, è però da ammirarsi il suo grande 
zelo per Dio, e il suo amore per il popolo, 
che lo indusse a non curarsi affatto di sé 
stesso, ma a preoccuparsi unicamente della 
salute d'Israele. 

Subì, rassegnato, il castigo della sua dif- 
fidenza, e, morendo, potè veramente glo- 
riarsi di aver dato tutto se stesso a Dio e 
al suo popolo. 

Autorità del Pentateuco. — Avendo 
dimostrato che Mosè è il vero autore del 
Pentateuco, si è ancora dimostrata l'auto- 
rità storica dei quattro ultimi libri, in cui 
egli narra quegli avvenimenti di cui fu non 
solo testimonio, ma ancora grandissima 
parte. Se infatti prestiamo fede agli scrit- 
tori profani, quando narrano cose avvenute 
ai loro tempi, e per così dire sotto i loro 
occhi, come si potrà ricusare di credere 
alle affermazioni di Mosè, anche prescin- 
dendo dal loro carattere ispirate? Egli 
inoltre scrisse per coloro che come lui erano 
stati spettatori dei fatti narrati, o li ave- 
vano intesi raccontare accuratamente dai 
loro padri, e scrisse affine di indurre Israele 
all'osservanza della legge di Dio, richia- 
mando alla loro mente i benefizi di cui 
erano stati colmati, i prodigi che Dio aveva 
compiuto in loro favore, e volle che il suo 
libro servisse di testimonianza contro Israele 
stesso, qualora fosse stato infedele. Ora è 
chiaro che in queste circostanze egli non 
poteva mentire, o narrare cose inventate 
dalla sua mente, senza che tutto il popolo 
avesse protestato e lo avesse tacciato di 
menzogna. Come mai inoltre il popolo 
avrebbe tollerato che venissero narrate tante 
infedeltà e ribellioni, che umiliavano la sua 
superbia e lo esponevano a un biasimo se- 
vero di tutti i posteri, se la narrazione di 
Mosè non fosse stata fondata sulla verità? 
Il fatto poi che Mosè narra schiettamente 
le sue proprie debolezze, le sue titubanze 
e le sue diffidenze, e le colpe dei membri 
della sua stessa famiglia, non è forse ancora 
una garanzia sicura della sua sincerità e 
del suo amore per la verità? 

Anche per quel che si riferisce alla Ge- 
nesi l'autorità di Mosè è somma, quan- 
tunque egli narri cose di cui non fu testi- 
monio. La sua stessa persona, aliena da 
ogni proprio interesse, e da ogni ambizione, 
e tutta zelo per la gloria di Dio, né è prova 



più che sufficiente. Eletto da Dio alia di- 
gnità di suo legato, per essere lo strumento 
di salute e il legislatore d'Israele, ai libri, 
in cui si contiene la sua legislazione, pre- 
mise come introduzione la Genesi, nella 
quale fa conoscere ai suoi lettori come Dio 
abbia sempre vegliato sull'umanità, e abbia 
poi scelta la discendenza d 'Abramo per 
farne lo strumento di salute e di benedi- 
zione per tutte le genti. Ora è chiaro che 
date tali circostanze, e anche prescindendo 
dalla ispirazione, egli non poteva accogliere 
nel suo libro se non quei fatti, la cui verità 
non ammetteva alcun dubbio, poiché altri- 
menti non avrebbe raggiunto il suo scopo. 

D'altra parte l'indole stessa della sua nar- 
razione conferma questa verità. Per i tempi 
antidiluviani infatti, e per i discendenti di 
Noè fino ad Abramo il racconto è breve e 
a linee generali. Di tutta la storia primitiva 
non si ricordano che le genealogie e pochi 
fatti, i quali per la loro straordinaria impor- 
tanza non poterono cancellarsi dalla mente 
degli uomini. Tali sono lo stato di inno- 
cenza dei progenitori, la loro caduta funesta, 
il fratricidio di Caino, la corruzione del 
genere umano, il diluvio, la dispersione 
delle genti, ecc. La narrazione non diviene 
particolareggiata che con Abramo. Isacco, 
Giacobbe e i suoi figli, capistipiti del popolo 
d'Israele, le gesta dei quali hanno potuto 
benissimo essere ricordate con precisione 
dai loro discendenti. 

Quale differenza profonda tra la sobrietà 
e la serietà di Mosè e le minuzie e le pue- 
rilità delle mitologie pagane ! Se si parago- 
nano assieme p. es. le narrazioni caldaiche 
della creazione e del diluvio colle narrazioni 
mosaiche degli stessi avvenimenti, si scorge 
subito che presso Mosè ci troviamo in pre- 
senza della verità, mentre presso il narra- 
tore caldaico abbiamo una puerile altera- 
zione e una contraffazione. 

Non è il caso di insistere sulla longevità 
dei patriarchi per mostrare come la tradi- 
zione abbia potuto facilmente conservarsi e 
trasmettersi alle successive generazioni, 
poiché come si sa, la cronologia dei tempi 
primitivi è molto incerta, essendo essa ba- 
sata unicamente sulle genealogie, nelle quali 
hanno potuto benissimo introdursi omis- 
sioni, e i cui numeri non si accordano nei 
diversi testi. 

Non si può omettere tuttavia che la scrit- 
tura è molto più antica di Mosè, e che non 
vi è difficoltà ad ammettere che nel com- 
porre la Genesi egli siasi servito di docu- 



54 



Il Pentateuco - Introduzione 



menti scritti anteriori, dai quali ha potuto 
trarre le genealogie riferite, e quelle nar- 
razioni così vive che sembrano supporre un 
testimone oculare. 

Si aggiunga ancora che tutte le recenti 
scoperte fatte in Egitto e in Assiria hanno 
confermato le narrazioni della Genesi, met- 
tendo così sempre in maggior evidenza la 
serietà e la veracità di Mosè. 

Autorità divina dei Pentateuco. — 

Che oltre all'autorità umana il Pentateuco 
goda di un'autorità divina, vale a dire sia 
divinamente ispirato, si deduce con tutta 
certezza dalle affermazioni di N. S. Gesù 
Cristo e degli Apostoli riportate più sopra 
a proposito della autenticità, e dalla una- 
nime tradizione della Sinagoga e della 
Chiesa. Solo a questa condizione si può 
spiegare perchè il Pentateuco scritto da Mosè 
sia stato portato nel Santo dei Santi, e posto 
vicino all'arca del Signore come cosa sacra 
e divina (Deut. xxxi, 24-26). 

Principali commenti cattolici sul 
Pentateuco. — Fra i principali commenti 
cattolici sul Pentateuco vanno ricordati : 
Origene, Frammenti su tutti i libri e varie 
omelie sui quattro ultimi libri; Sant'Efrem, 
Comm. in Pentat. (op. syriac. i) ; Teodo- 
reto, Quaestiones in Pentateuchum ; Nice- 
foro, Catena in Octateuchum; Sant'Agostino, 
Quaestiones in Pentateuchum : Locutionum 
libri quinque in Pentat. ; S. Beda, Com- 
ment. in Pent. ; Quaestiones super Pentat. ; 
Rabano Mauro, Comm. in Pent. ; Valafrido 
Strab, Glossa ordinaria; S. Brunone di A., 
Expositio in Pent. ; Ugo di San Vittore, 
Adnotationes elucidatoriae in Pent. ; Ugo di 
S. Caro, Postilla super Pentat. ; Nicolò di 
Lira, Postilla; Alfonso Tostato, Opera I-IV ; 



Caetano, Comm. in quinque libros mosaicos 
(Roma 1531); G. Oleastro, Comm. in 
Pentat. (Lisbona 1556) ; S. Paginni, Ca- 
tena argentea in Pentat. (Anversa 1565) ; 
Sim. de Muis, Varia sacra ex variis Rc:b- 
binis in Pentat. (Parigi 1631) ; Bonherio, 
Pentateuchus Moysis commentario illustratus 
(Anversa 1625) ; Corn. Giansenio di I., 
Comm. in quinque lib. Moysis (Lovanio 
1639); C. Frassenio, Disquisitiones in 
Pentat (2 a ediz., Lucca 1769; Fr. Silvio, 
Comm. in quatuor priores libros Pentat. 
(Anversa 1678) ; T. Malvenda, Commen- 
tarli (Lione 1650) ; Cornelio Alapide, Com- 
ment. in Pentat. (Anversa 1616) ; Tirino, 
Comment. in V. et N. T. (Anversa 1632) ; 
A. Calmet, La Sainte Bible (Parigi 1707) ; 
Menocchio, Comm. (Venezia 1758). 

Tra i moderni, oltre quelli che hanno 
commentato tutta la Scrittura, quali Fillion 
(La Sainte Bible, Parigi 1899) ; Allioli- 
Arndt (Die hi. Schrift des A. u. N. Test., 
Ratisbonal901) ; Crampon (La Sainte Bible, 
Tournai 1894), ecc., vanno ricordati : Hum- 
melauer (Commentarli, 4 voi., Parigi 1895- 
1901) e Crelier e Trochon (La Sainte Bible, 
5 voi., Parigi 1886-1889). 

Le altre opere speciali sull'uno o sul- 
l'altro libro saranno indicate in seguito. 

Fra i Commenti protestanti si possono ci- 
tare : Handkommentar zum Alten Testa- 
ment, herausgegeben von Nowack (Gòttin- 
gen 1900-1903) ; Kurzer Hand-Kommentar 
zum Alten Testament, herausgegeben von 
Marti (Tubingen 1898-1903) ; Kurzgefasstes 
exegetisches Handbuch zum Alten Testa- 
ment, Dillmann-Ryssel (Leipzig 1886- 
1897) ; Kurzgefasster Kommentar zu den 
heiligen Schriften Alten und Neuen Testa- 
ments, ecc., herausgegeben von Strack- 
Zockler (Munchen 1893-1894). 




LA GENESI 



INTRODUZIONE 



Valore storico della Genesi. — Come 
già si è detto, il libro della Genesi narra 
la storia dell'umanità dalla creazione del 
mondo fino alla dispersione dei popoli ori- 
ginati da Noè (i, 1-xi, 26), e la storia del 
popolo ebreo dalla vocazione del suo capo- 
stipite Abramo fino alla morte di Giuseppe 
in Egitto (xi, 27-L, 26). 

Ora lasciando per il commento le varie 
questioni particolari, a cui dà luogo il primo 
libro del Pentateuco, gioverà trattare sepa- 
ratamente e più a lungo la questione gene- 
rale del suo valore storico, tanto più che 
anche in tempi recenti sorsero in proposito 
varii errori, che la Chiesa dovette condan- 
nare. 

Errori . antichi. — I primi attacchi 
contro il valore storico della Genesi, e spe- 
cialmente dei primi capitoli, ebbero luogo 
nelle antiche scuole di Alessandria. Quivi 
i Giudei cominciarono a gettare il dileggio 
sulle favole delle mitologie pagane, e i filo- 
sofi greci, dopo aver tentato di spiegare 
come simboli i miti pagani, attaccarono a 
loro volta le narrazioni della Genesi, sfor- 
zandosi di mostrare che erano assurde, ed 
equivalevano a semplici miti. I dottori 
Giudei, quali Aristobulo (Origene, Contr. 
Celsum, iv, 51) e Filone (Legis Allegoriae, 
lib. I, t. i, p. 44, 52; lib. Il, p. 70; De 
mundi opificio, t. I, p. 37, 38) e le loro 
scuole, si lasciarono scuotere dalle diffi- 
coltà, e credendo di meglio salvare la vera- 
cità della Scrittura, interpretarono in senso 
allegorico le varie narrazioni. In ciò furono 
più tardi seguiti da Clemente Alessandrino 
(Strom., lib. v, 11 ; lib. vi, 16) e da Ori- 



gene (De Principiis, lib. iv, n. 16; Contr. 
Cels., lib. iv, 38 ; vi, 60), mentre gli antichi 
attacchi furono rinnovati da Celso (Contr. 
Cels., lib. iv, 36; vi, 60) e da Porfirio 
(Euseb., H. E., vili, 19; Socrates, H. E., 
in, 23), e specialmente da Giuliano apostata 
(S. Cirillo A., Contr. Iulianum, lib. n e in). 

I razionalisti moderni fecero eco agli an- 
tichi e, quantunque in seguito alle scoperte 
recenti nell'Egitto e nell'Assiria, siano co- 
stretti ad ammettere che la storia dei pa- 
triarchi da Abramo in poi contiene almeno 
una parte di verità, si accordano però nel 
riguardare come leggenda e miti le narra- 
zioni dei primi undici capitoli della Genesi, 
ad eccezione forse del diluvio, che può es- 
sere ritenuto almeno in parte per una cata- 
strofe reale. Altri però negano il valore sto- 
rico di tutta la Genesi. 

Così pensarono L. de Wette, Ewald, 
Nòldeke, Schrader, ecc., e tra i più recenti 
sostengono tali teorie : E. Ryle (The early 
Narratives of Genesis, Londra 1892), Ha- 
stings (Dictionary of the Bible, art. Cosmo- 
gony, ecc.), Cheyne (Encyclopaedia biblica, 
art. Creation, Deluge, ecc.), Gunkel (Ge- 
nesis iibersetzt und erklart, Gottingen 1901), 
Driver (The Book of Genesis, Londra 1904), 
Budde (Das Alte Testament und die Ausgra- 
bungen, Giessen 1903), Holzinger (Genesis, 
Tubingen 1898), Dillmann (Genesis, Leipzig 
1892), Strack (Genesis, Munchen 1894), ecc. 
Vedi una esposizione di questi errori nel 
Dici, de la Bib, art. Mytique (sens.). 

Teorie di alcuni cattolici recenti. — 

Alcuni cattolici dei nostri giorni, mossi 
senza dubbio da buone intenzióni, credet- 



56 



Genesi - Introduzione 



tero di poter meglio rispondere alle diffi- 
coltà degli avversarti della Bibbia, mettendo 
in dubbio, oppure negando, la verità sto- 
rica di parecchi fatti della Scrittura, e spe- 
cialmente della Genesi. A tal fine ebbero 
ricorso ai diversi generi letterarii e alle cita- 
zioni implicite, oppure si studiarono di appli- 
care ai fatti storici, quanto vien detto dei 
fenomeni naturali, ritenendo che come que- 
sti vengono descritti secondo le apparenze 
esterne, cosi quelli siano narrati secondo 
ciò che comunemente si dice o si crede, 
senza preoccuparsi gran che della loro ve- 
rità oggettiva. (Vedi Introduzione generale, 
capo li). Così la pensava Hummelauer nel 
noto opuscolo Exegetisches zur Inspiration- 
sfrage, Freiburg i. Br. 1904, e così pensa- 
rono pure i suoi seguaci Nikel (Glaubwiir- 
digkeit des Alteri Testament, ecc., Mùnster 
1908) e Peters (Glauben und Wissen, ecc., 
Paderborn 1907; Bibel und Naturwissen- 
schaft, Paderborn 1907 ; Die grundsàtzliche 
Stellung, ecc., Paderborn 1905), ecc. 

Il P. Lagrange (Rev. Bib., 1896, p. 207 
e ss. ; 397 ; 404 e ss.), dopo aver distinto 
nella Bibbia la rivelazione dall'ispirazione, 
a aver affermato che nella Scrittura tutto è 
ispirato, ma non tutto è rivelato, conchiude 
dicendo che non tutto ciò che è ispirato 
è anche insegnato. Per conoscere poi nella 
parte solo ispirata (e non rivelata) della 
Bibbia ciò che è insegnato e ciò che non è 
tale, si deve badare all'intenzione dell'au- 
tore umano. Quello che l'autore umano ha 
detto con intenzione di insegnarlo è infalli- 
bilmente vero (Rev. Bib., 1895, p. 567), può 
invece non essere tale ciò che fu detto senza 
intenzione d'insegnarlo (Rev. Bib., 1896, 
p. 404-5; 506-7; 516-7). Ora l'intenzione 
dell'autore si manifesta dal genere letterario 
adoperato, e poiché fra i generi letterarii 
usati dagli scrittori sacri vi è anche la storia 
primitiva, che è un misto di fatti, e di leg- 
gende o tradizioni popolari, in essa fa d'uopo 
distinguere il fondo o la sostanza garantita 
dalla veracità divina, e certe circostanze, le 
quali possono essere considerate come me- 
tafore o allegorie, o accomodazioni ebraiche 
della tradizione orale (Rev. Bib., 1896, 
p. 507-17). 

Applicando poi alla Genesi i principii 
posti, il P. Lagrange nella narrazione della 
creazione (Rev. Bib., 1896, p. 381 e ss.) 
distingue il fondo o la sostanza contenente 
le verità dogmatiche, e la lor cornice lette- 
raria. Il fondo fu rivelato da Dio, la cornice, 
ossia l'ordine delle varie opere, fu ispirato 
da Dio, ma ha una certa analogia colla 
cosmogonia assiro-babilonese. Non si può 
quindi inferire che Dio abbia create le cose 
in quest'ordine, poiché l'ordine appartiene 
solo alla cornice letteraria. Similmente per 
quanto si riferisce a Gen. li, 4-m, 24, di- 
stingue (Rev. Bib., 1897, p. 341-379) la 



sostanza dell'insegnamento da ciò che può 
essere considerato come un semplice sim- 
bolo. La sostanza dell'insegnamento, ossia 
la parte dogmatica della narrazione che è 
vera storia, si riduce principalmente all'af- 
fermazione della creazione e dell'innocenza 
della prima coppia umana, innocenza a cui 
fé' seguito il peccato originale. L'uomo e la 
donna sono destinati l'uno all'altro con una 
certa preeminenza dell'uomo. L'uomo è 
composto di anima e di corpo, ebbe il pieno 
possesso della sua intelligenza e fu dotato 
da Dio di immortalità. Sottomesso a una 
prova vi soccombette per suggestione diabo- 
lica, e perduta l'innocenza si trovò in preda 
agli stimoli della concupiscenza. Ornai 
dovrà combattere col male, ma potrà vin- 
cere, benché la lotta abbia luogo nel do- 
lore e sia seguita dalla morte. La felicità 
primitiva è perduta per sempre. Tutti i figli 
d'Adamo nasceranno peccatori, e porteranno 
il castigo della colpa. Tuttavia Dio non ab- 
bandonò l'uomo, ma ordinò un nuovo stato 
di cose. Il resto è antropomorfismo, o sim- 
bolo. Così ad esempio i due alberi del Pa- 
radiso terrestre sono simboli, e tali sono 
pure gli animali condotti davanti ad Adamo, 
il serpente seduttore di Eva, le tuniche date 
ai nostri progenitori, la spada fiammeggiante 
dei Cherubini, ecc. La formazione di Eva 
dalla costa di Adamo è una parabola (in 
questo il P. Lagrange segue Caetano, In 
Scripturam commentarii, t. I, pag. 22 e ss., 
Lugduni 1639, il quale pensava che pa- 
recchi dei fatti narrati fossero semplici me- 
tafore), ecc. Gli stessi principii vengono poi 
applicati a varii altri passi della Genesi 
(Vedi La méthode historique, ecc., Paris 
1904, p. 198 e ss. ; R. B., 1901, p. 619 : 
1902, p. 124). 

Queste stesse teorie, seguite da Durand. 
da Prat, da Lesétre, ecc., furono esposte 
con chiarezza ancora maggiore dal P. Za- 
necchia (Scriptor sacer sub divina inspira- 
tione, ecc., Romae 1903, p. 88 e ss.) e dal 
P. Bonaccorsi (Questioni Bibliche, Bologna 
1904, p. 79-95 e ss.), e vennero portate alle 
estreme conseguenze da Minocchi (La Ge- 
nesi con discussioni critiche, Firenze 1908. 
p. 2, 4, 12, ecc., 79-84) e da altri. 

Non si deve omettere che alcuni fra gli 
scrittori ricordati ed altri ancora (Lenor- 
mant, Origines de V histoire d' après la 
Bible e les traditions de peuples orientaux, 
Paris 1880-82, messo • all'Indice nel 18*7: 
Loisy, Les mytes babyloniens et les pre- 
miers chapitres de la Genèse, Paris 1901 ; 
Holzhey, Schòpfung, Bibel und Inspiration, 
Stuttgart und Wien 1902 ; Koch, Das zwan- 
zigste lahrhundert, Miinchen 1906 : Engert, 
Die Weltschòpfung, Miinchen 1907, ecc. 
Vedi anche Zapletal, Der Schòpfungsbe- 
richt, Regensburg 1911) ritengono che le 
narrazioni della Genesi siano un'adattazione 



Genesi - Introduzione 



57 



di miti e di leggende assiro-babilonesi, pur- 
gate da ogni elemento politeistico. Tutte 
queste teorie vanno rigettate. 

Carattere storico della Genesi. — 

Prima di provare il carattere storico della 
Genesi, giova richiamare alla mente due 
principii dell'ermeutica sacra : 1° Le parole 
di un autore vanno prese nel loro senso 
ovvio, ossia nel senso proprio e letterale, a 
meno che forti ragioni non persuadano il 
contrario. Non si potrà quindi interpretare 
in senso allegorico una narrazione, che in 
sé e nel contesto si presenta come storica, 
e che presa in quest'ultimo senso non dà 
luogo ad alcun inconveniente ; 2° Nell'in- 
terpretazione della Scrittura si deve ritenere 
che il vero senso è quello che ci viene pro- 
posto dalla Chiesa e dall'unanime consenso 
dei Padri. Ciò posto diciamo, che il carat- 
tere storico della Genesi viene dimostrato : 
1° dall'indole stessa delle narrazioni e dal 
loro nesso; 2° dall'autorità degli altri libri 
sacri ; 3° dal consenso dei Santi Padri ; 
4° dall'insegnamento della Chiesa. 

1° L'INDOLE DELLE NARRAZIONI GENESI ACHE 
E IL NESSO CON CUI SONO COLLEGATE TRA 
LORO E COL RESTO DELLA STORIA SACRA. — 

Chiunque infatti legga senza preconcetti le 
pagine della Genesi, vedrà subito che tutto 
l'andamento della narrazione è quale si ad- 
dice a un libro storico, che espone fatti 
realmente avvenuti, e nulla vi si trova che 
faccia sospettare nell'autore l'intenzione di 
presentare allegorie, o parabole, o leggende. 
Qualunque autore che voglia riferire cose 
realmente avvenute, non può parlare di- 
versamente, o usare un altro metodo. Nella 
Scrittura vi sono bensì delle allegorie, delle 
parabole, e qualche favola, ma il loro ca- 
rattere appare manifesto, o dalle afferma- 
zioni dell'autore, o dal contesto, o dalla na- 
tura del racconto. Nulla di questo si verifica 
nel libro in questione, anzi vediamo che 
nello stesso Pentateuco, quando si ricorda 
qualche narrazione della Genesi, o qualche 
sua circostanza, si suppone sempre che si 
tratti di fatti storici. (Vedi p. es. Esod. xx, 
10; xxxi, 17, dove si dà come ragione del- 
l'istituzione del Sabato il fatto che Dio ha 
lavorato sei giorni, e si è ripesato al set- 
timo giorno). Per conseguenza va applicato 
il grande principio di S. Tommaso (Stimma 
Theol., I. P., q. cu, a. 1) : In tutte le cose 
che la Scrittura ci propone per modo di 
narrazione storica, si deve ritenere come 
fondamento la verità della storia (e sopra 
di essa fabbricare le esposizioni spirituali). 
Perciò le narrazioni della Genesi essendo 
proposte come storiche, sono da ritenersi 
come tali. 

Questa conclusione appare ancor più ma- 
nifesta se si considera l'intimo nesso che 



unisce assieme le varie narrazioni. L'autore 
del Pentateuco e della Genesi, Mosè, ha 
voluto infatti manifestamente scrivere una 
storia sommaria del popolo ebreo. Egli ne 
descrive i principali avvenimenti fino al mo- 
mento in cui sta per entrare in Chanaan, 
e perciò narra le sue peregrinazioni nel 
deserto durate quarant'anni, la sua uscita 
dall'Egitto, le persecuzioni ivi sofferte, ecc. 
Ora la storia d'Israele nell'Egitto suppone 
manifestamente la storia di Giacobbe, di 
Isacco, e di Abramo. 

Mosè però volle ascendere più alto nella 
storia e far conoscere le prime origini di 
Israele, mostrando perchè Dio avesse vo- 
luto in mezzo all'umanità perversa sce- 
gliersi dapprima alcuni uomini, e poi una 
famiglia, e finalmente un popolo per farne 
i depositarii della promessa di un futuro 
salvatore. Egli fu quindi naturalmente por- 
tato a connettere Abramo per una lunga 
serie di antenati a Sem, a Noè, a Seth e a 
Adamo, i quali tutti avevano ricevuto e tra- 
mandato ai loro discendenti la promessa del 
liberatore. Era poi necessario spiegare per- 
chè fu necessario questo liberatore, e quindi 
si doveva parlare del primo peccato, della 
felicità da cui era stato preceduto, ecc., e 
risalire fino all'origine stessa del mondo. 
Così ha fatto Mosè, presentandoci tutti 
questi fatti come strettamente fra loro col- 
legati, e passando dall'uno all'altro senza 
nulla mutare del suo metodo. Anzi sembra 
che egli stesso abbia voluto escludere di 
avanzo la distinzione sul diverso valore sto- 
rico, che si vorrebbe da alcuni stabilire tra 
le narrazioni dei fatti prima di Abramo e 
le narrazioni dei fatti posteriori, poiché ha 
diviso la Genesi in varie sezioni corrispon- 
denti a varii periodi cronologici successivi, 
e comincia ogni sezione con una formola 
pressoché identica : queste sono le genera- 
zioni di, ecc., equivalente a : questa è la 
storia. Ora se è indubitato che nelle ultime 
sezioni della Genesi tale formola indica una 
vera storia, non vi è alcun motivo per ne- 
gare che indichi una vera storia anche nelle 
sezioni precedenti. 

2° L'autorità degli altri scrittori del 
Vecchio e del Nuovo Testamento. — 
Un'altra prova dell'autorità storica della Ge- 
nesi ci è fornita dalla testimonianza degli 
scrittori del Vecchio e del Nuovo Testa- 
mento, i quali citano frequentemente le nar- 
razioni della Genesi, senza mai lasciar anche 
solo sospettare che non si tratti di fatti 
storici. Basti citare qualche esempio : 

1° La creazione del cielo e della terra, 
Gen. i, 1 ; Salm. xxxn, 6, 9; lxxxviii, 12- 
13; cxxxv, 5-9; Gerem. x, 1 1 ; li, 15; 
Ecclì. xviii, 1 ; Macab. vii, 28. 

2° Le acque che coprono la terra, Gen. 
I, 2 ; Salm. cui, 6. 



58 



Genesi - Introduzione 



3° Creazione del firmamento, Gen. I, 
6: Gerem. x, 12 ; li, 15. 

4° Le acque sopra il firmamento, Gerì. 
I, 7 ; Salm. CXLVUI, 4. 

5° Formazione dei continenti e dei mari, 
Gen. I, 2, 6-7, 9-10; Giob. xxxvm, 4-11; 
Salm. xxxil, 7; cui, 6-9; cxxxv, 5-9. 

6° Creazione del sole e della luna, Gen. 
i, 14-18; Salm. xxxv, 7-9. 

7° Creazione dell'uomo e sua caduta, 
Gen. i-m ; Sapienza, x. 1-2. 

8° Dominio dell'uomo sugli animali, 
Gen. I, 26, 28; Eccli. xvn, 4. 

9° Adamo creato immediatamente da 
Dio, Gen. i, 26-27 ; Eccli. xlix, 19. 

10° L'uomo fatto ad immagine di Dio, 
Gen. I, 27; Sap. n, 23; Eccli. xvn, 1. 

11° Adamo formato di fango, Gen. il, 7; 
Giob. x, 8-9; Tob. vili, 8; Eccli. XVII, 
7 ecc. 
' 12° Anima soffio di Dio, Gen. Il, 7 ; Giob. 
xxvni, 3, ecc. 

13° Il paradiso, Gen. n, 8 ; Eccli. xl, 
28; Ezech. xxvm, 13; xxxi, 8. 

14° L'albero della vita, Gen. Il, 9 ; Prov. 
ili, 18; xi, 30; XIII, 12; xv, 4. 

15° I fiumi del Paradiso, Gen. il, 11-14; 
Eccli. xxiv, 35-37. 

16° Eva compagna d'Adamo, Gen. Il, 18- 
22 ; Tob. vili, 8 ; Eccli. xvn, 5. 

17° Caduta di Adamo dovuta all'invidia 
del demonio, Gen. in, 1 e ss. ; Sap. il, 23- 
24 ; Os. vi, 7. 

18° Il peccato cominciò nella donna, Gen. 
in, 6; Eccli. xxv, 53. 

19° Il serpente mangierà la terra, Gen. 
in, 14; Is. lxv, 25. 

20° L'uomo tornerà nella polvere, Gen. 
in, 19 ; Giob. xxxiv, 15 ; Eccli. xvn, 1 ; 
xxxin, 10. 

21° La storia del diluvio e della distru- 
zione di Sodoma, la fuga e la benedizione di 
Giacobbe, la storia di Giuseppe venduto ed 
esaltato sono ricordate nella Sapienza (x, 
1-14), e l'Ecclesiastico ricorda le storie di 
Enoch, di Noè, di Abramo, di Isacco (xliv, 
16-26). 

La lista si potrebbe continuare ancora, 
ma le referenze citate sono più che suffi- 
cienti a provare la nostra conclusione, la 
quale risulta ancora più chiara dal Nuovo 
Testamento. 

Gesù Cristo infatti afferma che Dio da 
principio creò l'uomo, e lo creò maschio e 
femmina (Matt. xix, 4 ; Gen. i, 27), che 
Adamo ispirato da Dio promulgò la legge 
del matrimonio (Matt. xix, 5; Gen. Il, 24), 
che Abele gius'o versò il suo sangue (Matt. 
xxiii, 35; Gen. iv, 8). Egli conferma la 
narrazione del diluvio e della moglie di Lot 
(Lue. xvn, 26-32), e l'esistenza di Abramo, 
di Isacco e di Giacobbe (Lue. xm, 28). 



S. Pietro riconosce come fatti storici la 
storia di Noè e del diluvio (I Piet. in, 19 
e ss. ; II Piet. il, 5 ; in, 7-9, ecc.), la storia 
di Lot e la distruzione di Sodoma e Gomorra 
(lì Piet. il, 6-8), la benedizione data ad 
Abramo (Atti, III, 25), le parole dette da 
Sara (I Piet. IH, 6; Gen. xvm, 12). 

S. Paolo afferma che Dio fece il mondo 
e tutte le cose, e che Egli è il Signore del 
cielo e della terra (Atti, xvn, 24), e fece 
l'uomo di terra (I Cor. xv, 45-47 ; Gen. il, 
7) e a sua immagine (I Cor. xi, 7). Prima 
fu creato Adamo e poi Eva (I Tim. n, 13), 
e l'uomo non è dalla donna, ma la donna 
dall'uomo, e l'uomo non fu creato per la 
donna, ma la donna per l'uomo (I Cor. xi, 
8-13; Gen. il, 21-23). Eva fu sedotta dal 
serpente, non già Adamo (II Cor. xi, 3 ; 
I Tim. li, 14; Gen. ni, 6). Adamo col suo 
peccato recò nocumento a tutti i suoi discen- 
denti (Rom. v, 12-19), e fu il peccato che 
introdusse nel mondo la morte (Rom. v, 12, 
14; Gen. ni, 3, 19). Abele offrì a Dio 
un'ostia migliore di quella di Caino (Ebr. 
XI, 4). Enoch fu trasportato perchè non 
vedesse la morte (Ebr. xi, 5). Noè fu sal- 
vato colla sua famiglia nell'arca (Ebr. xi, 
7). Abramo ubbidì a Dio e partì senza sa- 
pere dove andasse, pellegrinò poi per la 
terra promessa, abitando sotto le tende con 
Isacco e Giacobbe (Ebr. xi, 8-10), e rice- 
vette la promessa di una benedizione per 
tutte le genti (Gal. in, 8). Il sacerdote Mel- 
chisedech benedisse Abramo, che ritornava 
dopo aver sconfitti i re elamiti, e ricevette 
da lui le decime (Ebr. vii, 1 e ss. ; Gen. 
xiv, 1 e ss.). Abramo fu giustificato per la 
fede (Rom. iv, 3 ; Gal. ni, 6 ; Gen. xv, 6) 
ed ebbe due figli uno dalla schiava, e l'altro 
dalla donna libera (Gal. iv, 22-30 ; Gen. 
xvi, 1 ; xxi, 1). Sara, sterile, ottenne di 
concepire, benché avanzata in età (Ebr. xi, 
11 ; Gen. xvn, 15-21 ; xvm, 9-14) ; Abramo 
fu costituito padre di molte genti (Rom. iv, 
16 ; Gen. xvn, 1), ricevette il segno della 
circoncisione (Rom. iv, 11; Gen. xvn, 9), 
e per avere offerto il suo figlio Isacco meritò 
che gli venisse confermata con giuramento 
la benedizione promessa (Ebr. vi, 13 e ss. ; 
Gen. xxn, 1-18). S. Paolo afferma ancora che 
alcuni senza saperlo diedero ospizio agli 
angeli (Ebr. xm, 21 ; Gen. xvm e xix), e 
che Isacco figlio della promessa ebbe due 
figli da Rebecca, il maggiore dei quali fu 
assoggettato al minore (Rom. ix, 7-13 ; Gen. 
xxv, 20 e ss.), e che Esaù per una pietanza 
vendette la sua primogenitura, e ricercò poi 
invano colle lacrime la benedizione dei pri- 
mogeniti (Ebr. xii, 16 e ss.). Lo stesso Apo- 
stolo attesta ancora che Isacco benedì Gia- 
cobbe ed Esaù, e che Giacobbe morente 
benedì ciascuno dei figli di Giuseppe. Questi 
a sua volta prima di morire predisse l'uscita 

dei figli d'Israele dall'Egitto, e dispose delle 



Genesi - Introduzione 



59 



sue ossa {Ebr. XI, 20-22 ; Gerì, xxvn, 27 ; 
xlviii, 15 e ss. ; L, 24). 

S. Giovanni ricorda che Abele fu ucciso 
da Caino (I Giov. in, 12), e che il demonio 
fu mentitore e omicida fin da principio 
(Vang. vili. 44; Gen. Ili, 3, 19), e nel- 
l'Apocalisse (il, 7; xxii, 2, 14) parla del- 
l'albero della vita piantato nel paradiso 
(Gen. il, 8, 9). 

S. Giacomo (n, 21-23) scrive che Abramo 
fu giustificato per la fede e per le opere, 
e che offrì il suo figlio Isacco. 

S. Giuda (vv. 7, 11, 14) ricorda la via 
di Caino, Enoch settimo patriarca da 
Adamo, e la distruzione di Sodoma e Go- 
morra. 

Gli Evangelisti S. Matteo (i, 1 e ss.) 
e S. Luca (in, 32 e ss.), dando la ge- 
nealogia di N. S. Gesù Cristo l'uno sino 
ad Abramo, e l'altro sino ad Adamo, ven- 
gono ancora a confermare le genealogie, 
che si hanno nella Genesi, relative agli 
antenati di Abramo e ai suoi discendenti. 

Questi pochi esempi sono più che suf- 
ficienti per mostrare come gli autori del 
Vecchio e del Nuovo Testamento abbiano 
sempre riguardati come storici i fatti nar- 
rati nella Genesi. 

3° La testimonianza dei Santi Padri. 
— Riguardo all'opera dei sei giorni vi fu- 
rono bensì alcune divergenze tra i Padri, e 
parecchi tra essi interpretarono in senso 
allegorico i giorni genesiad (p. es. San- 
t'Atanasio, Orai, il contr. Arian., n. 49 
e 60 ; Sant'Agostino, De Genesi contra 
Man. ; De Genesi ad litt. ; De Genesi in 
lift., libri Xll; De Civ. Dei, 1. XI, Confess., 
1. XI, XII, xill; Retract., 1. i, 18, ecc.), 
ma per riguardo ai racconti successivi alla 
creazione, tutti (eccettuati Origene, Cle- 
mente A. e tra i recenti il Card. Gaetano) 
si accordano nel ritenerli come storici, e 
molti di essi biasimano apertamente le te- 
merità di Origene. Così la pensano ad 
esempio : Sant'Epifanio (Haeres. lxiv, 4, 
47), S. Metodio di Olimpia (Bibl. Phot. or. 
de resurr., Migne P. G., t. cui, col. 1112), 
S. Basilio {In Hexaem. hom. in, 9 ; hom. 
x, 1), S. Giov. Crisostomo (In Genesim, 
Hom. xin, 3), Sant'Agostino (De Gen. ad 
litt., 1. vili, cap. 2), ecc., e quando si leg- 
gono i loro commentarii e le loro opere di 
controversia, si vede subito che non erano 
loro sconosciute le principali difficoltà che 
si muovono intorno a tale questione, e 
perciò, se non ostante tali difficoltà hanno 
creduto di doversi attenere al senso storico 
letterale, si è perchè erano persuasi che 
altrimenti ne sarebbe andata di mezzo la 
fede. 

4° L'insegnamento e la pratica della 
Chiesa. — Che la Chiesa nel suo inse- 



gnamento pratico e ordinario riguardi come 
storiche le narrazioni della Genesi, è un 
fatto indubitato, e non mancherebbe di su- 
scitare scandalo nei fedeli quel predicatore 
che insegnasse diversamente. Basta inoltre 
leggere {{Catechismo del Concilio di Trento, 
dove si parla della creazione e del matri- 
monio, e basta consultare l'appendice : 
Breve storia della Religione, che si trova 
nel Compendio della Dottrina cristiana pre- 
scritto da Sua Santità Pio X, per convincersi 
pienamente che la Chiesa, maestra infalli- 
bile di verità e sola legittima interprete 
della Scrittura, ritiene come storici i fatti 
narrati nella Genesi. 

A conferma gioverà qui riferire la ri- 
sposta della Commissione Biblica intorno 
al carattere storico dei tre primi capi della 
Genesi, pubblicata il 30 giugno 1909. 

I. - Utrum varia systemata exegetica, 
quae ad excludendum sensum litteralem 
historicum trium priorum capitum libri Ge- 
neseos excogitata et scientiae fuco propu- 
gnata sunt, solido fundamento fulciantur? 

Resp. : Negative. 

IL - Utrum non obstantibus indole et 
forma historica' libri Geneseos, peculiari 
trium priorum capitum inter se et cum 
sequentibus capitibus nexu, multiplici testi- 
monio Scripturarum tum veteris tum novi 
Testamenti, unanimi fere sanctorum Pa- 
trum sententia ac traditionali sensu, quem. 
ab israelitico etiam populo transmissum. 
semper tenuit Ecclesia, doceri possit, prae- 
dicta tria capita Geneseos continere non 
rerum vere gestarum narrationes, quae sci- 
licet obiectivae realitati et historicae veri- 
tati respondeant ; sed vel fabulosa ex ve- 
terum populorum mytologiis et cosmogoniis 
deprompta et ab auctore sacro, expur- 
gato quovis polytheismi errore, doctrinae 
monotheisticae accomodata ; vel allegorias 
et symbola, fundamento obiectivae reali- 
tatis destituta, sub historiae specie ad re- 
ligiosas et philosophicas veritates incul- 
candas proposita ; vel tandem legendas ex 
parte historicas, et ex parte fictitias ad 
animorum instructionem et aedificationem 
compositas ? 

Resp. : Negative ad utramque partem. 

III. - Utrum speciatim sensus litteralis 
historicus vocari in dubium possit, ubi 
agitur de factis in iisdem capitibus enar- 
ratis, quae christianae religionis funda- 
menta attingunt : uti sunt inter caetera, 
rerum universarum creatio a Deo facta in 
initio temporis ; peculiaris creatio hominis, 
formatio primae mulieris ex primo homine ; 
generis humani unitas ; originalis protcpa- 
rentum felicitas in statu iustitiae, integri- 
tatis et immortalitatis ; praeceptum a Deo 



(50 



Genesi - Introduzione 



homini datum ad eius obedientiam proban- 
dam ; divini praecepti, diabolo sub ser- 
pentis specie suasore, transgressio, proto- 
parentum deiectio ab ilio primaevo inno- 
centiae statu ; nec non Reparatoris futuri 
promissio? 

Resp. : Negative. 

IV. - Utrum in interpretandis illis horum 
capitum locis, quos Patrcs et Doctores di- 
verso modo intellexerunt, quin certi quid- 
piam defininitique tradiderint, liceat, salvo 
Ecclesiae iudicio servataque fidei analogia, 
eam quam quisque prudenter probaverit, 
sequi tuerique sententiam? 

Resp. : Affirmative. 

V. - Utrum omnia et singula, verba vi- 
delicet et phrases, quae in praedictis capi- 
tibus occurrunt, semper et necessario ac- 
cipienda sint sensu proprio, ita ut ab eo 
discedere numquam liceat, etiam cum lo- 
cutiones ipsae manifesto appareant im- 
proprie, seu metaphorice vel antropomor- 
phice, usurpatae, et sensum proprium vel 
ratio tenere prohibeat, vel necessitas cogat 
dimittere ? 

Resp. : Negative. 

VI. - Utrum, praesupposito litterali et 
historico sensu, nonnullorum locorum eo- 
rumdem capitum intrepretatio allegorica et 
prophetica, praefulgente sanctorum Patrum 
et Ecclesiae ipsius exemplo, adhiberi sa- 
pienter et utiliter possit? 

Resp. : Affirmative. 

VII. - Utrum, cum in conscribendo primo 
Geneseos capite non fuerit sacri auctoris 
mens intimam adspectabilium rerum consti- 
tutionem ordinemque creationis comple- 
tum scientifico modo tradere ; sed potius 
suae genti tradere notitiam popularem, 
prout communis sermo per ea ferebat tem- 
pora, sensui et captui hominum accomo- 
datam, sit in horum interpretatione ada- 
mussim semperque investiganda scientifici 
sermonis proprietas? 

Resp. : Negative. 

Vili. - Utrum in illa sex dierum deno- 
minatione atque distinctione, de quibus in 
Geneseos capite primo, sumi possit vox 
yom (dies) sive sensu proprio prò die na- 
turali, sive sensu improprio prò quodam 
temporis spatio, deque huiusmodi quaes- 
tione libere inter exegetas disceptare liceat? 
Resp. : Affirmative. 

Difficoltà contro la storicità della 
Genesi. — l a obbiezione. - I razionalisti 
(Gunkel, Die Genesis, Gottingen 1902, 
p. xiii-xiv) negano la storicità della Ge- 
nesi, perchè dicono che non si può spie- 
gare come Mosè abbia potuto trovar le fonti 



necessarie alla composizione del suo libro. 
Niuno fu presente alla creazione, e d'altra 
parte Israele è un popolo relativamente 
giovane, e Mosè è molto più recente degli 
scrittori, che ci hanno dato il libro dei 
morti, e la stela di Hammurabi, ed altri 
noti monumenti. Come adunque egli, che 
viveva solo circa 1500 a. C., potè narrare 
la storia di ciò che era avvenuto migliaia 
e migliaia di anni prima? 

R. — Tutti i Santi Padri spiegano la co- 
noscenza che Mosè ebbe delle origini del 
mondo e dell'umanità, ricorrendo alla di- 
vina ispirazione. Lo Spirito Santo potè di- 
rettamente rivelare a Mosè le cose conte- 
nute nella Genesi, oppure, come inclinano 
a pensare gli esegeti moderni, lo mosse ad 
utilizzare antiche tradizioni in parte scritte 
e in parte orali, facendogliene conoscere 
le verità. Niente di più naturale infatti che 
Dio stesso abbia rivelato ai nostri proge- 
nitori l'origine delle cose, e il modo con 
cui essi furono creati, e che tale rivela- 
zione unitamente alla promessa del Messia 
e agli altri fatti della storia primitiva siasi 
poi trasmessa di generazione in generazione 
e forse anche venisse messa per iscritto 
molti secoli prima di Mosè. È certo infatti 
che presso varii antichi popoli si constata 
la presenza di narrazioni più o meno ana- 
loghe a quelle della Genesi, specialmente 
per quel che si riferisce alla formazione 
dell'uomo per uno speciale intervento di 
Dio, al paradiso terrestre, e alla primitiva 
condizione felice dell'umanità, alla ca- 
duta, ecc. Ora questo fatto non si può al- 
trimenti spiegare senza ricorrere a una tra- 
dizione primitiva comune a tutti i rami 
della famiglia umana, tradizione che si con- 
servò in tutta la sua purezza nel popolo 
eletto, ma venne invece deformata e in 
parte corrotta presso gli altri popoli. 

2 a obbiezione. - Un'altra difficoltà contro 
la storicità della Genesi, è tratta dalle ras- 
somiglianze, che presentano alcune sue nar- 
razioni coi miti e le leggende assiro-babi- 
lonesi. Tali rassomiglianze si riferiscono 
alla creazione, al Paradiso e alla caduta 
del primo uomo, ai patriarchi antidiluviani, 
al diluvio e alla torre di Babele. 

R. — Gli assiri-babilonesi essendo ancor 
essi di razza semitica, non deve far mera- 
viglia che le loro leggende abbiano una 
certa rassomiglianza colle narrazioni della 
Bibbia ; è però indubitato che vi sono pure 
molte dissomiglianze e che tali leggende, 
anche purgate da ogni errore politeistico e 
morale e religioso, non hanno potuto en- 
trare nella Bibbia, e non possono spiegare 
né l'opera dei sei giorni seguita dal giorno | 
di riposo, come viene descritto nella cosmo- I 



Genesi - Imkoduzione 



GÌ 



genia mosaica (vedi nota Gen. h, 3), né 
gli altri avvenimenti della Bibbia. 

La leggenda babilonese sulla creazione 
era conosciuta da lungo tempo grazie ad 
alcuni frammenti di Beroso (275 a. C.) 
riferitici da Eusebio (Chron. i, 19, 15, 
ed. Schòne) e dal neoplatonico Damasco 
(Quaestiones de primis principiis, XX, 
p. 384, ed. Kapp.), ma sopra di essa gettò 
nuova luce la scoperta di gran parte del 
poema intitolato Enuma elis, fatta da 
G. Smith, e da questi pubblicata nel 1876. 
Più tardi si trovarono altri frammenti, e 
può essere che col tempo si riesca ad avere 
l'opera intera. Il poema nella forma attuale 
rimonta a circa 2000 e più anni a. C., ma 
per il fondo è molto più antico. Occupa 
sette tavolette e comprende 994 linee (Cf. 
Dhorme, Choix de textes religieux Assiro- 
babyloniens, p. 3 e ss., Paris 1907). 

I Tavoletta. - Prima che vi fosse il cielo, 
e prima che vi fosse la terra, e prima che 
vi fossero gii dèi, vi erano Apsu (l'Oceano) 
e Tiamat (il mare) e confondevano assieme 
Se loro acque. Apsu e Tiamat generano 
dapprima gli dèi, ma questi avendo turbato 
il riposo di Apsu, egli si accorda con Tia- 
mat e ordisce una trama affine di distrug- 
gerli. Ma Ea, il. più astuto degli dèi, scopre 
la trama, e le fa abortire. Allora Tiamat, 
pieno di ira, genera serpenti e dragoni e 
uomini-scorpioni ed altri mostri, che lo 
aiutino, e li lancia contro gli dèi. 

II Tavoletta. - Ea riferisce al suo padre 
Ansar i disegni di Tiamat, e Ansar manda 
contro Tiamat un altro suo figlio per nome 
Anu, il quale però alla sola vista di Tiamat 
prende la fuga. Allora Ansar spedisce Mar- 
duk figlio di Ea. Questi acconsente a 
muover guerra a Tiamat a condizione di es- 
sere prima esaltato nell'assemblea degli dèi. 

Ili Tavoletta. - Ansar manda il suo mes- 
saggiero Gagà a convocare gli dèi a ban- 
chetto. Quésti si riuniscono, mangiano e 
bevono, si ubbriacano e schiamazzano. 

IV Tavoletta. - Gli dèi conferiscono a 
Marduk il potere di creare e di annientare, 
ed egli fa subito mostra del potere ricevuto 
facendo scomparire e poi apparire di nuovo 
un vestimento. Armatosi poi di un arco, 
di una rete e di parecchi venti impetuosi, 
si avanza contro Tiamat, e con una saetta 
gli trapassa il corpo e lo uccide. Poi ne 
sparte in due il cadavere, come si sparti- 
rebbe un pesce, e con una metà ne copre 
il cielo e per mantenere in alto le acque 
tira la serratura e pone un guardiano con 
ordine di non lasciare uscire le acque. Poi 
costruisce parecchie città per gli Dei, Anu 
Bel, Ea. 

V Tavoletta (molte lacune). - Marduk 
mette nel cielo le stelle, i pianeti, la luna, 
il sole. Fa brillare la luna, e le affida la 



notte, e la stabilisce come corpo notturno 
per regolare i giorni, ecc. 

VI Tavoletta (rimangono pochi fram- 
menti). - Per dare adoratori agli dèi, Marduk 
forma gli uomini prendendo del suo sangue, 
oppure, secondo altri, semplicemente del 
sangue. 

VII Tavoletta (lacune considerevoli). - 
Marduk è glorificato nel consesso degli dèi. 
Si riassumono le varie opere di Marduk e 
i varii titoli che ha per essere onorato dagli 
dèi e dagli uomini. Egli viene chiamato 
produttore dei grani e delle piante, delle 
erbe e degli uomini, ed è probabile che 
nelle parti mancanti del poema si parlasse 
anche degli animali, come si ha in altri 
frammenti (Dhorme, op. cit. p. 83 e ss.). 

Ora se con questa leggenda si confronta 
la narrazione della Genesi, si vedrà subito 
che le rassomiglianze si riducono a poca 
cosa. Da una parte e dall'altra vi è un caos. 
L'ebraico theom (abisso delle acque) può 
forse infatti equivalere al babilonico tiamtu 
(mare) = Tiamat. La creazione del firma- 
mento e la divisione delle acque superiori 
dalle inferiori (Gen. i, 6-8) ha una certa 
analogia colla divisione di Tiamat ; e una 
certa analogia vi è pure per la creazione 
degli astri, del sole e della luna, delle erbe 
e degli animali e degli uomini. Leggende 
più antiche però attribuiscono la creazione 
dell'uomo, non a Marduk, ma a Ea, e se- 
condo altre leggende Ea ora avrebbe creato 
un uomo, ora due, ora più, ma sempre 
quando gli uomini già esistevano sulla 
terra. 

Le dissomiglianze sono molto maggiori. 
La cosmogonia babilonica non solo è poli- 
teista, ma non è neppure creazione. La 
cosmogonia della Genesi è monoteista e 
vera creazione. Nella prima preesistono 
l'oceano (Apsu) e il mare (Tiamat), che 
generano poi il cielo e la terra ; gli dèi sono 
creati, ma subito si ribellano, e la lotta 
fra Tiamat e Marduk, che avrebbe potuto 
riuscire fatale a quest'ultimo, è puerile, è 
indegna della divinità. Nella Genesi invece 
tutto è sublimità, semplicità e dignità ! Dio 
opera come si conviene alla grandezza della 
sua natura, non ha da fare sforzi, né da 
lottare, dice e tutto si fa. Nella cosmo- 
gonia caldaica non si fa menzione della 
luce, e la produzione dell'uomo è grottesca, 
come è grottesco l'asserire che Marduk 
creò l'uomo affinchè gli dèi avessero una 
dimora che rallegrasse il loro cuore, e che 
per crearlo ebbe l'aiuto di Arourou. D'altra 
parte in nessuno dei documenti finora pub- 
blicati si parla della settimana, del riposo 
divino, e della creazione della prima coppia 
umana. Per conseguenza se si può ammet- 
tere che i babilonesi avessero conservato il 
ricordo molto affievolito e alterato della 



62 



Genesi - Introduzione 



creazione del mondo, le loro leggende non 
bastano però a spiegare l'origine delle nar- 
razioni della Genesi. 

Anche per i fatti raccontati Gen. li-m, 
si è voluto trovar l'origine nei miti babilo- 
nesi (Minocchi, La Genesi, Firenze 1908, 
p. 76 e ss.). Così il Paradiso terrestre è 
una riproduzione di ciò che si legge nel- 
l'epopea di Gilgames (Dhorme, op. cit., 
p. 233 e 277), l'albero della vita allude 
all'albero di Eridou (Dhorme, op. cit., 
p. 98), e Adamo non è altro che Adapa 
(Dhorme, op. cit. p. 148-161), ecc. 

Se però si osservano attentamente i testi 
indicati, si vedrà subito che sono ben lungi 
dal poter dar ragione delle narrazioni della 
Genesi, e si constaterà la verità di quanto 
afferma il P. Lagrange (Rev. Bib., 1897, 
pag. 377), che presso i popoli antichi, 
Israele eccettuato, nessuna tradizione ri- 
corda espressamente la storia del peccato 
originale, né per quel che si riferisce alla 
sostanza delle cose, né per quel che si rife- 
risce alle circostanze (Vedi n. Gen. in, 24). 
Il mito di Adapa è certo molto antico, ed 
ha forse qualche vaga e lontana analogia 
coi'.a storia di Adamo, ma non può in alcun 
modo essere la fonte, a cui fu attinta la 
narrazione della Genesi. Adapa non è lo 
stesso che Adamo, poiché egli non è il 
primo uomo, né il rappresentante di tutta 
l'umanità, ma un uomo qualunque fra gli 
altri, che probabilmente va identificato con 
Alaparos o Adaparos, il secondo fra i dieci 
re primitivi ricordati da Beroso. Secondo la 
leggenda egli fu creato da Ea, ma un giorno, 
avendo spezzato le ali del vento del Sud, 
venne citato davanti a Anu. Ea allora lo 
avvertì che gli sarebbe stato offerto da 
mangiare, da bere, da vestirsi, e dell'olio, 
e lo consigliò di accettare l'olio e il vestito, 
ma di ricusare il nutrimento e la bevanda, 
perchè questi gli avrebbero causato la 
morte. Avvenne invece che il cibo e 
l'acqua offertigli erano un cibo e un'acqua 
di vita, e così Adapa, avendoli rifiutati, 
restò privo dell'immortalità. 

Ora è chiaro che qui non vi è alcuna 
analogia con Eva sedotta dal serpente. Si 
può domandare inoltre perchè mai Ea fece 
credere alimento di morte l'alimento della 
vita? Volle forse ingannare o fu ingannato? 
D'altra parte Adapa fu privato dell'immor- 
talità, perchè ubbidì agli ordini del suo dio, 
mentre il contrario avvenne in Adamo. Di 
più nella Genesi la proibizione riguarda non 
già l'albero della vita, ma l'albero della 
scienza del bene e del male, e i vestimenti 
dati a Adamo ed Eva son ben altra cosa, e 
vengono dati per ben altro motivo che i 
vestimenti di Adapa. Né si opponga in con- 
trario il famoso cilindro babilonese rappre- 
sentante un albero carico di frutti e due 

personaggi seduti l'uno a destra e l'altro a 



sinistra, che stendono la mano ai frutti, e 
dietro al personaggio di sinistra un ser- 
pente. I due personaggi infatti sono vestiti 
e seduti, e quello che ha le corna rappre- 
senta un dio, e non si può provare che 
l'altro rappresenti una donna e non piut- 
tosto un'altra divinità, e che il serpente 
che sta di dietro sia un tentatore. La scena 
potrebbe benissimo rappresentare due dèi 
presso l'albero della vita, e il serpente po- 
trebbe essere il loro protettore. 

Similmente non è certo che i Cherubini 
posti a custodia del Paradiso alludano ai 
tori alati posti all'entrata dei palazzi assiri. 
Lenormant aveva bensì letto nel 1873 su 
di un amuleto il nome Kirubu, ma tale let- 
tura fu riconosciuta sbagliata, e finora non 
si è trovato nell'assiro un nome corrispon- 
dente all'ebraico Cherubini. 

Si deve ancora aggiungere che solo la 
Genesi annunzia la disfatta del demonio 
tentatore per opera del futuro Messia ri- 
paratore. 

Per riguardo ai patriarchi antidiluviani, 
Beroso ci ha conservato una lista di dieci 
re : Aloros, Alaparos, Amelon, Ammenon, 
Megalaros, Daonos, Evedorachos, Amem- 
psinos, Otiartes, Xisoutros, i quali avreb- 
bero regnato in complesso 120 sari, ossia 
432 mila anni. Questi re sarebbero i dieci 
patriarchi antidiluviani, che vengono chia- 
mati nella Genesi (v, 1 e ss.) : Adam, 
Seth, Enos, Cainan, Malalael, Iared, Enoch, 
Mathusalem, Lamech, Noè. Tanto gli uni 
che gli altri ebbero una longevità straor- 
dinaria, e durante la vita dell'ultimo di 
ciascuna serie (Xisoutros e Noè) venne il 
diluvio. 

Vi è certamente qualche rassomiglianza 
fra le due narrazioni, ma le divergenze 
sono pure assai notevoli sia nei nomi, sia 
nella qualità delle persone, e sia negli anni 
che ciascuno ha vissuto. Presso Beroso in- 
fatti si tratta di re di Babilonia, e si indi- 
cano gli anni favolosi del loro regno ; nella 
Genesi invece si parla degli autori o capi 
del genere umano, e si indicano gli anni 
della vita di ciascuno. Parecchi nomi poi 
sono assolutamente diversi, e mentre ad 
es. Evedorachos (ass. Enmeduranki) che si 
vuole identificare con Enoch, fu il re che 
secondo Beroso ebbe più lungo regno 
(64.800 anni), Enoch invece fu il patriarca 
antidiluviano che ebbe vita più corta (300 
anni). Con ragione pertanto i migliori as- 
siriologi escludono che la lista della Genesi 
dipenda da quella di Beroso, e per spie- 
gare le rassomiglianze che vi si riscontrano 
si può ammettere che rappresentino en- 
trambe la tradizione primitiva, conservatasi 
pura nella Bibbia, e deformatasi presso i 
Babilonesi (Ved. n. Gen. v, 31). 

La stessa osservazione va applicata alla 
narrazione del diluvio che si ha nella 



Genesi - Introduzione 



63 



Genesi (Ved. n. vili, 12) e nell'epopea di 
Gilgames (Dhorme, op. cit. p. 100 e ss. ; 
120-127). La narrazione caldaica è antichis- 
sima ed era già fissata per scritto 2000 anni 
avanti Cristo. L'uomo salvato dal diluvio 
viene chiamato Utnapistim, e altrove riceve 
il nome di Atra-hasis (= Hasisatra = Xi- 
soutros), e l'autore del terribile disastro è 
Bel, il quale contro la volontà degli altri 
dèi decide di inondare tutta la terra, e di 
far perire tutti gli uomini. Ea, mosso a com- 
passione del re Utnapistim, si sforza di 
salvarlo, e riesce nel suo intento, facendogli 
costruire un'arca, nella quale egli si ri- 
fugia coi suoi parenti e cogli animali del 
campo, durante l'inondazione causata dal di- 
luvio. Il cataclisma è così spaventoso che 
gli stessi dèi atterriti cercano un rifugio, 
salendo sino al cielo di Anu. Il Dio Bel 
se l'ebbe a male quando si accorse che 
Utnapistim era scampato al flagello, ma si 
placò per l'intervento di Ea, ed elevò Utna- 
pistim, la sua moglie e il pilota dell'arca 
alla dignità di dèi, concedendo loro l'im- 
mortalità. Abbiamo notato altrove (Gen. 
vili, 12) i punti di contatto e le divergenze 
che vi sono fra la leggenda babilonese e la 
narrazione biblica, per spiegare i quali non 
è necessario ricorrere all'influenza degli 
scritti babilonici sui libri sacri verificatasi 
al tempo della cattività (Goldziher, ecc.) 
o dei re (Kuenen, Budde, ecc.) o delle 
lettere di Teli El-Amarna (Gunkel, Za- 
pletal, ecc.), ma basta ammettere un'unica 
tradizione conservatasi pura nella famiglia 
di Abramo, alteratasi invece presso gli 
altri semiti. 

L'indipendenza della Bibbia da Babi- 
lonia è sostenuta dai migliori assiriologi 
che si sono occupati della questione, quali : 
Iensen, Zimmermann, Hommel, Ieremias, 
Grimme, Meyer,- ecc. 

Riguardo alla torre di Babele nulla finora 
si è trovato nelle iscrizioni cuneiformi 
(Ved. n. Gen. xi, 9). 

3 a obbiezione. - Contro la storicità della 
Genesi si portano ancora come argomenti : 
1° gli indizi di poesia che si scorgono spe- 
cialmente nei primi capitoli, e 2° le inter- 
pretazioni allegoriche di numerosi passi 
date dai Santi Padri. 

R. È facile però rispondere a tali diffi- 
coltà. Possiamo ammettere benissimo che 
nei primi capitoli vi sia della poesia, e si 
possa scorgere il parallelismo, ma tale 
poesia era inevitabile. Come infatti si sa- 
rebbero potute narrare opere così meravi- 
gliose anche colla massima semplicità, 
senza colpire fortemente l'immaginazione 
del lettore? La poesia è nelle cose stesse, 
e l'uso del parallelismo non è contrario alla 
verità. Non fu esso infatti adoperato da 



Mosè nei suoi Cantici e da tanti altri autori 
ispirati? D'altra parte come si poteva par- 
lare al popolo di verità così sublimi senza 
far uso di antropomorfismi e di metafore? 
In ultimo, come si è già osservato altrove, 
nell'interpretazione della Scrittura si deve 
seguire la Chiesa, a cui appartiene di de- 
terminare in quale senso debbansi pren- 
dere le varie narrazioni bibliche. 

Ora, come si è pure veduto, la Chiesa 
ha sempre riguardato e riguarda come sto- 
rico il libro della Genesi e specialmente i 
primi capitoli e perciò ogni buon cattolico 
deve attenersi a quanto la Chiesa insegna, 
e uniformare il suo giudizio a quello della 
Chiesa. 

Relativamente alle interpretazioni allego- 
riche o spirituali dei Santi Padri, abbiamo 
già detto che, se vi è qualche divergenza 
fra loro per quanto si riferisce al primo 
capo, tutti, eccettuati Origene e Cle- 
mente A., si accordano nel ritenere la 
storicità della Genesi. Le loro interpreta- 
zioni allegoriche non escludono, ma anzi 
suppongono i fatti storici e si basano sopra 
di essi. 

Sappiamo infatti da S. Paolo (II Cor. 
x, 6) che gli avvenimenti del Vecchio Te- 
stamento erano figure di ciò che doveva 
avverarsi nel Nuovo Testamento, e quindi 
tali avvenimenti, oltre all'essere conside- 
rati in sé nella loro realtà storica, possono 
ancora essere riguardati come figure, e ve- 
nire spiegati in relazione alle cose figurate. 
Così ha fatto parecchie volte San Paolo 
(I Cor. x, 1 e ss. ; Gal. IV, 22 ; Ebr. vi e 
vii), e così sul suo esempio hanno fatto i 
Santi Padri e i Dottori della Chiesa, ma da 
ciò non è lecito conchiudere che essi non 
ritenessero come storici i fatti, che con- 
siderano come figure e tipi di cose avvenire. 
Niuno dei Padri (sempre eccettuati Cle- 
mente e Origene) ha mai detto che le nar- 
razioni della Genesi siano semplici leg- 
gende o miti, o parabole o allegorie. 

Intorno all'autorità storica della Genesi 
si possono consultare : Méchineau, L'histo- 
ricité des trois premiers chapitres de la 
Genèse, Rome 1910; Rinieri, Bibbia e Ba- 
bele, ecc., Siena 1910; Dict. Ap., Babylon 
et la Bible, Genèse; Brucker, Questions 
actuelles d'Écriture sainte, Paris 1895 ; 
L'Église et la critique biblique, Paris 1908 ; 
Vigouroux, Les Livres saints et la critique 
rationaliste, Paris 1904 ; La Bible et les 
découvertes modernes, Paris 1896; Dict. de 
Théol., Genèse; Dict. de la Bib., Mythique 
(sens); Pelt, Histoire de VA. T.~ Paris 
1907; Nikel, Genesis und Keilschriftfor- 
schung, Freiburg i. B. 1903; Das Alte 
Testament im Lichte der altorientalischen 
Forschungen: l.Die biblische Urgeschichte, 
Mùnsterl909 AV.Die Patriarchcngcschickte. 
Munster 1912 : Euringer, Die Chronologie 



64 



Genesi - Introduzione 



der biblischen Urgeschichte, Mùnger 1909 ; 
Gòttsberger, Adam und Eva, Mùnster 1910; 
Heyes, Joseph in Aegyptcn, .Mùnster 1911 ; 
i Commentarli di Hetzenauer, A\urillo, 
Dier, e la Theologia Biblica di Hetze- 
nauer, ecc. 

I miti astrali. — Fra le aberrazioni ra- 
zionaliste riguardo all'interpretazione della 
Bibbia va ancora ricordata quella che tenta 
di spiegare tutto coi miti astrali. Stucken 
(Astralmyten der Hcbrder, Babylonier und 
Aegypten, Leipzig 1896-1901), H. Winckler 
(Himmels und Weltcnbild der Babylonier, 
Leipzig 1903), H. Zimmern (Die Keilin- 
schriften und das Alte Testament, Berlin 
1903), ecc., si sono sforzati di provare che 
i patriarchi non sono che divinità astrali 
venerate nei principali santuarii della Pale- 
stina, e trasportati poi nell'albero genealo- 
gico degli Ebrei. Così p. es. Abramo non 
è che il dio Sin, oppure una sua emana- 
zione, Sara è la dea Istar sposa del dio 
Sin. Anche Giacobbe sarebbe un dio lu- 
nare. Giuseppe invece è un dio solare, e 
Mosè una emanazione di Iahve-Tammuz 
della steppa. Applicando gli stessi principii 
ai Giudici e ai Re trovarono che Giosuè è 
il genio del santuario di Beniamin, Sansone 
un dio solare, Debora è Astarte, Saulle 
appare anch'egli come una figura mitolo- 
gica del dio Luna. Davide rappresenta in- 
vece un eroe solare, ecc. 

Non è necessario spendere molte parole 
a confutare questi sogni, giacché si tratta 
di interpretazioni soggettive e al tutto arbi- 
trarie e ridicole. Nel testo si sopprime ciò 
che non va a genio, si torturano in mille 
modi i nomi proprii, i numeri, le indica- 
zioni geografiche, si mettono a raffronto le 
cose più disparate, e poi si conchiude ciò 
che si vuole. Se i figli di Giacobbe, perchè 
dodici, non sono che i dodici segni dello 
zodiaco, si potrebbe dire altrettanto dei do- 
dici figli che spesso si incontrano nelle 
famiglie. E se si applicassero gli stessi 
principii ai fatti più recenti che vediamo 
coi nostri occhi, si verrebbe alla stessa 
conclusione, che cioè non si tratta, se non 
di miti astrali di niun valore reale. 

Importanza della Genesi. -- Il libro 
della Genesi ha una grandissima impor- 
tanza sotto l'aspetto dogmatico, morale e 
religioso. 

Infatti fin dalla prima pagina ci vien pre- 
sentato Dio come il creatore onnipotente di 
tutte le cose, che si eleva infinitamente al 
di sopra di tutti gli esseri creati, e da cui 
tutto dipende, e a cui tutto obbedisce. Dio 
è ancora il provisore universale, e come 
tale provvede alla conservazione e alla pro- 
pagazione dei vegetali, degli animali e spe- 



cialmente dell'uomo, e loro assicura il ne- 
cessario alimento. 

Dio è pure il padre amoroso, che crea 
l'uomo a sua immagine e somiglianza, gli 
conferisce innumerevoli doni di natura e 
di grazia, e quale sovrano legislatore gli 
impone leggi e precetti positivi. Giudice 
severo punisce la violazione del suo co- 
mando nei nostri progenitori e nella loro 
discendenza, prende vendetta del sangue di 
Abele, colpisce col diluvio gli uomini pre- 
varicatori, ne confonde i disegni orgogliosi, 
e li disperde sulla terra. Pieno di miseri- 
cordia perdona la colpa, e promette il Re- 
dentore, veglia su Noè, gli fa delle pro- 
messe e gli impone nuove leggi e rinnova 
con lui l'alleanza. Finalmente nella persona 
di Abramo si sceglie un popolo per farne 
il depositario delle rivelazioni e delle pro- 
messe, ed esercitando una provvidenza 
paterna su Abramo, Isacco e Giacobbe, 
conduce Israele in Egitto, ove fa innalzare 
Giuseppe alla diginità di viceré, e prov- 
vede acche i figli di Giacobbe diventino 
un popolo. 

L'uomo è creato immediatamente da Dio, 
e viene elevato all'ordine soprannaturale. 
Conoscitore del bene e del male e dotato 
di libertà, egli trasgredisce il precetto di- 
vino, e perde la grazia e lo stato di inte- 
grità. Col pentimento riacquista la grazia, 
ma non già i doni preternaturali, e rimane 
soggetto alla concupiscenza, al dolore e alla 
morte. 

Dio è l'autore del matrimonio, e all'uomo 
incombe il dovere di essere il capo di fa- 
miglia, mentre la donna deve star soggetta. 

I primi figli di Adamo esercitarono l'agri- 
coltura e la pastorizia ; le altre arti non 
furono inventate che più tardi. I discen- 
denti di Caino si abbandonarono al mal fare, 
e trassero nelle loro vie anche gli altri. 
Ma in ogni tempo, specialmente nella di- 
scendenza di Seth, vi furono dei giusti, e 
quando i popoli divennero idolatri, Dio ne 
scelse uno fra i discendenti di Sem acciò 
in esso si conservasse il vero culto e la 
vera religione. 

Per riguardo al culto e alla religione la 
Genesi ci presenta Caino ed Abele, che 
con diverse disposizioni offrono sacrifizi a 
Dio, il quale accetta gli uni e rifiuta gli 
altri. Si parla di Enos come di un fedele 
adoratore di Dio, e si afferma che Noè 
uscito dall'arca sacrificò vittime cruente a 
Dio, il quale le gradì. Abramo, Isacco, 
Giacobbe professano il monoteismo più 
puro, e Dio si manifesta parecchie volte 
ad Abramo, facendogli le più ampie pro- 
messe per lui e per la sua discendenza, ne 
prova la fede e l'obbedienza, e lo costi- 
tuisce padre di tutti i credenti. Dio ap- 
pare anche ad Isacco ed a Giacobbe, e i 
luoghi, dove avvengono le apparizioni divine, 






Genesi - Introduzione 



65 



diventano centri di culto, nei quali si erige 
un altare, si invoca il nome del Signore, e 
si offrono sacrifizi. Le promesse fatte ad 
Abramo vengono confermate ad Isacco e 
poi a Giacobbe. Quest'ultimo erige a Bethel 
una stela in onore di Dio, e la consacra 
con un'unzione di olio, ed offre in parecchi 
luoghi sacrifizi a Dio. 

Oltre al sacrifizio la religione patriarcale 
comprendeva ancora altri riti, quali l'osser- 
vanza del sabato e la pratica della circon- 
cisione, segno dell'alleanza contratta tra 
Dio e Abramo. Era riconosciuto il vincolo 
del giuramento, e si usavano purificazioni, 
si mutava il vestimento, si facevano voti e 
si davano benedizioni. La Genesi insegna 
pure l'esistenza degli angeli, la loro natura 
spirituale, ecc. Ved. Dict. de Théol., ar- 
ticolo Genèse. 

Principali commenti cattolici sulla 
Genesi. — Lasciando da parte i Commenti 
già ricordati su tutto il Pentateuco, basterà 
nominare, fra gli antichi, i Fragmenta in 
Genesim di Sant'Ippolito, e poi Origene, 
Selecta et homiliae in Genesim; Diodoro 
di Tarso, Fragmenta in Genesim; S. Efrem, 
In Genesim; S. Giov. Crisostomo, Homiliae 
in Genesim; Sermones in Genesim; Teo- 
doro di Mopsuestia, Fragmenta in Genesim; 
Teodoreto, Quaestiones in Genesim; San- 
t'Ambrogio, Hexaemeron e varii altri trat- 
tati ; San Girolamo, Liber hebraicarum 
quaestionum in Genesim; Sant'Agostino, 
De Genesi contra Manichaeos ; De Genesi 
ad litteram imperfectus liber; De Genesi ad 
litteram, libri xil ; S. Cirillo A., Glafyra in 
Genesim e Fragmenta; Procopio di Gaza, 
In Genesim interpretatio ; Alcuino, Inter- 
rogationes et responsiones in Genesim; Ra- 
bano Mauro, Commentarti in Genesim; 
Walafrido Strabène, Glossa ordinaria; San 
Brunone d'Asti, Expositio in Genesim; 
Ruperto, In Genesim; S. Tommaso, Po- 
stilla... in lib. Geneseos. Vanno pure ricor- 
dati i commenti di Ugo di S. Caro, di 



Nicola di Lira, di Tostato e di Dionigi Car- 
tusiano, ecc. 

Fra i moderni vanno ricordati : Girolamo 
Oleastro, Steucho, Cornelio Alapide, Bon- 
frerio, Giansenio, Frassen, Gaetano, Cal- 
met, ecc., i quali hanno commentato tutto 
il Pentateuco. Per la Genesi basti indicare : 
G. Hammeri, Comm. in Gen., Dilingae 
1564; Silvio, Com. in 4 priores lib. Peni.. 
Anversa 1678 ; B. Pereira, Comment. et 
Disput. in Genesim, Romae 1589-1598; 
Ystella, Comment. in Gen. et Exod., Romae 
1601 ; Iac. de la Haye, Com. liti, in Gen. 
et Exod., Parigi 1636, 1641 ; Fernandio, In 
Gen., Lione 1618; Fr. de Schrank, Com- 
mentario litteralis in Genesim, Soulzbach 
1835 ; T. Lamy, Comment. in lib. Geneseos, 
Malines 1883-1884 ; A. Tappehorn, Erklà- 
rung der Genesis, Paderborn 1888 ; H. Cre- 
lier. La Genèse, Paris 1889 ; Hummelauer, 
Comment. in Gen., Parigi 1895; B. Ne- 
teler, Das Buch Genesis, Miinster 1905; 
G. Hoberg, Die Genesis nach dem Lite- 
ralism erklàrt, Freiburg in B., 2 a ed., 1908; 
Hetzenauer, Comment. in librum Genesis, 
Graz 1910; Mudilo, El Genesis, Roma 
1914; Dier, Genesis iibersetzt und erklàrt, 
Paderborn 1914, ecc. 

Fra i commenti protestanti o razionalisti 
si possono ricordare : Fr. Tuch, Commentar 
iiber die Genesis, Halle 1838; Fr. Delitzsch, 
Commentar iiber die Genesis, Leipzig 1887 ; 
Wright, The book of Genesis in hebrew, 
Londra 1859 ; Spurell, Notes on the text of 
the book of Genesis, 2 a ed., Oxford 1896; 
Gossrau, Commentar zur Genesis, Halber- 
stadt 1887 ; A. Dillmann, Die Genesis, 
6 a ed., Leipzig 1892; H. Holzinger, Genesis 
erklàrt, Freiburg in B. 1898; H. Gunkel, 
Die Genesis, Gottingen 1901 ; R. Driver, 
The book of Genesis, Londra 1904 ; L. Strack, 
Die Genesis, 2 a ed., Munich 1905 ; C. Mor- 
gan, The book of Genesis, Londra 1911 ; 
Skinner, A criticai and exegetical com- 
mentary on Genesis, Edimbourg 1911 ; 
. O. Procksch, Die Genesis, Leipzig 1913. 



W 1^ 



Sacra Bibbia, voi. IH. 



GENESI 



CAPO 1. 

Creazione della materia primordiale, 1-2. — Primo giorno. Creazione della luce, 3-5. 
— Secondo giorno. Divisione delle acque e creazione del firmamento, 6-8. — 
Terzo giorno. Creazione delle piante, 9-13. — Quarto giorno. Creazione degli 
astri, 14-19. — Quinto giorno. Creazione dei pesci e degli uccelli, 20-23. — 
Sesto giorno. Creazione degli animali terrestri e dell'uomo, 24-31. 



1 In principio creàvit Deus caelum et ter- 
ram. 2 Terra autem erat inànis et vàcua, et 
ténebrae erant super fàciem abyssi : et Spi- 



Mn principio Dio creò il cielo, e la terra. 
2 E la terra era informe e vuota, e le te- 
nebre erano sopra la faccia dell'abisso : e 



1 Ps. XXXII, 6 et CXXXV, 5; Eccli. XVIII, I; Act. XIV, 14 et XVII, 24. 



CAPO I. 

1. Nell'introduzione (I, l-II, 3) si descrive la 
creazione della materia primordiale (I, 1-2), l'opera 
dei sei giorni (I, 3-31), il riposo di Dio e la 
santificazione del settimo giorno (II, 1-3). 

In principio, cioè al principio del tempo. Tale 
è la spiegazione di-S. Basilio, Sant'Ambrogio, San- 
t'Agostino, ecc., confermata dai Concilii Latera- 
nense IV e Vaticano (sess. III, cap. 1). Le parole 
in principio (ebr. beresith) vanno prese in senso 
assoluto, ed indicano che prima vi era nulla ec- 
cetto Dio (Cf. n. Giov. I, 1). La spiegazione di 
alcuni Padri, i quali per questo principio intesero 
il Figlio di Dio (Cf. Giov. Vili, 25; Coloss. I, 16; 
Ebr. I, 2), è oggi abbandonata. — Dio (ebraico 
'Elohim, plurale maestatico dal singolare J Eloha 
usato solo in poesia, Giob. XII, 6; XXV, 10, ecc.) 
etimologicamente deriva da 'El (forte, potente), 
oppure da 'alah (temere, venerare), e significa 
l'essere potente per eccellenza, oppure colui che 
si deve temere o venerare. Siccome il verbo creò 
è al singolare, il plurale 'Elohim non è per nulla 
un vestigio di politeismo, ma allude probabilmente 
al cumulo immenso delle perfezioni divine, e forse 
anche alle persone della SS* Trinità (Schòpfer, 
Zschokke, ecc.). — Creò. L'ebraico corrispon- 
dente bara' nella forma Kal esprime sempre una 
azione propria di Dio, e non viene mai applicato 
all'uomo. Ordinariamente significa la creazione in 
stretto senso, cioè il passaggio dal nulla all'esi- 
stenza, poiché non si trova mai congiunto con un 
nome indicante la materia, di cui una cosa è fatta. 



Che tale poi sia qui la sua significazione, viene 
indicato non solo dalle parole in principio, ma 
anche dal fatto che Mosè voleva istruire il popolo 
intorno alla prima origine delle cose, e che il 
popolo infatti l'intese nel senso di una vera pro- 
duzione dal nulla, come consta da II Macab. VII, 
28; Salm. CXLVII, 5, e da Giuseppe Flavio che 
traduce con éxitcEv. 

7/ cielo. Nell'ebraico vi è il plurale, che indica 
i varii spazi celesti sovrapposti l'uno all'altro 
(Cf. n. II Cor. XII, 2). La frase il cielo e la terra, 
secondo il modo di esprimersi degli Ebrei, si- 
gnifica tutto l'universo, e tale è il senso che ha 
in questo luogo, come consta dal cap. II, 1. Si 
tratta però del cielo e della terra non ancora 
organizzati, ma informi, ossia della materia pri- 
mordiale (Cf. Sap. XI, 8). 

Mosè descrivendo l'origine della natura visi- 
bile, non parla esplicitamente della creazione degli 
angeli, la tocca però implicitamente al cap. II, 1, 
dove afferma che Dio creò i cieli e la terra e tutto 
il loro ornato. Ora gli angeli sono appunto l'ornato 
del cielo empireo (III Re, XXII, 19), come gli astri 
sono l'ornato del cielo stellare (Deut. XVI I. 3), 
e i venti, le folgori, le nubi, gli uccelli, 
l'ornato del ciclo aereo (Salm. CU. 21 ; CHI. 
4, ecc.). Probabilmente gli angeli furono creati al 
principio del tempo assieme alla materia (Cf. San 
Tom., I, q. LX, a. 3), e perciò alcuni pensano che 
essi siano compresi nella parola cielo. Non è pos- 
sibile determinare anche solo approssimativa- 
mente il tempo trascorso dal primo atto creativo 
di Dio sino a noi. Checché sia di ciò, è certo che 
in questo primo versetto Mosè insegna che i' 



68 



Genesi, I, 3-5 



ritus Dei ferebàtur super aquas. 3 Dixitque 
Deus : Fiat lux. Et facta est lux. 4 Et vidit 
Deus lucem quod esset bona : et divisit lu- 
certi a ténebris. 5 Appellavitque lucem Diem, 



lo spirito di Dio si moveva sopra le acque. 
3 E Dio disse : Sia la luce. E la luce fu. 
4 E Dio vide, che la luce era buona : e di- 
vise la luce dalle tenebre. 5 E nominò la 



Hebr. XI, 3. 



mondo non è eterno, ma ha ricevuto l'esistenza 
nel tempo per un atto creativo di Dio. E ancora 
da notare che alcuni riguardano le prime parole 
della Genesi come un titolo, o un sommario del 
racconto che segue (C. Hetzenauer, h. 1.), ma la 
spiegazione adottata è più comune e ci sembra da 
preferirsi. 

2. Mosè lasciando ora da parte il cielo, di cui 
non parlerà più se non inquanto ha relazioni colla 
terra (v. 14 e ss.), descrive lo stato, in cui questa 
si trovava dopo la prima creazione. Essa era 
informe (ebr. thóliu), ossia in uno stato di caos 
e di confusione, e vuota (ebr. vabohu), ossia 
spoglia di ogni ornamento, vale a dire di piante 
e di animali (Cf. Is. XLV, 18; Gerem. IV, 23). 
Non essendo ancora stata creata la luce, le te- 
nebre erano sopra la faccia dell'abisso, cioè rico- 
privano tutta la sua superficie. L'ebraico thehom 
(abisso) significa acque copiose- e abbondanti (Deut. 
Vili, 7), e anche mare (Esod. XV, 5, 8, ecc.). La 
terra quindi, oltre all'essere ravvolta fra densis- 
sime tenebre, era ancora ricoperta da una co- 
piosa massa di acqua. — Lo spirito di Dio, ossia 
Dio colla sua virtù vivificante (Gen. XLI, 38; 
Esod. XXX!, 3; Salm. CHI, 30; Sap. I, 7) si 
moveva sopra le acque fecondando la materia 
caotica, e preparandola ad essere organizzata. Le 
parole spirito di Dio potrebbero anche intendersi 
nel senso di un vento impetuosissimo (l'ebraico 
ruak, come il latino spiritus, può significare sia 
spirito che vento, e l'aggiunta di Dio indica talvolta 
un superlativo, come p. es. monti di Dio, cedri 
di Dio, ecc.), ma tale spiegazione non solo è con- 
traria a tutta la tradizione dei Padri, e ai passi 
paralleli della Scrittura, ma è ancora esclusa dal 
verbo si muoveva, il cui corrispondente ebraico 
merachefeth significa letteralmente covava, o me- 
glio svolazza, o si librava, come fa aquila sopra i 
suoi piccoli (Deut. XXXII, 11), il che non può in 
alcuna guisa convenire a un vento impetuose. 
Dopo la rivelazione del Nuovo Testamento noi 
vediamo nelle dette parole indicata la terza per- 
sona della Santissima Trinità. 

Non sappiamo quanto tempo sia trascorso fri 
la prima creazione della materia e la sua orga- 
nizzazione, quale è descritta nei versetti seguenti. 

E nota l'ipotesi di varii scienziati, i quali pen- 
sano che all'origine si avesse una nebulosa dotata 
di vario movimento, dalla quale provennero poi 
i varii corpi librati nello spazio, e tra questi la 
terra. Distaccatasi dalla nebulosa solare, la terra 
andò man mano condensandosi e raffreddandosi, 
e vi fu un periodo, in cui le acque ricoprirono 
tutta la sua superficie. La Scrittura non ha nulla 
in contrariti, poiché in questi due primi versetti 
afferma solo che tutta la materia fu creata da Dio, 
e descrive la condizione in cui si trovava la terra 
avanti al primo giorno, ma non indica per quale 
via e attraverso a quali rivoluzioni essa vi sia 
pervenuta. 

3. Nei versetti 3-31 si descrive l'opera dei sei 
giorni, la quale si compie in due periodi di tre 



giorni ciascuno. Nel primo periodo (3-13) Dio se- 
para la luce dalle tenebre (1° giorno), le acque 
superiori dalle inferiori (2° giorno), la terra dal- 
l'acqua (30 giorno), e così vengono create tre 
regioni (opus distinctionis), ossia la regione della 
luce, la regione dell'aria e dell'acqua, e la re- 
gione della terra. Nel secondo periodo (14-31) 
Dio popola (opus ornatus) le tre regioni di abi- 
tatori (eserciti); la regione della luce di astri 
(4° giorno), la regione dell'acqua e dell'aria di 
pesci e di uccelli (5" giorno), e la regione della 
terra di animali e dell' uomo (6° giorno). E da 
notare che l'acqua e l'aria vengono considerate 
come una regione sola, e che le piante, essendo 
infisse al suolo, fanno parte della regione che è 
la terra. Così adunque Dio crea dapprima la ma- 
teria, e poi vi separa le tre regioni, e quindi pro- 
duce gli abitatori. La descrizione, come si vede, 
procede secondo un ordine logico, ciò però non 
esclude che fra le varie opere di Dio vi sia stata 
una reale successione di tempo (Cf. S. Tom., I, 
q. LXXIV, art. I e ss.). 

Primo giorno (3-5). E Dio, che già aveva creata 
la materia, disse. Quest'ultima parola ripetuta 
sino a dieci volte nel racconto della creazione, 
significa comandare. L'immagine è tolta dall'uomo, 
il quale suole manifestare esternamente la sua 
volontà per mezzo della parola. Sia fatta la luce. 
La frase latina : fìat lux riproduce assai bene la 
sublime concisione dell'ebraico y'hi 'or, sia la luce. 
Il comando di Dio è onnipotente, e all'istante 
produce il suo effetto, come indicano le parole 
e la luce fu fatta, e nei versetti seguenti e fu fatto 
così. Questa stessa verità è insegnata nel salmo 
XXXII, 9. Mentre prima regnavano solo le te- 
nebre, ora regna anche la luce, e con essa 
comincia ad apparire l'ordine e la varietà. Non 
è possibile determinare la natura di questa luce, 
e mentre alcuni pensano che essa provenisse dalla 
condensazione, e dalle varie combinazioni e alte- 
razioni, a cui andavano soggette le masse co- 
smiche, le quali cominciavano a raggrupparsi, 
altri ritengono che si tratti già della luce del sole, ■ 
il quale pur essendo ancora in via di formazione, 
cominciava a far penetrare i suoi raggi attraverso 
l'atmosfera terrestre, la quale andava purifican- 
dosi per la solidificazione di tante sostanze, che 
trovandosi allo stato di vapori formavano attorno 
alla terra una nebbia oscura e impenetrabile ad 
ogni raggio di luce. Il disco solare rimaneva però 
sempre invisibile dalla terra (Cf. San Tom., I, 
q. LXVII, a. 4 ad 2). Ved. n. 5. 

4. Dio vide. Dio viene qui rappresentato come 
un artefice, che contempla e approva la bontà e 
P utilità dell' opera sua. Era buona, ossia corri- 
spondeva perfettamente al fine, per cui era stata 
creata. La stessa osservazione vale per tutte le 
altre opere della creazione. Divise la luce dalle 
tenebre in modo che si avesse una successione 
di luce e di tenebre. 

5. Nominò, ecc., mostrando così la sua sovra- 
nità e il suo dominio su tutte le cose (Cf. II, 19), 



Genesi, I, 5 



69 



et ténebras Noctem : factùmque est véspere 
et mane, dies unus. 



luce Giorno, e le tenebre Notte. E della 
sera e della mattina si compiè il primo 
giorno. 



e fissandone l'ordine e la stabilità. Tale è la spie- 
gazione di S. Giovanni Crisostomo. Altri, con San- 
t'Agostino pensano che Dio abbia nominato in 
quanto comandò ad Adamo di nominare, oppure 
fu causa che venisse nominato. 

La luce Giorno. Qui si tratta del giorno natu- 
rale, che va dal mattino alla sera, ed è opposto 
alla notte. Della sera, ecc. Nell'ebraico si legge : 
e fu sera e fu mattino. Questo primo giorno co- 
minciò al momento in cui Dio disse : sia la luce, 
e si prolungò alla sera e alla notte e terminò al 
mattino. Così spiegano S. Basilio e S. Giovanni 
Crisostomo. Gli antichi Babilonesi e gli Egizi 
contavano i giorni da un mattino all'altro (Cf. 
Hummelatter, h. 1. ; Hetzenauer, h. 1.). Altri spie- 
gano : e della sera, a cui seguì la notte, e del 
mattino, a cui seguì il giorno si compiè il primo 
giorno. In questo caso la parola sera indicherebbe 
la notte caotica, che precedette la creazione della 
luce, e si avrebbe una ragione del perchè gli 
Ebrei contassero i giorni da una sera all'altra. 
Il primo giorno. Nell'ebraico, tanto qui come in 
tutti i numerali seguenti fino al sesto, manca l'ar- 
ticolo determinativo, e quindi si potrebbe tra- 
durre un primo giorno, un secondo giorno, ecc. 
Riguardo alla natura di questi giorni vi sono tra 
i cattolici tre principali spiegazioni : 

1° Spiegazione letterale. Numerosi Padri e Teo- 
logi (Basilio, Ambrogio, Giov. Cris., Gregorio 
Naz., eccJ, lasciano alla parola giorno il senso 
naturale. di uno spazio di 24 ore, e pensano che 
dopo creata la materia, il mondo sia stato condotto 
da Dio allo stato attuale nello spazio di sei giorni 
naturali. A questa spiegazione si muovono gra- 
vissime difficoltà da parte della geologia, della 
paleontologia, ecc. Infatti la geologia insegna che 
la terra non pervenne allo stato attuale se non 
dopo una lunga serie di trasformazioni dovute 
all'azione lenta delle cause naturali. La paleon- 
tologia poi ci mostra nei più profondi strati della 
terra una quantità imme/isa di fossili, di piante e 
di animali vissuti in epoche assai differenti, molto 
prima che la terra fosse nello stato attuale e 
l'uomo Labitasse. Per queste e molte altre ra- 
gioni la spiegazione letterale è stata quasi da tutti 
abbandonata. Alcuni autori più recenti (Sorignet, 
La Cosmogonie de la Bible, Paris, 1854; Laurent, 
Etudes géologiques... sur la Cosmogonie, ecc., 
Paris, 1853; Gatti, Instit. apol.-polem., Roma, 
1867; Veith, Die Anfdnge der Menschenwelt, 
Wien, 1865; Bosizio, Das Hexaemeron u. die Geo- 
logie, Mainz, 1865; Die Geologie u. die Sùndflul, 
Mainz, 1S77; Trissl, Sùndfìut oder Gtetscher ? e 
Das biblische Sechstagewerk, Mùnchen-Regens- 
burg, 1894; Burg, Biblische Chronologie, Trier, 
1894, ecc.), hanno bensì tentato di spiegare la 
formazione dei diversi strati e dei fossili ricor- 
rendo al diluvio, ma oltreché resta sempre inspie- 
gabile perchè negli strati anteriori al quaternario 
non si trovi traccia dell'uomo, non è possibile 
ammettere che le masse enormi degli strati tellu- 
rici, e gli innumerevoli fossili che racchiudono, 
abbiano potuto formarsi in sì poco tempo e siano 
di origine così recente. 

Parecchi altri autori (Buckland, Geology and 
Mineralogy, London, 1830; Card. Wiseman, 



Twelve lectures, ecc., London, 1849: Molloy, 
Geologie et Révélation, Paris, 1877, ecc.) attri- 
buirono la formazione degli strati geologici e dei 
fossili a una creazione anteriore ai sei giorni gene- 
siaci. Secondo costoro il primo versetto della 
Genesi indicherebbe la creazione di un mondo 
anteriore, con piante, animali, ecc. Questo mondo 
sarebbe andato quasi distrutto a motivo di un 
grande cataclisma sopravvenuto, che avrebbe ri- 
dotta la terra allo stato di tohu vabohu (v. 2) 
e avrebbe dato origine alla formazione degli strati 
e dei fossili. Dopo questo, Dio avrebbe restau- 
rato l'opera sua in sei giorni ordinarli, come e 
narrato al versetto 3 e seguenti. Tale spiega- 
zione non poggia però sopra alcun solido fonda- 
mento, poiché nulla nel sacro testo fa supporre 
questo grande cataclisma tra il versetto 1 e il 
versetto 2, e d'altra parte gli strati geologici si 
presentano come formati da un'azione lenta e 
regolare e non già violenta e catastrofica. 

2° Spiegazione ideale o allegorica. Parecchi 
Padri (Clemente A., Origene, Sant'Atanasio, San- 
t'Agostino, ecc.) pensano invece che Dio abbia 
creato tutto assieme, e che i giorni genesiaci non 
indichino già una successione reale, ma siano 
semplici metafore, o simboli di visioni angeliche, 
o quadri destinati a raggruppare le varie opere 
di Dio. S. Tommaso (II Sent. Dist. XII, q. I, 
a. 2) benché affermi che la spiegazione letterale 
è più comune, e tuttavia mostri le sue preferenze 
per l'allegorica, conchiude però dicendo, che si 
deve rispondere agli argomenti dell'una e del- 
l'altra (Cf. Sum. Th., I, q. LXVI, a. 1 e ss.). 
La questione è ancora oggidì dibattuta, e benché 
fra i moderni ben pochi neghino che nella forma- 
zione del mondo vi sia stata una successione reale, 
molti però ritengono, che i varii giorni prescin- 
dano da ogni realtà oggettiva, e corrispondano 
semplicemente a diverse visioni avute da Adamo 
(Hummelauer, h. 1., e Der Biblische Schopfungs- 
bericht, 1877, e Nochmals der bib. Schópfungsbe- 
richt, 1898; Hoberg, Die Genesis, 1899, 1908; 
Schòpfer, Gesckichte des Alien Testament, ecc., 
1906; Bibel und Wissenschaft, ecc., 1896; No- 
gara, Mozioni bibliche, II. Il Pentateuco, ecc., 
1914, ecc.), oppure rappresentino la consacra- 
zione dei giorni della settimana alla commemora- 
zione delle varie opere di Dio (Clifford, Dublin 
Review, 1881 ; E. de Gryse, De Hexaèmero, 
1889, ecc.), oppure siano destinati a proporre 
l'opera della creazione come un prototipo della 
settimana per aver occasione di inculcare il riposo 
del Sabato (Michaelis, Natur und Offenbarung, 
1855; Reusch, Bibel und Nature, 3* ed., 1870, ecc.). 
Tra gli allegoristi vanno pure classificati : Stop- 
pani, Sulla cosmogonia mosaica, 1877; Semeria, 
La cosmogonie mosalque, Rev. Bib., 1893, pa- 
gina 437, ecc.; Tepe, Institut. theol., t. II, p. 461 
e ss., ecc. 

Ora, se è indubitato che la spiegazione allego- 
rica toglie ogni ombra di opposizione tra la Scrit- 
tura e le scienze positive, ben difficilmente però 
resta salva la veracità storica della Scrittura. 
Questa infatti (Esod. XX, 9-11; XXXI. 15-17) in- 
tima all'uomo di lavorare per sei giorni e ripo- 
sarsi al sabato, perchè Dio ha lavorato sei giorni 



70 



Genesi, I, 6-8 



6 Dixit quoque Deus : Fiat fìrmaméntum 
in mèdio aquàrum : et dividat aquas ab 
aquis. 7 Et fecit Deus fìrmaméntum, divi- 
sitque aquas, quae erant sub firmaménto, 
ab his, quae erant super fìrmaméntum. Et 
factum est ita. "Vocavitque Deus fìrmamén- 
tum Caelum : et factum est véspere et 
mane, dies secùndus. 



c Disse ancora Dio : Sia il firmamento nel 
mezzo alle acque : e separi le acque dalle 
acque. 7 E Dio fece il firmamento, e se- 
parò le acque, che erano sotto il firmamento 
da quelle, che erano sopra il firmamento. 
E così fu fatto. 8 E Dio chiamò il firmamento 
Cielo. E della sera e della mattina si compiè 
il secondo giorno. 



• Ps. CXXXV, 5 et CXLVIII, 4; Jer. X, 12 et LI, 15. 



alla formazione del mondo e si riposò al sabato, 
e non già perchè Dio ha mostrato ad Adamo la 
creazione in sette visioni, o perchè Mosè con- 
sacrò i giorni della settimana alla commemora- 
zione delle opere di Dio, o perchè all'autore 
ispirato piacque di presentare la creazione in 
sette quadri, ecc. 

3° Spiega2ione concordistica. Per ovviare agli 
inconvenienti delle due precedenti spiegazioni, nu- 
merosi autori moderni (Pianciani, In historiam 
creationis mosaicam commentatici, 1851 ; Meignan, 
Le monde et l'homme primitif, 1SG9; Vigouroux, 
Man. Bib., I, n. 273; Pozzy, La terre et le récit 
biblique de la création, 1874; Motais, Afolse, La 
Science et l'Exég'ese, 1882; Braun, Ueber Cosmo- 
gonie v. Standpunkt Christl. Wissenschaft, 1889; 
Kreichgauer, Das Sechstagewerk, 1907; i teologi 
Satolli, Palmieri, Paquet, C. Pesch, Tan- 
query, ecc.) ritengono che i giorni genesiaci cor- 
rispondano a lunghi periodi di tempo, e si accor- 
dino, almeno nelle linee generali, coi periodi 
geologici. Infatti la parola jóm (giorno) non indica 
necessariamente uno spazio di 24 ore, ma spes- 
sissimo significa un tempo indeterminato. Così 
per esemp'o Gen. II, 2, si legge che Dio riposò 
il settimo giorno da tutte le opere che aveva com- 
piute. Ora, questo giorno dura da più di 6000 anni 
e durerà ancora. Similmente Gen. II, 4, si legge : 
nel giorno in cui il Signore Dio fece il cielo e la 
terra, benché poco prima sia stato detto che Dio 
fece il cielo e la terra in sei giorni (Cf. Esod. X, 
6; Lev. VII, 35-36; Deut. IX, 24; Is. XLVIII, 7; 
Ezech. VII, 7, ecc.). Che poi Mosè non inten- 
desse parlare di giorni ordinarli di 24 ore ma di 
lunghi periodi, si può dedurre dal fatto che solo 
al quarto giorno egli ricorda la produzione del 
sole, da cui tuttavia sono misurati i giorni ordi- 
narli. Se pertanto i primi tre giorni genesiaci, nei 
quali non vi era ancora il sole, rappresentano 
lunghi periodi, si può conchiudere per analogia 
che anche i tre giorni seguenti non siano giorni 
ordinarli di 24 ore, e che le parole sera e mattino 
indichino semplicemente il principio e il fine di 
un dato periodo. Questi periodi furono chiamati 
giorni o perchè essi dovevano essere il tipo della 
settimana (Palmieri, Vigouroux), o perchè furono 
presentati come giorni nelle visioni per mezzo 
delle quali Dio li fece conoscere ad Adamo (Braun, 
Pesch, ecc.). In questa spiegazione resta salva 
la veracità della Scrittura, che presenta la crea- 
zione delle cose come fatta successivamente, e 
assieme restano salvi i dati delle scienze naturali, 
i quali esigono un tempo assai lunco tra la prima 
formazione della terra e la prima produzione della 
vita, e tra questa e la creazione dell'uomo. E però 
da notare che mentre i primi concordisti crede- 
vano che vi fosse una concordanza perfetta tra 



i giorni genesiaci e i periodi geologici, gli autori 
più recenti ammettono solo un accordo nelle linee 
generali, come si vedrà in seguito, anzi alcuni 
(per esempio Hetzenauer, Theol, Bib., voi. I, 
pag. 499; Comm. in Gen., pag. 41) ammettono 
che i varii giorni genesiaci siano ordinati non già 
cronologicamente, ma solo idealmente tra loro. 

Murillo (£/ Génesis, ecc., pag. 249. Roma, 
1914) ritiene invece che i giorni genesiaci rappre- 
sentino una serie di periodi cronologicamente suc- 
cessivi, che potrebbero essere di ineguale dura- 
zione e forse anche di incerto numero, durante 
i quali si svolse l'opera creatrice di Dio. 

Benché, tutto considerato, il concordismo mo- 
derato ci sembri preferibile, tuttavia non sono 
da condannarsi i sistemi contrarii, che salvano la 
veracità della Sacra Scritura. La Commissione 
Biblica (30 giugno 1909) ha infatti dichiarato che 
la parola giorno può prendersi sia nel senso di 
un giorno ordinario, e sia nel senso di un certo 
spazio di tempo, e che è lecito, salvo sempre il 
giudizio della Chiesa, e l'analogia della fede, 
seguire quella sentenza che si crede più proba- 
bile, nell'interpretazione di quei passi dei tre 
primi capitoli della Genesi, che i Padri e i Dot- 
tori hanno diversamente intertpretato, lungi dal- 
l'aver insegnato alcunché di certo e di definito 
(Cf. per più ampii particolari : Dict. Vig., Cosmo- 
gonie; Bruker, Quest. act. d'Ecrìture S., 1895, 
pag. 167; Ianssens, De Deo Creatore, 1905, 
pag. 295 e ss.; Tanquerey, De Deo creante, ecc., 
1911 ; Pesch, De Deo creante, ecc., 1908, pag. 32 
e ss. ; Hetzenauer, Commentarius in Genesim, 
1910, pag. 39 e ss., ecc.). In tali questioni, dice 
S. Tommaso {Sum. Th., I, q. LXVIII, a. 1), 
si devono osservare due cose: la prima, di rite- 
nere con tutta fermezza la verità della Scrittura; 
e la seconda, che potendo la Scrittura ricevere 
molte spiegazioni, non si deve talmente aderire 
a qualcuna di queste, che se venisse a constare 
essere falso quel che si credeva essere senso della 
Scrittura, lo si voglia tuttavia difendere come tale, 
e ciò affinchè la Scrittura non sia esposta agli 
scherni degli infedeli, ecc. 

6-8. Secondo giorno. Firmamento è la tradu- 
zione del greco crepécoua, usato dai LXX, da 
Aquila, da Simmaco e da Teodozione. L'ebraico 
raqi'ah, significa piuttosto estensione, espansione 
(Cf. Is., XL, 22; Salm. CHI, 2). Molto proba- 
bilmente viene con questi nomi indicata l'atmo- 
sfera, ossia il cielo aereo, nel quale volano gli 
uccelli, si condensano le nubi, ecc., e dal quale 
cadono le pioggie, ecc. (Ved. n. 1). All'occhio 
sembra un'immensa volta concava e solida, e 
non è quindi a meravigliare che come tale venga 
descrìtto dagli scrittori sacri, i quali parlano delle 
cose materiali secondo che appariscono ai sensi, 



Genesi, I, 9-14 



71 



9 Dixit vero Deus : Congregéntur aquae, 
quae sub caelo sunt, in locum unum : et 
appàreat àrida. Et factum est ita. 10 Et vo- 
càvit Deus àridam, Terram, congregatio- 
nèsque acquàrum appellàvit Maria. Et vidit 
Deus quod esset bonum. n Et ait : Gér- 
minet terra herbam viréntem, et faciéntem 
semen, et lignum pomiferum fàciens fru- 
ctum juxsta genus suum, cujus semen in 
semetipso sit super terram. Et factum est 
ita. 12 Et prótulit terra herbam viréntem, et 
faciéntem semen juxta genus suum, li- 
gnùmque fàciens fructum, et habens unum- 
quódque seméntem secùndum spéciem suam. 
Et vidit Deus quod esset bonum. 13 Et factum 
est véspere et mane, dies tértius. 

14 Dixit autem Deus : Fiant luminària in 



9 Disse ancora Dio : si radunino le acque, 
che sono sotto il cielo, in un solo luogo : 
e apparisca l'arida. E così fu fatto. 10 E Dio 
nominò l'arida Terra, e le raccolte delle 
acque chiamò Mari. E Dio vide, che ciò 
era buono. "E disse : Germini la terra 
erba verdeggiante, e che faccia seme, e 
piante frutifere, che diano frutto secondo 
la loro specie, e che in sé stesse abbiano 
la loro semenza sopra la terra. E così fu 
fatto. 12 E la terra produsse erba verdeg- 
giante, e che fa seme secondo la sua spe- 
cie ; e piante che danno frutto, e delle quali 
ognuna ha la propria semenza secondo la 
sua specie. E Dio vide che ciò era buono. 
13 E della sera e della mattina si compiè il 
terzo giorno. 

14 E Dio disse : Siano fatti dei luminari 



10 Job. XXXVIII, 4; Ps. XXXII, 7 et LXXXVIII, 12 et CXXXV, 6. 14 Ps. CXXXV, 7. 



non avendo essi intenzione di farci conoscere l'in- 
tima natura delle cose. Altri pensano che si tratti 
del cielo stellare. E separi, ecc. Ecco lo scopo a 
cui è destinato il firmamento. Dio fece, ecc. Ecco 
l'esecuzione dell'ordine dato. Separò, ecc. Essendo 
precipitati i vapori più densi che avvolgevano la 
terra, i vapori più leggieri dell'aria salirono in 
alto restandovi sospesi allo stato di nubi. Così 
l'atmosfera separò realmente le acque che erano 
sotto il firmamento, ossia che erano sulla terra 
allo stato liquido, da quelle che erano sopra il 
firmamento, ossia erano in alto allo stato di va- 
pore. E fu fatto così. Viene indicata la pronta 
obbedienza della natura. I LXX uniscono queste 
parole al versetto 6 e aggiungono al versetto 8 : 
E Dio vide che ciò era buono. Probabilmente però 
si tratta di una glossa, poiché per testimonianza 
di Origene e di S. Girolamo le dette parole già 
ai loro tempi non si trovavano nel testo mas- 
soretico e presso Aquila, Simmaco e Teodozione 
(Cf. Lamy, h. 1.).- 

Cielo. Nell'ebraico vi è il plurale shamaìm, che 
significa etimologicamente alto, oppure splen- 
dente, ecc.- (Cf. Hetzenauer, h. 1.). 

9-13. Terzo giorno. Nel terzo giorno Dio separa 
la terra dalle acque (9-10), e produce le piante 
(11-13). Si radunino le acque, ecc. Le acque, che 
erano sotto il cielo, ricoprivano tutta la super- 
ficie della terra (Salm. CHI, 6), e Dio loro co- 
manda di radunarsi in un sol luogo, ossia nel 
luogo ad esse fissato (l'Oceano), in modo che 
apparisca l'arida (lett. l'asciutto), vale a dire emer- 
gano i continenti. La terra andava sempre più 
raffreddandosi alla superfìcie e si copriva di 
acque. Ma la massa ignea che si agitava al di 
dentro, faceva sì che la prima crosta si con- 
traesse in varii luoghi e si avessero così solleva- 
menti e depressioni, che vennero a formare i 
continenti e i mari. Questo periodo coi due pre- 
cedenti corrisponde all'era azoica della geologia. 

10. Terra. L'ebraico 'erez deriva dalla radice 
'arai che significa essere solido, fermo, ecc. Man, 
plurale di intensità per denotare l'abbondanza. 

1 1 . E disse (ebr. Dio) : germini, ecc. Dio dona 
alla terra il potere di produrre i vegetali, che la 



devono ricoprire come di un ammanto. Erbe, ecc. 
Nell'ebraico sono indicate tre specie di vegetali : 
deshe = erba minuta, ossia la verdura dei prati, ecc., 
che sembra crescere senza seme, 'eseb = erba che 
porta seme, ossia i legumi e i cereali, 'ez peri = 
alberi che hanno frutto, il quale racchiude dentro 
di sé il seme. Il frutto e il seme sono diversi a 
seconda della diversità delle specie, a cui i vege- 
tali appartengono. Alcuni (Hummelauer, Hetze- 
nauer, ecc.) pensano che nel testo si parli solo 
di due specie di vegetali, ritenendo che la parola 
deshe sia un termine generale per indicare tutti i 
vegetali. Checché sia di ciò, va ritenuto che colla 
numerazione precedente l'autore sacro ha voluto 
inculcare che tutto il regno vegetale ebbe origine 
da Dio. Resta così escluso il trasformismo asso- 
luto, che insegna essersi la vita sviluppata sulla 
terra senza alcun intervento di Dio. Siccome poi 
nel testo si afferma pure che Dio stesso creò la 
varietà delle piante (e degli animali) resta ancora 
escluso il sistema di coloro, i quali pongono che 
tutti i viventi siano per successive evoluzioni pro- 
venuti da una cellula primitiva (Conf. Vigouroux, 
M. B., t. I, n. 283; Les Livres Saints et la critique 
rationaliste , 5 ed., t. IH, 266 e ss.) 

12. E la terra, ecc. Il comando divino viene 
prontamente eseguito. Che fa seme. Dio pose così 
nelle piante il principio, per cui si rinnovano 
continuamente e si propagano sulla terra. A questo 
periodo si riferisce l'epoca geologica detta pa- 
leozoica, il cui carattere dominante è l'appari- 
zione della vita seguita poi da una ricca vegeta- 
zione, della quale sono testimonii gl'immensi strati 
di carbon fossile. Durante questo tempo l'atmo- 
sfera è carica di densi vapori, che intercettano 
alla terra la vista del sole; e non lasciano pene- 
trare che una luce diffusa, pallida e sbiadita ; il 
calore e l'umidità sono grandi, e perciò le piante 
crescono con rapidità meravigliosa. Cominciano 
pure ad apparire alcune, specie di animali infe- 
riori, l'autore sacro però non ne parla, non costi- 
tuendo esse il carattere dell'epoca. 

14-19. Quarto giorno. Dei luminari. Questo 
nome comprende le stelle, il sole, i pianeti, ecc. 
Distinguano, ecc. Essi sono destinati a un triplice 



12 



Genesi, I, 15-23 



firmaménto caeli, et dividant diem ac 
noctem, et sint in signa et tempora, et dies 
et annos : 15 Ut lùceant in firmaménto caeli, 
et illùminent terram. Et factum est ita. 16 Fe- 
citque Deus duo luminària magna : lumi- 
nare majus, ut praeésset diéi : et luminare 
minus, ut praeésset noeti : et stellas. "Et 
pósuit eas in firmaménto caeli, ut lucérent 
super terram, 18 Et praeéssent diéi ac noeti, 
et dividerent lucem ac ténebras. Et vidit 
Deus quod esset bonum. a9 Et factum est 
véspere et mane, dies quartus. 



20 Dixit étiam Deus : Prodùcant aquae 
réptile ànimae vivéntis, et volàtile super 
terram sub firmaménto caeli. 21 Creavitque 
Deus Cete gràndia, et omnem ànimam vi- 
véntem atque motàbilem, quam prodùxe- 
rant aquae in spécies suas, et omne volà- 
tile secùndum genus suum. Et vidit Deus 
quod esset bonum. "Benedixitque eis, di- 
cens : Créscite et multiplicàmini, et re- 
pléte aquas maris : avésque multiplicéntur 
super terram. 23 Et factum est véspere et 
mane, dies quintus. 



nel firmamento del cielo, e distinguano il di 
e la notte, e siano per segni, e per (di- 
stinguere) i tempi, i giorni e gli anni : lA e 
risplendano nel firmamento del cielo, e il- 
luminino la terra. E così fu fatto. l6 E Dio 
fece i grandi luminari : il luminare mag- 
giore, affinchè presiedesse al giorno : e il 
luminare minore, affinchè presiedesse alla 
notte : e le stelle. 17 E le collocò nel fir- 
mamento del cielo, affinchè rischiarassero 
la terra, 1R e presiedessero al giorno e alla 
notte, e dividessero la luce dalle tenebre. 
E Dio vide che ciò era buono. 19 E della 
sera e della mattina si compiè il quarto 
giorno. 

20 Disse ancora Dio : Producano le acque 
rettili animati e viventi, e uccelli che vo- 
lino sopra la terra sotto il firmamento del 
cielo. 21 E Dio creò i grandi Pesci, e tutti 
gli animali che hanno vita e moto, pro- 
dotti dalle acque secondo la loro specie, e 
tutti i volatili secondo la loro specie. E Dio 
vide che ciò era buono. 22 E li benedisse, 
dicendo : Crescete, e moltiplicatevi, e po- 
polate le acque del mare : e si moltiplichino 
gli uccelli sopra la terra. 23 E della sera e 
della mattina si compiè il quinto giorno. 



fine, cioè: 1° a distinguere il giorno dalla notte 
facendo sì che l'uno segua all'altra; 2° a essere 
segni per gli agricoltori, i viaggiatori, i navi- 
ganti, ecc., e ad indicare i tempi delle varie sta- 
gioni, delle feste, ecc., i giorni civili, e gli anni, 
che sono appunto misurati dal corso del sole ; 
3* a illuminare la terra (v. 15). 

Nei LXX si legge : Siano fatti dei luminari nel 
firmamento del cielo per illuminare la terra e 
distinguano, ecc. 

16. Due luminari che paragonati agli altri astri 
appaiono veramente più grandi. // luminare mag- 
giore, che regola (presiede) il giorno, è il sole. 
Il luminare minore, che regola la notte, è la luna. 
Le stelle, che all'occhio compariscono più piccole, 
benché in realtà molte di esse siano più grandi 
della luna e del sole. Mosè parla delle cose se- 
condo la loro apparenza esterna, non avendo egli 
intenzione di far un trattato di astronomia o di 
geologia. 

17. Le collocò, ecc. Nell'ebraico e nelle altre 
versioni si legge : £ Dio li (questo pronome li 
si riferisce a luminari e non a stelle) collocò, ecc. 
Affinchè, ecc. Indica di nuovo i tre fini per cui 
furono creati gli astri, rischiarare la terra, pre- 
siedere al giorno e alla notte, ossia essere segni, 
e indicare i tempi, ecc. (v. 14), e dividere la luce 
dalle tenebre. 

Purificatasi l'atmosfera per l'assorbimento del- 
l'acido carbonico operato dalle piante carbonifere-, 
il cielo si sgombra dalle dense nubi e la luce degli 
.".tri giunge alla terra in tutto il suo splendore. 
Altri pensano che il sole, il quale già preesisteva 
nello stato di formazione, al quarto giorno abbia 
raggiunte lo stato di condensazione necessario per 
essere un focolare intenso di luce e di calore 
(Cf. Crampon, h. I.). Checché sia di ciò, Mosè 
insegna qui evidentemente che gli astri del cielo 



considerati da molti popoli come dèi, non sono che 
umili creature di Dio destinate a servizio del- 
l'uomo. 

20-23. Quinto giorno. Questo periodo corri- 
sponde all'era geologica detta mesozoica, o di tran- 
sizione, caratterizzata dalla produzione della fauna, 
delle acque e dell'aria. Appaiono bensì anche al- 
cune specie inferiori di mammiferi, e alcune nuove 
specie di vegetali, ma non costituendo esse il 
carattere principale dell'epoca, l'autore sacro le 
passa sotto silenzio, non avendo egli intenzione 
di scrivere un libro di geologia. 

Producano, ecc. Il testo ebraico va tradotto : 
Brulichino, ossia producano in grande abbondanza, 
le acque rettili (lett. un brulicame) di anima vi- 
vente. Questo genitivo serve di apposizione ai 
nome precedente e indica che si tratta di animali 
viventi. Il nome sherez non significa qui solo i 
rettili propriamente detti, ma comprende anche i 
pesci di ogni genere, ossia tutti gli animali acqua- 
tici. E uccelli che volino. Nell'ebraico si legge : 
e gli uccelli volino sopra la terra, e così non viene 
indicato, ma neppure viene negato che essi siano 
stati prodotti dalle acque. Sotto il firmamento. 
L'ebraico potrebbe anche tradursi per il firma- 
mento, ecc. I LXX aggiungono : e fu fatto coni. 

21. / grandi pesci, ossia i grandi animali acqua- 
tici e amfihii, cetacei, cocodrilli, ecc. Prodotti 
(ebr. brulicati) dalle acque (v. 20). Secondo la 
loro specie. Mentre nel testo latino si ha ora 
species e ora genus, nel testo ebraico viene sempre 
usata la stessa paiola min, equivalente a specie. 
E da notare che in questo versetto viene usato 
per la seconda volta il verbo bara' = creò (Cf. 
n. 1), il quale non indica qui la creazione pro- 
priamente detta, ma uno speciale intervento di Dio. 

22. Li benedisse Dio, come si ha nell'ebraico 
e nel greco. Dicendo. Siccome gli animali hanno 



Genesi, I, 24-2G 



73 



= 'Dixit quoque Deus : Prodùcat terra àni- 
mam vivéntem in gènere suo, juménta, et 
reptilia. et béstias terrae secùndum spécies 
suas. Factùmque est ita. 25 Et feeit Deus 
béstias terrae juxta spécies suas, et ju- 
ménta, et omne réptile terrae in gènere 
suo. Et vidit Deus quod esset bonum, 26 Et 
ait : Faciàmus Hominem ad imàginem et 
similitùdinem nostrani : et praesit piscibus 



24 Disse ancora Dio : Produca la terra ani- 
mali viventi secondo la loro specie, animali 
domestici, e rettili, e fiere della terra se- 
condo la loro specie. E così fu fatto. 25 E 
Dio fece le fiere della terra secondo la loro 
specie, e gli animali domestici, e tutti i 
rettili della terra secondo la loro specie. E 
Dio vide che ciò era buono, 2C e disse : 
Facciamo l'Uomo a nostra immagine, e 



26 Inf. V, 1 et IX, 6; I Cor. XI, 7; Col. Ili, 10. 



l'udito, Dio indirizza loro la parola, il che non 
fece colle piante prive di senso. Crescete, ecc. 
Ecco in che consiste la benedizione di Dio. Gli 
animali ricevono la virtù di riprodursi e di pro- 
pagarsi, e di perpetuare così la loro specie. Da 
queste parole si può dedurre che gli animali fu- 
rono prodotti allo stato perfetto in modo cioè che 
fossero in grado di adempiere il comando rice- 
vuto. 

24-31. Sesto giorno. Come già il terzo giorno, 
così ora il sesto è caratterizzato da due opere 
di Dio. Si ha così dapprima la produzione degli 
animali terrestri (24-25) e poi la creazione del- 
l'uomo (26-31). Questo grande periodo corri- 
sponde all'èra geologica detta neozoica, la cui 
caratteristica è costituita dal regno dei mammi- 
feri e dall'apparizione dell'uomo. Questa èra 
comprende i terreni terziari e quaternari. 

Produca. L'ebraico corrispondente va tradotto : 
metta fuori la terra animali, ecc. Dopo aver popo- 
lato il mare e l'aria di innumerevoli creature, Dio 
viene ora a popolare di abitatori anche la terra. 
Gli animali prodotti vengono divisi in tre classi : 
behemah, ossia animali domestici, come buoi, 
camelli, pecore, ecc. ; remesh, ossia animali che 
strisciano sulla terra, siano essi rettili propria- 
mente detti, come i serpenti, e siano animali 
inferiori ai grandi quadrupedi, come vermi, in- 
setti, ecc. ; chayeto 'erez, ossia le bestie della 
terra, il qual nome comprende tutti gli altri ani- 
mali della terra, e" specialmente i selvatici e 
feroci. Come è chiaro questa classificazione è 
fatta secondo le apparenze esterne. 

Secondo le. loro specie. Da ciò è chiaro che 
di ciascuna specie furono creati i due sessi, 
senza di che la specie non sarebbe stata com- 
pleta e perfetta. 

25. Rettili della terra, così detti per distin- 
guerli dai rettili del mare menzionati al ver- 
setto 20. Siccome questi animali vengono creati 
nello stesso giorno che l'uomo, si può arguire 
che essi vengano ancora a partecipare della bene- 
dizione data all'uomo (v. 28), e così si spieghe- 
rebbe perchè non ricevano una benedizione pro- 
pria, come la ricevettero gli animali del mare e 
dell'acqua (v. 22). 

26. E disse Dio. Così si legge nell'ebraico 
e nel greco. Dio, che colla semplice sua parola 
aveva prodotto tutte le cose, al momento di dare 
l'esistenza all'uomo, re di tutta quanta la crea- 
zione, sembra raccogliersi un istante, e dopo 
essersi consigliato con sé stesso e aver riguar- 
dato all'originale tolto a modello, dice : Facciamo 
l'uomo. Si osservi che mentre l'autore sacro par- 
lando di Dio usa la terza persona singolare, Dio 



invece, parlando di sé stesso usa la prima per- 
sona plurale. Ciò suppone manifestamente che 
in Dio vi siano più persone, come infatti rico- 
noscono i Padri S. Teofilo A., Sant'Irineo, San- 
t'Epifanio, Sant'Ambrogio, Sant'Agostino, S. Ci- 
rillo A., S. Cirillo G., S. Greg. Niss., S. Giov. 
Cris., Teodoreto, ecc. (Cf. Hummelauer, h. 1.). 
Alcuni recenti (Knobel, Reinke, ecc.) hanno bensì 
voluto spiegare questo plurale di prima persona 
come un semplice plurale maestatico, ma dato 
pure che un tale modo di parlare fosse già in 
uso al tempo di Mosè (il che è negato dai pro- 
testanti Dillman, Gunkel, ecc.), è impossibile 
poter spiegare in questo senso la frase analoga 
del cap. Ili, 32, nella quale è necessario rico- 
noscere un vestigio della Trinità. Per conseguenza 
la spiegazione dei Padri è la sola possibile. Va 
poi assolutamente rigettata la sentenza di alcuni 
protestanti (Gunkel, Holzinger, ecc.) i quali nel 
detto plurale vorrebbero trovare un vestigio di 
antico politeismo (Cf. Murillo, h. 1.). 

L'uomo. L'ebraico corrispondente 'adam è 
un nome comune, che deriva probabilmente da 
'adama (Urrà), e indica l'umile nostra origine. 
L'essere al singolare lascia comprendere l'unità 
della specie umana (Atti, XVII, 26). A nostra 
immagine e somiglianza. Nell'ebraico si legge : 
a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza, 
e V, 3, a sua somiglianza, secondo la sua imma- 
gine. Queste due espressioni sono pressoché si- 
nonime (Gen. I, 27; V, 1), ma riunite assieme 
danno più iforza e vivacità al concetto ed indi- 
cano che l'uomo ha una tale rassomiglianza con 
Dio, da poter essere chiamato immagine di Dio 
(I Cor. XI, 7). Questa rassomiglianza consiste 
principalmente in questo che l'uomo ha un'anima 
spirituale e immortale dotata d'intelletto e di 
volontà, e quindi capace di conoscere e di amare 
Dio. Nell'uomo vi è pure una lontana immagine 
della Santissima Trinità, e la stessa configura- 
zione del corpo indica qualche cosa di grande 
fatto per dominare. 

Presieda. Nell'ebraico e nel greco, ecc., vi è 
il plurale, che va tradotto dominino. Dio si volge 
a tutta la specie umana e le conferisce il do- 
minio e la sovranità su tutti gli animali (Cf. Salm. 
Vili, 8). In forza di questo dominio l'uomo può 
usare di tutti gli animali e farli servire alla sua 
propria utilità. Alle bestie e a tutta la terra. Al- 
cuni (Cf. Hetzenauer, h. 1.) preferiscono il testo 
siriaco : alle bestie domestiche e a tutte le fiere 
della terra (Cf. v. 24). Col peccato l'uomo per- 
dette alquanto della sua sovranità, ma, ciò non 
ostante, per mezzo della ragione egli riesce, ben- 
ché talvolta con maggiore difficoltà, ad assog- 
gettarsi gli animali anche più feroci. 



11 



Genesi, I, 27-31 



maris, et volatilibus caeli, et béstiis, uni- 
versaéque terrae, omnique réptili quod mo- 
vétur in terra. 27 Et creàvit Deus homi- 
nem ad imàginem suam : ad imàginem Dei 
creàvit illum, màsculum et féminam creàvit 
eos. 2S Benedixitque illis Deus, et ait : Cré- 
scite et multiplicàmini, et repléte terram, et 
subjicite eam, et dominàmini piscibus ma- 
ris, et volatilibus caeli, et univérsis ani- 
màntibus, quae movéntur super terram. 
"Dixitque Deus : Ecce dedi vobis ornnem 
herbam afferéntem semen super terram, et 
univèrsa Ugna quae habent in semetipsis 
seméntem gèneris sui, ut sint vobis in 
escam : 30 Et cunctis animàntibus terrae, 
omnique vólucri caeli, et univérsis quae 
movéntur in terra, et in quibus est ànima 
vivens, ut hàbeant ad vescéndum. Et fa- 
ctum est ita. 31 Viditque Deus cuncta quae 
fécerat : et erant valde bona. Et factum est 
véspere et mane, dies sextus. 



somiglianza : e presieda ai pesci del mare, 
e ai volatili del cielo, e alle bestie, e a 
tutti i rettili, che si muovono sopra la terra. 
27 E Dio creò l'uomo a sua immagine : lo 
creò a immagine di Dio, li creò maschio 
e femmina. 28 E Dio li benedisse e disse : 
Crescete e moltiplicate, e riempite la terra, 
e assoggettatela : e abbiate dominio sopra i 
pesci del mare, e i volatili del cielo, e tutti 
gli animali, che si muovono sopra la terra. 
29 E Dio disse : Ecco che io v'ho dato tutte 
le erbe, che fanno seme sopra la terra, e 
tutte le piante che hanno in sé stesse se- 
menza della loro specie, perchè a voi ser- 
vano di cibo : 30 e a tutti gli animali della 
terra, e a tutti gli uccelli del cielo, e a 
quanto si muove sopra la terra, nel quale è 
anima vivente, affinchè abbiano da man- 
giare. E così fu fatto. 31 E Dio vide tutte le 
cose, che aveva fatte, ed erano buone assai. 
E della sera e della mattina si compiè il 
sesto giorno. 



27 Sap. II, 23; Eccli. XVII, 1; Matth. XIX, 4. 
3 i Eccli. XXXIX, 21 ; Marc. VII, 37 



Inf. Vili, 17 et IX, 1. 



29 Inf. IX, 3. 



27. L'autore, ispirato, rapito di meraviglia alla 
considerazione della grandezza dell'uomo, ripete 
per tre volte che egli fu creato da Dio, e insiste 
due volte sul fatto che fu creato a immagine di 
Dio. Anche qui come al v. le al v. 21 si ha 
il verbo bara', che indica un'azione propria di 
Dio. L'uomo è qui, come al versetto precedente, 
un nome collettivo che indica la prima coppia 
umana, e perciò viene rappresentato sia dal pro- 
nome singolare e sia dal plurale. La creazione 
dell'uomo è narrata con maggiori particolari nel 
capo seguente. E dottrina di S. Tommaso e di 
quasi tutti i teologi che l'uomo sia stato creato 
nello stato di grazia santificante, e che quindi 
fosse immagine di Dio non solo nell'ordine na- 
turale, ma anche nell'ordine soprannaturale. Li 
creò maschio e femmina. Dal fatto che Dio creò 
una sola coppia umana si deducono la grande 
legge della monogamia (Ved. n. Matt. XIX, 4), 
e l'unità fìsica e morale di tutta la razza umana 
(Ved. n. Atti, XVII, 2G). Solo i LXX omettono 
le parole : a sua immagine. 

28. Benedisse. Ved. n. 22. La fecondità del- 
l'uomo, il suo dominio sulla terra e la sua so- 
vranità sugli animali sono un dono e una bene- 
dizione di Dio. Crescete, ecc. Dio approva così 
solennemente il matrimonio, per mezzo del quale 
la specie umana deve conservarsi e propagarsi. 
Assoggettatela, ossia occupatela come di vostro 
dominio, coltivatela e godete I frutti, che essa 
produce (II, 5, 15; III, 17 e ss.). Abbiate do- 
minio, ecc. Dio dà all'uomo potestà su tutti gli 
animali, in modo che egli può farli servire ai 
proprii usi e bisogni, e anche al proprio sosten- 
tamento. Dopo le parole i volatili del cielo, i 
LXX aggiungono : tutti gli animali domestici e 
tutta la terra, e tutti i rettili che si muovono 
sopra la terra. 

29. Dio provvede non solo alla conservazione 
della specie, ma anche a quella degli individui, 



e quindi presenta agli uomini il cibo necessario 
affinchè possano rinnovare le loro forze. Tutte le 
erbe che fanno seme, cioè i legumi, i cereali, ecc. 
(Ved. n. 11). Tutte le piante, ecc., ossia tutti 
gli alberi fruttiferi. Della loro specie. Queste pa- 
role mancano nell'ebraico e nel greco. « Quan- 
tunque Dio abbia fatto l'uomo padrone della vita 
di tutti gli animali per trarne i vantaggi, che 
possono somministrargli; con tutto ciò, conce- 
dendo adesso a lui per suo cibo l'erbe o le frutta, 
ci dà tutto il motivo di credere, che dalle carni 
degli animali si astenessero gli uomini, fino a quel 
tempo in cui l'uso di esse fu espressamente 
conceduto, come vedremo (Gen. IX, 3) ». Mar- 
tini. Tale è il sentimento di parecchi Padri e 
interpreti (Holzinger, Kaulen, Hetzenauer, ecc.). 
Altri però (Alapide, Calmet, Caetano, Humme- 
lauer, Hoberg, ecc.) ritengono, che anche prima 
del diluvio l'uso delle carni non fosse vietato. 

30. Dio provvede anche agli animali il loro 
nutrimento. Nell'ebraico e nel greco si legge: 
a tutti gli animali... (io do, sottinteso) l'erba 
verde (lett. ogni verzura di erba) per nutrimento. 
Mosè afferma quindi in generale che il regno 
vegetale deve servire di cibo al regno animale. 
Alcuni interpreti (Cf. Hetzenauer, h. 1.) pretesero 
che prima del peccato dell'uomo tutti gli animali 
fossero erbivori, ma giustamente San Tommaso 
(I, q. 9C, a. 2, ad. 2) rigetta tale sentenza, osser- 
vando che per il peccato dell'uomo non ha potuto 
essere mutata la natura degli animali. Così fu 
fatto. Queste parole si riferiscono a tutta l'opera 
del sesto giorno (24-30L 

31. Erano buone assai. Mentre le singole opere 
della creazione erano state dichiarate buone, il 
loro complesso viene ora dichiarato buono assai, 
vale a dire ottimo e perfetto nel suo genere, e 
ciò sia per l'ordine mirabile che risplende fra le 
varie parti (Salm. XVIII, 2) e sia a motivo del- 
l'uomo, che è il complemento dell'universo ed è 



Genesi. II. 1-3 



75 



CAPO II. 

Il Sabato, 1-3. — Titolo della prima sezione, 4. — L'uomo ?iel paradiso terrestre, 5-17 . 
— Creazione di Eva, 18-23. 



Igitur perfécti sunt caeli et terra. et omnis 
ornàtus eórum. 2 Complevitque Deus die 
séptimo opus suum quod fécerat : et re- 
quiévit die séptimo ab univèrso òpere quod 
patràrat. 3 Et benedixit diéi séptimo, et san- 
ctiflcàvit illum : quia in ipso cessàverat ab 
omni òpere suo. quod creàvit Deus, ut fà- 
ceret. 



^osi furono compiuti i cieli e la terra, 
e tutto il loro ornato. 2 E Dio ebbe compiuta 
il settimo giorno l'opera, che aveva fatta : 
e si riposò nel settimo giorno da tutte le 
opere, che aveva fatte. 3 E Dio benedisse il 
settimo giorno ; e lo santificò : perchè in 
esso si era riposato da ogni sua opera, che 
aveva creata e fatta. 



2 Ex. XX, 11 et XXXI, 17; Deut. V, 14; Hebr. IV, 4. 



fatto a immagine e somiglianza di Dio. Nel- 
l'ebraico e nel greco si legge : ed ecco che erano 
buone assai. Si tratta quindi di una perfezione e 
di una bontà presente. 



CAPO II. 

1-3. Il riposo di Dio Questi tre versetti ap- 
partengono ancora alla narrazione del capo pre- 
cedente. Così furono, ecc. Si ha qui una breve 
ricapitolazione di quanto fu detto nel capo pre- 
cedente. // loro ornato. Nell'ebraico la loro mi- 
lizia, oppure i/ loro esercito. Questa espressione 
indica tutti gli esseri che si muovono nel cielo e 
nella terra. 

2. Ebbe compiuta, ecc. Nel settimo giorno Dio 
ebbe compiuta l'opera sua, nel senso che cessò 
dal produrre nuovi generi e nuove specie di cose. 
// settimo giorno. Il testo samaritano, i LXX, 
l'itala, il siriaco, ecc., hanno sesto giorno, ma si 
tratta probabilmente di una correzione, e la le- 
zione della Volgata è preferita cai critici. Riposò, 
non nel senso che abbia cessato da ogni opera- 
zione (Giov. V, 17) e lasciato di reggere e go- 
vernare il mondo, ma nel senso che cessò dal 
produrre nuovi generi e nuove specie. Sopra la 
significazione misteriosa di questo riposo divino 
Ved. n. Ebr. IV, 3 e ss. Come si sa il giorno 
festivo fu poi trasferito alla Domenica in me- 
moria della risurrezione di Gesù Cristo. 

3. Benedisse il settimo giorno annettendovi 
molteplici grazie e benefìzi per gli uomini, che 
l'avessero osservato. Lo santificò separandolo da 
tutti gli altri giorni concessi al lavoro, e riser- 
vandolo per sé e consecrandoio al suo riposo. 
L'uomo essendo quanto alla natura immagine di 
Dio (I, 26 e ss.), deve anche essere tale quanto 
all'operazione, e quindi ha da lavorare per sei 
giorni, e da riposarsi il Sabato. Da questo modo 
di parlare sembra si possa dedurre che Dio fin 
da principio abbia assegnato il Sabato al suo 
culto in memoria della creazione, e che quindi 
l'osservanza del Sabato sia stata praticata da 
Adamo e dai suoi figli. Così pensano parecchi 
fra i migliori interpreti. Aveva creata e fatta. 
L'ebraico va tradotto : aveva creato per farla. 



Il primo verbo si riferisce alla creazione della 
materia, il secondo alla sua organizzazione. 

Anche gli Egiziani, i Babilonesi, gli Assiri, i Fe- 
nici, i Greci, ecc., ebbero le loro cosmogonie più 
o meno affini alla cosmogonia biblica. Da questo 
fatto numerosi razionalisti (Driver, Gunkel, De- 
litzsch, Holzinger, Budde, Schrader, Winckler, 
Zimmern) conchiusero che la narrazione mosaica 
non è altro che una serie di antichi miti ritoc- 
cati e purgati da ogni politeismo. 

Una tale conclusione non può in alcun modo 
sostenersi, troppo grandi essendo le differenze 
che esistono tra la cosmogonia biblica e le 
cosmogonie degli altri popoli. E difatti : 1 
cosmogonia biblica regna il più assoluto mono- 
teismo, nelle altre invece si ha il politeismo più 
grossolano (Cf. I. Hehn, Die biblische und die 
babylonische Gottesidee, Leipzig, 1914). Ora è 
assurdo ammettere che il solo popolo Ebreo, a 
preferenza di altri popoli più colti e più civili, 
abbia potuto per naturale evoluzione passare dal 
politeismo al monoteismo (Cf. Lemonnyer, La 
révélation primitive, Paris, 1914, p. 244). 2° Se- 
condo la Bibbia in principio nulla esisteva ec- 
cetto Dio ; e la materia ricevette l'esistenza da 
Dio ; nelle altre cosmogonie invece la materia è 
supposta increata ed eterna. Così presso gli 
Egiziani al principio si trova l'acqua (Cf. Ra- 
sperò, Histoire ancienne des peuples de l'Orient, 
Paris, 1909, pag. 31 e ss.); presso i Fenici vi 
è un caos tenebroso (Cf. Lagrange, Etudes sur 
les religions sémitiques, Paris, 1905, p. 405) ; 
presso i Babilonesi vi sono acque dolci (Apsu) 
e acque salse (Tiàmat). Cf. Lagrange, op. cit., 
pag. 370 ; presso i greci l'Oceano è il padre degli 
Dei (Illiade, XIV, 201, 302), ecc. 3' Nella B 
Dio è indipendente dalla materia e crea il mondo 
con una semplice parola ; nelle altre cosmogonie 
gli Dei nascono dalia materia e il mondo non è 
che il risultato di guerre e di lotte scoppiate fra 
gli Dei (Cf. autori citati, loc. cit.). 4' In nes- 
suna cosmogonia estranea alla Bibbia è narrata 
l'istituzione del Sabato e della settimana. Gli 
sforzi fatti da Delitzsch, Gunkel, ecc., e tra noi 
da Minocchi, per provare il contrario, fallirono 
miseramente, come ammettono gli stessi pro- 
testanti Barth, Bezold, Strack, ecc. (Cf. Hetze- 
nauer, Comm. in Gen., pag. 30; Theologia Bi- 



7ò 



Genesi, II, 4-5 



4 Istae sunt generatiónes caeli et terrae, 
quando creata sunt, in die quo fecit Dó- 
minus Deus caelum et terram : 5 Et omne 
virgùltum agri àntequam orirétur in terra, 
omnémque herbam regiónis priiis/iuam ger- 
minàret : non enim plùerat Dóminus Deus 
super terram, et homo non erat qui opera- 



■•Queste sono le origini del cielo e della 
terra, quando essi furono creati, nel giorno 
in cui il Signore Iddio fece il cielo e la 
terra : r 'E ogni pianta del campo prima che 
nascesse sulla terra, e ogni erba della cam- 
pagna prima che spuntasse : perocché il 
Signore Iddio non aveva mandato pioggia 



blica, t. I, pag. 505 e ss. ; Hummelauer. Comm. 
in Gen., pag. 78). Vi è senza dubbio una qualche 
rassomiglianza tra la narrazione biblica e la 
narrazione caldaica, ma oltreché essa è ben poca 
cosa, come si può vedere presso Comandin (bict. 
Apol., ecc.; Bahylone et la Bible, col. 338 e ss.), 
è ancora indubitato che la narrazione caldaica 
rappresenta una deformazione e una corruzione 
della rivelazione e della tradizione primitiva quale 
ci è stata conservata in tutta la sua purezza nella 
Bibbia (Cf. Hetzenauer, Comm. in Gen., p. 34 
e ss.; Theologia Bib., t. I, pag. 511 e ss.; 
Lemonnyer, La révélation primitive, pag. 240 
e ss.). 11 poema caldaico della creazione si può 
avere trascritto e tradotto presso Dhorme, Cìioix 
de textes, ecc., Paris, 1907, pag. 1 e ss. Intorno 
all'argomento si possono pure trovare utili indi- 
cazioni presso : Lamy, Comm. in Gen., t. I, 
pag. 141 e ss.; Brunengo, L'impero di Ninive e 
di Babilonia, Prato, 1885; Vigouroux, La Bible 
et les découvertes modernes, Paris, 1896, t. I, 
pag. 205 e ss. ; Rinieri, Bibbia e Babele, Siena, 
1910, p. 135 e ss. ; Méchineau, L'historìcité, ecc., 
Rome, 1910, pag. 113 e ss.; Murillo, op. cit., 
p. 210 e ss. ; Zapletal, Le récit de la création, ecc., 
Genève, 1904, pag. 55 e ss. 

Riguardo alla teoria mitico-naturale di alcuni 
cattolici relativa all'interpretazione dei primi ca- 
pitoli della Genesi (Vedi quanto è detto nelP In- 
troduzione generale, e nel decreto della Com- 
missione biblica), essa va rigettata non essendo 
compatibile col concetto cattolico dell'ispirazione 
e con quanto la Chiesa ha sempre insegnato, e 
i Santi Padri con unanime consenso ci hanno 
tramandato. 

4. La prima pp.rte della Genesi (II, 4-XI, 26) 
comprende la storia -di tutta l'umanità dalla 
creazione alla dispersione dei popoli, e si divide 
in cinque sezioni, la prima delle quali (II, 4-IV, 
20) è intitolata storia o generazione del cielo e 
della terra, e tratta dello stato di innocenza (II, 
4-25), della caduta (III, 1-24) e della divisione 
dei figli di Adamo in buoni e cattivi (IV, 1-26). 

Queste sono, ecc. Questo versetto da alcuni 
viene riguardato come un sommario della narra- 
zione precedente; i migliori interpreti moderni 
però lo considerano come il titolo della prima 
sezione (II, 4-IV, 26) della prima parte della 
Genesi, e ciò conforme ai titoli analoghi che si 
leggono al principio delle altre sezioni (V, 1 ; 
VI, 9; X, 1; XI, 10). Cf. anche XI, 27; XXV, 
12, 19, ecc. 

Le origini. L'ebraico tholedoth (lett. genera- 
zioni, deriva da yalad = generò) ha qui piuttosto 
il senso di sviluppo o di storia. Mosè infatti 
passa ora a narrare la storia successiva del cielo 
e della terra inquanto è connessa colla storia dei 
primi uomini. A tal fine ripete con alcune am- 
plificazioni il racconto della creazione delle erbe 
e dell'uomo, e descrive a lungo lo stato in cui 
si trovavano i primi uomini. Quando furono 



creati. L'ebraico si potrebbe meglio tradurre con 
dopo che furono creati. Le parole seguenti : nel 
giorno in cui (l'ebraico potrebbe anche tradursi 
semplicemente : dopo che il Signore fece, ecc.) 
if Signore, ecc., sono sinonime delle precedenti 
quando furono creati. Il Signore Dio. Nell'ebraico 
si legge : Iehovah- 'Elohim. Intorno a questo se- 
condo nome Ved. n. I, 1. Iehovah (ebr. TVffV*) 
deriva dalla radice hayah (=/u, visse, ecc.) e si- 
gnifica propriamente colui che è, ossia l'Essere 
assoluto ed eterno (Cf. Esod. Ili, 14). La pro- 
nunzia esatta delle quattro lettere è incerta, 
benché sia probabile che si debbano leggere 
Ialiveh. Dopo la cattività gli Ebrei cessarono per 
rispetto dal pronunziare questo nome, e quindi 
i LXX nella loro traduzione vi sostituirono Kvpioe, 
= Signore (Volg. Dominus) e i Massoreti vi 
segnarono le vocali del nome Adonai, che si- 
gnifica padrone, signore, e che viene pure attri- 
buito a Dio. 

Nei due capi II-IH (Cf. anche Esod. IX, 30) 
Mosè unisce assieme i due nomi affinchè si com- 
prenda che Iahveh, Dio dell'alleanza e della re- 
denzione, t lo stesso che 'Elohim, Dio della 
creazione. I due nomi indicano quindi lo stesso 
vero Dio creatore e redentore del mondo. Ri- 
guardo alle false deduzioni di alcuni critici dal- 
l'uso di questi due nomi, Vedi Introduzione. Il 
cielo e la terra. Tale è pure la lezione dei LXX. 
Nell'ebraico si ha : la terra e il cielo. Il greco e 
la Volgata uniscono l'ultima parte di questo ver- 
setto al versetto seguente : Dio fece il cielo e 
la terra, e ogni pianta, ecc. L'ebraico però vuole 
un punto fermo alla fine di questo versetto. 

5. Questo versetto e i due seguenti sono al- 
quanto oscuri nella Volgata e nei LXX. Ecco il 
testo ebraico corrispondente : E niun arboscello 
del campo era ancora sulla terra, e nessuna erba 
della campagna era ancora germinata, perchè il 
Signore Dio non aveva mandato pioggia sulla 
terra, e non vi era l'uomo che coltivasse il suolo. 
E una nebbia (o vapore) saliva dalla terra e 
irrigava tutta la superficie del suolo. E formò il 
Signore Dio l'uomo della polvere del suolo, e gli 
alitò nelle nari un soffio di vita, e l'uomo fu 
fatto (o divenne) anima (ossia animale) vivente. 

Mosè si riferisce probabilmente al terzo giorno 
della creazione, e dà la ragione per cui sino allora 
la terra era rimasta spoglia di vegetazione. Alan- 
cava infatti la necessaria umidità, poiché Dio non 
aveva ancora mandato pioggia sull'arida terra, 
e non vi era ancora l'uomo a coltivarla e a irri- 
garla. Altri (Cf. Crampon, h. I.) però ritengono 
che Mosè si riferisca al sesto giorno della 
creazione, immediatamente prima che Dio creasse 
Adamo. In tal caso si avrebbe qui la descrizione 
non della terra in generale, ma solo di quella 
contrada, che fu la prima abitazione degli uomini, 
la quale viene presentata come arida e priva di 
pioggia, e perciò spoglia, non già di tutte le 
piante e le erbe, ma solo di quelle che sono utili 






Genesi, li, (3-8 



77 



rétur terram : 6 Sed fons ascendébat e terra, 
irrigans univérsarn superficiem terrae. 7 For- 
màvit igitur Dóminus Deus hominem de 
limo terrae, et inspiràvit in fàciem ejus 
spiràculum vitae, et factus est homo in 
animam vivéntem. 

8 Plantàverat autem Dóminus Deus pa- 
radisum voluptàtis a principio : in quo 



sopra la terra, e non vi era l'uomo che la 
coltivasse : 6 Ma saliva dalla terra una fonte 
che inaffiava tutta la superficie della terra. 
7 I1 Signore Iddio adunque formò l'uomo di 
fango della terra, e gli ispirò in faccia un 
soffio di vita : e l'uomo fu fatto anima vi- 
vente. 

8 Ora il Signore Iddio aveva piantato da 
principio un paradiso di delizie : dove col- 



7 I Cor. XV, 45. 



ail'uomo (Cf. Motais, Molse, la science et exé- 
g'ese, pag. 126 e ss.). Ora è appunto in questa 
regione che Dio piantò il paradiso terrestre, in 
cut pose i primi parenti. Non si può negare che 
questa spiegazione abbia pure il suo grado di 
probabilità, benché la prima ci sembri preferi- 
bile. Prima che nascesse, vale a dire, non era 
ancora nata... non era ancora germinata. 

6. Una fonte. Così tradussero pure i LXX. 
Nell'ebraico si ha una nebbia o un vapore. Saliva 
dalla terra per evaporazione, e condensatasi ri- 
cadeva sotto forma di tenue rugiada, la quale 
però non bastava a fecondare la terra. Fu neces- 
sario uno speciale intervento di Dio affinchè la 
terra si ricoprisse, di vegetali. 

7. Spiega più accuratamente la creazione del- 
l'uomo. Formò. L'ebraico yazar si dice del va- 
saio, che modella un vaso di creta. Dio formò 
non già colle mani corporali, ma colla sua vo- 
lontà onnipotente. Le opere della potenza di Dio 
vengono spesso nella Scrittura attribuite alle 
mani di Dio (Cf. Salm. XCIV, 5; Salm. CI, 26). 
L'uomo di fango (ebr. di polvere) della terra. 
Neil' ebraico vi è una elegante paronomasia : 
haàdam 'afar min haddamah, da cui si deduce 
che il nome Adamo deriva da 'adamah (terra 
rossa), che fu la materia, di cui Dio formò il 
corpo del primo uomo (Cf. I Cor. XV, 47 ; 
Sap. VII, 1). La parola uomo qui non significa 
i due sessi come al cap. I, 27, ma solo Adamo, 
o più propriamente il solo corpo di Adamo. Gli 
ispirò, ossia soffiò, in faccia (ebr. nelle narici) 
un soffio di -vita, cioè un soffio vivente e vivi- 
ficante. Questo soffio proveniente dalla bocca di 
Dio è l'anima umana creata immediatamente da 
Dio, e da lui infusa nel corpo. Si dice che Dio 
soffiò l'anima nelle narici o nella faccia, perchè 
nelle narici si manifesta in modo speciale la 
respirazione e la vita. Fu fatto, ossia divenne, 
anima vivente, cioè animale vivo. Benché l'uomo 
convenga nel genere cogli altri animali, si diffe- 
renzia però da essi per gran tratto, essendo egli 
fatto ad immagine di Dio, ed avendo un'anima 
intelligente e immortale. 

Se l'uomo divenne animale vivente in virtù del 
soffio ricevuto da Dio, vuol dire che prima non 
era tale ; dal che si deduce che Dio non infuse 
già l'anima umana nel corpo di un animale per- 
fezionato, come vorrebbero i seguaci dell'evo- 
luzionismo, ma bensì in un corpo da lui stesso 
immediatamente formato. D'altra parte se si am- 
mette, come si deve ammettere, che il verbo 
ispirò indica un'azione immediata di Dio, come 
si può sostenere che il verbo formò non indichi 
esso pure un'szione immediata? (Cf. n. II, 19). 



Si deve quindi ritenere che il primo uomo sia 
quanto all'anima e sia quanto al corpo fu creato 
immediatamente da Dio. È pure dottrina comune 
dei teologi che Dio nello stesso tempo formò il 
corpo dell'uomo e vi infuse l'anima (Cf. S. Tom., 
Sum. Th., I Part., q. 91, art. 4), e che l'uomo 
fu creato adulto e perfetto, e venne arricchito 
non solo di grazia, ma anche di tutti quei doni 
che erano richiesti dalla sua condizione di capo 
di tutto il genere umano (Ved. Murillo, op. cit., 
pag. 260). 

Non è possibile precisare l'epoca della prima 
apparizione dell'uomo sulla terra. Il testo ebraico 
e la nostra Volgata ci danno 4220-4225 anni prima 
di Gesù Cristo, ma il testo greco dei LXX ce 
ne dà 5199 circa, e il testo Samaritano presenta 
un numero differente. Nelle condizioni attuali dei 
testi non siamo in grado di sapere quale sia il 
numero genuino, e d'altra parte è noto che tutti 
i calcoli fatti sulle diverse genealogie presenta- 
teci dalla Bibbia, il più delle volte si basano 
sopra semplici ipotesi. Ad ogni modo gli scien- 
ziati più coscienziosi ammettono che bastano un 
diecimila anni per spiegare tutti i fatti che hanno 
rapporto all' apparizione dell' uomo sulla terra 
(Cf. Vigouroux, M. B., t. I, n. 314 e ss.; Hagen, 
Lex. Bib. Chronologia; Die. Vig., Chronologie ; 
Deimel, Veteris Testam. Chronologia, ecc., Roma, 
1913). Riguardo alle genealogie bibliche para- 
gonate con quelle degli Egizi e dei Caldei, Cf. 
Pannier, Geneal. bibl. cum Monum. Aeg et Chald., 
Insulis, 1887. 

8. Nei versetti 8-15 si descrive il paradiso ter- 
restre, in cui Dio collocò l'uomo. Tutto il con- 
testo dimostra che non si tratta qui di una sem- 
plice allegoria, ma di un vero fatto reale (Cf. 
Hum., pag. 131). Aveva piantato. Dio s*i mostra 
pieno di paterna sollecitudine per l'uomo. Da 
principio, vale a dire nel terzo giorno della crea- 
zione, oppure semplicemente prima della crea- 
zione dell'uomo. E però da osservare che il 
termine ebraico corrispondente (miqqedem) si- 
gnifica piuttosto ad Oriente, come infatti tradus- 
sero i LXX e l'antica itala, e indica che il r ar *- 
diso era situato ad Oriente dell'Eden, o meglio 
dello scrittore sacro. Un paradiso, L'ebraico gan 
significa parco o giardino piantato ad alberi. I 
LXX lo tradussero conTapa&eieaoc(da cui il nostro 
paradiso) analogo all'ebraico pardes, che deriva 
dallo zendo pairi-dae:a. che significa appunto 
parco. — Di delizie. Nell'ebraico si legge be'eden, 
equivalente a nell'Eden, dal che si vede che Eden 
è un nome proprio indicante la regione, in cui 
era situato il paradiso (Cf. IV, 16). Preso come 
nome comune significa delizia, piacere, oppure, 



78 



Genesi, li, 9-14 



pósuit hominem quem formàverat. 9 Pro- 
duxitque Dóminus Deus de humo omne 
lignum pulchrum visu, et ad vescéndum 
suàve : lignum étiam vitae in mèdio pa- 
radisi, lignùmque sciéntiae boni et mali. 
10 Et flùvius egrediebàtur de loco voluptatis 
ad irrigàndum paradisum, qui inde divi- 
ditur in quàtuor capita. "Nomen uni Phi- 
son ; ipse est qui circuit omnem terram 
Hevilath, ubi nàscitur aurum : 12 Et aurum 
terrae illius òptimum est : ibi invenitur 
bdéllium, et lapis onychinus. 13 Et nomen 
flùvii secùndi Gehon : ipse est qui circumit 
omnem terram iEthiópiae. 14 Nomen vero 
flùminis tértii, Tygris : ipse vadit contra As- 
syrios. Fluvius autem quartus, ipse est Eu- 
phrates. 



locò l'uomo che aveva formato. 9 E il Si- 
gnore Iddio aveva prodotto dalla terra ogni 
sorta di alberi belli a vedersi, e di frutto 
dolce a mangiare : e l'albero della vita in 
mezzo al paradiso, e l'albero della scienza 
del bene e del male. 10 E da questo luogo di 
delizie usciva, per adacquare il paradiso, un 
fiume, il quale di là si divide in quattro 
capi. "Il nome del primo è Phison : questo 
è quello che gira attorno il paese di Hevi- 
lath, dove è l'oro : 12 E l'oro di questo paese 
è ottimo : ivi si trova (pure) il bdellio, e 
la pietra onice. 13 E il nome del secondo 
fiume è Gehon : questo è quello che gira 
attorno tutta la terra d'Etiopia. 14 H nome 
poi del terzo fiume è Tigri, che scorre verso 
gli Assirj. E il quarto fiume è l'Eufrate. 



11 Eccli. XXIV, 35. 



facendolo derivare dall'assiro i-di-nu, pianura. 
Ecco l'esatta traduzione del testo ebraico di tutto 
questo versetto : 11 Signore Iddio piantò un giar- 
dino nell'Eden ad Oriente, e quivi pose l'uomo, 
che egli aveva formato. 

9. Aveva prodotto, ecc. Non si tratta qui del- 
l'opera del terzo giorno, ma solo del paradiso 
terrestre, in cui Dio volle, per così dire, riunire 
quanto di bello aveva sparso sulla terra, acciò 
l'uomo ivi potesse trascorrere i suoi giorni lieti 
e felici. L'albero della vita, così chiamato perchè 
i suoi frutti, mangiati di tanto in tanto dall'uomo, 
avevano la virtù di conservare la vita presente, 
finché fosse piaciuto a Dio di chiamare l'uomo a 
godere dell'eterna felicità. I frutti delle altre piante 
servivano all'uomo di nutrimento, invece i frutti 
dell'albero della vita dovevano mantenerlo in una 
perpetua giovinezza. E chiaro che tale virtù era 
un effetto della libera volontà di Dio. 

L'albero della scienza, ecc., così chiamato 
perchè, a motivo della proibizione fatta da Dio 
di mangiare dei suoi frutti, doveva far conoscere 
all'uomo sperimentalmente la differenza che corre 
tra l'ubbidienza e la disubbidienza a Dio, tra la 
felicità promessa alla prima, e il castigo severo 
minacciato alla seconda. Quest'albero infatti ci 
precipitò in un abisso di mali, e ci fece per 
triste esperienza conoscitori del bene e del male. 
Non è da credere però che esso fosse cattivo 
per natura sua. Colla proibizione fatta di man- 
giare dei suoi frutti, Dio volle far atto di sovra- 
nità, acciò l'uomo riconoscesse la sua dipendenza 
da lui, e non si credesse padrone assoluto di 
tanti beni, che lo circondavano, ma si conside- 
rasse come semplice usufruttuario (Cf. S. Gio- 
vanni Cris., Hom. 16 in Gen.). In mezzo al 
paradiso. Queste parole si riferiscono sia all'al- 
bero della vita e sia all'albero della scienza (III, 
3). Anche qui il contesto dimostra che si tratta 
di veri alberi, e non già di semplici allegorie 
(Cf. Sant'Agost., De Gen. ad litt. Vili, 4, 6). 

10. Da questo luogo di delizie. Nell'ebraico si 
ha : dall'Eden usciva, ecc. Questo fiume aveva 
quindi la sua sorgente fuori del paradiso, ossia 
nell'Eden, e dopo aver attraversato e irrigato il 
paradiso, si divideva in quattro capi o rami, 



formando così quattro canali, come il Nilo e il 
Po al cominciare del loro delta. 

11-12. 7/ nome, ecc. L'autore sacro riferisce 
i nomi del quattro fiumi. 11 primo è il Phison, 
sul quale si danno maggiori particolari. Gira 
attorno, almeno da una parte (Cf. Num. XXI, 4). 
Hevilath (Ved. n. 14). Nell'ebraico Havila. Questa 
regione è pure ricordata al cap. X, 7, 29. Dove 
è l'oro. Può essere che l'oro degli Israeliti deri- 
vasse loro da tale contrada. E ottimo, ossia è 
puro. Nell'ebraico non vi è il superlativo. Il 
senso non muta, poiché si deduce chiaramente 
che l'oro, di cui si parla, era più apprezzato che 
quello di altre regioni. Bdellio. Secondo gli uni 
(Hummelauer, Fillion, ecc.) si tratterebbe di una 
resina o gomma odorifera e assai preziosa, di 
color biancastro, della quale parla anche Plinio 
(XII, 9, 35), il che ci sembra più probabile; 
secondo altri (Hetzenauer, ecc.) invece si tratte- 
rebbe di [perle. La manna viene .paragonata 
(Num. XI, 7) al bdellio, ma non consta se ciò 
avvenga a motivo del colore o della lucidità (Cf. 
Hagen, Lex. Bib. Bdéllium.). La pietra. Questo 
nome, messo davanti a onice e non a bdellio, 
mostra chiaro che, mentre l'onice è una pietra 
preziosa, tale non è lo bdellio. — Onice è una 
specie di agata a varii colori, ma non è possibile 
determinare con precisione il senso della parola 
ebraica corrispondente, che viene tradotto nelle 
più diverse maniere, benché tutti si accordino nel 
ritenere che si tratta di una pietra preziosa 
(Cf. Hummelauer, h. 1.). 

13. Gehon o meglio Gihon secondo l'ebraico. 
Etiopia. Nell'ebraico si ha Chush. Questo nome, 
terra di Chush, indica quella parte dell'Asia, che 
prima della dispersione dei popoli era abitata 
dai figli di Chush discendente di Cham, i quali 
più tardi si stabilirono poi in Africa nella re- 
gione detta Etiopia. Così si spiega perchè i LXX 
e la Volgata abbiano tradotto Etiopia. 

14. Tigri, nell'ebraico chiddeqel, dall'assiro di- 
ktat, ediklat, e dal persiano tigra. Nell'antico 
zendo tighri significa freccia, e può essere che a 
questo fiume sia stato dato tal nome a motivo 
della rapidità del suo corso. Verso gli Assiri 
Il testo ebraico va tradotto a oriente di Assur. 



Genesi, II, 15-18 



79 



15 Tulit ergo Dóminus Deus hominem, et 
pósuit eura in paradiso voluptàtis, ut ope- 
rarétur, et custodiret illum : 16 Praecepitque 
ei dicens : Ex omni Ugno paradisi cómede : 
"De ligno autem sciéntiae boni et mali ne 
cómedas : in quocùmque enim die comé- 
deris ex eo, morte moriéris. I8 Dixit quoque 
Dóminus Deus : Non est bonum esse hó- 



15 I1 Signore Iddio adunque prese l'uomo, 
e lo collocò nel paradiso di delizie, affinchè 
lo coltivasse, e lo custodisse : 16 e gli co- 
mandò, dicendo : Mangia di ogni albero 
del paradiso : "ma non mangiare del frutto 
dell'albero della scienza del bene e del 
male : poiché in qualunque giorno ne man- 
gerai, indubbiamente morrai. 18 Disse ancora 



In origine l'Assiria non doveva estendersi che 
sulla riva occidentale del Tigri. Solo più tardi i 
discendenti di Assur si spinsero sulla riva orien- 
tale. Parecchi interpreti pensano che /4ssur indichi 
qui la città di tal nome, a Oriente della quale 
scorre il Tigri (Cf. Hummelauer, h. 1., Hetze- 
nauer, h. 1. Vedi anche Schrader-Winckler-Zim- 
mern, Die Keilinschriften und das Alte Test., 
Berlin, 1903, pag. 32). 

Eufrate. Nell'ebraico Feratìi, dall'assiro pu- 
rattu e dal persiano ufràtus. Siccome su questo 
fiume non si dà alcuna indicazione, è chiaro che 
esso doveva essere ben conosciuto dagli Ebrei. 

Si fa questione tra gli eruditi sul 'uogo dove 
si trovasse il paradiso terrestre. Non ostante i 
dati, che ci forniscono i versetti 10-14, si deve 
confessare che le discussioni avvenute in tutti i 
tempi hanno portato ben poca luce su tal punto, 
e la stessa varietà e moltiplicità di opinioni 
emesse in tutti i tempi, mostra chiaramente che 
il problema non può ricevere da noi una solu- 
zione precisa. 

La maggior parte dei moderni ritiene che il 
Paradiso terrestre fosse situato nell'Armenia, là 
dove a poca distanza l'uno dall'altro hanno la 
loro sorgente il Tigri e l'Eufrate. Quivi nascono 
pure due altri fiumi : il Kur e VAras (chiamati 
Cyrus e Araxes dagli antichi), i quali, dopo un 
certo percorso, si riuniscono assieme e si get- 
tano nel Mar Caspio. 

Il Kur potrebbe in questo caso identificarsi col 
Phison (v. 11), e il paese di Hevilath colla Col- 
chide, terra già famosa per le sue ricchezze, e 
dove infatti gli Argonauti andarono a cercare il 
vello d'oro (Plin. XXIII, 3). VAras (detto anche 
oggi Geihun er-Ras) sarebbe il Gehon (v. 13), 
e la terra di Chush (Etiopia) potrebbe essere 
identificata Con quella parte dell'Armenia chia- 
mata dagli antichi Cassiotis o Cussaia o regio 
Cossaeorum. Se si ammette questa sentenza, si 
deve però conchiudere che la topografia della 
regione in seguito al diluvio e ad altre rivoluzioni 
terrestri ha dovuto essere profondamente mutata. 

Altri, seguendo F. Delitzsch, pensano che il 
Paradiso terrestre fosse situato nella pianura (as- 
siro Editi) bagnata dal Tigri e dall'Eufrate, là 
dove i due fiumi scorrono a poca distanza l'uno 
dall'altro. L'Eufrate sarebbe il fiume che uscendo 
dall'Eden entrava ad irrigare il Paradiso e poi 
si divideva in quattro capi, l'uno dei quali è lo 
stesso Eufrate, l'altro, ossia il Phison, sarebbe 
il canale dell'Eufrate che costeggia l'Arabia (detta 
Hevila, Gen. X, 7), detto Pallacopas, e il terzo, 
ossia i! Gehnn, andrebbe identificato col canale 
detto Schat en Nil, che bagna la Mesopotamia 
inferiore (terra asiatica di Chush). Siccome poi 
il Tigri scorre ad un livello più basso, e riceveva 
l'acqua dall'Eufrate per mezzo di molti canali, 
potrebbe essere considerato come un ramo del- 
l'Eufrate. 



Altri sono d'avviso che il luogo del Paradiso 
terrestre si trovasse presso il Golfo persico, dopo 
il punto in cui il Tigri e l'Eufrate si congiun- 
gono ; altri invece lo cercano presso la città cal- 
dea di nome Eridu; ed altri lo pongono nell'India 
nella pianura di Pamir ; altri nell'Arabia; ed altri 
finalmente presso Babilonia. Come si vede i dati 
che si posseggono sono al tutto insufficienti a 
poter troncare la questione (Cf. Vigouroux, M. B., 
n. 287 ; Hetzenauer, h. 1. ; Hummelauer, h. 1. ; 
Zschokke, Hist. Sac. A. T., 1910, pag. 31; Pelt, 
Hist. de VA. T., 1907, pag. 52; Engelkemper, 
Die Paradiesesflusse, Miinster, 1901 ; Hagen, Lex. 
Bib. Paradisus; Dict. Vig. Paradis, ecc.). Sulle 
antiche tradizioni relative al Paradiso terrestre 
Cf. Vigouroux, M. B., n. 288; Lemonnyer, La 
révélation primitive, Paris, 1914, pag. 240. 

15. Prese l'uomo, ecc. Da ciò si deduce che 
l'uomo fu creato fuori del Paradiso terrestre. Egli 
non doveva pensare che un tale soggiorno gli 
fosse cosa dovuta, ma essere persuaso che era 
un atto di pura bontà da parte di Dio. Affinchè 
lo coltivasse. Dio non creò Adamo acciò stesse 
in ozio, ma affinchè coltivasse il paradiso, con- 
servandone l'amenità, e lo custodisse dagli ol- 
traggi degli animali, e specialmente lo conser- 
vasse per sé e per i suoi discendenti mediante 
l'obbedienza e la sottomissione a Dio. Viene qui 
indicata la nobiltà e la santità del lavoro, che 
nello stato d'innocenza non sarebbe stato faticoso, 
e pieno di affanno, ma un dolce sollievo e un 
lieto esercizio di virtù. 

16-17. Affinchè Adamo riconoscesse la sua di- 
pendenza, e avesse occasione di mostrare la sua 
obbedienza e farsi dei meriti, Dio gli impone un 
precetto, proibendogli una cosa di per sé non 
cattiva, qual è il non mangiare del frutto di un 
determinato albero. Mangia di ogni albero. Qui 
si mostra la bontà e la condiscendenza di Dio. 
Del frutto dell'albero, ecc. Qui si mostra la 
sovranità di Dio e la sua indipendenza. Per 
indurre più facilmente Adamo ad ubbidire Dio 
gli minaccia severissime pene. In qualunque 
giorno (ebr. nel giorni), ossia quando ne man- 
gerai, ecc. Morrai indubbiamente, vale a dire 
sarai soggetto alla morte. Separatosi da Dio per 
il peccato, l'uomo cadrà sotto il peso della dis- 
soluzione, che lo condurrà alla morte. Egli non 
avrà più diritto ai frutti dell'albero della vita, 
e quindi non potrà più tener lontana da sé la 
morte (Ved. n. Rom. V, 12; Sap. I, 13; Cf. 
Conc. Trid. sess. V). La frase morte moriéris 
è un ebraismo, che equivale a morrai certamente. 
Nel testo greco i tre verbi del versetto 17 sono 
alla seconda persona plurale, il che dimostra che 
la probizione fatta ad Adamo si estendeva anche 
ad Eva. 

18. Nei versetti 18-25 viene narrata la crea- 
zione della donna e la istituzione divina del 



80 



Genesi, II, 19-22 



minem solum : faciàmus ei adjutórium si- 
mile sibi. 

19 Formàtis igitur, Dóminus Deus, de 
humo cunctis animantibus terrae, et uni- 
vérsis volatilibus caeli, addùxit ea ad A- 
dam, ut vldéret quid vocdret ea : omne 
enim quod vocàvit Adam ànimae vivéntis, 
ipsum est nomen ejus. -°Appellavitque Adam 
nominibus suis cuncta animàntia, et uni- 
vèrsa volatilia caeli, et omnes béstias ter- 
rae : Adae vero non inveniebàtur adjùtor 
similis ejus. 

2l Immisit ergo Dóminus Deus sopórem in 
Adam : cumque obdormisset, tulit unam de 
costis ejus, et replévit carnem prò ea. "Et 
aedificàvit Dóminus Deus costam, quam 
tùlerat de Adam, in mulierem : et addùxit 



il Signore Iddio : Non è bene che l'uomo 
sia solo ; facciamogli un aiuto simile a lui. 

19 Avendo adunque il Signore Dio formati 
dalla terra tutti gli animali del campo, e 
tutti gli uccelli dell'aria, li condusse ad 
Adamo, perchè egli vedesse il nome da 
darsi ad essi : e ogni nome, che diede 
Adamo agli animali viventi, è il vero nome 
di essi. 20 E Adamo pose nomi convenienti 
a tutti gli animali, e a tutti i volatili del- 
l'aria, e a tutte le bestie della terra : ma 
non si trovava per Adamo un aiuto, che a 
lui somigliasse. 

2 'Mandò adunque il Signore Iddio ad A- 
damo un profondo sonno : e mentre egli era 
addormentato, gli tolse una delle sue co- 
stole, e mise della carne in luogo di essa. 
22 E della costola, che aveva tolto da Adamo, 



matrimonio. Mosè continua così ad esporre con 
maggiori particolari quanto avvenne nel sesto 
giorno della creazione, quando cioè Dio creò i 
due sessi (Cf. I, 27). Non è bene, ecc. Per na- 
tura l'uomo è un animale socievole, e Adamo fu 
creato acciò per mezzo di lui si propagasse 
V umana natura. Per raggiungere questo fine 
aveva bisogno di un aiuto, che avesse la sua 
stessa natura (simile a lui), e con lui potesse 
convivere in intima unione, e dar opera alla 
generazione. Si comprende quindi come Dio dica 
che non è bene che l'uomo sia solo. Né ciò con- 
traddice a S. Paolo (I Cor. Vii, 7), il quale 
afferma essere buona cosa l'astenersi dal matri- 
monio, poiché qui si parla di un bene relativo 
alla specie umana, e per un tempo, in cui il 
mondo non era ancora popolato, mentre invece 
l'Apostolo parla di un bene, che si riferisce al- 
l'individuo, e per un tempo in cui il mondo è 
popolato. Facciamogli, ecc. Nell'ebraico io gli 
farò un aiuto. Il senso non muta. Come alla 
creazione dell'uomo, così a quella della donna, 
Dio fa precedere una deliberazione. 

19. Avendo formati, ecc. Tale è pure il senso 
dell'ebraico, dal che si deduce che gli animali 
furono creati prima dell'uomo, come è detto al 
cap. I, e non già dopo, come pretendono i razio- 
nalisti, che qui si affermi. Dalla terra, si riferisce 
solo agli animali del campo. Li condusse, ecc. 
Qui non si tratta di una semplice visione, ma 
di un fatto reale esterno. Perchè vedesse, ecc. 
Considerando la varietà degli animali, che gli 
sfilavano davanti, Adamo doveva vedere quali 
fossero le qualità e le attitudini di ciascuno, 
quale utilità avrebbe potuto trarne, ecc., e quindi, 
come padrone, doveva imporre loro un nome 
corrispondente. L'autore sacro fa osservare che 
ogni nome imposto da Adamo è il vero nome, 
ossia corrisponde perfettamente alla natura dei 
diversi animali. L'ebraico però va tradotto : per- 
chè... qualunque nome ponesse Adamo a ciascun 
animale, esso fosse il suo nome. Dio volle che 
i nomi imposti da Adamo corrispondessero alle 
cose, il che suppone che Adamo fosse stato 
dotato di una scienza tutta speciale. I rettili e 
gli animali acquatici non furono condotti a 
Adamo, forse perchè tra essi non avrebbe po- 
tuto trovare un aiuto apprezzabile. 



20. A tutti gli animali. L'ebraico va tradotto : 
a tutti gli animali domestici. Le bestie della terra 
sono le fiere. Sono indicate le tre specie di 
animali già ricordate al cap. I, 24. Non si tro- 
vava, ecc. Adamo aveva bensì trovato nei diversi 
animali un qualche aiuto, ma non già tale che 
somigliassse a lui, vale a dire che corrispon- 
desse alle esigenze della sua natura, fosse dotato 
di ; anima ragionevole, e potesse intenderlo e 
amarlo e unirsi a lui per propagare la specie. 
Dio faceva così sentire ad Adamo l'isolamento 
ed eccitava in lui il desiderio di compagnia, che 
ben presto Egli avrebbe appagato. 

21-22. Sonno profondo e misterioso. Tale è 
il significato dell' ebraico corrispondente, che 
anche i LXX tradussero con estasi. Adamo però 
dovette conservare la pienezza della sua co- 
scienza, e vedere quanto Dio fece sopra di lui 
e intenderne il significato misterioso. Gli tolse 
una delle sue costole. Siccome Adamo doveva 
essere il principio di tutta la specie umana, Dio 
lo creò da principio con una costola di più, che 
poi gli tolse per fabbricare Eva. Altri pensano 
che al luogo di quella tolta, Dio ne abbia creata 
un'altra. Ne fabbricò, ecc. Il corpo di Eva non 
fu quindi tratto immediatamente dalla terra, e 
molto meno dal corpo di un animale, come 
vorrebbero gli evoluzionisti, ma fu formato con 
una costola di Adamo. La menò ad Adamo ri- 
scosso dal sonno estatico, affinchè egli vedesse 
come avesse a chiamarla (v. 19). Alcuni (Ori- 
gene, Caetano, Hummelauer, Hoberg, Schòpfer, 
Selbst, ecc.) hanno pensato che in questi ver- 
setti si narri semplicemente una visione, ma tale 
spiegazione è non solo contraria alle decisioni 
della Commissione Biblica, ma ancora all'inter- 
pretazione dei Santi Padri, e allo stesse contesto. 
Se infatti si trattasse di una sola visione, come 
mai Adamo avrebbe potuto affermare di Eva è 
osso delle mie ossa, ecc., ed è stata tratta dal- 
l'uomo? (v. 23). Come S. Paolo (I Cor. XI, S, 
12) avrebbe potuto dire che l'uomo non è dalla 
donna ma la donna dall'uomo ? (Cf. Hetzenauer, 
h. 1.; Vigouroux, M. B., t. I, pag. 286; Les 
Livres Saints et la critique rationaliste, 4* ed., 
t. IV, pag. 137 e ss.). 

Pure ammettendo il carattere storico della 
creazione di Eva, i Padri vi hanno veduto una 



J 



Genesi, II, 23 — III, 1 



81 



eam ad Adam. "Dixitque Adam : Hoc nunc, 
os ex óssibus meis, et caro de carne mea : 
haec vocàbitur Virago, quóniam de viro 
sumpta est. 24 Quamóbrem relinquet homo 
patrem suum, et matrem, et adhaerébit 
uxori suae : et erunt duo in carne una. 
- 5 Erat autem utérque nudus, Adam scilicet 
et uxor ejus : et non erubescébant. 



il Signore Iddio ne fabbricò una donna : e 
la menò ad Adamo. 23 E Adamo disse : Ecco 
adesso l 'osso delle mie ossa, e la carne della 
mia carne : ella avrà nome dall'uomo, pe- 
rocché è stata tratta dall'uomo. 24 Perciò 
l'uomo lascerà il suo padre, e la madre, e si 
unirà alla sua moglie : e i due saranno una 
sola carne. 25 0ra l'uno e l'altra, Adamo 
cioè, e la sua moglie, erano nudi : e non 
ne avevano vergogna. 



CAPO III. 



Tentazione e peccato di Adamo e di Eva, 1-7. - 
Eva scacciati dal paradiso terrestre, 21-24. 



La conda?ma, 8-20. — Ada?no ed 



J Sed et serpens erat callidior cunctis ani- 
màntibus terrae quae fécerat Dóminus Deus. 
Qui dixit ad mulierem : Cur praecépit vobis 



^ra il serpente era il più astuto di tutti 
gli animali della terra che il Signore Iddio 
aveva farti. Ed esso disse alla donna : perchè 



23 I Cor. XI, 9. 



24 Matth. XIX, 5; Marc. X, 7; Eph. V, 31 ; I Cor. VI, 16. 



figura profetica della Chiesa, uscita dal costato 
aperto di Gesù Cristo addormentato sopra la croce. 
Dice perciò Sant'Agostino (Serm. 328) : Adamo 
dorme affinchè sia formata Eva, Gesù Cristo 
muore, affinchè sia formata la Chiesa. A Gesù 
Cristo morto è traforato il costato, affinchè ne 
sgorghino i Sacramenti, pei quali si formi la 
Chiesa. Martini (Cf. Ephes. V, 22-23). 

Formando Eva dalla costa di Adamo, Dio ha 
voluto ancora indicare l'unità della specie umana 
(Sant'Agostino, De civ. Dei, XII, 21), l'intima 
unione che deve esistere tra l'uomo e la donna 
(Sant'Agost., ibid., 27) e per conseguenza l'in- 
dissolubilità del matrimonio (v. 24), e la sotto- 
missione che la donna deve all'uomo, e il ri- 
spetto che l'uomo deve alla donna. La donna 
non fu tratta dalla testa di Adamo acciò non 
si credesse a lui superiore, né fu tratta dai piedi 
acciò non venisse riguardata come serva o schiava, 
ma (ti formata della costa, acciò venisse ritenuta 
come compagna della vita. 

23. Adamo, ispirato da Dio (Conc. Trid., sess. 
XXIV, in princ), disse, ecc. Egli riconosce in 
Eva la sua compagna, e le impone il nome. Ecco 
adesso, ecc. L'ebraico va tradotto : Questa adesso, 
oppure finalmente (è) osso, ecc. Adamo allude 
agli animali che gli sfilarono davanti, e mentre 
allora non aveva trovato chi gli rassomigliasse, 
ora, pieno di gioia, riconosce in Eva una com- 
pagna degna di sé, e come un altro sé stesso. 
Siccome Eva era formata della costa dell'uomo, 
Adamo le impone un nome che indica questa sua 
origine. Avrà nome dall'uomo. L'ebraico va tra- 
dotto : si chiamerà uoma ('ishshah, femminile del 
maschile 'ish = uomo) perchè è stata tratta dal- 
l'uomo. Gli antichi latini avevano il nome vira 
(derivato da vir) per significare la sposa (Cf. 
Georges). Come è chiaro una tale denominazione 
sarebbe falsa, se veramente Eva non fosse stata 
tratta dalla costa di Adamo. 

24. Perciò, ossia per questo motivo che la 
donna fu creata per essere di aiuto all'uomo, 
l'uomo lascierà, ecc. Chi parla è ancora Adamo 



ispirato da Dio (Cf. Matt. XIX, 5 e Conc. Trid., 
1. cit.). Il suo sguardo profetico si estende al 
futuro, ed egli parla non solo del suo matri- 
monio, ma anche di quello dei suoi discendenti. 
Le sue parole vogliono dire che l'affetto che unirà 
l'uomo alla moglie sarà così forte da sciogliere 
anche i più intimi vincoli di sangue. L'uomo si 
staccherà dalla famiglia che Io ha generato e fon- 
derà un'altra famiglia. Saranno una sola carne, 
l'uno cioè avrà diritto sul corpo dell'altro in 
ordine al fine del matrimonio. Da queste parole 
Gesù Cristo mostrò l'indissolubilità del matri- 
monio (Cf. Matt. XIX, 5 e ss.; I Cor. VII, 3 
e ss.). E ancora da osservare che l'unione del- 
l'uomo colla donna è una figura dell'unione di 
Gesù Cristo colla Chiesa (Efes. V, 22 e ss.). In 
questi versetti, come è chiaro, si afferma l'origine 
divina del matrimonio. 

25. Non ne avevano vergogna, perchè fino 
allora non esisteva alcun contrasto e alcuna lotta 
tra l'uomo interiore e l'esteriore, tra lo spirito 
e la carne. L'uomo era stato creato da Dio nello 
stato di giustizia originale e di integrità, egli 
perciò aveva ricevuto non solo la grazia santi- 
ficante, ma ancora una scienza conveniente, il 
dominio sugli animali, la perfetta sottomissione 
della parte inferiore alla superiore, ed era stato 
posto in una condizione che avrebbe potuto non 
andar soggetto al patire e alla morte. Dio gli 
aveva inoltre preparato un amenissimo soggiorno 
in cui avrebbe potuto trascorrere ì suoi giorni 
senza ombra di dolore, ecc. Per sentenza comune 
dei Padri e dei Teologi, questo stato di felicità 
durò pochissimo tempo, e tosto sopravvenne il 
peccato. 

CAPO III. 

1. Nei versetti 1-7 si descrivono la tentazione 
e i! peccato dei nostri progenitori. 

Il serpente (anche nell'ebraico vi è l'articolo 
determinativo) vero e reate, che Dio aveva creato. 
Questo serpente era però lo strumento di uno 



6 Sacra Bibbia, voi. III. 



82 



Genesi, III, 2-6 



Deus ut non comederétis de omni Ugno pa- 
radisi? 2 Cui respóndit mulier : De fructu li- 
gnórum, quae sunt in paradiso, véscimur : 
3 De fructu vero ligni, quod est in mèdio 
paradisi, praecépit nobis Deus ne comede- 
rémus, et ne tangerémus illud, ne forte mo- 
riàmur. 4 Dixit autem serpens ad mulierem : 
Nequàquam morte moriémini. 5 Scit enim 
Deus quod in quocùmque die comedéritis 
ex eo, aperiéntur óculi vestri : et éritis 
sicut dii, sciéntes bonum et malum. 

c Vidit igitur mulier quod bonum esset 
lignum ad vescéndum, et pulcrum óculis, 



Dio vi ha comandato di non mangiare del 
frutto di tutte le piante del paradiso? 2 La 
donna gli rispose : Noi mangiamo del frutto 
delle piante, che sono nel paradiso. 3 Ma del 
frutto dell'albero, che è nel mezzo del para- 
diso, Dio ci ordinò di non mangiarne, e di 
non toccarlo, affinchè per disgrazia non mo- 
riamo. 4 Ma il serpente disse alla donna : 
Voi non morrete punto. 5 Ma Dio sa, che in 
qualunque giorno ne mangerete, si apri- 
ranno i vostri occhi : e sarete come Dei, 
avendo conoscenza del bene e del male. 

6 Vide adunque la donna, che il frutto del- 
l'albero era buono a mangiare, e bello a 



4 II Cor. XI, 3. c Eccli. XXV, 33; I Tira. II, 14. 



spirito malvagio, chiamato Satana, o serpente 
antico (Apoc. XII, 9), del quale è scritto che è 
il padre della menzogna, e che fu omicida fin 
da principio (Giov. VIII, 44), e che per la sua 
invidia la morte entrò nel mondo (Sap. IJ, 24). 
Qui si suppone manifestamente la caduta degli 
angeli ribelli, benché di essa Mosè non parli in 
modo esplicito. Satana si sforzò e riuscì a tra- 
scinare l'uomo nella ribellione a Dio. Tutto il 
racconto è storico, e va rigettata l'interpretazione 
allegorica o mitica di Origene, Clemente A., Cae- 
tano, Iahn, Lagrange, ecc. Ved. Introduzione. — 
Astuto, >in cattivo senso (Cf. II Cor. XI, 3). 
L'astuzia o la prudenza del serpente erano pro- 
verbiali (Cf. Matt. X, 16). Siccome nell'uomo 
innocente non vi erano passioni disordinate, la 
tentazione non poteva provenire che dall'esterno. 
Disse alla donna, come a colei che era più debole 
e più facile ad essere sedotta. Sentendosi pro- 
tetta da Dio, Eva non aveva alcun timore del 
serpente, e dotata come era di tanta scienza, do- 
vette subito comprendere che chi le parlava a 
quel modo non poteva essere che uno spirito. 
Perchè Dio vi ha comandato di non, ecc., ossia 
perchè Dio non vi ha permesso di mangiare 
indistintamente di tutti i cibi? Perchè ha posto 
un limite alla vostra libertà? Nell'ebraico si 
le^ge : Dio vi ha veramente comandato di non 
mangiare, ecc. Possibile che abbia limitata la 
vostra libertà? I frutti non sono essi tutti buoni? 
Il testo originale potrebbe anche tradursi : Dio 
vi ha veramente detto: non mangerete del frutto 
di alcun albero ? Secondo la prima traduzione il 
demonio cerca di rivocare in dubbio e rendere 
odioso il precetto esagerandone l'estensione ; se- 
condo l'altra, egli mentirebbe sfacciatamente. Sen- 
tendo rivocare in dubbio la bontà e la giustizia 
di Dio, Eva avrebbe potuto e dovuto riconoscere 
il demonio, e subito allontanarsi, essa invece non 
vi pose mente, e cominciò a compiacersi della 
propria indipendenza, e ascoltò volentieri le pa- 
role del serpente. 

2-3. Mangiamo, ecc. Rispondendo al demonio 
Eva stabilisce dapprima la verità del fatto, di- 
cendo che possono mangiare di tutti i frutti, uno 
6olo eccettuato; ma a sua volta esagera il pre- 
cetto aggiungendo : di non toccarlo, e attenua la 
pena minacciata omettendo in qualunque giorno 
e certamente (Cf. II, 17). Per disgrazia (lat. forte) 
manca nell'ebraico. Ad ogni modo la frase anche 



come è nella Volgata, non esprime un dubbio 
<Cf. Matt. IV, 7; V, 25). Eva aveva presente alla 
mente non solo il precetto, ma anche la pena 
minacciata. 

4-5. Il demonio passa ad accusare Dio di men- 
zogna e di invidia. Non morrete... Dio sa, ecc. 
Tale proposizione non avrebbe potuto trovar cre- 
denza nella donna se in essa non fosse già 
entrato l'amore della propria libertà, e una su- 
perba presunzione di sé stessa. Si apriranno i 
vostri occhi, metafora per dire vedrete ciò che 
adesso non vedete, acquisterete cioè una scienza 
più perfetta di quella che avete. Sarete come 
Dei (V ebraico Elohim andrebbe piuttosto tra- 
dotto col singolare Dio), ossia sarete più simili 
a Dio di quello che ora siate, perchè conoscerete 
il, bene e il male, il vero e il falso, ecc. Dio aveva 
chiamato l'albero vietato (II, 17) l'albero della 
scienza del bene e del male, e quindi il de- 
monio lo accusa di aver proibito ai nostri proge- 
nitori di mangiarne per invidia, vale a dire af- 
finchè non acquistassero, mangiandone, una cogni- 
zione più profonda. 

6. Entrato il disordine nell'anima, la concu- 
piscenza comincia a far sentire i suoi effetti. Eva, 
che altre volre aveva veduto quel frutto senza 
essere commossa, ora comincia a riguardarlo con 
disordine, ne considera la bontà e la bellezza 
con crescente passione, finché cede miserabil- 
mente. Gradevole all'aspetto. Neil' ebraico si 
legge : desiderabile per avere intelletto, e si 
allude alla promessa del demonio che il mangiare 
del frutto avrebbe dato la scienza. Colse e man- 
giò. Il peccato è consumato, la ribellione è com- 
piuta. Eva non si contentò di questo, ma ne 
diede al suo marito (nell'ebraico si aggiunge : 
che era con lei, ossia, di cui essa era com- 
pagna) il quale ne mangiò. (Nei LXX si legge : 
e ne mangiarono Adamo, cioè, ed Eva). Adamo 
non fu sedotto come Eva dal serpente (I Tim. II, 
14), né credette alle parole di lui, ma non ebbe 
il coraggio, che pure avrebbe potuto e dovuto 
avere, di resistere all'esempio e alle lusinghe 
della sua compagna, e cedette cadendo misera- 
mente. Anche Adamo però non avrebbe così 
apertamente violato il comando ricevuto, se prima 
nel suo interno non avesse cominciato a nutrire 
moti di compiacenza di sé stesso, e di superbia, 
per cui volle sottrarsi al comando di Dio ed 






Genesi, III, 7-13 



83 



aspectuque delectàbile : et tulit de fructu 
illius, et comédit : deditque viro suo, qui 
comédit. 7 Et apèrti sunt óculi ambórum : 
cumque cognovissent se esse nudos, con- 
suérunt fólia ficus, et fecérunt sibi peri- 
zómata. 

s Et cum audissent vocem Dòmini Dei 
deambulàntis in paradiso ad auram post me- 
ridiem, abscóndit se Adam et uxor ejus a 
fàcie Dòmini Dei in mèdio Ugni paradisi. 
9 Vocavitque Dóminus Deus Adam, et dixit 
ei : Ubi es? 10 Qui ait : Vocem tuam audivi 
in paradiso : et timui, eo quod nudus es- 
sem, et abscóndi me. "Cui dixit : Quis 
enim indicàvit tibi quod nudus esses, nisi 
quod ex ligno, de quo praecéperam tibi ne 
coméderes, comedisti ? 



12 Dixitque Adam : Mùlier, quam dedisti 
mihi sóciam, dedit mihi de ligno, et comèdi. 
13 Et dixit Dóminus Deus ad mulierem : 
Quare hoc fecisti ? Quae respóndit : Ser- 



vedere, e gradevole all'aspetto : e colse del 
frutto, e ne mangiò : e ne diede al suo ma- 
rito, il quale ne mangiò. 7 E si apersero gli 
occhi ad ambedue : ed avendo conosciuto, 
che erano nudi, intrecciarono delle foglie di 
fico, e se ne fecero delle cinture. 

8 E avendo udita la voce del Signore Iddio, 
che camminava nel paradiso al tempo della 
brezza del pomeriggio, Adamo con la sua 
moglie si nascose dal cospetto del Signore 
Iddio in mezzo agli alberi del paradiso. 9 E 
il Signore Iddio chiamò Adamo, e gli disse : 
Dove sei? 10 Ed egli rispose: Ho udito la 
tua voce nel paradiso ed ho avuto timore, 
perchè io era nudo, e mi sono nascosto. 
11 A cui disse Dio : Ma e chi ti fece cono- 
scere, che eri nudo, se non l'aver mangiato 
del frutto, del quale io ti aveva comandato 
di non mangiare? 

I2 Adamo disse : La donna che mi desti 
per compagna, mi ha dato del frutto, e io 
l'ho mangiato. 13 E il Signore Dio disse alla 
donna : Perchè facesti tal cosa ? Ed ella 



essere a lui uguale (Cf. Sant'Agostino, De civ. 
Dei, XIV, 13, ecc.). Da ciò si deduce che il primo 
peccato dell'uomo fu la superbia (Eccli. X, 14; 
Cf. S. Tom., II, II ae , q. 163, a. 1). Questo pec- 
cato fu gravissimo non tanto da parte dell'og- 
getto, quanto piuttosto a ragione delle circo- 
stanze, se cioè si considerano lo stato di retti- 
tudine e di perfezione in cui Adamo ed Eva si 
trovavano, la facilità con cui il precetto poteva 
essere osservato, la solennità e la severità con 
cui Dio l'aveva intimato e sanzionato, e final- 
mente le conseguenze che dovevano derivarne. 
E infatti verità di fede che Adamo peccando recò 
nocumento non solo a sé stesso, ma ancora a 
tutti i suoi discendenti (Cf. Rom. V, 12-19 e 
Conc. Trid., sess. VI, can. 2). 

Nella caduta dei nostri progenitori si ha un 
esempio delie arti che i! demonio in ogni tempo 
usa per trascinare gli uomini al peccato, e della 
maniera con cui Dio permette che i peccati se- 
guenti siano pena dei precedenti. 

7. Si apersero gli occhi in modo ben diverso 
però da quel, che aveva promesso il serpente 
(v. 4). Adamo ed Eva conobbero il bene che 
avevano perduto, perdendo Dio e la sua graz ; a, 
e conobbero pure ff male, in cui erano precipitati, 
e sentirono tosto la loro anima agitata dalle più 
violenti e ribelli passioni. Spogliati della grazia 
e della giustizia originale, sperimentarono i primi 
frutti della ribellione delia carne contro lo spi- 
rito (conobbero di essere nudi), e ne ebbero 
vergogna, e non avendo rimedio per togliere il 
m8le, cercarono di nasconderlo intrecciando foglie 
di fico e facendosene delle cinture. Fico. L'e- 
braico corrispondente indica sempre il fico ordi- 
nario, e non già la così detta musa paradisiaca. 

8. Nei versetti 8-20 si descrive il castigo in- 
flitto ai nostri progenitori, e si annunzia il futuro 
riparatore. Avendo udito, ecc. Nei giorni del- 
l'innocenza Dio soleva comparire verso sera in 



forma visibile ai nostri progenitori, e trattenersi 
famigliarmente con essa. Né ciò deve recare me- 
raviglia, quando si pensi che Dio usa tanta con- 
discendenza coll'uomo peccatore, da dargli in 
cibo e bevanda la sua carne e il suo sangue. La 
voce che li chiamava. L'ebraico corrispondente 
potrebbe tradursi meglio con il rumore. Dal ru- 
more dei passi che sentivano, Adamo ed Eva 
subito conobbero che era Dio che si avvicinava. 
Mentre però prima del peccato gli andavano in- 
contro come ad amico, adesso invece si sentono 
pieni di timore, e corrono a nascondersi, mo- 
strando con ciò che è rotta la loro amicizia con 
Dio, e che il loro intelletto è già ottenebrato. 
Al tempo della brezza, cioè verso sera, quando 
cioè in Oriente si leva un lieve venticello, e 
tutto invita a godere lo spettacolo della natura. 
Benché l'uomo abbia abbandonato Dio, Dio non 
abbandona l'uomo. 

9-13. Dio interroga Adamo ed Eva sul male 
fatto, ma essi, pur confessando la loro colpa, 
cercano di scusarsi. Dove sei, ossia in quale 
stato ti trovi, perchè non mi vieni incontro? Le 
parole di Dio sono un rimprovero. Adamo con- 
fessa di essere nudo, e quindi implicitamente di 
essere colpevole, ma si scusa. Chi ti fece cono- 
scere, ecc. Dio vuole la confessione esplicita 
della colpa. Anche prima Adamo era nudo, e tut- 
tavia non aveva alcun timore. Che se ora sente 
gli stimoli della concupiscenza, si è perchè ha 
peccato. La donna che mi hai data, ecc.. Adamo 
confessa finalmente il suo fallo, ma ne rigetta la 
colpa su Eva, e quasi su Dio stesso che gliel'ha 
data per compagna. Anche Eva confessa esplici- 
tamente il suo fallo, ma ne dà la colpa al ser- 
pente. L'esempio di Adamo e di Eva è imitato 
dai loro discendenti, i quali bene spesso invece 
di confessare umilmente i loro peccati e doman- 
darne perdono, cercano 6cuse e pretesti per 
diminuirli e nasconderli. 



84 



Genesi, III, 14-15 



pens decépit me, et comèdi. "Et ait Dó- 
minus Deus ad serpéntem : Quia fecisti 
hoc, malèdictus es inter omnia animàntia et 
béstias 'errae : super pectus tuum gradiéris, 
et terram cómedes cunctis diébus vitae tuae. 
'• s Inimicitias ponam inter te et mulierem, et 
scmen tuum et semen illius : ipsa cónteret 
caput tuum, et tu insidiàberis calcàneo ejus. 



rispose : Il serpente mi ha sedotta, ed io 
ho mangiato. l *E i! Signore Dio disse al 
serpente : Perchè tu hai fatto questo, ma- 
ledetto sei tra tutti gli animali, e le bestie 
della terra : tu camminerai sul tuo ventre, 
e mangerai terra tutti i giorni di tua vita. 
ls Porrò inimicizia fra te e la donna, e fra 
il tuo seme e il seme di lei. Essa schiac- 
cierà la tua testa, e tu insidierai al calcagno 
di lei. 



14. Dio pronunzia la sentenza seguendo l'or- 
dine del peccato, cominciando cioè dal serpente 
(14-15), e poi passando alla donna (16) e final- 
mente all'uomo (17-19). Disse al serpente. Ben- 
ché la maledizione di Dio cada direttamente sul 
serpente materiale, colpisce però principalmente 
il demonio, di cui il serpente materiale era sem- 
plice strumento. Dio fa come un buon padre, che 
non solo punisce l'uccisore del suo figlio, ma 
spezza ancora il pugnale omicida. Hai fatto que- 
sto, hai cioè sedotta la donna. Sei maledetto tra 
tutti, ossia più che tutti, gli animali (ebr. animali 
domestici) e le bestie della terra (ebr. fiere del 
campo). Tutte le creature sono soggette alla 
maledizione (Rom. VII!, 20-22), ma niun animale 
lo è più del serpente, e più di esso ispira ri- 
brezzo all'uomo. Camminerai, ossia striscierai, sul 
tuo ventre per terra, e quindi, mangiando il tuo 
cibo, mangierai ancora la terra per tutta la tua vita. 
Non è da credere che prima il serpente cammi- 
nasse coi piedi, ma Dio dopo il peccato rivolse 
in pena e castigo quella condizione di cose, che 
prima rientrava nell'ordine della natura. Queste 
parole però (striscierai, mangierai, ecc.) applicate 
in senso traslato al demonio indicano che egli 
sarà profondamente umiliato. (Che tali frasi ab- 
biano questo senso si deduce da Mieli. VII, 16 
e ss.; Is. XLIX, 23; Salm. LXXI, 9 e anche dalle 
Lettere di Teli. Amarna L., XLII, 35. Cf. Hetze- 
nauer, h. 1.). Egli infatti vide distrutto il suo 
regno; e l'uomo trascinato nella ribellione a Dio 
sarà redento col sangue di Gesù Cristo, e andrà 
a sedersi nel cielo, e Dio ne avrà una gloria 
molto maggiore di quella che il demonio ha 
voluto rapirgli. 

15. Questo versetto con ragione viene ch'a- 
mato il protovangelo, poiché contiene la prima 
promessa del futuro Liberatore. La tradizione 
cristiana e giudaica è infatti unanime nel ricono- 
scere che qui si parla del Messia, ed è ancora 
da notare, come nell'atto stesso in cui Dio con- 
danna l'uomo prevaricatore, promette a nostra 
consolazione un nuove Adamo, il quale riparerà 
tutti i danni che il primo Adamo ha causati colla 
sua disubbidienza (Cf. Rom. V, 15 e ss.). In 
relazione al serpente materiale Dio annunzia che 
vi arà perpetro odio tra esso e la donna, la 
posterità dell'uno e la posterità dell'altra, e che 
la donna e i suoi figliuoli schiaccieranno quando 
che sia la testa al serpente, mentre questi colla 
sua astuzia cercherà di mordere il calcagno di lei. 
Le parole di Dio hanno però un senso più sublime 
e principalmente inteso dallo Spirito Santo, e an- 
nunziano al demonio, antico serpente, esultante per 
la vittoria riportata sull'uomo, che esso andrà pie- 
namente disfatto, e che una donna, novella Eva, 
per mezzo del suo Figliuolo gli schiaccierà com- 
pletamente la testa. 



Porrò inimicizia. In luogo della breve ami- 
cizia o consenso di volontà, che vi è stato fra 
te ed Eva, io porrò un odio profondo e un per- 
petuo dissenso di volontà fra te e la donna, fra 
il tuo seme e il seme di lei. Le parole di Dio 
sono principalmente dirette al demonio nascosto 
nel serpente. La donna che sarà così opposta al 
serpente non può essere Eva, ma è Maria San- 
tissima, come già pensavano i Padri S. Giustino, 
Sant'Irineo, S. Cipriano, ecc. (Vedi i testi presso 
Lamy, h. 1.). Seme del serpente sono tutti gli 
angeli perversi, i quali seguirono Lucifero nella 
ribellione contro Dio. Altri pensano che si deb- 
bano inchiudere anche gli uomini peccatori, ma 
ciò non ci sembra probabile. Seme della donna 
non possono essere i semplici figliuoli di Eva, 
i quali furono ben lungi dall'essere sempre op- 
posti al demonio, ma è solo Gesù Cristo, il 
quale, essendo stato concepito senza concorso di 
uomo, può essere chiamato per eccellenza seme 
della donna (Cf. Gal. IV, 4; Lue. I, 26 e ss.) e 
per di più schiacciò veramente il capo al ser- 
pente. Si osservi che tra la donna e il serpente 
viene annunziato lo stesso odio che tra il seme 
dell'uno e il seme dell'altra; e perciò se tra 
Gesù Cristo e il demonio vi fu tale opposizione 
che escluse qualsiasi anche minima connivenza 
tra l'uno e l'altro, si dovrà dire che simile oppo- 
sizione sia pure esistita tra la donna e il serpente, 
il che senza dubbio non sarebbe stato qualora 
Maria Santissima per i meriti di Gesù Cristo non 
fosse stata preservata immune non solo da ogni 
colpa attuale, ma anche dalla colpa originale 
(Cf. Bolla Ineffabilis Deus; Hetzenauer, h. 1. ; 
Theologia Biblica, voi. I, pag. 554 e ss.). 

Essa. Nell'ebraico vi è il pronome maschile 
esso (liu), che si riferisce a seme della donna. 
Anche il verbo schiaccerà è alla forma maschile, 
e così pure è maschile il suffisso (ebr. ennu = 
di lui) unito alla parola calcagno. D'altronde 
anche il testo Samaritano (hu), i LXX (aizóq), 
l'itala (ipse), la vers ; one siriaca (istud) mo- 
strano chiaramente che questo pronome va rife- 
rito a Gesù Cristo, seme della donna. Hoberg e 
Vercellone pensano quindi che S. Gerolamo abbia 
tradotto coll'antica itala ipse, ma che poi qualche 
amanuense, vedendo che mancava la concordanza, 
abbia sostituito ipsa. Altri però (Cf. Humme- 
lauer, h. 1.) pensano che S. Gerolamo stesso 
abbia tradotto ipsa. La questione non ha grande 
importanza, poiché sia la lezione della Volgata 
latina, sia la lezione del testo ebraico, per il 
senso si accordano perfettamente. L'una e l'altra 
infatti annunziano la vittoria definitiva del Re- 
dentore sul demonio; mentre però il testo ebraico 
mette in maggior evidenza l'azione di Gesù Cri- 
sto, la Volgata mette in maggior evidenza l'azione 
di Maria Santissima, che con Gesù ha cooperato 



Genesi, III, 16-19 



85 



16 Mulieri quoque dixit : Multiplicàbo 
aerùmnas tuas, et concéptus tuos : in do- 
lóre pàries filios, et sub viri potestàte eris, 
et ipse dominàbitur tui. 

17 Adae vero dixit : Quia audisti vocem 
uxóris tuae, et comedisti de Ugno, ex quo 
praecéperam tibi ne coméderes, maledicta 
terra in opere tuo : in labóribus cómedes ex 
ea cunctis diébus vitae tuae. 18 Spinas et tri- 
bulos germinàbit tibi, et cómedes herbam 
terrae. 19 In sudóre vultus tui vescéris pane, 
donec revertàris in terram de qua sumptus 
es : quia pulvis es, et in pùiverem rever- 
téris. 



16 E disse pure alla donna : Io moltipli- 
cherò i tuoi affanni, e le tue gravidanze : 
partorirai con dolore i figliuoli, e sarai sotto 
la potestà del marito, ed egli ti dominerà. 

17 E ad Adamo disse : Perchè hai ascol- 
tata la voce della tua moglie, e hai man- 
giato del frutto, del quale io ti aveva co- 
mandato di non mangiare, maledetta la terra 
per quello che hai fatto : da essa con grandi 
fatiche trarrai il nutrimento per tutti i giorni 
della tua vita. 18 Essa ti produrrà spine e 
triboli, e tu mangerai l'erba della terra. 
19 Mangerai il pane col sudore del tuo volto, 
fino a che tu ritorni alla terra, dalla qual« 
sei stato tratto : perocché tu sei polvere, 
e in polvere tornerai. 



16 I Cor. XIV, 34. 



alla redenzione del mondo. Ad ogni modo è certo 
che se Maria Sanissima ha schiacciato il capo del 
serpente, lo ha schiacciato per mezzo del suo 
Figliuolo Gesù, il quale è il vero debellatore e 
trionfatore di Satana, e se essa fu preservata 
dalla colpa di origine lo fu per i meriti di Gesù 
Cristo morto sulla croce. Schiaccierà la tua testa, 
ossia ti vincerà pienamente riducendoti all'im- 
potenza e all'impossibilità di nuocere (Cf. Salm. 
LXVII, 22; CIX, 6, ecc.). — Tenderai insidie. 
Nell'ebraico vi è lo stesso v<;rbo, che preceden- 
temente fu tradotto, schiacciare. Il contesto però 
esige che qui venga tradotto morderai, o ferirai 
il suo calcagno. Il serDente, strisciando per terra, 
può insidiare e mordere il calcagno dell'uomo, 
ma l'uomo, che cammina diritto, può ad esso 
schiacciare la testa. Applicate a Gesù Cristo queste 
parole significano che Egli vincerà il demonio 
colla debolezza e l'infermità della natura umana 
assunta. Il calcagno significa appunto la natura 
umana. Il Demonio per mezzo dei suoi ministri 
farà mettere a morte Gesù Cristo, ma la morte 
di Gesù Cristo sarà la sconfitta del demonio e 
la liberazione dell'uomo (Cf. Os. XIII, 14; Giov. 
XII, 31 ; Coloss. II, 15; ' Giov. Ili, 8). Con Gesù 
Cristo e per mezzo di Gesù Cristo, anche il 
genere umano vincerà il demonio schiacciandogli 
il capo (Ved. Rom. XVI, 20). 

16. La donna non solo sarà partecipe del 
castigo inflitto a Adamo (\1 !9J, ma riceverà an- 
cora un castigo speciale, analogo alle condizioni 
della sua esistenza; e ciò perchè fu la prima 
a peccare, e trasse ancora Adamo al peccato. 
Moltiplicherò (ebr. moltiplicherò grandemente), i 
tuoi affanni e le tue gravidanze, ossia i dolori e 
le miserie che vanno congiunte coli . gravidanza, 
partorirai con dolore, ecc. Dopo essere stata pu- 
nita nella sua qualità di madre, viene punita 
nella sua qualità di sposa : sarai sotto la potestà... 
ti dominerà. La potestà dell'uomo sulla donna si 
fece sentire in modo così terribile presso I popoli 
pagani. Essa era riguardata come una schiava, 
e lo è ancora là dove non è penetrato il cristia- 
nesimo (Cf. I Tim. II, 11 e ss.). Invece di sarai 
sotto la potestà del marito, nell'ebraico si legge : 
il tuo desiderio si porterà verso il tuo marito, 
espressione un po' oscura, che può significare 



o che la donna desidera unirsi al marito, oppure 
che i suoi desiderii dipendono dal marito, a cui 
essa deve obbedire. I LXX hanno tradotto : tu 
ti rivolgerai al tuo marito, come per ricevere or- 
dini (Cf. Alapide, h. 1.; Selbst, h. 1.). I dolori 
della donna sono non solo un castigo, ma an- 
cora un mezzo di purificazione. 

17. La sentenza contro Adamo si apre con 
alcune considerazioni, che fanno risaltare la gra- 
vezza della sua colpa. Invece di ascoltare la voce 
di Dio, ha ascoltata la voce di una donna ; ha 
voltato le spalle a Dio per non disgustare Eva. 
Maledetta, ecc. Dio non maledice direttamente 
l'uomo, ma la terra, la quale non produrrà più 
frutti senza il lavoro faticoso dell'uomo. Per 
quello che hai fatto, cioè per il tuo peccato. Tale 
è il senso delle parole in opere tuo, come consta 
dall'ebraico e dalle altre versioni. La sterilità 
della terra farà comprendere all'uomo lo stato 
miserabile, a cui si è ridotto col peccato. Con 
fatiche, ecc., in opposizione al mangiò del ver- 
setto 14. 

18. Ti produrrà, ecc. Benché lavorata, la terra 
si mostrerà ingrata alle tue fatiche, e ti produrrà 
spine o rovi, e triboli, ossia cardi selvatici. Man- 
derai l'erba, vale a dire i legumi, i cereali, che 
la terra produrrà mediante il tuo lavoro. 

IP. Sudore del volto, effetto e segno di un 
lavoro faticoso. Dio intima la legge del lavoro, 
e condanna 1' ozio e 1' infingardaggine (Cf. II 
Tess. III, 10). Anche senza il peccato l'uomo 
avrebbe dovuto lavorare (II, 15), ma il lavoro 
non sarebbe stato congiunto colla fatica e col 
dolore. Fino a che ritorni, ecc., ossia per tutta 
la vita. Dio infligge ad Adamo e ai suoi discen- 
denti il castigo minacciato (II. : iveva 
creato l'uomo in tale condizione che se avesse 
obbedito non sarebbe andato soggetto alla morte. 
L'uomo cadde, e allora la legge della dissolu- 
zione cominciò a compiere l'opera sua sul corpo 
umano, per modo che ogni uomo che nasce va 
ancora incontro alla morte. E però da osservare 
che il lavoro e la morte, benché castigo del pec- 
cato, sono ancora un mezzo per fare penitenza 
e fuggire il peccato (Ved. n. Rom. V, 12 e 



8ò 



Genesi, III, 20-24 



20 Et vocàvit Adam nomen uxóris suae, 
Heva : eo quod mater esset cunctórum vi- 
véntium. 21 Fecit quoque Dóminus Deus 
Adae et uxòri ejus tùnicas pelliceas, et in- 
duit eos : "Et ait : Ecce Adam, quasi unus 
ex nobis factus est, sciens bonum et malum : 
nunc ergo ne forte mittat manum suam, et 
sumat étiam de Ugno vitae, et cómedat, et 
vivat in aetérnum. 



2 Et emisit eum Dóminus Deus de para- 
diso voluptàtis, ut operarétur terram de qua 
sumptus est. 2J Ejecitque Adam : et collo- 
càvit ante paradisum voluptàtis Chérubim. 
et flammeum glàdium atque versàtilem, ad 
custodiéndam viam ligni vitae. 



20 E Adamo pose alla sua moglie il nome 
di Eva, perchè ella era la madre di tutti i 
viventi. 21 E il Signore Iddio fece ancora ad 
Adamo e alla sua moglie delle tonache di 
pelle, e li vestì : 22 e disse : Ecco che 
Adamo è diventato come uno di noi, cono- 
scitore del bene e del male : ora adunque 
(impediamogli) che a sorte non stenda la 
sua mano, e colga anche dall'albero della 
vita, e ne mangi, e viva in eterno. 

23 E il Signore Iddio lo mandò fuori del 
paradiso di delizie, affinchè lavorasse la 
terra, da cui era stato tratto. 24 E scacciò 
Adamo, e pose dei Cherubini davanti al 
paradiso di delizie con una spada fiammeg- 
giante, che si vibrava in giro, per custo- 
dire la via dell'albero della vita. 



20. Eva, dall'ebraico havvah, che significa vita. 
Questo nome, che a prima vista sembrerebbe 
un'ironia, è invece l'espressione di un atto di 
fede. Adamo aveva udito la sentenza di morte 
pronunziata da Dio contro di lui e la sua con- 
sorte, ma aveva presente la promessa di vittoria 
fatta al seme della donna, e quindi tenne per 
certo che, non ostante il peccato, l'umana na- 
tura non sarebbe andata distrutta, ma Eva avrebbe 
dato a lui figli e figlie. Si osservi che se Gesù 
Cristo è il nuovo Adamo, si può ancora dire che 
la nuova Eva è Maria Santissima, la quale per 
conseguenza con molta maggior ragione di Eva 
può essere chiamata madre dei viventi. 

21-24. Adamo ed Eva vengono scacciati dal 
paradiso terrestre. — Fece ancora, ossia proba- 
bilmente insegnò loro a farsi delle tonache di 
pelle di animali, le quali più che le foglie di 
fico valevano a coprire la loro nudità e a difen- 
derli dalle intemperie. — Le vesti fatte con pelli 
di animali morti, dovevano ricordare all'uomo, 
che egli era condannato a morte. Pensano alcuni 
che Dio avesse prima comandato ad Adamo di 
fare un sacrifizio di animali, per mezzo del quale 
protestasse la sua fede nel Messia promesso, ma- 
nifestasse esternamente il suo pentimento per il 
msle fatto e ricuperasse così la grazia perduta, 
ma non già gii altri doni (Cf. Hummelauer, h. 1. ; 
Zschokke, op. cit., pag. 19). 

22-23. E disse il Signore Iddio. £ diventato 
come uno di noi. Non vi ha dubbio che qui si 
allude al mistero della Santissima Trinità, come 
ammettono quasi tutti gli esegeti e i teologi cat- 
tolici (Cf. Hummelauer, Hoberg, Selbst, Hetze- 
nauer, Lamy, ecc. Ved. n. I, 26). E diffìcile non 
vedere nelle r ar °le di Dio una terribile ironia. 
Adamo ha voluto essere simile a Dio, ed eccolo 
simile all'angelo decaduto, spogliato della gra- 
zia, ecc., ha voluto conoscere il bene e il male, 
ed eccolo agitato dalla concupiscenza. L'umilia- 
zione e la confusione che Adamo doveva provare 
a queste parole facevano parte della sua peni- 
tenza. Impediamogli. Questo verbo in parentesi, 
fu aggiunto per maggior chiarezza, altrimenti il 
senso del versetto rimane sospeso. Si potrebbe 
anche spiegare : Ora adunque (scacciamolo dal 
paradiso) affinchè non, ecc. Xon stenda, ecc. 
Adamo aveva stesa la mano e mangiato dell'albero 
della scienza, e siccome Dio aveva stabilito che 



l'albero della vita desse l'immortalità (II, 9), vi 
era a temere che Adamo stendesse la sua mano 
anche a questo secondo albero, e quindi Dio 
volle impedirgli ciò, scacciandolo dal paradiso. 
Da quanto è detto in questo versetto si può 
forse arguire che sino allora Adamo non avesse 
mangiato dì questo albero. Mandò fuori, ossia 
comandò 8d Adamo di uscire dal paradiso. 

24. Scacciò. Questo verbo indica che Adamo 
non di propria volontà si partì dal paradiso. 
Davanti al paradiso di delizie. Nell'ebraico si 
ha : a oriente del giardino di Eden. Adamo non 
seppe custodire il giardino (II, 15); Dio pone 
altri custodi che ne tengano lontano lo stesso 
Adamo. Dei Cherubini. Con questo nome viene 
indicata una classe di angeli (ottava) che circon- 
dano il trono di Dio (Ezech. 1, 22; X, 1). Di essi 
si parla spesso nella Scrittura (Cf. p. es. Salm. 
XVII, 11; LXXIX, 2; XCVIII, 1, ecc.) e le loro 
immagini si trovavano nel tempio e sopra il pro- 
piziatorio (Esod. XXV, 1S; XXVI, 1; XXXVII, 
7 e ss., ecc.). L'etimologia del nome è incerta, 
ma un ricordo di essi può forse vedersi nei 
Kirubi assiri, specie di tori alati dalla faccia 
di uomo, che sorgevano all'entrata dei grandi 
palazzi di Ninive; e nei genii alati che si vedono 
spesso scolpiti ai due lati dell'albero sacro nei 
monumenti assiri (Cf . Vigouroux, La Bible et les 
découv. mod., t. I, pag. 283, edit. 6*; Dict. Bib., 
Cherubin ; Hagen, Lex, Bib. Cherub., ecc.). — 
Con una spada fiammeggiante, ecc. Il testo parla 
di più Cherubini e di una sola spada. La natura 
di questa non può essere ben precisata. Nei 
monumenti assiri il Dio Bel è rappresentato con 
in mano la folgore, la quale nei testi cuneiformi 
viene chiamata spada di fuoco. Può essere quindi 
che anche qui si tratti della folgore, e che di essa 
Dio abbia armato i suoi Cherubini, i quali dove- 
vano comparire sotto qualche forma sensibile, 
forse l'umana. Custodire la via. La felicità pri- 
mitiva ornai è perduta per sempre; l'uomo non 
potrà tornare alla sua patria, se non per la via 
dell'espiazione e della penitenza (Cf. Sap. X, 1 
e ss.; Lue. XXIII, 43; Ebr. XI, 14). 

Anche nelle mitologie di parecchi antichi po- 
poli si trovano delle narrazioni che hanno una 
certa affinità con quanto ci viene insegnato nella 
Scrittura. Così presso i Babilonesi gli uomini 
sono formati di fango bagnato con sangue divino, 



Genesi, IV, 1-5 



87 



CAPO IV. 
Caino ed Abele, i-i6.— Discendenti di Caino, 17-24. — Seth e la sita discendeyiza, 25-26. 



^dam vero cognóvit uxórem suam He- 
vam : quae concépit et péperit Cain, di- 
cens : Possédi hominem per Deum. 2 Rur- 
sùmque péperit fratrem ejus Abel. Fuit 
autem Abelpastor óvium, et Cain agricola. 
'Factum est autem post multos dies ut of- 
férret Cain de frùctibus terrae mùnera Do- 
mino. 

*Abel quoque óbtulit de primogénitis gre- 
gis sui, et de adipibus eórum : et respéxit 
Dóminus ad Abel et ad mùnera ejus. 'Ad 
Cain vero et ad mimerà illius non respéxit : 



'E Adamo conobbe la sua moglie Eva, 
la quale concepì e partorì Caino, dicendo : 
Ho fatto acquisto di un uomo per dono di 
Dio. 2 E di poi partorì il fratello di lui Abele. 
E Abele fu pastore di pecore, e Caino agri- 
coltore. 3 Ed avvenne che dopo molto tempo 
Caino offerse in dono al Signore de' frutti 
della terra. 

4 Anche Abele offerse de' primogeniti del 
suo gregge, e de' più grassi tra essi : e il 
Signore volse lo sguardo ad Abele, e ai suoi 
doni. .'Ma non volse lo sguardo a Caino, 



* Hebr. XI, 4. 



e nel poema di Gilgames si parla di un'isola 
dei beati, di parecchi alberi della vita, ecc. ; 
si dice che Eabani, formato a immagine di Dio, 
non portava alcun vestimento, viveva colle bestie 
e mangiava erba, ma poi perdette la sua libertà 
a causa di una donna. Nel mito di Adapa si rac- 
conta, che Adapa avrebbe potuto essere immor- 
tale mangiando il pane e bevendo l'acqua della 
vita, ma egli ricusò di fare ciò, e restò mortale. 
Presso i Greci vi è il mito di Prometeo, che dopo 
aver formato l'uomo di fango lo animò per mezzo 
de! fuoco rapito agli Dei. Gli antichi parlano pure 
dell'età dell'oro, in cui vi era pace tra l'uomo 
e gli animali, e l'uomo non si cibava che di 
erte, ecc. Ora, l' esistenza di tali narrazioni 
presso sì diversi popoli, non può spiegarsi altri- 
menti se non ricorrendo a un'unica tradizione 
rimontante alle origini dell'umanità. D'altra parte 
se si osserva che presso gli altri popoli la tra- 
dizione è alterata dalla mitologia e da favole 
grossolane e insulse, mentre nella Bibbia la nar- 
razione è semplice e aliena da ogni puerilità, non 
si tarderà a conchiudere che la Bibbia, anche 
prescindendo dalla sua ispirazione, ci ha con- 
servata la- tradizione primitiva in tutta la sua 
purezza. Alcuni razionalisti (Fr. Delitzsch, Iensen, 
Schrader-Zimmern, Stade, Wellhausen, ecc.), pre- 
tesero bensì che la narrazione bibblica fosse una 
derivazione dai miti Babilonesi, ma una tale spie- 
gazione è contraddetta dai fatti, e va sempre 
più perdendo terreno fra gli stessi razionalisti 
(Gunkel; Holzinger, Nikel, ecc.). Vedi la que- 
stione trattata più diffusamente presso Hetze- 
nauer, h. 1. ; Theologia Biblica, t. I, pag. 555; 
Condamin, Dict. Ap., Babylon et la Bible, col. 
339; Vig., Dicf. Bib., Paradis terrestre; Man. B., 
n. 288 ; Lemonnyer, La révélation primitive, ecc., 
pag. 256 e ss. Per i testi Ved. Dhorme, Choix de 
textes.... ecc., pag. 98 e ss.; 149 e ss. 



CAPO IV. 

1. Nei versetti 1-24 si narra come la posterità 
di Adamo fin da principio si divise in due famiglie 
tra loro opposte; l'una cattiva con a capo Caino, 



e l'altra buona con a capo Seth. Dapprima però 
si discorre di Caino e di Abele, 1-16, cominciando 
dalla loro nascita e dal loro diverso genere di 
occupazioni, 1-2. 

Conobbe, eufemismo per indicare l'unione ma- 
ritale. Questo termine è usato solo quando si 
parla dell'uomo. « Da questo luogo i Padri ne 
inferiscono che Adamo ed Eva si mantennero 
vergini tutto il tempo che dimorarono nel para- 
diso terrestre » Martini. — Ho fatto acquisto, ecc., 
esclamazione di gioia della prima madre alla vista 
del suo primo nato! Essa attribuisce subito un 
tale dono alla bontà di Dio, il quale comincia così 
a compiere la promessa fatta (III, 15). Caino, 
significa acquisto, possessione, ecc. — Abele, in 
ebraico significa soffio, vanità, e può essere che 
tal nome gli sia dato per indicare la condizione 
di miseria e di mortalità, in cui si trovavano gli 
uomini dopo il peccato, oppure per ricordare la 
sua morte prematura. Parecchi moderni prefe- 
riscono farlo derivare dall'assiro babai = figlio, 
che entra nella composizione di parecchi nomi 
proprii. 

Caino, primogenito, si diede come Adamo a 
coltivare la terra. Abele invece si diede a pascere 
pecore e capre, ecc. Da ciò si vede che l'uomo 
non si trovò da principio in uno stato selvaggio, 
ma esercitò un mestiere confacente alle sue con- 
dizioni di animale ragionevole. 

3-5. I sacrifizi di Caino e di Abele. Dopo molto 
tempo. Nell'ebraico si legge : alla fine dei giorni, 
espressione che d'ordinario indica un tempo in- 
determinato, e che qui potrebbe riferirsi all'anno 
130 di Adamo, poiché appunto in questo anno 
nacque Se;h, che Dio sostituì ad Abele (v. 25 ; 
V, 3). Alcuni (p. es. Hummelauer) traducono 
l'ebraico con alla fine dell'anno, ossia dopo la 
raccolta, ma tale traduzione difficilmente può giu- 
stificarsi. Offerse, ecc. Adamo ed Eva dovettero 
senza dubbio istruire i loro figli intorno al dovere 
che avevano di offrire sacrifizi a Dio per ricono- 
scere il suo supremo dominio e la loro propria 
dipendenza e per professare la loro fede nel 
.Messia promesso. Così fin dall'origine troviamo 
qui indicate le due specie di sacrifizi : gli uni 
incruenti, che consistono nell'offerta dei frutti 



88 



Genesi, IV, 6-11 



iratusque est Cain veheménter, et concidit 
vultus ejus. 6 Dixitque Dóminus ad eum : 
Quare iratus es? et cur concidit facies tua? 
'Nonne si bene égeris, recipies : sin autem 
male, statim in fóribus peccàtum àderit? 
sed sub te erit appetitus ejus, et du domi- 
naberis illius. 

8 Dixitque Cain ad Abel fratrem suum : 
Egrediàmur foras. Cumque essent in agro, 
consurréxit Cain advérsus fratrem suum 
Abel, et interfécit eum. 

9 Et ait Dóminus ad Cain : Ubi est Abel 
frater tuus? Qui respóndit : Néscio : Num 
custos fratris mei sum ego? 10 Dixitque ad 
eum : Quid fecisti ? vox sànguinis fratris tui 
clamat ad me de terra. 1J Nunc igitur male- 
dictus eris super terram, quae apéruit os 
suum, et suscépit sànguinem fratris tui de 



e ai suoi doni : e Caino si accese di grande 
sdegno, e il suo volto fu abbattuto 6 E il 
Signore disse a lui : Per qual motivo sei 
adirato? e perchè il tuo volto è abbattuto? 
7 Non è egli vero che se farai bene, avrai 
bene : e se farai male, il peccato sarà su- 
bito alla tua porta? Ma l'appetito di esso 
sarà sotto di te ; e tu gli comanderai. 

8 E Caino disse ad Abele suo fratello : 
Andiamo fuori. E quando furono alla cam- 
pagna, Caino investì il suo fratello Abele, 
e lo uccise. 

9 E il Signore disse a Caino : Dove è 
Abele tuo fratello? Ed egli rispose : Non 
lo so : sono io forse il guardiano di mio 
fratello? 10 E il Signore gli disse : Che hai 
fatto? la voce del sangue del tuo fratello 
grida a me dalla terra. n Or adunque tu 
sarai maledetto sopra la terra, che ha aperta 



• Sap. X, 3; Matth. XXIII, 35; I Joan. Ili, 12; Judae, 11. 



della terra, come fu quello di Caino, e gli altri 
cruenti, che consistono nell'immolazione di ani- 
mali, come fu quello di Abele. £ da osservare che 
per il suo sacrifizio Abele scelse dei primogeniti 
del suo gregge, e dei più grassi tra essi, mo- 
strando così che aveva grande stima di Dio, ed 
era pieno di fede, di speranza e di carità (Ved. 
Ebr. XI, 4). Per questo egli venne chiamato 
giusto (Man. XXIII, 35), e Dio volse lo sguardo 
a lui, ossia ebbe accetti i suoi doni. Dio invece 
non ebbe grati i doni di Caino, perchè questi 
non offrì i frutti più belli, e mancava di carità 
sincera, giacché era dal maligno e le sue opere 
erano malvagie (I Giov. Ili, 12). Pensano i Padri 
che Dio abbia manifestato il suo gradimento a 
riguardo dei doni di Abele, mandando un fuoco 
dal cielo a consumare il sacrifizio (Ved. Lev. IX, 
24; Giud. VI, 21; Parai. XXI, 26). Caino ve- 
dendo preferito Abele arse di ira, e pieno di tri- 
stezza, di odio e di invidia, abbassò gli occhi a 
terra. 

6-7. Dio non abbandona Caino peccatore, ma 
cerca di farlo rientrare in sé stesso mettendogli 
sott'occhio l'ingiustizia dell'ira contro il fratello. 
Se farai bene, ossia se le tue azioni saranno 
buone, e le tue intenzioni pure, avrai bene, ossia 
sarai accetto al mio sguardo, e n'avrai ricom- 
pensa. L'ebraico va tradotto : se farai bene non 
vi sarà esaltazione ? ossia, non porterai tu alta 
la fronte? Ma se farai male, nutrendo ira ed 
invidia contro il tuo fratello, i/ peccato che com- 
metti sarà {subito manca nell'ebraico) come un 
serpente o una belva accovacciata (tale è il senso 
dell'ebraico) alla tua porta, e non ti lascierà più 
pace, ma ti tormenterà giorno e notte. L'appetito 
di esso, ecc., vale a dire l'appetito del peccato, 
ossia la concupiscenza, non avrà forza di domi- 
narti, se tu volontariamente non cederai, ma al 
contrario tu potrai vincerla e dominarla. Nelle 
ultime parole di questo versetto si afferma solen- 
nemente la libertà dell'uomo. L'ebraico è un 
po' diverso : Il suo desiderio si volge a te, ossia 
il peccato ecciterà i tuoi desiderii o si farà desi- 
derare, ma tu gli comanderai, ossia devi domi- 



nare i tuoi desiderii e vincere le tue passioni. 
Altri spiegano : se tu fai male, oppure se tu non 
fai bene, ma ti lasci agitare da pensieri di in- 
vidia, ecc., il peccato, cioè l'atto esterno consu- 
mato, e nel caso il fratricidio, non sta forse alla 
tua porta come belva che spia il momento per 
assalire? (Cf. I Piet. V, 8). Anche S. Giacomo 
scrive (I, 15) : La concupiscenza, quando ha con- 
cepito, partorisce il peccato (Ved. n. ivi). Vedi 
altre spiegazioni presso Alapide, Hummelauer, 
Hoberg, Hetzenauer, ecc. 

8. Il fratricidio di Caino. Andiamo fuori. Que- 
ste parole mancano nell'ebraico, dove si legge : 
E Caino parlò ad Abele suo fratello, e quando 
furono alla campagna lo uccise. Si osservi come 
nei versetti 8-11 per ben sei volte Abele vien 
detto fratello di Caino. Lo uccise (Ved. n. I Giov. 
Ili, 12). Abele innocente fu il primo ad essere 
ucoiso per la giustizia, e la sua morte violenta è 
una figura della morte di Gesù Cristo. 

9-10. Dio interroga Caino, come già aveva 
interrogato Adamo ed Eva (III, 9), affine di dargli 
occasione di confessare la sua colpa e chieder* 
perdono. Caino risponde con superba menzogna 
(non lo so), e aggiunge con incredibile arroganza 
che non ha nessun obbligo di sapere dove sia 
il suo fratello. Allora Dio con severità domanda : 
Che hai fatto ? ossia, quale delitto hai commesso? 
La voce del sangue (nell'ebraico vi è il plurale 
intensivo dei sangui) del tuo fratello Abele grida 
a me vendetta. Questa sublime prosopopea mostra 
l'atrocità del peccato di Caino, e in generale la 
gravezza dell'omicidio, giacché tutti gli uomini 
sono fratelli tra loro. L'omicidio è uno dei pec- 
cati che gridano vendetta al cospetto di Dio 
(Cf. n. Ebr. XII, 24; Giac. V, 4). 

11-12. La sentenza contro Caino. Ora, cioè fin 
da questo momento, sei (o sarai) maledetto. D'o 
non ha maledetto direttamente Adamo ed Eva ; 
maledice però Caino fratricida. La terra stessa 
che ha sorbito il sangue di Abele si vendicherà, 
e per Caino in modo speciale (III, 17 e ss.) 
si mostrerà avara e dura, non dando frutti cor- 



Genesi, IV. 12-18 



89 



manu tua. ls Cum operàtus fùeris eam, non 
dabit tibi fructus suos : vagus et prófugus 
eris super terram. 

ls Dixitque Cain ad Dóminum : Major est 
iniquitas mea, quarn ut véniam mérear. 
14 Ecce éjicis me hódie a fàcie terrae, et a 
fàcie tua abscóndar, et ero vagus et pró- 
fugus in terra : omnis igitur qui invénerit 
me, occidet me. 

15 Dixitque ei Dóminus : Nequàquam ita 
flet : sed omnis qui occiderit Cain, séptu- 
plum puniétur. Posuitque Dóminus Cain 
signum, ut non interficeret eum omnis qui 
invenisset eum. 16 Egressùsque Cain e fàcie 
Dòmini, habitavit prófugus in terra ad orien- 
tàlem plagam Eden. 

17 Cognóvit autem Cain uxórem suam, 
quae concépit, et péperit Henoch, et aedi- 
ficàvit civitàtem, vocavitque nomen ejus ex 
nòmine filii sui, Henoch. 18 Porro Henoch 
génuit Irad, et Irad génuit Maviael, et Ma- 



la sua bocca, ed ha ricevuto il sangue del 
tuo fratello dalla tua mano. 12 Quando l'avrai 
lavorata, essa non ti darà i suoi frutti : tu 
sarai vagabondo e fuggiasco sopra la terra. 

I3 E Caino disse al Signore : La mia ini- 
quità è troppo grande, perch'io meriti per- 
dono. 14 Ecco che tu oggi mi scacci da questa 
terra, ed io sarò nascosto dalla tua faccia, 
e sarò vagabondo e fuggiasco per la terra : 
chiunque pertanto mi troverà, mi darà la 
morte. 

1S E il Signore gli disse : Non sarà così : 
ma chiunque ucciderà Caino, avrà castigo 
sette volte maggiore. E il Signore mise un 
segno sopra Caino, affinchè nessun di quelli 
che lo incontrassero lo uccidesse. 16 E an- 
datosene Caino dal cospetto del Signore, fu 
vagabondo sulla terra, e abitò nel paese che 
è all'oriente di Eden. 

17 E Caino conobbe la sua moglie, la quale 
concepì e partorì Hencch. Egli poi fab- 
bricò una città, che chiamò Henoch dal 
nome del suo figliuolo. 18 Ora Henoch ge- 
nerò Irad, Irad generò Maviael, e Maviael 



rispondenti al lavoro, e non permettendo a lui 
di stare in un luogo, ma costringendolo a vivere 
vagabondo e fuggiasco. Nell'ebraico si legge : sei 
maledetrto dalla terra, ecc., ossia, vieni scacciato 
lontano dalla terra, che ha aperto, ecc. 

13-14. Risposta di Caino. La mia iniquità, ecc. 
Caino non si mostra pentito del male fatto, ma 
dispera del perdono, venendo così a commettere 
un nuovo peccato contro la misericordia infinita 
di Dio. Della sua colpa non teme che le conse- 
guenze della vita presente. Chiunque mi troverà, 
mi darà la morte. L'ebraico potrebbe tradursi : 
i7 castigo o la pena è troppo grande per ch'io 
la possa portare, ma la traduzione della Volgata 
risponde meglio al contesto, e per il senso si 
accorda coll'interpretazione che di questo versetto 
hanno dato i Padri, e le antiche versioni. Da 
questa terra, ossia dalla regione di Eden, nella 
quale Dio anehe dopo il peccato si manifestava 
ai nostri progenitori. Dio scacciò Adamo dal Pa- 
radiso, ed ora scaccia Caino dall'Eden. Sarò na- 
scosto dalla tua faccia, ossia tu non avrai più 
cura di me, ed io non mi curerò più di te, e 
chiunque mi troverà, mi darà la morte. Caino si 
trova agitato da tutti i terrori della cattiva co- 
scienza. E certo che Adamo ebbe altri figli e 
figlie dopo Caino ed Abele (V, 4), ed è molto 
probabile che parecchi di essi al tempo del fra- 
tricidio fossero già adulti, e quindi si comprende 
come Caino possa temere che qualcuno voglia 
vendicare il sangue di Abele. 

15. Non sarà così. Dio ha stabilito che Caino 
rimanga in vita per molto tempo ad espiare il 
castigo inflittogli. Nell'ebraico si legge : perciò se 
alcuno ucciderà Caino, avrà, ecc. Dio dice : ap- 
punto perchè chiunque ti incontrerà ti ucciderà, 
io farò sì che ciò non avvenga. Chiunque ucciderà 
Caino, sarà punito ancor più severamente di lui, 
perchè avrà violato non solo la legge naturale, ma 
ancora una legge positiva. Caino deve essere un 



esempio per tutti dell'odio che Dio ha contro 
l'omicidio. Un segno esterno, acciò tutti cono- 
scessero che Dio voleva rispettata la vita di lui. 
Non si può determinare la natura di questo segno. 
La più parte degli interpreti (S. Girolamo, Alap., 
Hoberg, Hetzenauer, ecc.) pensano che si trat- 
tasse di un tremore universale delle membra, 
accompagnato da un aspetto truce, indizio dei 
crudeli rimorsi di coscienza. 

16. La sentenza viene eseguita. Andatosene 
dal cospetto del Signore, ossia dall'Eden dove 
avvenivano le manifestazioni di Dio (14), fu vaga- 
bondo sulla terra, ecc. Nell'ebraico e nel greco 
invece di queste ultime parole si legge : abitò nel 
paese di Sod a oriente dell'Eden. Nod significa 
esiglio, fuga, e può essere che un tal nome sia 
stato dato a quella regione a causa di Caino scac- 
ciato dall'Eden. 

17. Nei versetti 17-24 si dà la genealogia dei 
discendenti di Caino. La sua moglie che, essendo 
figlia di Adamo, era ancora sua sorella. Tali 
matrimonii erano necessarii in quei primi tempi. 
Henoch significa probabilmente iniziatore o mae- 
stro. Caino edificò una città assai modesta, e con- 
sistente in qualche gruppo di capanne circondate 
da un muro o da un fosso di difesa. Nel testo 
non si dice che Caino abbia subito edificato la 
città dopo la nascita di Enoch. Il fatto che egli 
diede alla città non il suo proprio nome, ma quello 
del suo figlio sembra mostrare che ia fabbricò non 
tanto per sé, vagabondo e fuggiasco (v. 12), 
quanto piuttosto per i suoi discendenti. Può es- 
sere però che egli agitato dai timori della co- 
scienza, pensasse anche alla sua difesa. Non sap- 
piamo dove sorgesse tale cittì. 

18. Irad. I LXX hanno Gaidad, ma ciò è pro- 
babilmente dovuto a una falsa lettura dell'ebraico. 
Maviael. Nei LXX si ha Malelecl. — Lamech, in 
cui venne per così dire a concentrarsi tutta la 
sensualità e l'empietà della stirpe di Caino. 



90 



Genesi, IV, 19-25 



viael génuit Mathùsael, et Mathùsael génuit 
Lamech. 19 Qui accépit duas uxóres, nomen 
uni Ada, et nomen alteri Sella. -"Genuitque 
Ada Jabel, qui fuit pater habitàntium in 
tentóriis, atque pastórum. 21 Et nomen fratris 
ejus Jubal : ipse fuit pater canéntium ci- 
thara et òrgano. 

"Sella quoque génuit Tubàlcain, qui fuit 
malleator et faber in cuncta opera aeris 
et ferri. Soror vero Tubàlcain, Nóema. 
•'"Dixitque Lamech uxóribus suis Adae et 
Sellae : Audite vocem meam uxóres Lamech, 
auscultate sermónem meum : quóniam oc- 
cidi virum in vulnus meum, et adolescén- 
tulum in livórem meum. 4 Séptuplum ùltio 
dàbitur de Cain : de Lamech vero septuàgies 
sépties. 

"Cognóvit quoque adhuc Adam uxórem 
suam : et péperit filium, vocavitque nomen 
ejus Seth, dicens : Pósuit mihi Deus semen 



generò Mathùsael, e Mathùsael generò La- 
mech. 19 I1 quale prese due mogli, di cui 
i'una si chiamava Ada, e l'altra Sella. 20 E 
Ada partorì Jabel, che fu il padre di quelli 
che abitano sotto le tende, e dei pastori. 
21 E il nome del suo fratello fu Jubal : egli 
fu il padre de' sonatori di cetra e d'organo. 

"Sella partorì anche Tubàlcain, che la- 
vorò di martello, e fu artefice d'ogni sorta 
di lavori di rame e di ferro. La sorella poi 
di Tubàlcain fu Noema. 23 E disse Lamech 
alle sue mogli, Ada e Sella : — Ascoltate 
la mia voce, o mogli di Lamech, — ponete 
mente alle mie parole : — io uccisi un uomo 
con una mia ferita — , e un giovinetto con 
un mio colpo. — 24 Sarà vendicato sette 
volte l'omicidio di Caino — , quello di La- 
mech settanta volte sette volte. 

25 E Adamo conobbe ancora la sua moglie : 
ed ella partorì un figliuolo, a cui pose il 
nome di Seth, dicendo : Il Signore mi ha 



19. Prese due mogli. Lamech fu il primo che 
violò l'unità del matrimonio, quale Dio l'aveva sta- 
bilita da principio (II, 22-24). E da osservare però 
che la poligamia quale venne praticata dai pa- 
triarchi Abramo, Giacobbe, ecc., ebbe per ragione 
una speciale dispensa di Dio. Ada, significa ornato 
o bellezza. Sella, significa ombra. Le due mogli 
sono ricordate qui a motivo dei versetti 23 e ss. 

20-21. label, che fu il padre, ossia il fondatore 
della vita nomade, vale a dire di quei che abitano 
sotto le tende e dei pastori, o meglio secondo 
l'ebraico, di quei che abitano sotto le tende in 
mezzo ai greggi. Essi hanno bisogno di andare ora 
da una parte e ora dall'altra per trovar pascolo 
ai loro armenti, e quindi sono loro necessarie le 
tende per ripararsi dalle intemperie. Iubal, fu il 
padre dei suonatori, ossia, secondo l'ebraico, di 
tutti quelli che maneggiano la cetra (ebr. kinnór) 
vale a dire strumenti a corda, come l'arpa, la chi- 
tarra, ecc., e l'organo. L'ebraico 'ugab indica tutti 
gli strumenti a fiato, come la cornamusa, il 
flauto, ecc. Si tratta qui, come è chiaro, di stru- 
menti a forma rudimentale. 

22. Tubàlcain cominciò a lavorare i metalli. Il 
testo ebraico è un po' incerto, e aggiungendo 
qualche parola si potrebbe tradurre : partorì Tubàl- 
cain lavoratore di martello. Egli fu il padre di tutti 
coloro che lavorano nel rame e nel ferro (Cf. Het- 
zenauer, h. 1.). Altri traducono : Tubàlcain, che col 
martello fabbricava varii strumenti di rame e di 
ferro, ed altri : Tubàlcain lavoratore di martello in 
ogni opera di rame e di ferro. (Ved. Hummelauer, 
h. 1.). Noema, significa graziosa, o soave. Secondo 
la tradizione giudaica avrebbe inventata l'arte di 
filare e di tessere. Può essere che costei sia la 
prima che andò sposa a qualche figlio di Seth, e 
che da essa abbia cominciato il pervertimento che 
condusse al diluvio. 

23-24. Abbiamo qui la più antica poesia che ci 
sia stata conservata. Vien detta canto della spada, 
perchè dovuta a un guerriero crudele, orgoglioso 
e blasfemo, il quale brandisce la prima volta la 
spada o !a lancia fabbricatagli dal suo figlio, e 
canta i suoi misfatti, minacciando la morte a chi 



osasse ingiuriarlo. Consta di tre membri paralleli, 
nel primo dei quali Lamech richiama l'attenzione 
delle sue mogli, nel secondo narra il fatto, e nel 
terzo annunzia la vendetta. Io uccisi (altri tra- 
ducono ucciderò) un uomo e un uomo giovane (si 
tratta di una sola persona, come vuole la legge 
del parallelismo) con una mia ferita, con un mio 
colpo. L'ebraico però va tradotto, per una ferita 
che mi ha fatta o mi farà, e per un colpo (leg- 
giero) che mi ha dato o darà. Lamech non ha 
bisogno di essere protetto da Dio come Caino, 
ma farà da sé. Se alcuno tenterà di ucciderlo, 
subirà una vendetta maggiore di quella minac- 
ciata all'uccisore di Caino, perchè Lamech e i 
suoi fiali hanno armi e sapranno usarle. Secondo 
una tradizione ebraica riferita da S. Girolamo, 
l'uomo ucciso accidentalmente da Lamech sarebbe 
Caino, e il giovinetto ucciso sarebbe colui che 
indusse Lamech in errore facendogli credere che 
nella macchia vi fosse una fiera, mentre vi era 
Caino. Lamech vorrebbe qui assicurare le sue 
mogli di non aver a temere per lui, poiché se 
una severa vendetta fu minacciata all'uccisore di 
Caino, più severa sarà quella che cadrà sull'uc- 
cisore di Lamech, il quale è meno colpevole di 
Caino. Ma questa tradizione, come fa osservare 
Alapide, ha tutta l'apparenza di una favola. I LXX 
hanno interpretato diversamente : Ho ucciso un 
uomo per ferire me stesso, ossia per mio danno, 
e un giovinetto per impiagare me stesso, ossia 
per far del male a me stesso, poiché gravissimo 
è il castigo che mi attende. La prima interpre- 
tazione ci sembra però da preferirsi. Checché ne 
sia, è certo che i figli di Caino seguirono gli 
esempi del loro padre, e ricercando unicamente 
i beni della vita presente, inventarono le diverse 
arti, ma dimenticarono Dio, e il progresso mate- 
riale si accompagnò in essi col più brutale per- 
vertimento morale. 

25-26. Seth e la sua stirpe. Seth significa so- 
stituito, messo a luogo di, ecc. In questo nome 
vi è un giuoco di parole relativo a quanto dice 
Eva : II Signore ni ha dato, ecc. Eva anche qui 
fa un atto di fede. Essa aveva dovuto capire che 
Abele e non Caino apparteneva a quel seme da 



Genesi, IV, 26 — V, 5 



91 



àliud prò Abel, quem occidit Cain. 26 Sed 
et Seth natus est filius, quem vocàvit 
Enos : iste coepit invocare nomen Dòmini. 



data un'altra discendenza in luogo di Abele 
ucciso da Caino. 26 E nacque anche a Seth 
un figliuolo, ch'egli chiamò Enos : questi 
principiò ad invocare il nome del Signore. 



CAPO V. 

Discendenza di Adamo per la linea di Seth sino a Noè, 1-3 1. 



J Hic est liber generatiónis Adam. In die, 
qua creàvit Deus hominem, ad similitùdinem 
Dei fecit illum. 2 Màsculum et féminam 
creàvit eos, et benedixit illis : et vocàvit 
nomen eórum Adam, in die quo creati sunt. 

3 Vixit autem Adam centum triginta an- 
nis : et génuit ad imàginem et similitùdinem 
suam, vocavitque nomen ejus Seth. 4 Et facti 
sunt dies Adam, postquam génuit Seth, oc- 
tingénti anni : genuitque filios et filias. 5 Et 



'Questo è il libro della generazione di 
Adamo. Nel giorno che Dio creò l'uomo, lo 
fece a somiglianza di Dio. 2 Li creò maschio 
e femmina, e li benedisse : e diede loro il 
nome di Adam, nel giorno che furono creati. 

3 E Adamo visse cento trenta anni : e ge- 
nerò un figlio a sua immagine e somiglianza, 
e gli pose nome Seth. 4 E Adamo, dopo aver 
generato Seth, visse ottocento anni, e ge- 
nerò figli e figlie. 5 E tutto il tempo che 



1 Inf. IX, 6; Sup. I, 27; Sap. II, 23; Eccli. XVII, 1. 4 I Par. I, 1. 



cui doveva nascere la vittoria sul serpente. Ora 
Abele era stato ucciso, ma essa crede tuttavia 
alla promessa di Dio (III, 15), e alla vista del 
nuovo figlio, si rallegra, pensando che esso è 
posto in luogo di Abele, per dare origine alla 
stirpe, da cui verrà il Messia. Caino, maledetto 
da Dio, non conta più nulla per Eva. Enos, si- 
gnifica uomo, ma considerato come debole. Mentre 
i figli di Caino confidavano nelle proprie forze, 
i discendenti di Seth conoscono la propria debo- 
lezza e dipendenza da Dio, e perciò Enos co- 
minciò a invocare, con pubblico culto e riti e 
cerimonie speciali, il nome di Jahve (Cf. Esod. 
VI, 3). La religione nacque coll'uomo (v. 3-4), e 
quindi Enos non fu l'inventore di essa, ma solo 
di alcune pratiche determinate. Come si vede, le 
due città, cioè quella di Dio e quella del demonio 
hanno cominciato a dilatarsi. Alcuni (Cf. Pelt, 
Hist. de VA. 7\, t. I, p. 78) traducono : Allora si 
cominciò a invocare il nome di Jahveh, e spie- 
gano : allora si cominciò a dare ai figli di Seth 
il nome di figli di Dio, per opposizione ai figli di 
Caino, detti figli degli uomini. La prima spiega- 
zione è però più comune e da preferirsi. 



CAPO V. 

1-2. La seconda sezione della prima parte della 
Genesi (V, I-VI, 8) ci presenta la genealogia di 
Adamo per la linea di Seth sino a Noè (V, 1-31), 
e ci fa conoscere quali siano state le cause del 
diluvio (VI, 1-8). Lo scopo di questa e di altre 
genealogie è di farci conoscere quali siano stati gli 
antenati del Messia (Ved. Matt. I, 1-17; Lue. 
IM, 23-28). 

Libro. L'ebraico corrispondente sefer indica 
non solo un libro propriamente detto, ma anche 
qualsiasi scritto, benché d*i breve estensione (Deut. 
XXIV, 1, 3, ecc.). Della generazione, ossia della 
posterità di Adamo. .Ve/ giorno, ecc. Riassume 



brevemente la storia della creazione dell'uomo (I, 
26 e ss.). Diede loro il nome (Ved. n. II, 7). 

3-5. Riassunto della vita di Adamo. Visse cento 
trenta anni (i LXX, 230), ecc. Si indica l'età che 
aveva Adamo, quando generò Seth, che Dio aveva 
eletto a essere capo stipite della linea, da cui 
doveva nascere il Messia. Un figlio a sua imma- 
gine, ecc., ossia generò un figlio interamente 
simile a sé nella natura, al quale perciò trasmise 
l'immagine e la rassomiglianza con Dio (I, 27), 
ma oscurata dal peccato. 

Generò figli e figlie oltre a Seth. Non è neces- 
sario supporre che tutti siano stati generati dopo 
Seth. Tuffo (7 tempo... novecento trenta anni. Si 
tratta, come è chiaro, dal contesto di anni di dodici 
me9i, di trenta giorni ciascuno (Vili, 3-5). Se 
infatti questi anni non fossero che di un mese 
come pretesero alcuni, allora si dovrà dire che 
Enos (v. 9) e Malalael (v. 15) divennero padri il 
primo a sette anni e mezzo e il secondo a cinque 
e mezzo circa. La lunga vita degli antichi pa- 
triarchi devesi attribuire in parte alla bontà del 
loro temperamento, alla frugalità, alla qualità dei 
cibi, e alle stesse condizioni materiali della vita, 
che forse erano diverse prima del diluvio, ma so- 
pratutto ne è da ricercare la causa nella volontà 
di Dio, il quale voleva che il genere umano si 
propagasse nel mondo, e si conservassero per 
tradizione orale quelle verità religiose che egli 
aveva rivelato. Anche le leggende pagane attri- 
buiscono una lunga vita ai primi uomini (Ved. 
Vig., Le Livres S. % t. Ili, p. 471 ; La Bib. et les 
dèe, t. I, p. 291). Adamo con una vita sì lunga 
ebbe agio di vedere la moltiplicazione e la corru- 
zione del genere umano. Egli passò i suoi giorni 
nella penitenza, e in mezzo a tutte le sciagure 
che lo colpirono, seppe sperare nel riparatore 
promesso, e meritò di essere perdonato (Sap. X, 
1-2) e di essere salvo. E morì. Queste parole 
ripetute per ogni patriarca mostrano che se Dio 
mantiene da una parte la sua promessa (III, 15), 



92 



Genesi, V, 0-2(5 



factum est omne tempus quod vixit Adam, 
anni nongénti triginta, et mórtuus est. 

'Vixit quoque Seth centum quinque an- 
nis, et génuit Enos. 7 Vixitque Seth postquam 
génuit Enos, octingéntis septem annis, ge- 
nuitque filios et filias. 8 Et facti sunt omnes 
dies Seth nongentórum duódecim annórum, 
et mórtuus est. 

9 Vixit vero Enos nonaginta annis, et gé- 
nuit Càinan. 10 Post cujus ortum vixit octin- 
géntis quindecim annis, et génuit filios et 
filias. "Factique sunt omnes dies Enos non- 
génti quinque anni, et mórtuus est. 

12 Vixit quoque Càinan septuaginta annis, 
et génuit Malàleel. 13 Et vixit Càinan post- 
quam génuit Malàleel, octingéntis quadra- 
ginta annis, genuitque filios et filias. 14 Et 
facti sunt omnes dies Càinan nongénti decem 
anni, et mórtuus est. 

15 Vixit autem Malàleel sexaginta quinque 
annis, et génuit Jared. lc Et vixit Malàleel 
postquam génuit Jared, octingéntis triginta 
annis, et génuit filios et filias. 17 Et facti 
sunt omnes dies Malàleel octingénti nona- 
ginta quinque anni, et mórtuus est. 

"Vixitque Jared centum sexaginta duóbus 
annis, et génuit Henoch. I9 Et vixit Jared 
postquam génuit Henoch, octingéntis annis, 
et génuit filios et filias. 20 Et facti sunt omnes 
dies Jared nongénti sexaginta duo anni, et 
mórtuus est. 

21 Porro Henoch vixit sexaginta quinque 
annis, et génuit Mathùsalam. 22 Et ambùlavit 
Henoch cum Deo : et vixit, posquam génuit 
Mathùsalam, trecéntis annis, et génuit filios 
et filias. 23 Et facti sunt omnes dies Henoch 
trecènti sexaginta quinque anni. 24 Ambula- 
vitque cum Deo, et non appàruit : quia tulit 
eum Deus. 

25 Vixit quoque Mathusala centum octo- 
ginta septem annis, et génuit Lamech. 26 Et 



visse Adamo, fu di novecento trenta anni, 
e morì. 

6 E Seth visse cento cinque anni, e ge- 
nerò Enos. 7 E Seth, dopo aver generato 
Enos, visse ottocento sette anni, e generò 
figli e figlie. 8 E tutta la vita di Seth fu di 
novecento dodici anni, e morì. 

9 Ed Enos visse novanta anni, e generò 
Càinan ; 10 dopo la nascita del quale visse 
ottocento quindici anni, e generò figli e 
figlie. n E tutto il tempo della vita di Enos fu 
di novecento cinque anni, e morì. 

12 Visse ancora Càinan settanta anni, e 
generò Malàleel. 13 E Càinan, dopo aver ge- 
nerato Malàleel, visse ottocento quaranta 
anni, e generò figli e figlie. 14 E tutto il 
tempo che visse Càinan, fu di novecento 
dieci anni, e morì. 

15 E Malàleel visse sessanta cinque anni, e 
generò Jared. 16 E Malàleel, dopo aver ge- 
nerato Jared, visse ottocento trenta anni : 
e generò figli e figlie. 17 E tutta la vita di 
Malàleel fu di ottocento novanta cinque 
anni, e morì. 

18 E Jared visse cento sessanta due anni, 
e generò Henoch. 19 E Jared, dopo aver 
generato Henoch, visse ottocento anni, e 
generò figli e figlie. 20 E tutta la vita di Jared 
fu di novecento sessantadue anni, e morì. 

21 Ed Enoch visse sessantacinque anni, e 
generò Mathusala. 22 Ed Enoch camminò con 
Dio : e dopo aver generato Mathusala, visse 
trecento anni, e generò figli e figlie. 23 E 
tutta la vita di Enoch fu di trecento sessanta 
cinque anni. 24 E camminò con Dio, e di- 
sparve : perchè il Signore lo rapì. 

3S E Mathusala visse cento ottanta sette 
anni, e generò Lamech. 26 E Mathusala, dopo 



■* Eccli. XL1V, 16; Hebr. XI, 5. 



dall'altra fa eseguire la sentenza pronunziata con- 
tro l'uomo (II, 17). 

6-20. Si riassume la vita di Seth (6-8), di Enos 
(9-11), di Càinan (12-14), di Malalael (15-17), di 
Iared (18-20). 

21-24. Riassunto della vita di Enoch. Camminò 
con Dio, ossia visse nella più intima unione con 
Dio praticando la pietà e la giustizia. La stessa 
frase viene ripetuta a proposito di Noè (VI, 9) 
e dei sacerdoti (Malach. II, 6), ed indica qualche 
cosa di più che il semplice camminare alla pre- 
senza di Dio (XVII, 1). Trecento sessanta cinque 
anni. La sua vita fu relativamente breve. Disparve. 
Invece di morì, come si ha per gli altri patriarchi. 
// Signore lo rapì. Questo modo di parlare indica 
chiaramente che Enoch non morì (Sap. IV, 10; 
Ehr. XI, 5), ma fu da Dio trasportato fuori del 



mondo, non sappiamo dove, come più tardi lo 
fu anche Elia (IV Re, II, 11). Enoch piacque a 
Dio per la sua fede, e può essere che Dio abbia 
con lui compiuto questo miracolo per far meglio 
comprendere agli uomini l'esistenza di un'altra 
vita, nella quale riceveranno la ricompensa per 
le buone opere che hanno fatto (Ved. Eccli. XLIV, 
16). Alla fine del mondo Enoch verrà di nuovo 
a predicare la penitenza, e avrà una parte impor- 
tante nella lotta contro l'Anticristo (Ved. Mal. 
IV, 5; Matt. XVII, 10; e n. Apoc. XI, 4). Enoch 
annunziò ai suoi contemporanei il giudizio finale, 
ma il libro che va sotto il suo nome è apocrifo 
(Ved. n. Giud. 14). E chiaro poi che Enoch di- 
scendente di Seth, non va confuso con Enoch 
discendente di Caino (IV, 17). 

25-27. Si riassume la vita di Mathusala, il pa- 
triarca che ebbe più lunga vita. 



Genesi, V, 27 — VI, 2 



93 



vixit Mathùsala, postquam génuit Lamech, 
septingéntis octoginta duóbus annis, et gé- 
nuit filios et filias. 2T Et facti sunt omnes 
dies Mathùsala nongénti sexaginta novem 
anni, et mórtuus est. 

2S Vixit autem Lamech centum octoginta 
duóbus annis, et génuit filium : 2? Vocavitque 
nomen ejus Noe, dicens : Iste consolàbitur 
nos ab opéribus et labóribus mànuum nostrà- 
rum in terra, cui maledixit Dóminus. 30 Vi- 
xitque Lamech, postquam génuit Noe, quin- 
géntis nonaginta quinque annis, et génuit 
filios et filias. 31 Et facti sunt omnes dies 
Lamech septingénti septuaginta septem anni, 
et mórtuus est. Noe vero cum quingen- 
tórum esset annórum, génuit Sem, Cham, 
et Japheth. 



aver generato Lamech, visse settecento ot- 
tanta due anni, e generò figli e figlie. 27 E 
tutta la vita di Mathùsala fu di novecento 
sessanta nove anni, e morì. 

2S E Lamech visse cento ottanta due anni, 
e generò un figlio : 29 a cui pose nome Noè, 
dicendo : Questi ci consolerà nei travagli e 
nelle fatiche delle nostre mani in questa 
terra, che il Signore ha maledetta. 30 E La- 
mech, dopo aver generato Noè, visse cin- 
quecento novanta cinque anni, e generò figli 
e figlie. 31 E tutta la vita di Lamech fu di 
settecento settantasette anni, e morì. Ma 
Noè, essendo in età di cinquecento anni, 
generò Sem, Cham, e Japheth. 



CAPO VI. 

Corruzione dell'umanità, i-8. — Noè e la costruzione dell'arca, 9-22. 



^umque coepissent hómines multiplicàri 
super terram, et filias procreàssent, 2 Vidén- 
tes filii Dei filias hóminum quod essent pul- 



irà avendo gli uomini cominciato a mol- 
tiplicare sopra la terra, e avendo avuto delle 
figliuole, 2 i figliuoli di Dio vedendo che le 



28-31. Riassunto della vita di Lamech. Anche 
questo patriarca non va confuso col suo omo- 
nimo discendente da Caino (IV, 18). Noè, si- 
gnifica consolazione o riposo. Dando questo nome 
al suo figlio, Lamech mostrava la sua fede e la 
sua speranza nel seme promesso, ossia nel 
Messia futuro, di cui Noè doveva essere uno 
degli antenati. Noè fu ancora il consolatore, per- 
chè egli inaugurò un nuovo ordine di cose, e 
dopo il diluvio contrasse una spedale alleanza 
con Dio, e per la sua virtù meritò che Dio non 
maledicesse più la terra, che era stata altra volta 
colpita da maledizione (Vili, 20 e ss.). Altri pen- 
sano che Noè venga - chiamato consolazione uni- 
ctmente perchè inventore del vino, che arreca 
sollievo nei travagli (Cf. Alapide, Hetzenauer, 
h. I.), ma tale spiegazione non ci sembra proba- 
bile, poiché tutti gli interpreti ritengono che 
Lamech abbia realmente profetato, e d'altra parte 
i profeti non sogliono d'ordinario annunziare 
eventi puramente naturali. Noè generò i tre figli 
Sem, Cam e Iapheth quando era giunto all'età 
di 500 anni. 

Questa genealogia ci presenta quindi una serie 
di dieci patriarchi antidiluviani, come quella del 
cap. XI, 10 e ss. ce ne presenta un'altra di dieci 
patriarchi dal diluvio sino ad Abramo. Non sap- 
piamo però se le due liste siano complete, giac- 
ché potrebbe essere che il dieci sia un numero 
simbolico, e che per ottenerlo siansi omessi al- 
cuni membri, come vediamo essere stato fatto 
da S. Matteo (Ved. n. Matt. I, 8) per avere il 
numero di 14 generazioni da Abramo a Davide, 
e da Davide alla cattività, e dalla cattività a Gesù 
Cristo. Tali simmetrie servono ad aiutare la me- 
moria, e non sono contrarie allo scopo della 
genealogia. D'altra parte le parole generò o figlio, 
presso gli Ebrei e nelle genealogie hanno una 
significazione molto larga, e non sempre si pos- 



sono prendere per una generazione immediata. 
E ancora da osservare che anche per riguardo 
all'età dei diversi patriarchi vi sono differenze 
notevoli tra la Volgata col testo ebraico, e i LXX 
e il testo Samaritano. Così mentre l'ebraico e 
la Volgata danno 1656 anni prima del diluvio, 
i LXX ne danno 2262, e di testo samaritano 1307. 
Tali divergenze sono dovute ai copisti, giacché 
nella trascrizione dei codici nulla è più facile ad 
alterarsi come le cifre, e queste alterate una 
volta è spesso impossibile poterle correggere. Da 
ciò si vede che tutti i calcoli cronologici riflettenti 
i primi tempi dell'umanità, sono più o meno 
problematici, ed è assai difficile, per non dire 
impossibile, una esatta cronologia (Ved. AI. B., 
t. I, n. 314). Numerosi razionalisti (Schrader, 
Zimmern, ecc.) pretesero che la lista dei dieci 
patriarchi discendenti da Seth, derivi dalla tradi- 
zione babilonese dei dieci re antidiluviani con- 
servata da Beroso. Si fa osservare però che, se 
vi sono alcune affinità tra le due liste, le diver- 
genze sono troppo grandi, perchè I'una abbia 
potuto derivare dall'altra. Piuttosto si deve am- 
mettere che tutte e due rappresentano la stessa 
tradizione primitiva, che ci è stata conservata pura 
nella Bibbia, mentre presso i Babilonesi fu me- 
scolata a mille favole (Cf. Condamin, Dici. Ap., 
Babylon et la Bible, col. 342; Hetzenauer, Comm. 
in Gen., p. 126). 



CAPO VI. 

1-2. Dopo aver data la genealogia dei discen- 
denti di Caino e di Seth, l'autore sacro passa a 
parlare dei matrimonii contratti dai fieli di Seth, 
colle figlie di Caino, dai quali ebbe origine una 
grande corruzione, che fu la causa del diluvio. 
Avendo gli uomini cominciato, ecc. Qui si parla 



94 



Genesi, VI, 3-7 



chrae, accepérunt sibi uxóres ex òmnibus, 
quas elégerant. 3 Dixitque Deus : Non per- 
manébit spiritus meus in hómine in aetér- 
num, quia caro est : erùntque dies illius 
centum viginti annórum. ''Gigàntes autem 
erant super terram in diébus illis. Postquam 
enim ingrèssi sunt filli Dei ad filias hómi- 
num, illaéque genuérunt, isti sunt poténtes 
a saéculo viri famósi. 



5 Videns autem Deus quod multa malitia 
hóminum esset in terra, et cuncta cogitàtio 
cordis intènta esset ad malum omni tèm- 
pore, *Poenituit eum quod hominem fecis- 
set in terra. Et tactus dolóre cordis intrin- 
secus, 7 Delébo, inquit, hominem, quem 
creavi, a fàcie terrae, ab hómine usque ad 
animàntia, a réptili usque ad vólucres caeli : 



figliuole degli uomini erano belle, presero 
per loro mogli quelle che fra tutte loro 
piacquero. 3 E il Signore disse : Il mio spi- 
rito non rimarrà per sempre nell'uomo, 
perchè egli è carne : e i suoi giorni saranno 
cento venti anni. 4 Ora in quel tempo vi 
erano dei giganti sopra la terra. Poiché 
dopo che i figliuoli di Dio si accostarono 
alle figliuole degli uomini, ed esse parto- 
rirono, ne vennero fuori quegli uomini 
potenti famosi ab antico. 

5 Ma Dio vedendo, che la malizia degli 
uomini era grande sopra la terra, e che tutti 
i pensieri del loro cuore erano di continuo 
intesi a malfare, 6 si pentì d'aver fatto l'uomo 
sulla terra. E preso da intimo dolor di 
cuore, disse : Sterminerò dalla faccia della 
terra l'uomo che ho creato, dall'uomo fino 
agli animali, da' rettili fino agli uccelli del- 



Inf. Vili, 21 ; Matth. XV, 19. 



degli uomini in generale, e non già dei soli discen- 
denti di Caino. Figliuoli di Dio sono i discendenti 
di Seth, i quali vengono così chiamati perchè tra 
essi erasi conservata viva la pietà e la religione 
(Cf. Esod. IV, 22; Deut. XIV, 1; Salm. LXXI1, 
15, ecc.). Tale è la spiegazione di S. Giov. Cris., 

Sant'Agost., S. Gerol., S. Cirillo A Alap., 

Hoberg, Hummelauer, Hetzenauer, Schòpfer, ecc. 
Alcuni antichi (Filone, Giuseppe FI., S. Giustino, 
Clem. A., Tertull., ecc.) seguiti da parecchi pro- 
testanti (Dillmann, Gunkel, F. Delitzsch, ecc.) pen- 
sarono che si trattasse degli angeli, ma tale 
spiegazione va rigettata, poiché gli angeli sono 
spiriti, e non possono contrarre matrimonio cogli 
uomini (Ved. Matt. XXII, 20); e d'altra parte non 
già gli angeli, ma gli uomini vennero puniti col 
diluvio, il che dimostra che coloro che peccarono 
furono gli uomini e non gli angeli (Ved. n. II 
Piet. II, 4; Giuda, 6). Figliuole degli uomini. 
Qui si tratta dei discendenti di Caino, che dimen- 
tichi di Dio si occupavano solo delle cose pre- 
eenti. Presero per loro mogli lasciandosi guidare 
nella scelta dalla libidine. Così i figli di Dio si 
lasciarono ben presto sedurre dalle loro mogli 
perverse, e caddero nei più gravi disordini morali. 
Quelle che piacquero, ebr. quelle che si scelsero. 

3. Sdegno di Dio, che minaccia castigo. /( mio 
spirito, cioè il soffio della vita che ho dato al- 
l'uomo (II, 7), vale a dire l'anima immateriale. 
Non. rimarrà per sempre (ebr. in eterno, III, 22), 
ossia per lungo tempo nell'uomo, cioè nel genere 
umano. Il Signore dice : io farò morire e distrug- 
gerò gli uomini, perchè sono carne, ossia sono 
corrotti e viziosi, e vivono come se non avessero 
anima immortale. Altri traducono : il mio spiriti) 
non coti'enderà sempre coll'uomo, il quale si 
mostra incorreggibile; è venuto il momento di 
fare vendetta. / suoi giorni, vale a dire il tempo 
concesso al genere umano per far penitenza, sarà 
di centoventi anni, durante i quali Noè fabbri- 
cherà l'arca e annunzierà i castighi della giustizia 
di Dio (II Piet. Il, 5), e poi, se non si avrà la 
conversione, verrà il diluvio. Alcuni (p. es. Fil- 



lion) interpretano le ultime parole di questo 
versetto nel senso che Dio abbia limitata la vita 
dell'uomo individuo a 120 anni. Tale spiegazione 
fu già confutata da S. Girolamo, ed è contraddetta 
del cap. XI. 

4. Dei giganti (lett. i giganti). L'ebraico ne- 
philim può derivare dal verbo naphal = che cade 
su o si avventa, e significare uomini violenti e 
oppressori, ma potrebbe pure derivare da phalal, 
e significare uomini di grande statura. La prima 
etimologia è generalmente preferita (Ved. Num. 
XIII, 33; Sap. XIV, 6; Eccli. XVII, 8; Bar. Ili, 
26, 28). Ne vennero fuori, ecc. Secondo la Vol- 
gata questi giganti sarebbero nati dalle unioni 
profane ricordate al versetto 2, e andrebbero iden- 
tificati cogli uomini potenti e famosi. L'ebraico 
potrebbe anche tradursi : ora in quel tempo i 
giganti erano sulla terra, e anche dopo che i figli 
di Dio si accostarono, ecc., dal che si può de- 
durre che questi giganti o uomini prepotenti già 
esistevano, ma crebbero di numero in conseguenza 
delle unioni profane. 

5-7. Dio annunzia il castigo. La malizia, ossia 
l'opposizione della volontà umana alla volontà di- 
vina. Tuffi i pensieri, ecc., ossia tutti i pensieri 
e le opere dell'uomo erano perversi. Il cuore è 
considerato dagli Ebrei come l'organo del pen- 
siero, del sentimento e della volontà (Ved. Matt. 
XV, 19). Si pentì. La Scrittura parlando a uomini 
presenta Dio come uomo, e quindi, benché Egli 
non vada soggetto né a dolore né a pentimento, 
tuttavia si dice che si pente, quando a motivo 
dell'ingiustizia e dell'ingratitudine degli uomini, 
sottrae loro quei beni, di cui li aveva arricchiti. 
Tale espressione serve pure a mostrare la gra- 
vezza dell'ingiuria che il peccato fa a Dio, e l'or- 
rore che dovrebbe ispirare agli uonimi. — Ster- 
minerò, ecc. La potenza di Dio è infinita, tutto 
da lui dipende e nulla può resistergli. Dagli 
uomini fino, ecc. Gli animali sono travolti nella 
distruzione dell'uomo perchè furono creati per 
l'uomo, e furono forse un mezzo di cui l'uomo 
si servì per offendere Dio. 



Genesi, VI, 8-16 



95 



poénitet enim me fecisse eos. s Noe vero 
invénit gràtiam coram Domino. 

9 Hae sunt generatiónes Noe : Noe vir 
justus atque perféctus fuit in generatió- 
nibus suis, cum Deo ambulàvit. 10 Et gé- 
nuit tres filios, Sem, Cham. et Japheth. 

"Corrupta est autem terra coram Deo, 
et repléta est iniquitàte. 12 Cumque vidis- 
set Deus terram esse corrùptam (omnis 
quippe caro corrùperat viam suam super 
terram), 13 Dixit ad Noe : Finis univérsae 
carnis venit coram me : repléta est terra 
iniquitàte a fàcie eórum, et ego dispérdam 
eos cum terra. 14 Fac tibi arcam de lignis 
laevigàtis : mansiùnculas in arca fàcies, et 
bitumine linies intrinsecus, et extrinsecus. 
15 Et sic fàcies eam : Trecentórum cubito- 
rum erit longitùdo arcae, quinquaginta cu- 
bitórum latitùdo, et triginta cubitórum alti- 
tùdo illius. 16 Fenéstram in arca fàcies, et 
in cùbito consummàbis summitàtem ejus : 
óstiura autem arcae pones ex Iàtere : deór- 
sum, coenàcula, et tristega fàcies in ea. 



l'aria : perocché mi pento d'averli fatti. 
8 Ma Noè trovò grazia dinanzi al Signore. 

9 Queste sono le generazioni di Noè. Noè 
fu uomo giusto e perfetto fra i suoi contem- 
poranei e camminò con Dio. i0 E generò tre 
figli, Sem, Cham, e Japheth. 

"Ora la terra era corrotta davanti a Dio, 
e ripiena d'iniquità. 12 Ed avendo Dio ve- 
duto, come la terra era corrotta (ogni uomo 
infarti sulla terra aveva corrotta la sua via) 
13 disse a Noè : La fine di tutti gli uomini 
è venuta appo di me : la terra per opera 
loro è piena di iniquità, e io li sterminerò 
assieme alla terra. "Fatti un'arca di le- 
gnami piallati : tu farai nell'arca delle pic- 
cole stanze, e la invernicerai con bitume e 
di dentro e di fuori. 15 E la farai in questo 
modo : La lunghezza dell'arca sarà di tre- 
cento cubiti, la larghezza di cinquanta cu- 
biti, e l'altezza di trenta cubiti. 16 Farai nel- 
l'arca una finestra, e farai il tetto che vada 
alzandosi fino a un cubito : metterai la porta 
dell'arca da un lato : vi farai un piano di 
fondo, un secondo e un terzo piano. 



9 Eccli. XLIV, 17. 



8. Dal castigo viene eccettuato Noè, perchè 
egli era giusto. 

9-10. Si ha qui il titolo della terza sezione della 
Genesi (VI, 9-IX, 29) nella quale si narra la storia 
di Noè e del diluvio. Dopo aver richiamato (ver- 
setti 9-10) il v. 31 del capo V, si passa dapprima a 
descrivere la costruzione dell'arca (11-22). Queste 
sono le generazioni, ossia questa è la storia di 
Noè. Fu giusto e perfetto, cioè secondo la legge 
di Dio in tutto e per tutto. Camminò con Dio 
(Ved. n. V, 22). Fra i suoi contemporanei empi 
e perversi. Tale è il senso dell'espressione ebraica 
corrispondente a in generationibus suis. 

11-12. A Noè giusto si oppone la deprava- 
zione degli altri uomini. Davanti a Dio, che non 
può ingannarsi. Ripiena di iniquità. Nell'ebraico 
di violenza, ossia abuso della forza. Aveva cor- 
rotto la sua via, ebraismo per indicare che ogni 
uomo era corrotto nella sua maniera di vivere. 
Invece di tendere a Dio, l'uomo si era dato alla 
dissolutezza e all'ingiustizia. 

13. Dio pronunzia la sentenza. La fine, cioè 
la distruzione, di tutti gli uomini (lett. di ogni 
carne e quindi non solo degli uomini ma anche 
degli animali) è venuta appo di me, ossia è stata 
decretata da me. Dio però si degna di comunicare 
la sua risoluzione a Noè. 

14. Dio comanda a Noè di fare l'arca e gli 
insegna come deve costruirla (14-17). Un'arca. 
L'ebraico thebah non è usato che qui, e Esod. II, 
3, 5, a proposito della cesta in cui fu esposto 
Mosè, e significa cassa. L'origine di questo nome 
è incerta, e mentre alcuni pensano che derivi 
dall'egizio, altri lo fanno derivare dal babilonese. 
Di legnami piallati. L'ebraico corrispondente va 



tradotto di legname resinoso, col che probabil- 
mente viene indicato il cipresso. Delle piccole 
stanze (lett. dei nidi), ossia dei piccoli comparti- 
menti adatti per ricevere i diversi animali. Inver- 
nicierai con bitume o pece affine di renderla più 
impermeabile. 

15. Dimensioni dell'arca. Cubiti. Il cubito mag- 
giore o babilonese, equivaleva a metri 0,52, il 
cubito minore o egizio, equivaleva a metri 0,48 
(Cf. Kortleitner, Arch. Bibl. Samm., p. 259). E 
incerto di quale cubito qui si parli. Se si tratta 
del cubito minore, l'arca avrehbe avuto circa 144 
metri di lunghezza, 24 metri di larghezza e 15 
di altezza. Se invece si tratta del cubito maggiore, 
le dimensioni sarebbero di 156 metri per la lun- 
ghezza, di 26 per la larghezza, e di 16 per l'al- 
tezza. Siccome l'arca più che di nave aveva forma 
di una gTan cassa, si comprende facilmente che 
con tali dimensioni fosse attissima se non a na- 
vigare, almeno a galleggiare e a portar pesi. 
D'altra parte la sua capacità era più che suffi- 
ciente allo scopo per cui Dio la faceva costruire. 

16. Una finestra. L'ebraico zohar, significa non 
già una finestra propriamente detta, ma un'aper- 
tura praticata sotto il tetto, la quale doveva girare 
tutt'attorno all'arca per dar luce e aria all'interno. 
7/ tetto dell'arca, ecc., ossia il tetto dell'arca non 
sarà piano ma andrà sollevandosi fino al comi- 
gnolo per l'altezza di un cubito. L'ebraico però 
dà un altro senso : farai nell'arca un'apertura a 
cui darai un cubito (di altezza) dal tetto. — Da 
un lato. Non si indica quale. La porta, la quale 
doveva essere una sola. Vi farai un piano, ecc. 
Noè doveva fare tre piani di compartimenti, affine 
di poter più comodamente alloggiare i diversi 
animali, e conservare loro il cibo necessario. 



96 



Genesi, VI, 17 — VII, 3 



17 Ecce ego addùcam aquas dilùvii super 
terram, ut interficiam omnem carnem, in 
qua spiritus vitae est subter caelum : Uni- 
vèrsa quae in terra sunt, consuméntur. 
18 Ponàmque foedus rreum tecum : et in- 
grediéris arcam tu et f il I i tui, uxor tua, 
et uxóres flliórum tuórum tecum. 19 Et ex 
cunctis animantibus univérsae carnis bina 
indùces in arcam, ut vivant tecum : mascu- 
lini sexus et feminini. 20 De volùcribus 
juxta genus suum, et de juméntis in gènere 
suo, et ex omni réptili terrae secùndum 
genus suum : bina de òmnibus ingrediéntur 
tecum, ut possint vivere. 21 Tolles igitur te- 
cum ex òmnibus escis, quae mandi possunt, 
et comportabis apud te : et erunt tam tibi, 
quam illis in cibum. 



"Fecit igitur Noe omnia, quae praecé- 
perat i 11 i Deus. 



17 Ecco che io manderò sopra la terra le 
acque del diluvio per far perire ogni carne 
in cui è spirito di vita sotto del cielo : 
tutto quello che è sopra la terra perirà. 
18 Ma io farò il mio patto con te : e tu en- 
trerai nell'arca tu e i tuoi figliuoli, la tua 
moglie, e le mogli dei tuoi figliuoli con te. 
19 E farai anche entrare nell'arca due di 
ciascuna specie di tutti gli animali, un 
maschio e una femmina, affinchè si con- 
servino con te. 20 Degli uccelli secondo la 
loro specie, e delle bestie secondo la loro 
specie, e di tutti i rettili della terra se- 
condo la loro specie, due entreranno con te 
nell'arca, affinchè possano conservarsi. 
21 Prenderai dunque con te di tutte quelle 
cose, che si possono mangiare, e le por- 
terai presso di te (nell'arca) e serviranno a 
te, e a loro di cibo. 

22 Fece adunque Noè tutto quello, che 
Dio gli aveva comandato. 



CAPO VII. 

Noè entra nell'arca, 1-16. — 77 diluvio, 17-24. 



'Dixitque Dóminus ad eum : Ingrédere 
tu, et omnis domus tua in arcam : te enim 
vidi justum coram me in generatióne hac. 
2 Ex òmnibus animantibus mundis folle 
septéna et septéna, màsculum et féminam : 
de animantibus vero immundis duo et duo, 
màsculum et féminam. "Sed et de volatilibus 



*E il Signore gli disse : Entra nell'arca 
tu, e tutta la tua famiglia ; poiché io ti ho 
riconosciuto giusto dinanzi a me in mezzo 
a questa generazione. 2 Di tutti gli animali 
mondi ne prenderai sette coppie, maschio 
e femmina : e degli animali immondi una 
coppia, maschio e femmina. 3 E parimente 



1 Hebr. XI, 7; II Petr. II, 5. 



17. Che cosa farà il Signore quando Noè avrà 
fabbricato l'arca. Manderò le acque del diluvio. 
L'ebraico può meglio tradursi : manderò il di- 
luvio, le acque sopra la terra, ecc. 11 termine 
tecnico che nel testo ebraico indica il diluvio è 
mabbul, che alcuni fanno derivare dall'assiro, ed 
altri dalla radice ebraica iabal = inondò. 

18. Dio salverà dall'universale rovina Noè, la 
sua famiglia, e alcuni animali. Farò il mio patto, 
o meglio, stabilirò la mia alleanza con te. Quale 
sia quest'alleanza verrà indicato al cap. IX, 9 
e ss. E questa la prima volta che occorre il nome 
berith — alleanza, che così spesso verrà poi ripe- 
tuto nella Scrittura. 

19-20. Due di ciascuna specie, ecc. L'ebraico 
va tradotto : e di ogni vivente, di ogni carne ne 
farai entrare nell'arca due a due (ossia in coppia) 
che siano maschio e femmina, affinchè vivano con 
te e non vadano distrutti. Il numero di coppie di 
ciascuna specie verrà indicato al cap. VII, 2 e ss. 
Due entreranno con te. L'ebraico va tradotto : 
verranno a te due a due, cioè in coppia, af- 
finchè, ecc. 

21. Dio comanda a Noè di portare nell'arca 
del cibo per sé e per tutti gli animali. Poiché 



il diluvio, come si vedrà in seguito, probabil- 
mente non sommerse tutta la terra, ma solo 
quella parte che era abitata dagli uomini, è pro- 
babile che parecchie specie di animali non con- 
servati nell'arca, abbiano scampato alla rovina, 
quelle cioè che si trovavano nelle parti non 
sommerse. 

22. Noè pieno di fede ubbidì a Dio, facendo 
quanto gli era stato comandato (Ebr. XI, 7), 
mentre gli altri uomini perseveravano nella loro 
empietà (Matt. XXIV, 37). 



CAPO VII. 

1. Noè entra nell'arca e comincia il diluvio 
(1-16). Gli disse. Erano allora già passati 120 
anni (VI, 3K durante i quali Noè aveva costruito 
l'arca. Dio indica a Noè il motivo per cui sarà 
salvo dal diluvio (Ved. VI, 9). In mezzo a questa 
generazione di uomini perversi, che ho risoluto 
di distruggere. 

2-3. Animali mondi e immondi. Da questo 
luogo si vede che la distinzione tra gli animali 
puri e impuri, della quale parlerà Mosè nel 






Genesi, VII. 4-13 



97 



caeli septéna et septéna, màsculum et fé- 
minam : ut salvétur semen super fàciem 
univérsae terrae. 4 Adhuc enim, et post dies 
septem ego pluam super terram quadra- 
ginta diébus et quadraginta nóctibus : et de- 
lébo omnem substàntiam, quam feci, de 
superficie terrae. 

5 Fecit ergo Noe omnia, quae mandà- 
verat ei Dóminus. 6 Eràtque sexcentórum 
annórum quando dilùvii aquae inundavé- 
runt super terram. 7 Et ingréssus est Noe 
et filli ejus, uxor ejus et uxóres filiórum 
ejus cum eo in arcam propter aquas di- 
lùvii. 8 De animàntibus quoque mundis et 
immundis, et de volùcribus, et ex omni, 
quod movétur super terram, 9 Duo et duo 
ingrèssa sunt ad Noe in arcam, màsculus 
et fémina, sicut praecéperat Dóminus Noe. 

10 Cumque transissent septem dies, aquae 
dilùvii inundavérunt super terram. 

xl Anno sexcentésimo vitae Noe, mense 
secùndo, septimodécimo die mensis, rupti 
sunt omnes fontes abyssi magnae, et cata- 
ràctae caeli apértae sunt : 12 Et facta est 
plùvia super terram quadraginta diébus et 
quadraginta nóctibus. 13 In articulo diéi illius 



degli uccelli dell'aria sette coppie, maschio 
e femmina : affinchè se ne conservi la 
razza sopra la faccia della terra. 4 Poichè, 
di qui a sette giorni io farò piovere sopra 
la terra per quaranta giorni e quaranta 
notti : e sterminerò dalla superficie della 
terra tutti i viventi che ho fatto. 

s Fece adunque Noè tutto quello, che il 
Signore gli aveva comandato. 6 Ed egli era 
in età di seicento anni, allorché le acque 
del diluvio inondarono la terra. 7 E Noè coi 
suoi figliuoli e colla sua moglie, e colle 
mogli dei suoi figliuoli entrò nell'arca a 
motivo delle acque del diluvio. S E anche 
degli animali mondi e immondi, e degli 
uccelli, e di tutto quel che si muove sopra 
la terra, 9 ogni coppia maschio e femmina 
entrarono con Noè nell'arca, come il Si- 
gnore aveva comandato a Noè. 

10 E passati i sette giorni, le acque del 
diluvio inondarono la terra. 

n L'anno seicentesimo della vita di Noè, 
nel secondo mese, ai diciassette del mese, 
si squarciarono tutte le sorgenti del grande 
abisso, e furono aperte le cateratte del 
cielo : 12 E cadde la pioggia sopra la terra 
per quaranta giorni e quaranta notti. 13 In 



Matth. XXIV, 38; Lue. XVII, 23; I Petr. Ili, 20. 



Lev. XI e ne! Deut. XIV, era già praticata prima 
del diluvio. Sette coppie. Tale ci sembra la mi- 
gliore spiegazione del testo ebraico. Essa è in 
perfetta armonia col contesto, poiché se la frase 
seguente due e due (duo et duo) indica manife- 
stamente un maschio e una femmina, ossia una 
coppia, anche l'espressione sette e sette deve 
indicare sette coppie. Avendo sette coppie di ani- 
mali puri, Noè poteva all'uscire dall'arca fare 
sacrifizi a Dio, e "nello stesso tempo era meglio 
provveduto alla successiva moltiplicazione degli 
stessi animali così necessari per i sacrifizi e per il 
nutrimento -dell'uomo. Altri (Sant'Ambr., S. Giov. 
Crls., ecc.) pensano che si tratti di soli sette 
individui, sei dei quali erano destinati alla pro- 
pagazione e uno al sacrifizio. E diffìcile però 
conciliare tale spiegazione con quanto è detto ai 
versetti 9, 15 e ss. Degli uccelli... sette coppie. 
Nel greco dei LXX e nel samaritano si legge : 
degli uccelli mondi sette coppie, ecc., e questa 
lezione è accettata da tutti gli interpreti. Degli 
uccelli impuri non entrò nell'arca che una coppia. 

4. Tutti i viventi. Queste parole devono re- 
stringersi agli uomini e agli animali terrestri, e 
agli uccelli. 

5-7. Noè nei sette giorni eseguì l'ordine rice- 
vuto ed entrò nell'arca con tutta la sua fa- 
miglia, ecc. Le acque del diluvio, ecc. (Ved. n. 
VI, 17). A motivo delle acque, ecc. Nell'ebraico 
si legge : entrò nell'arca d'innanzi alle acque, 
ossia per sfuggire alle acque. 

8-9. Entrarono nell'arca guidati senza dubbio 
da uno speciale istinto dato loro provvidenzial- 
mente in tale occasione da Dio. 



10-12. Passati i sette giorni preannunziati al 
versetto 4. Dio ha voluto che si conservasse la 
data del grande avvenimento. Il diluvio ebbe 
principio il 17 del secondo mese dell'anno 600 
della vita di Noè. L'anno civile presso gli Ebrei 
cominciava in autunno col mese, che più tardi fu 
chiamato Tisri (da metà settembre a metà ottobre). 
Il diciasette del secondo mese coincide quindi coi 
primi giorni di novembre e colla stagione delle 
pioggie in Oriente. Più tardi gli Ebrei ebbero 
anche un anno religioso, che cominciava a pri- 
mavera (marzo-aprile), ma esso non fu istituito 
che dopo l'uscita dall'Egitto. Si squarciarono... 
furono aperte, ecc. Mosè assegna due cagioni del 
diluvio : la prima sono le sorgenti sotterranee 
del grande abisso, ossia del mare. Le acque del 
mare mosse dalla forza di Dio si sollevarono e 
inondarono la terra. La seconda causa sono le 
cateratte del cielo (ebr. i cancelli o le finestre del 
cielo) aperte, espressione popolare per significare 
che le nubi del cielo lasciarono cadere tutta 
l'enorme massa di acqua che tenevano sospesa. 
L'autore sacro qui, come altrove, usa il linguaggio 
popolare, e parla delle cose secondo che appa- 
riscono ai nostri sensi. E cadde la pioggia, ecc. 
Queste parole spiegano che si debba intendere 
per le cateratte del cielo furono aperte. 

13-16. L'autore torna a descrivere l'entrata dì 
Noè nell'arca, per far medio risaltare la gran- 
dezza del benefizio che Dio gli concesse. In 
quello stesso giorno in cui Noè entrò definitiva- 
mente nell'arca, e con lui entrarono, ecc., il 
Signore (o immediatamente o per mezzo di un 
angelo) lo chiuse entro l'arca, in modo che né 
le acque, né altri uomini potessero penetrarvi. 



7 — Sacra Bibbia, voi. III. 



98 



Genesi, VII, 14-17 



ingréssus est Noe, et Sem, et Cham, ei 
Japheth, filii ejus : uxor illius, et tres 
uxóres filiórum ejus cum eis in arcam : 
M Ipsi et omne animai secùndum genus 
suum, univérsaque juménta in gènere suo, 
et omne quod movétur super terram in gè- 
nere suo, cunctùmque volàtile secùndum 
genus suum, univérsae aves, omnésque vó- 
lucres 15 Ingréssae sunt ad Noe in arcam, 
bina et bina ex omni carne, in qua erat 
spiritus vitae. 16 Et quae ingrèssa sunt, 
màsculus et fémina ex omni carne introié- 
runt, sicut praecéperat ei Deus : et inclùsit 
eum Dóminus déforis. 



17 Factùmque est dilùvium quadraginta 
diébus super terram : et multiplicàtae sunt 
aquae, et elevavérunt arcam in sublime a 



quel giorno stesso Noè entrò nell'arca con 
Sem, Cham, e Japheth suoi figliuoli, con 
la sua moglie, e le tre mogli dei suoi fi- 
gliuoli : "e essi e tutti gli animali (selva- 
tici) secondo la loro specie, e tutti gli ani- 
mali (domestici) secondo la loro specie, e 
tutto quello che si muove sopra la terra se- 
condo la sua specie, e tutti i volatili se- 
condo la loro specie, e tutti gli uccelli, e 
tutto ciò che porta ali ^entrarono da Noè 
nell'arca a due a due per ogni specie di ani- 
mali, in cui è soffio di vita. 16 E gli animali 
che entrarono, erano di ogni specie maschio 
e femmina, come il Signore aveva ordinato 
a Noè : e il Signore ve lo chiuse per di 
fuori. 

l7 E venne il diluvio sopra la terra per 
quaranta giorni : e le acque crebbero, e 
fecero salire l'arca molto in alto da terra. 



Parecchi uomini colpiti dal castigo di Dio si pen- 
tirono delle loro colpe e andarono salvi non dal 
diluvio ma dall'eterna rovina (Ved. n. I Piet. Ili, 
19 e ss.). « I Padri hanno veduto in Noè una 
figura di Gesù Cristo, e nell'arca una figura della 
Chiesa, fuori della quale non vi è salute per 
l'umanità ». Crampon. — Tutti gli uccelli. L'e- 
braico potrebbe indicare gli insetti. Tutto ciò che 
porta ali. Queste parole mancano nei LXX. A 
due a due, ossia in coppia. 

17-24. Il diluvio. Quaranta giorni. I LXX ag- 
giungono e per quaranta notti. Le varie ripeti- 
zioni che si incontrano in questa narrazione ser- 
vono a rendere più grandioso il quadro di questo 
terribile avvenimento, che dovette restar profon- 
damente impresso nella mente di Noè e dei suoi 
figli. Quindici cubiti, ossia metri 7,80, oppure 7,20 
(Ved. n. VI, 15). Noè potè conoscere questo fatto 
o per rivelazione o per il fatto che l'arca galleg- 
giava sulle montagne più alte. Fu sterminato. Così 
si legge nell'ebraico. Per cento cinquanta giorni, 
cejjiputati dal primo giorno in cui cominciò a ca- 
dére la pioggia (12, 17), fino al tempo in cui le 
acque cominciarono a decrescere (Vili, 3 e ss.). 

Si fa questione fra gli esegeti se le acque del 
diluvio abbiano realmente inondato tutta la terra 
(universalità geografica), oppure solamente quella 
parte, che era allora ^itata dall'uomo (universa- 
lità etnografica). Benché fino al secolo xvn si 
ammettesse comunemente l'universalità geografica 
del diluvio, la maggior parte degli esegeti moderni 
(Pianciani, Civiltà Catt., 19 sett. 18^62, p. 28 e ss.; 
Schouppe, Cursus Script. S., Brux^les, 1870, I, 
p. 178; Lorinser, Das Buch der Satur, Regen- 
sburg, 1877, li, p. 249; Schanz, Apologie des 
Christenthums , Freiburg i. B., 1887, I, p. 347; 
Vigouroux, M.B., t. I, n. 322; Brucker, L'univer- 
salité du déluge, Revue des Quest. scient., 1886, 
II, p. 126; Motais, Le déluge biblique, Paris, 
1885, p. 225 e ss.; Reusch, Bibel und Satur, 
ed. 4', Bonn, 1876; Schòpfer, Geschichte des 
A. T., Brixen, 1906; Schòpfer-Pelt, Histoire de 
VA. T., Paris, 1907; Mangenot, Dict. Vig., Dé- 
luge; Zorell, Lex. Bib., Diluvium; Zschokke, 
Historia Sacra, V. T. ; Vindobonae, 1910; Hum- 
melauer, Com. in Gerì., Parisiis, 1908; Hetze- 
nauer, Com. in Gen., Graecii, 1910; Theologia 



Biblica, Friburgi i. B., 1908; Hoberg, Die Ge- 
nesieis ecc., Freiburg i. B., 1908; Neteler, Das 
Buch Genesis, ecc., Mùnster, 1905; Fillion, h. 1. ; 
Crampon, h. 1., ecc.) ritiene invece che il diluvio 
non sia stato universale se non per rispetto alla 
terra abitata. Per conseguenza le espressioni : 
tutta la terra, tutti gli animali, tutti i monti, si 
riferiscono solamente alla terra allora conosciuta, 
agli animali, ai monti che erano noti a Noè e ai 
suoi figli, e si trovavano nelle contrade allora 
abitate. La stessa Scrittura in parecchi altri luoghi 
usa infatti in senso ristretto parecchie espressioni 
simili alle precedenti (Ved. Gen. XL1, 54; Esod. 
Vili, 17; Deut. II, 25; II Par. XX, 29; Matt. 
XII, 42; Atti, II, 15), e d'altra parte l'universa- 
lità geografica del diluvio va incontro a tante 
difficoltà di ordine fisico, per sciogliere le quali 
si dovrebbe ricorrere a una quantità di miracoli, 
che non sono affatto necessari. Dove infatti tro- 
vare una massa di acqua così grande da poter 
raggiungere i 10 mila metri di altezza, quale è 
quella delle più alte montagne? Come sarebbe 
stato possibile, date le dimensioni dell'arca, al- 
loggiare e provvedere del necessario nutrimento 
per 375 giorni, 40 mila specie di animali? Come 
avrebbero fatto gli animali, partendo da un luogo 
unico, raggiungere poi le isole? Per queste e 
molte altre ragioni, che si possono vedere presso 
gli autori citati, l'universalità geografica del di- 
luvio è stata pressoché da tutti abbandonata. (Vi 
aderiscono ancora : D'Avino, Enciclopedia dell'Ec- 
clesiastico, 1878, t. I, p. 850 e ss.; Kaulen, Kir- 
chen-lexicon, ed. 2*, XI, p. 357; Ubaldi, ìntrod. 
in S. Script., t. I, p. 748, e qualche altro di minor 
conto. Vedi Murillo, op. cit. p. 380 e ss.). 

Alcuni cattolici (Motais, Le déluge biblique, 
Paris, 1885; Robert, La non universalité du dé- 
luge, Paris, 1887; Scholz, Die Keilschift-Urkunden 
und die Genesis, Wurzbourg, 1877; De Kinvan, 
Le Déluge de Noè et les races prédiluviennes, 
Paris, 1899, ecc. Per la bibliografia completa vedi 
Hummelauer, Com. in Gen.) andarono ancora 
oltre, e negarono anche l'universalità antropolo- 
gica del diluvio. Tale sentenza però, benché finora 
non sia stata espressamente condannata dalla 
Chiesa, ha contro di sé l'autorità della Scrittura, 
la quale afferma (I Piet. XII, 20; II Piet. II, 5) 



Genesi, VII. 18 — Vili. 3 



99 



terra. ''Veheménter enim inundavérunt : et 
omnia replevérunt in superficie terrae : 
porro arca ferebatur super aquas. 19 Et aquae 
praevaluérunt nimis super terram : oper- 
tique sunt oranes montes excélsi sub uni- 
vèrso caelo. 20 Quindecim cùbitis àltior fuit 
aqua super montes, quos operùerat. 



21 Consùmptaque est omnis caro quae mo 
vebàtur super terram, vólucrum, animàn- 
tium, bestiàrum, omniùmque reptilium. 
quae reptant super terram : univèrsi hó- 
mines. 22 Et cuncta, in quibus spiràculum 
vitae est in terra, mórtua sunt. 23 Et delévit 
omnem substàntiam, quae erat super ter- 
ram, ab hómine usque ad pecus, tam réptile 
quam vólucres caeli : et deléta sunt de 
terra : remànsit autem solus Noe, et qui 
cum eo erant in arca. 24 0btinuerùntque 
aquae terram centum quinquaginta diébus. 



ls Grande infatti fu la inondazione delle 
acque : ed esse coprivano ogni cosa sulla 
superficie della terra : ma l'arca galleg- 
giava sopra le acque. 19 E le acque ingros- 
sarono fuor di misura sopra la terra : e 
rimasero coperti tutti gli alti monti che sono 
sotto tutto quanto il cielo. 20 L 'acqua si alzò 
quindici cubiti sopra i monti, che aveva 
ricoperti. 

2: E restò consunta ogni carne che ha 
moto sopra la terra, gli uccelli, gli animali, 
le fiere, e tutti i rettili, che strisciano sulla 
terra : tutti gli uomini, 22 e tutto quello che 
respira ed ha vita sopra la terra, perì. 23 E 
fu sterminato ogni corpo vivente, che era 
sopra la terra, dall'uomo sino alle bestie, 
tanto i rettili che gli uccelli dell'aria : tutto 
fu sterminato dalla terra : e rimase solo 
Noè. e quelli che erano con lui nell'arca. 
24 E le acque coprirono la terra per cento 
cinquanta giorni. 



CAPO Vili. 
Fine del diluvio, 1-14. — Noè esce dall'arca, 15-19. — Sacrifizio di Noè, 20-22. 



^ecordàtus autem E>eus Noe. cuncto- 
rumque animàntium, et omnium jumentó- 
rum, quae erant cum eo in arca, addùxic 
spiritum super terram. et imminùtae sunt 
aquae. 2 Et clausi sunt fontes abyssi. et 
cataràctae caeli : et prohibitae sunt plùviae 
de caelo. 3 Reversaéque sunt aquae de terra 



2 Ora Dio si ricordò di Noè, e di tutte le 
fiere, e di tutti gli animali domestici, che 
erano con lui nell'arca e fece soffiare un 
vento sulla terra, e le acque diminuirono. 
2 E furono chiuse le sorgenti dell'abisso, e 
le cataraffe del cielo, e furono trattenute le 
pioggie dal cielo. 3 E le acque andando e 



21 Sap. X, 4; Eccli. XXXIX, 28; I Petr. Ili, 20. 



che solo otto persone furono salve dal diluvio, 
e che tutti gli uomini creati da Dio (Gen. VI, 6 
e ss.) andarono perduti, e che (Gen. IX, 19) dai 
tre figli di' Noè si sparse tutto il genere umano 
sulla terra. La tradizione dei Padri è pure una- 
nime nell'ammettere l'universalità antropologica del 
diluvio (Ved. p. es. S. Cipriano, De unit. Eccle., 
6; S. Gerolamo, Adv. Iovin., I, 17; S. Fulgenzio, 
De remiss, pece, I, 20, ecc.), la quale si trova 
pure affermata nel Catechismo Tridentino, p. I, 
e. X, n. 19, ed è certo che contro di essa non 
si può addurre alcuna prova convincente. Vedi 
la questione ampiamente trattata presso Humme- 
lauer, Comm. in Gen.; Hetzenauer, Comm. in 
Gen.; Murillo, El Genesis, ecc. Non sappiamo 
di quali cause Dio siasi servito per sommergere 
il mondo. Alcuni ricorsero a pioggie torrenziali, 
altri a invasioni di mari, altri a sollevamenti di 
monti, altri combinarono assieme le tre cause 
precedenti; ma dobbiamo confessare, che se è 
certo che la pioggia fu uno dei principali agenti 
del diluvio, come abbiamo dalla Scrittura, per il 
resto i dati che possediamo sono troppo incerti, 
perchè si possa affermare con sicurezza quali 
fra le altre cause siano intervenute e in quale 
grado vi abbiano concorso (Ved. Vigouroux, 



M. B., t. I, n. 325; Lex. Bibl., Diluvium; Gon- 
zalez-Arintero, El diluvio universale ecc., Vergara, 
1892; E. Suess, Dos Autlitz der Erde, Prag, 1883; 
Girard, La théorie sismique du déluge, Le déluge 
devant la critique historique, Fribourg (Suisse), 
1893, ecc.). 

CAPO Vili. 

1-2. Si ricordò. Dio non si era certo dimenticato 
di Noè (Sap. X, 4), ma per un antropomorfismo 
si dice che si ricordò di lui, inquanto lo ricolmò 
di un nuovo benefizio (Ved. n. VI, 6). Fece sof- 
fiare, ecc. Dio si serve spesso delle cause seconde 
per eseguire i suoi disegni. Tale vento doveva 
essere straordinariamente caldo e impetuoso per 
produrre in sì poco tempo un tanto effetto. Le 
sorgenti, ecc., furono chiuse dopo 40 giorni (VII, 
24), e non dopo 150 (Ved. n. VII, 11 e ss.). 

3-5. Si descrive il decrescere delle acque. An- 
dando e venendo, ossia sempre più, oppure poco 
a poco. — Nel settimo mese, chiamato Sisan 
(marzo-aprile). Ai ventisette. Così si legge a*che 
nei LXX, ma nell'ebraico e nel samaritano e 
nella versione siriaca si ha diciassette . Quest'ultima 



100 



Genesi, Vili, 4-14 



eùntes et redeùntes : et coepérunt minui 
post centum quinquaginta dies. 4 Requie- 
vitque arca mense séptimo, vigésimo sé- 
ptimo die mensis super montes Arméniae. 

6 At vero aquae ibant et decrescébant 
usque ad décimum mensem : dècimo enim 
mense, prima die mensis, apparuérunt ca- 
cùmina móntium. f Cumque transissent qua- 
draginta dies, apériens Noe fen6stram_ ar- 
cae, quam fécerat, dimisit corvum : 'Qui 
egrediebàtur, et non revertebàtur, donec 
siccaréntur aquae super terram. 

8 Emisit quoque colùmbam post eum, ut 
vidéret si jam cessassent aquae super fa- 
ciem terrae. 9 Quae cum non invenisset ubi 
requiésceret pes ejus, revérsa est ad eum 
in arcam : aquae enim erant super univér- 
sam terram : extenditque manum, et ap- 
prehénsam intulit in arcam. 

10 Expectàtis autem ultra septem diébus 
àliis, rursum dimisit colùmbam ex arca. u At 
illa venit ad eum ad vésperam, portans ra- 
mum olivae viréntibus fóliis in ore suo. 
Intelléxit ergo Noe quod cessassent aquae 
super terram. 12 Expectavitque nihilóminus 
septem àlios dies : et emisit colùmbam, 
quae non est revérsa ultra ad eum. 

I3 Iaitur sexcentésimo primo anno, primo 
mense, prima. die mensis imminùtae sunt 
aquae super terram : et apériens Noe 
tectum arcae, aspéxit, viditque quod exsic- 
càta esset superficies terrae. 14 Mense se- 
cùndo, séptimo et vigésimo die mensis are- 
fàcta est terra. 



venendo si ritirarono dalla terra : e comin- 
ciarono a scemare dopo cento cinquanta 
giorni. 4 E nel settimo mese ai ventisette 
del mese l'arca si posò sopra i monti d'Ar- 
menia. 

: 'E le acque andavano scemando sino al 
decimo mese : e il decimo mese, il primo 
giorno del mese apparvero le vette dei 
monti. 6 E passati quaranta giorni, Noè aprì 
la finestra, che aveva fatta nell'arca, e 
mandò fuori il corvo : 7 il quale uscì, e non 
tornò, fino a tanto che le acque fossero sec- 
cate sulla terra. 

"Mandò ancora dopo di lui la colomba 
per vedere se le acque fossero diminuite 
sopra la superficie della terra. 'Ma la co- 
lomba non avendo trovato ove posare il 
suo piede, tornò a lui nell'arca : perocché 
erano le acque su tutta la terra : ed egli 
stese la mano, e presala la mise dentro 
l'arca. 

10 E avendo aspettato sette altri giorni, 
mandò di nuovo la colomba fuori dell'arca. 
11 Ed essa tornò a lui la sera, portando in 
bocca un ramo di ulivo con verdi foglie. 
Intese dunque Noè che le acque erano ces- 
sate sopra la terra. 12 Nondimeno aspettò 
sette altri giorni e rimandò la colomba, la 
quale più non tornò a lui. 

13 L'anno adunque seicentesimo primo di 
Noè, nel primo mese, al primo dì del mese 
le acque lasciarono la terra : e Noè, sco- 
perchiato il tetto dell'arca, mirò, e vide, 
che la superficie della terra era asciutta. 
l4 Il secondo mese, ai ventisette del mese 
la terra fu asciutta. 



lezione è più probabile e corrispondente meglio 
al contesto VII, 24 e Vili, 14. Monti d'Armenia. 
Nell'ebraico si ha monti Ararat, che sorgono al 
centro del'Armenia. La loro più alta vetta (chia- 
mata Massis, e dai Turchi Agri-Dagh, e dai Per- 
siani Koh-i-Souh) sorpassa i 5000 metri, ed è 
probabile che sopra di questa siasi fermata l'arca. 
Altri preferiscono la vetta chiamata Djoudi-Dagh 
(Ved. M. B., t. I, n. 320). Decimo mese, detto 
Thammuz (giugno-luglio). 7/ primo giorno del mese, 
ossia verso la metà di giugno. Monti d'Armenia. 

6-7. Noè manda fuori il corvo, per conoscere 
in quale stato si trovi la terra. Quaranta giorni 
contando dal primo del decimo mese. Usci e non 
tornò. Nell'ebraico si legge : use/va di continuo, 
e tornava, ossia si allontanava dall'arca volando 
qua e là e nutrendosi di cadaveri, riposandosi 
forse su qualche vetta già asciutta ma poi tor- 
nava sul tetto dell'arca, finché la terra non fu 
asciutta (v. 13). Da ciò Noè doveva conchiudere 
che il corvo aveva trovato da mangiare e da ripo- 
sarsi. La lezione della Volgata, oltre al trovarsi 
nei LXX e nella Peschito è pure accettata da 
numerosi Padri, e si accorda anche coi testi 
cuneiformi, secondo i quali il corvo non fece ri- 



torno all'arca. Essa è perciò preferita da buoni 
critici. Del resto per il senso le due lezioni si 
possono accordare ammettendo che il corvo non 
sia più tornato dentro l'arca. Fino a tanto, ecc. 
Da ciò non si può dedurre che il corvo sia poi 
tornato dopo che la terra era asciutta, ma solo 
che non tornò per tutto il tempo che le acque si 
fermarono sopra la terra (Ved. n. Matt. I, 25). 

8-12. Noè manda fuori la colomba. Mandò an- 
cora sette giorni dopo (v. 10). Dopo di lui. Nel- 
l'ebraico d'appresso a sé. — La colomba, che si 
nutre di grani e non si posa che nei luoghi 
asciutti. Erano le acque per tutta la terra, ec- 
cettuate le cime dei monti. Tornò a lui la sera, 
segno evidente che aveva trovato di che mangiare 
e dove riposarsi. Ramo d'ulivo, ecc. Nell'ebraico : 
fronda recente d'ulivo, indizio certo del rinno- 
vamento della vita, e della scomparsa delle acque, 
non solo dai monti, ma anche dal colli, ecc. 
L'ulivo è così divenuto il simbolo della pace. 
Non tornò, avendo trovati luoghi asciutti da di- 
morarvi. 

13-14. Noè aveva quindi abitato nell'arca un 
anno e dieci giorni (Ved. VII, 12, 17, 24; Vili, 
3, 7, 10, 12-14). 



Genesi, Vili, 15-21 



101 



ls Locùtus est autem Deus ad Noe, di- 
cens : 16 Egrédere de arca, tu et uxor tua, 
filii tui et uxóres filiórum tuórum tecum. 
17 Cuncta animàntia, quae sunt apud te, ex 
omni carne, tam in volatilibus quam in 
béstiis et univérsis reptilibus, quae reptant 
super terram, educ tecum, et ingredimini 
super terram : créscite et multiplicàmini 
super eam. 

18 Egréssus est ergo Noe, et filii ejus : 
uxor illius, et uxóres filiórum ejus cum eo. 
19 Sed et omnia animàntia, juménta, et 
reptilia quae reptant super terram secùn- 
durn genus suum, egréssa sunt de arca. 
"jEdificàvit autem Noe altare Dòmino : et 
tollens de cunctis pecóribus et volùcribus 
mundis, óbtulit holocaùsta super altare. 
21 Odoratùsque est Dóminus odórem suavi- 



1S E Dio parlò a Noè, dicendo : 16 Esci 
dall'arca, tu e la tua moglie, i tuoi figliuoli 
e le mogli de' tuoi figliuoli con te. 17 Fa uscir 
fuori con te tutti gli animali, che vi sono 
con te, di ogni genere, tanto volatili che 
bestie e rettili, che strisciano sulla terra, 
e scendete sulla terra : Crescete e molti- 
plicatevi sopra di essa. 

18 Uscì adunque Noè coi suoi figliuoli : 
la sua moglie, e le mogli, de' suoi fi- 
gliuoli. 19 E anche tutte le fiere e gli animali 
domestici, e i rettili, che strisciano sulla 
terra secondo la loro specie, uscirono dal- 
l'arca. 20 E Noè edificò un altare al Si- 
gnore, e prendendo di tutti gli animali e 
di tutti gli uccelli mondi, li offerì in olo- 
causto sopra l'altare. 21 E il Signore gradì 



17 Sup. I, 22, 28; Inf. IX, 1, 7. =1 Sup. VI, 5; Matth. XV, 19. 



15-19. Come Noè per entrare nell'arca aveva 
aspettato il comando di Dio (VII, 9, 16), così 
aspetta il comando di Dio prima di uscirne. Scen- 
dete, ecc. Nell'ebraico : si spandano sulla terra, 
crescano e si moltiplichino sulla terra. I versetti 
18-19 ci narrano l'esecuzione del comando divino. 
Tutti i rettili. Nell'ebraico si aggiunge : tutti gli 
uccelli. 

Questo grande avvenimento del diluvio lasciò 
un'impressione così profonda sugli uomini, che 
il suo ricordo si è conservato nella tradizione di 
quasi tutti i popoli come i Fenici, i Siri, gli In- 
diani, i Persiani, i Cinesi, gli Irochesi, i Messicani 
(Cf. Liiken, Die Traditionen des Menschenges- 
chlechts, Munster, 1869, p. 189; Schwarz, Sint- 
fluth und Volkerwanderungen, Stuttgart , 1894, 
pag. 8 e ss. ; Vigouroux, M. B., t. I, n. 221 ; 
Hetzenauer, Comm. in Gen., p. 183 e ss., ecc.), 
ma specialmente i Caldei. La leggenda caldaica 
del diluvio era già conosciuta dai frammenti di 
Beroso, conservatici da Eusebio, ma dopo le 
recenti scoperte archeologiche fatte a Ninive, ecc., 
dell'epopea di Gilgames, apparve molto più chiara 
la grande affinità che vi è fra la tradizione cal- 
daica e la narrazione bibblica. (Vedi il testo presso 
Dhorme, Chois de textes, ecc., p. 100 e ss.; 
Vigouroux, La Bible zt les découv. mod., 6* ed., 
t. I, p. 309 e ss. ; Cf. Lagrange, Etudes sur les 
Religions semitiques, Paris, 1902, p. 342; Rev. 
Bib., 1898, p. 5). Secondo la leggenda caldaica 
l'uomo Utnapistim, viene avvertito dal Dio Ea 
del diluvio futuro, e riceve il comando di fabbri- 
care una nave di una data misura e di entrare in 
essa con tutta la sua famiglia e gli animali. Dopo 
che egli ebbe ciò eseguito, cominciò il diluvio, 
e l'acqua cadde per sei giorni e sei notti distrug- 
gendo ogni cosa. Cessata la pioggia, la nave si 
fermò sul monte Nisir e Utnapistim al settimo 
giorno mandò fuori la colomba, la quale tornò 
non avendo trovato ove posare il piede ; lo stesso 
avvenne della rondine, ma il corvo, mandato fuori 
. ~r terzo, non ritornò più. Allora tutti uscirono 
dall'arca e Utnapistim fece un sacrifizio che tornò 
gradito agli Dei. Solo il Dio Bel, autore del di- 
luvio, non fu contento quando vide la nave sal- 
vatrice, ma poi per l'intervento di Ea si placò. 



Assieme a queste rassomiglianze vi sono però 
delle divergenze profonde tra la Bibbia e il poema 
caldaico. Anche prescindendo dal carattere mito- 
logico e politeistico della leggenda caldaica in 
vivo contrasto colla semplicità e il monoteismo 
della Bibbia, è un fatto però che mentre nella 
Genesi il diluvio è un castigo della corruzione 
dell'uomo, e Noè viene salvato perchè giusto, e 
con lui comincia una nuova era per l'umanità, 
nell'epopea di Gilgames, invece il diluvio è do- 
vuto al capriccio degli Dei che si bisticciano tra 
loro, e Utnapistim è salvato a dispetto di Bel, 
il quale si mostra perciò sdegnato, e d'altra parte 
non si parla né del ramo d'ulivo, né dell'arco- 
baleno, ecc. Ciò posto la migliore spiegazione 
che si possa dare di tali affinità e di tali diver- 
genze, si è l'ammettere che le due narrazioni 
derivino entrambe dalla tradizione primitiva, la 
quale si conservò pura nella Bibbia, mentre In- 
vece si alterò nel poema caldaico (Cf. Hetzenauer, 
p. 183; Hummelauer, p. 25; Pelt, Hist. de VA. 
T., t. I, p. 82; Condamin, Dict. Ap., Babylone 
et la Bible; Nikel, Genesis und Keilschriftfor- 
schung, Freiburg i. B., 1903; Vigouroux, La Bible 
et les découv. mod., t. I, p. 330, ecc.). Ved. Man. 
Bib., t. I, n. 324 e ss., per la confutazione delle 
principali difficoltà contro il diluvio. 

20. Sacrifizio di Noè (20-22). Il primo pensiero 
di Noè uscito dall'arca fu quello di ringraziar 
Dio. A tal fine edificò un altare, ossia un piccolo 
rialzo di pietre o di terra, sul quale le vittime 
offerte venivano consumate dal fuoco. E questo 
il primo altare, che sia ricordato nella Scrittura. 
Di tutti gli animali, ecc. Prese cioè alcuni animali 
mondi di tutte le specie (Ved. VII, 2). Da ciò si 
vede che gii animali immondi erano esclusi dai 
sacrifizi. Olocausto deriva dal greco òXóxavcrrov, 
che a sua volta proviene dall'ebraico 'olah (= che 
si alza, o si* eleva verso Dio), e significa quello 
speciale sacrifizio, in cui tutta la vittima era con- 
sumata ad onore di Dio, senza che il sacrificante 
ne ritenesse per sé alcuna parte, come avveniva 
invece degli altri sacrifizi. 

21. Dio gradì, ecc., antropomorfismo (Ved. n. 
VI, 6) per indicare che Dio si compiacque dei 



102 



Genesi. Vili, 22 — IX, 5 



tàtis, et ait : Nequàquam ultra maledicam 
terrae propter hómines : sensus enim et 
cogitàtio Immani cordis in malum prona 
sunt ab adolescènza sua : non igitur ultra 
percùtiam omnem ànimam vivéntem sicut 
feci. "Cunctis diébus terrae, seméntis et 
messis, frigus et aestus, aestas et hiems, 
nox et dies non requiéscent. 



il soave odore, e disse : Io non maledirò 
più la terra a motivo degli uomini : pe- 
rocché i pensieri del cuore dell'uomo sono 
inclinati al male fin dall'adolescenza : io 
adunque non colpirò più tutti gli esseri vi- 
venti come ho fatto. 22 Per tutti i giorni della 
terra, la semenza e la messe, il freddo e 
il calore, l'estate e il verno, la notte e il 
giorno non cesseranno mai. 



CAPO IX. 

Dio benedice Noè, 1-7. — Rinnova l'alleanza con lui, 8-ri. — Segno dell' alleanza, 12-17 . 
— Maledizione e benedizione di Noè ai suoi figli, 18-27. — Morte di Noè, 28-29. 



'Benedixitque Deus Noe et filiis ejus. Et 
dixit ad eos : Créscite, et multiplicàmini, 
et repléte terram. 2 Et terror vester ac tre- 
mor sit super cuncta animàlia terrae, et 
super omnes vólucres caeli, cum univérsis 
quae movéntur super terram : omnes pisces 
maris mànui vestrae traditi sunt. 3 Et omne, 
quod movétur et vivit, erit vobis in cibum : 
quasi olerà viréntia tràdidi vobis omnia. 
4 Excépto, quod carnem cum sanguine non 
comedétis. s Sànguinem enim animàrum 



*E Dio benedisse Noè e i suoi figliuoli. 
E disse loro : Crescete, e moltiplicatevi, e 
riempite la terra. 2 E il timore e il tremore 
di voi sia su tutti gli animali della terra, e 
tutti gli uccelli dell'aria, e quanto si muove 
sopra la terra : tutti i pesci del mare vi 
sono dati nelle mani. 3 E tutto quello, che 
ha moto e vita, sarà vostro cibo : io vi do 
tutte queste cose come i verdi legumi. ''Ec- 
cetto, che voi non mangerete la carne col 
sangue. 'Perocché io farò vendetta del vostro 



1 Sup. I, 22, 28 et Vili, 17. 3 Sup. I, 29. 4 Lev. XVII, 14. 



pii sentimenti che indussero Noè a fare il sacri- 
fizio. Disse. Nell'ebraico si aggiunge nel suo cuore. 
Dio promette di mai più punire con tale castigo 
il genere umano, ma -di avere compassione di 
esso, stantechè l'uomo è debole, e a motivo del 
peccato originale, fin dalla sua adolescenza è in- 
clinato al male. Si allude in questo versetto al 
cap. VI, 5, mentre però là si afferma che Dio 
mandò il diluvio perchè tuffi i pensieri degli 
uomini erano di continuo intesi a malfare, qui si 
dice che Dio non castigherà più in tal modo tutto 
il genere umano, perchè i pensieri dell'uomo sono 
inclinati al male fino dall'adolescenza. Vedesi qui 
indicata la colpa originale, e la concupiscenza, 
che nascono coll'uomo e sono il principio di tutti 
i peccati. 

22. Per tutti i giorni della terra, ossia per 
quanto durerà !a terra nello stato presente. Nel- 
l'ebraico si legge : Da ora innanzi per quanto, ecc. 
La semenza e la messe, ecc. Il diluvio aveva scon- 
volto le stagioni e i lavori agricoli connessi, ma 
oramai tutto riprende il suo corso regolare. 



CAPO IX. 

1-3. Dio benedice Noè (1-7). Come Dio aveva 
benedetto Adamo (I, 28 e ss ), cosi ora benedice 
Noè capo della nuova umanità, e gli conferisce 
l'alta sovranità sulla terra e sugli animali. // ti- 
more e il tremore. Dopo il peccato originale gli 
animali non sono più soggetti all'uomo come 
prima, e l'uomo non riesce a dominarli che colla 



forza e col timore. Vi sono dati nelle mani in 
modo che possiate disporne a vostro arbitrio. 
Secondo la punteggiatura della Volgata queste 
parole si riferirebbero solo ai pesci, ma nei LXX 
e nell'ebraico si riferiscono a tutti gli animali : 
i/ vostro timore sia... su quanto si muove sopra 
la terra e su tutti i pesci... essi vi sono dati nelle 
mani. Dio permette ora all'uomo di mangiare le 
carni degli animali, come altra volta (I, 30) av3va 
concesso l'uso dei vegetali (i verdi legumi). Pen- 
sano alcuni che fino al diluvio gli uomini si siano 
astenuti dalle carni, altri però sono d'avviso con- 
trario (Ved. n. I, 29). Checché ne sia di ciò, è 
certo che adesso Dio legittima l'uso delle carni. 

4. Dio pone una restrizione alla libertà del- 
l'uomo, vietandogli di mangiare la carne col san- 
gue, ossia la carne di animali vivi, e la carne 
di animali che prima non siano stati dissanguati. 
In virtù di questa legge Dio proibisce di mangiare 
il sangue degli animali, e ciò sia per ispirare 
all'uomo più forte orrore allo spargimento del 
sangue umano (v. 5), e sia perchè il sangue, 
essendo come il principio della vita animale, egli 
volle che venisse offerto in sacrifizio in cambio 
della vita dell'uomo peccatore. Questa proibizione 
verrà in seguito rinnovata fino a sette volte da 
Mosè (Lev. Ili, 17; VII, 25-27; XVII, 10-14; 
Deut. XII, 16, 23-24; XV, 25). 

5-6. Il sangue dell'uomo è più prezioso di 
quel'o degli animali, e guai a chi lo sparge. Del 
vostro sangue, lett. del sangue delle vostre anime, 
ossia il sangue che alimenta la vostra vita. Sopra 
qualsiasi delle bestie. Perciò verrà comandato 



Genesi, IX, 6-15 



103 



vestrarum requiram de manu cunctàrum 
bestiarum : et de manu hóminis, de manu 
v.'ri, et fratris eius requiram ànimam hó- 
minis. Quicumque effuderit humanum sàn- 
guinem, fundetur sanguis illius : ad imàgi- 
nem quippe Dei factus est homo. Vos 
vutem crescite et multipiicamini, et ingre- 
dimini super terram et implete eam. 

Haec quoque dixit Deus ad Noe, et ad 
fiiios ejus cum eo? Ecce ego stàtuam 
pactum meum vobiscum, et cum sémine 
vestro post vos : 10 Et ad omnem animam 
vivéntem, quae est vobrscum, tam in vo- 
lùcribus quam in juméntis, et pecùdibus 
terrae cunctis, quae egréssa sunt de arca, 
et univérsis béstiis terrae. J 'Stàtuam pactum 
meum vobiscum, et nequàquam ultra in- 
terficiétur omnis caro aquis dilùvii, neque 
erit deinceps dilùvium dissipans terram. 

12 Dixitque Deus : Hoc signum foéderis 
quod do inter me et vos, et ad omnem ani- 
mam vivéntem, quae est vobiscum in ge- 
neratiónes sempitérnas : 13 Arcum meum po- 
nam in nùbibus. et erit signum foéderis inter 
me et inter terram. 14 Cumque obdùxero nù- 
bibus caelum, apparébit arcus meus in nù- 
bibus : 15 Et recordàbor foéderis mei vo- 
biscum, et cum omni ànima vivènte quae 
carnem végetat : et non erunt ultra aquae 
dilùvii ad deléndum univérsam carnem. 
18 Eritque arcus in nùbibus, et vidébo illum, 
et recordàbor foéderis sempitèrni quod 
pactum est inter Deum et omnem animam 
vivéntem univérsae carnis quae est super 
terram. 



sangue sopra qualsiasi delle bestie : e ven- 
dicherò la vita dell'uomo sopra l'uomo, 
e sopra il suo fratello. 6 Sarà sparso il sangue 
di chiunque spargerà il sangue dell'uomo : 
perocché l'uomo è fatto ad immagine di 
Dio. 7 Ma voi crescete e moltiplicatevi, e 
dilatatevi sopra la terra, e riempitela. 

8 Dio disse ancora a Noè, e ai suoi fi- 
gliuoli con lui : y Ecco io fermerò il mio 
patto con voi, e colla vostra discendenza 
dopo di voi : 10 e con tutti gli animali vi- 
venti, che sono con voi, tanto gli uccelli 
come gli animali domestici e le fiere della 
terra, che sono usciti dall'arca, e con tutte 
le bestie della terra. "Fermerò il mio patto 
con voi, e ogni carne non sarà mai più 
uccisa colle acque del diluvio, e non vi 
sarà più diluvio a disertare la terra. 

12 E Dio disse : Ecco il segno del patto 
ch'io fo tra voi e me, e con tutti gli animali 
viventi, che sono con voi, per tutte le gene- 
razioni future : "Porrò il mio arcobaleno 
nelle nuvole, e sarà il segno del patto tra 
me e la terra. 14 E quando io avrò coperto 
il cielo di nuvole, il mio arco comparirà 
nelle nuvole : 25 E mi ricorderò del mio 
patto con voi e con ogni anima vivente che 
informa carne : e non verranno più le acque 
del diluvio a sterminare tutti i viventi. 16 E 
l'arcobaleno sarà nelle nuvole, e io lo ve- 
drò, e mi ricorderò del patto sempiterno 
fermato tra Dio e tutte le anime viventi 
di ogni carne che è sopra la terra. 



6 Matth. XXVI, 52; Apoc. XIII, 10. 
14 Eccli. XLI1I, 12. 



Sup. I, 28 et Vili, 17. 



11 Is. LIV, 9. 



(Esod. XXI, 28) di uccidere l'animale che abbia 
ucciso un- uomo. Dio farà vendetta dell'omicidio, 
sia esso stato commesso da un fratello, o da un 
estraneo, o anche da una bestia. Sarà sparso 
(nell'ebraico si aggiunge : dall'uomo investito di 
legittima autorità e che perciò è rappresentante 
di Dio. Rom. XI, 3 e ss.) il sangue di chiun- 
que, ecc. Per l'omicidio Dio stabilisce la legge 
del taglione. La severità di tal legge è giustificata 
dal fatto che l'uomo è ad immagine di Dio, e 
quindi in modo speciale appartiene a Dio. 

8-11. Dio stabilisce un patto con Noè (8-17). 
il mio patto (Ved. n. VI, 18), ossia io prendo 
impegno e prometto di non più mandare il diluvio 
(v. 11). La promessa abbraccia Noè e i suoi di- 
scendenti e gli animali usciti dall'arca e la loro 
discendenza. Gli animali essendo fatti per l'uomo, 
vengono considerati come solidali con lui. Con 
tutte le bestie della terra. Questa frase manca 
nei LXX. Non verrà più diluvio universale. Ciò 
non esclude che Dio possa mandare inondazioni 
parziali o castigare in altro modo gli uomini (Ved. 
Vili, 21-22). 



12-16. Dio dà un segno a conferma della sua 
promessa. Per tutte le generazioni future, ossia 
finché durerà il mondo. Queste parole si rife- 
riscono a patto che io fo. — Porrò, o meglio se- 
condo l'ebraico, ho posto il mio, ecc. Da ciò 
non si può dedurre che l'iride non esistesse già 
prima, ma solo che dopo il diluvio Dio ne fece 
il segno sensibile della sua promessa, dando così 
a un fenomeno naturale una nuova significazione. 
Dio chiama suo l'arcobaleno a motivo della spe- 
ciale bellezza, che in esso risplende. Tutte le 
creature sono di Dio, ma in modo speciale appar- 
tengono a lui quelle, in cui maggiormente si 
manifestano la bellezza, la potenza, e la virtù 
divina (Ved. Eccli. XLIII, 12). Avrò coperto il 
cielo (ebr. la terra), ecc. Mi ricorderò. Si parla 
di Dio come dell'uomo, il quale visto il segno 
della promessa fatta, si sente spinto a mantenerla. 
Così Dio si ricorda quando mantiene le promesse 
fatte. Con ogni anima che informa carne, meglio 
secondo l'ebraico e il greco : con ogni vivente 
di qualunque carne, vale a dire con ogni vivente 
di qualsiasi specie. 



104 



Genesi, IX, 17-24 



i: Dixitque Deus ad Noe : Hoc erit si- 
gnum foéderis, quod constitui Inter me et 
omnem carnem super terram. 

"Erant ergo filii Noe, qui egrèssi sunt 
de arca, Sem, Cham et Japheth : porro 
Chara ipse est pater Chànaan. 19 Tres isti 
filii sunt Noe : et ab his disseminàtum est 
omne genus hóminum super univérsam ter- 
ram. 

20 Coepitque Noe vir agricola exercére 
terram, et plantàvit vineam. 21 Bibénsque 
vinum inebriàtus est, et nudàtus in ta- 
bernàculo suo. 22 Quod cum vidisset Cham 
pater Chànaan, verénda scilicet patris sui 
esse nudata, nuntiàvit duóbus fràtribus 
suis foras. 23 At vero Sem et Japheth pàl- 
lium imposuérunt hùmeris suis, et ince- 
déntes retrórsum, operuérunt verénda pa- 
tris sui : faciésque eórum avérsae erant, 
et patris virilia non vidérunt. 

24 Evigilans autem Noe ex vino, cum di- 



17 E Dio disse a Noè : Questo è il segno 
del patto, che io ho fermato tra me è ogni 
carne che è sopra la terra. 

16 Ora i figliuoli di Noè, che uscirono 
dall'arca, erano Sem, Cham, e Japheth : e 
Cham è il padre di Chànaan. 19 Questi sono 
i tre figliuoli di Noè : e da questi si sparse 
tutto il genere umano sopra tutta la terra. 

20 E Noè, che era agricoltore, cominciò a 
lavorare la terra, e piantò la vigna. 21 E avendo 
bevuto del vino si inebriò, e si scoprì nella 
sua tenda. 22 E Cham padre di Chànaan 
avendo veduto la nudità del suo padre, 
andò a dirlo fuori ai suoi due fratelli. 23 Ma 
Sem e Japheth si misero un mantello sopra 
le loro spalle, e camminando ali 'indietro, 
coprirono la nudità del padre : Le loro facce 
essendo rivolte indietro, essi non videro la 
nudità del padre loro. 

2 'E svegliatosi Noè dalla sua ebbrezza, 



17. Si termina la narrazione del diluvio rias- 
sumendo i versetti 8-16. Questo grande avveni- 
mento ebbe luogo secondo il testo massoretico e 
la Volgata, l'anno 1656 dalla creazione dell'uomo, 
e il 2350 a. C, seicentesimo della vita di Noè. 
Secondo i LXX avrebbe avuto luogo l'anno 2262 
dalla creazione e il 3134 a. C. Secondo il testo 
Samaritano si ha l'hanno 1309 dalla creazione, e 
il 2903 a. C. Siccome però tutti questi calcoli 
sono incerti (Ved. n. V, 28; XI, 12) e d'altra 
parte la civiltà egizia e babilonese sembra rimon- 
tare a parecchie migliaia d'anni a. C, possiamo 
ammettere, se è necessario, che il diluvio sia ve- 
nuto un cinque o sei mila anni a. C. (Ved. Hagen., 
Lex. Bib., Diluvium; Hetzenauer, Comm. in Gen., 
pag. 181, ecc.). 

I critici applicano in modo speciale alla nar- 
razione del diluvio la loro teoria sull'origine del 
Pentateuco, e vi distinguono almeno due docu- 
menti : l'eloistico e il iavistico, che dicono com- 
binati assieme da un redattore così mal accorto, 
che non solo vi lasciò sussistere la diversità dei 
nomi, ma non seppe far scomparire le ripetizioni 
e le contraddizioni che vi erano. Si risponde però 
che l'uso dei diversi nomi è un fondamento 
troppo debole per distinguere i varii documenti, 
non solo perchè spesso è diffìcile sapere quale 
fosse il nome primitivo, ma anche perchè non 
mancano forti ragioni che hanno potuto sugge- 
rire l'uso di un nome piuttosto che di un altro 
(Ved. Introd.; Cf. Cornely, Introd., t. II, p. 105, 
ed. 2*; Hummelauer, Introd. in Gen., Introd. 
pag. 4). Per riguardo alle ripetizioni è da osser- 
vare che esse sono conformi all'uso degli antichi, 
e specialmente degli Ebrei, e sono naturali in 
una narrazione destinata a far risaltare tutta la 
grandezza del castigo divino. Il più delle volte 
però non si tratta di vere ripetizioni (Ved. VI, 22 
e VII, 5), ma di aggiunte e di maggiori spiega- 
zioni (VII, 6 e VII, 11). D'altronde se si sepa- 
rano i due documenti si avranno due narrazioni 
mutile e incomplete, ma non saranno neppure 
evitate tutte le ripetizioni (Ved. Cornely, op. cit., 
1. cit., p. 115). Le contraddizioni poi non esi- 
etono che nella mente dei razionalisti, giacché 



nei testi, sui quali essi si appoggiano, non si 
fa altro che determinare con maggior precisione 
quello che in altri luoghi era stato lasciato inde- 
terminato (Cf. VI., 19-20 e VII, 2-5, e anche 
VII, 4 con VII, 11, ecc.). Del resto l'unità della 
narrazione mosaica del diluvio è confermata 
dalla narrazione caldaica cuneiforme, nella quale, 
se si lascia da parte ogni elemento mitologico, 
si vedrà che si trova lo stesso ordine che vi è 
nella Genesi (Ved. Vigouroux, La Bible et les 
découv., t. I, pag. 310 e ss.; Le Liv. S. et la 
crit. rat., t. Ili, p. 492; Pelt, Hist. de VA. T., 
t. r, pag. 90). 

18-19. Piccola introduzione alla maledizione e 
alla benedizione di Noè ai suoi figli (20-27). 
Cham è il padre, ecc. Questa particolarità è qui 
inserita per preparare l'intelligenza di quanto 
verrà detto al versetto 25, dove Chànaan viene 
maledetto invece del padre suo Cham. Chànaan 
era il quarto figlio di Cham (X, 6). Da questi 
si sparse, ecc. (Ved. n. VII, 17-24). 

20-23. Occasione della maledizione e della be- 
nedizione. Noè viene presentato come il primo, 
che cominciò a coltivare la vigna. L'Armenia è 
considerata dagli storici come il paese originario 
della vite (Ved. Hummelauer, h. 1.). Avendo be- 
vuto, ecc. E la prima volta che nella Scrittura 
viene menzionato il vino, dal che, coi Padri e 
la maggior parte degli interpreti, si può dedurre 
che Noè ne sia stato l'inventore. Egli non ne 
conosceva ancora la forza, e quindi l'ubbriachezza 
seguita non gli è imputabile a peccato. La pa- 
rola ;'ain = vino passò assieme alla cultura della 
vite dai popoli semiti ai popoli arii fin dalla 
più remota antichità (Cf. AL B., t. I, n. 328). 
Si scoprì, come spesso avviene a chi dorme o è 
ubbriaco. Andò a dirlo fuori della tenda ai suoi 
due fratelli, affinchè ancor essi deridessero e 
schernissero il loro padre. Misero un mantello, 
ossia un pallio, ecc., e, compiendo un atto di 
grande pietà figliale, coprirono con tutta rive- 
renza il loro padre. 

24-25. Maledizione contro Chànaan. 7/ suo fi- 
gliuolo minore, cioè Cham, il quale sarebbe così 



Genesi, IX, 25-29 



105 



dicisset quae fécerat ei filius suus minor, 
-"Ait : Maledictus Chànaan, servus servo- 
rum erit fràtribus suis. 26 Dixitque : Bene- 
dictus Dóminus Deus Sem, sit Chànaan 
servus tejus. 27 Oilàtet Deus Japheth, et 
hàbitet in tabernàculis Sem, sitque Chà- 
naan servus ejus. 

2S Vixit autem Noe post dilùvium trecéntis 
quinquaginta annis. 29 Et impléti sunt omnes 
dies ejus nongentórum quinquaginta anno- 
rum : et mórtuus est. 



avendo inteso quel che gli aveva fatto il 
suo figliuolo minore, 25 disse : Maledetto 
Chànaan, egli sarà il servo dei servi dei 
suoi fratelli. 26 E disse : Benedetto il Si- 
gnore Dio di Sem, Chànaan sia suo servo. 
27 Dio dilati Japheth, ed egli abiti nelle tende 
di Sem, e Chànaan sia suo servo. 

28 E Noè visse dopo il diluvio trecento 
cinquanta anni. 29 E tutto il tempo di sua 
vita fu di novecento cinquanta anni : e morì. 



il terzogenito di Noè. Altri però ritengono che 
Cham venga detto minore solamente per rispetto 
a Sem. Parecchi interpreti (Teodoreto, Zschokke, 
Hoberg, Hetzenauer, ecc.) sono d'avviso che qui 
si parli non di Cham, ma di Chànaan, il quale 
sarebbe stato il più giovane nipote di Noè. Disse. 
Noè illuminato dallo spirito profetico vede nella 
condotta dei suoi figli i caratteri dei popoli, che 
da essi nasceranno, e spingendo il suo sguardo 
nell'avvenire, pronunzia la maledizione sui dì- 
scendenti di Cham, e la benedizione sui discen- 
denti di Sem e di Iaphet. Maledetto (Ved. Ili, 
14). Chànaan. Invece di maledire Cham, Noè 
maledice la posterità di lui, forse perchè non 
volle che venisse a cadere la maledizione sopra 
un figlio che Dio aveva benedetto (IX, 1), op- 
pure perchè Cham stesso veniva ad essere ancora 
più sensibilmente punito colla punizione del suo 
figlio. Ad ogni modo è chiaro che, se della poste- 
rità di Cham vien nominato il figlio Chànaan, si 
è perchè da esso ebbero origine i Chananei, i 
quali caddero in tanta empietà e depravazione, 
che per giusto castigo di Dio furono spogliati 
dagli Ebrei del loro territorio, e vennero stermi- 
nati. In generale tutti i popoli Camiti (X, 6 e ss.) 
si abbandonarono alle più turpi dissolutezze, e 
benché facessero rapidi progressi nelle vie della 
civiltà materiale (Egizi, Fenici, ecc.), poscia de- 
caddero, e furono dominati dai discendenti di 
Sem e di Iapheth. Origene, Teodoreto, Alapide, 
Hetzenauer, ecc., poggiandosi sopra una tradizione 
rabbinica, ritengono che Chànaan per il primo 
abbia veduto la nudità del suo avo Noè, e ri- 
dendo sia corso dal padre suo Cham, il quale, 
invece di riprenderlo, avrebbe riso ancor egli, e 
invitato i suoi fratelli a fare altrettanto. Checché 
ne sia di ciò, è da ritenere che la maledizione 
di Noè ebbe un carattere puramente temporale, 
poiché anche i discendenti di Cham furono re- 
denti da Gesù Cristo, e sono chiamati a parte 
dell'eterna eredità (Ved. Crampon, h. ! i £«H 
il servo (cioè schiavo) dei servi (ossia l'ultimo 
degli schiavi) dei suoi fratelli Sem e Iapheth. 
Questa maledizione viene ripetuta ancora due 
volte nei versetti seguenti. 

26. Noè benedice Sem. La benedizione però 
è una lode diretta a Dio. Benedetto, vale a dire 
sia lodato il Signore (ebr. Iahveh) Dio (ebraico 
'Elohim) di Sem. Iahveh è Dio rivelatore e re- 
dentore, e intanto viene detto Dio di Sem in 



quanto avrà speciali relazioni con lui e colla sua 
discendenza. Noè quindi ringrazia -Iahveh, perchè 
Sem e i suoi discendenti conserveranno la co- 
gnizione e il culto del vero Dio, il quale farà 
loro le sue rivelazioni, e li arricchirà di grandi 
doni spirituali. Così infatti avvenne. In mezzo 
alla corruzione generale la famiglia di Sem (al- 
meno in alcuni dei suoi membri) si mantenne 
fedele a Dio, e da essa Dio scelse Abramo per 
farne il capo dì quel popolo, che doveva con- 
servare intatta la religione in mezzo all'idolatria 
generale, e custodire incorrotto il deposito delle 
divine rivelazioni, e da cui doveva poi nascere 
il Messia. La promessa del Messia viene così 
a determinarsi maggiormente ; poiché oramai sap- 
piamo che il seme della donna (III, 15) verrà 
dalla famiglia di Sem. Si osservi come per la 
prima volta il Signore venga chiamato Dio di una 
persona particolare. Più tardi si chiamerà Dio 
di Abramo, di Isacco, ecc. Chànaan, ecc., ossia 
Sem e i Semiti dominino sui discendenti di 
Chànaan. 

27. Benedizione di Iapheth. Dio. Nell'ebraico 
Elohim. Iapheth non avrà parte alle rivelazioni di 
Iahveh, ossia non sarà il popolo eletto, col quale 
Dio avrà speciali relazioni. Dilati Iapheth, cioè gli 
dia una numerosa posterità e questa si estenda 
grandemente sulla terra. Così infatti avvenne e 
Yaudax Iapeti genus ha riempito il mondo, sog- 
giogando Sem e Cham. Nell'ebraico vi è un'ele- 
gante paranomasia, poiché Iapheth, significa colui 
che si dilata o si estende. Dopo la promessa di 
beni terreni Noè promette a Iapheth la parteci- 
pazione ai beni di Sem, soggiungendo : ed egli 
Iapheth abiti nelle tende di Sem. Con ciò si an- 
nunzia che i discendenti di Iapheth un giorno 
riceveranno dai Semiti la vera religione, e si 
convertiranno al vero Dio, come di fatti avvenne, 
quando i Gentili entrarono nella Chiesa uscita dal 
Giudaismo. Alcuni (Ved. Hoberg, h. 1.) hanno 
pensato che il soggetto del verbo abiti sia Dio, 
ma tale spiegazione, che viene a interrompere 
il ritmo, è stata giustamente abbandonata. Chà- 
naan, ecc. Nella benedizione di Sem e di Iapheth 
si ha la seconda profezia del Messia, come rico- 
noscono tutti i Padri e gli interpreti. Coi figli di 
Noè l'umanità è di nuovo divisa in due città, la 
città di Dio e la città del mondo. 

28-29. Due date completano la storia di Noè 
(Ved. V, 32). 



106 



Genesi, X, 1-5 



CAPO X. 

J figli di Noè, i. — I figli e i discendenti dì Japheth, 2-5. — I figli e i discendenti 
di Cham, 6-20. — I figli e » discendenti di Sem, 21-32. 



'Hae sunt generatiónes filiórum Noe, 
Sem, Cham et Japheth : natique sunt eis 
filii post dilùvium. 

"Filii Japheth : Gomer, et Magog, et 
Màdai, et J avari, et Thubal, et Mosoch, et 
Thiras. 3 Porro filii Gomer : Ascenez et Ri- 
phath et Thogórma. "Filii autem Javan : 
Elisa et Tharsis, Cetthim et Dodànim. 5 Ab 
his divisae sunt insulae géntium in regió- 
nibus suis, unusquisque secùndum lin- 
guam suam et familias suas in natiónibus 
suis. 



Queste sono le generazioni dei figliuoli 
di Noè, Sem, Cham, e Japheth : e ad essi 
nacquero figli dopo il diluvio. 

2 Figli di Japheth (sono) : Gomer, e Magog, 
e Madai, e Javan, e Thubal, e Mosoch, e 
Thiras. 3 E i figli di Gomer (sono) : Asce- 
nez e Riphath e Thogórma. 4 E i figli di 
Javan : Elisa e Tharsis, Cetthim e Dodà- 
nim. 5 Da questi uscirono (gli abitanti) delle 
isole delle genti nelle loro diverse regioni, 
ciascuno secondo la sua lingua, e secondo 
le loro famiglie nelle diverse nazioni. 



1 I Par. I, 5. 



CAPO X. 



1. Nella quarta sezione (X, 1-XI, 9) della prima 
parte della Genesi, si riassume la storia dei di- 
scendenti dei figli di Noè sino alla dispersione 
dei popoli. Dapprima si enumerano i diversi po- 
poli (X, 1-32), cominciando da quelli usciti da 
lapheth (X, 2-5). Le generazioni, ecc., ossia questa 
è la storia della posterità, ecc. 

2-5. La tavola etnografica che ci viene ora 
presentata (2-32) è a il documento più antico, più 
prezioso, e più completo intorno alla distribu- 
zione dei popoli nell'alta antichità » Lenormant, 
Histoire ancienne, t. I, 1869, pag. 96. Mosè la 
dovette desumere da antichi documenti o da 
antiche tradizioni, che Abramo aveva portato con 
sé uscendo dalla Caldea, come è dimostrato dal- 
l'ordine geografico dei diversi popoli che ha per 
centro non l'Egitto, ma la Caldea, e dal fatto che 
sono presentate come fiorenti alcune città, le quali 
ai tempi di Mosè erano già decadute o distrutte. 
Le recenti scoperte dell'assiriologia e dell'egit- 
tologia hanno messo in viva luce la veracità e 
l'esattezza dei dati, che tale tavola ci fornisce, e 
benché in essa sianvi ancora alcuni punti oscuri, 
e l'identificazione di alcuni nomi dia luogo a 
contestazioni, non è a dubitare che nuove sco- 
perte e una maggior conoscenza dell'antichità 
verranno ancora a rendere omaggio alla pagina 
ispirata dell'autore sacro. 

Si ammette comunemente che ?1>M»J ¥TVla 
non contiene la lista completa di tutti i popoli 
della terra, ma si limita a quelli di razza bianca, 
che importava agli Israeliti di conoscere. Atosè 
non ignorava cenamene l'esistenza di altri po- 
poli, poiché nel Pentateuco ricorda gli Amaleciti, 
gli Enacim, i Rafaim, ecc., e i negri li aveva 
veduti raffigurati fin dalla più remota antichità 
nei monumenti dell'Egitto, ma egli, non volendo 
scrivere la storia di tutta l'umanità, si contentò 
di parlare di quelle genti, che al suo tempo 



avevano qualche relazione con Israele. I popoli 
non menzionati in questa tavola derivarono da 
qualche figlio di Sem, Cam e lapheth (IX, 18) 
che qui non è ricordato, oppure da qualche 
gruppo di loro discendenti, ecc., separatosi dal 
tronco comune prima della confusione delle lingue. 
L'autore sacro nello stendere la tavola etnografica 
voleva far conoscere quale posto Israele occu- 
pava fra gli altri popoli, e quale vincolo di pa- 
rentela avesse con essi, affinchè fosse noto che 
tutti gli uomini sono fratelli tra loro, e si comin- 
ciasse a intravedere il disegno di salute, che Dio 
aveva preparato per tutti gli uomini. E ancora 
da notare che fra i varii nomi menzionati nella 
tavola etnografica alcuni indicano individui parti- 
colari, padri dei varii popoli ; altri invece indi- 
cano direttamente i popoli stessi, ed altri indicano 
le regioni o le città abitate dall'uno o dall'altro 
popolo. Secondo il suo metodo (Cf. M. B., t. I, 
n. 231 bis) Mosè comincia a parlare prima di 
quei discendenti di Noè, che saranno eliminati 
dalla storia del popolo di Dio (Giapetici e Cha- 
miti) e in ultimo discorre della stirpe di Sem, 
dalla quale nascerà il popolo d'Israele (Cf. W 
gouroux, M. B., t. 1, n. 329 e ss. ; La Bible et 
les découv. mod., t. I, p. 337, ed. 6*; Les Liv. 
Saints, ecc., t. Ili, p. 505 e ss.; Lenormant, 
Hist. anc. de l'Orient, t. I, p. 263; Hummelauer, 
h. I.; Pelt, Hist. de VA. T., t. I, pag. 108 
e ss.; Murillo, op. cit., p. 416). 



2-5. I 14 popoli discendenti da lapheth. Go- 
mer, padre dei Gimirrai delle iscrizioni cuneiformi, 
o dei KiuuLptoi dei classici, tra l'Armenia e il 
Ponto Eusino. A lui si rannodano pure i Cimbri, 
i Celti, i Gal*<ti, i Galli, ecc. Magog, padre degli 
Sciti e dei Tutranici nel settentrione del Ponto 
Eusino. Madai sono i Medi o Arii, dai quali pro- 
vennero i Persi, gli Indi, ecc. Javan (gr. Tcoiiàv), 
ossia Ioni o Greti. Thubal, ossia i Tibareni a 
mezzogiorno del Ponto Fusino. Mosoch o MócrXot, 
Moschi a Oriente del Ponto Eusino. Questi due 



Genesi, X, 6-12 



107 



'FilH autem Cham : Chus, et Mesràim, 
et Phuth, et Chànaan. 7 Filii Chus : Saba, 
et Hevila, et Sàbatha, et Regma, et Sa- 
bàtacha. Filii Regma : Saba et Dadan. 
'Porro Chus génuit Nemrod : ipse coepit 
esse potens in terra, 9 Et erat robùstus ve- 
nàtor coram Dòmino. Ob hoc exivit pro- 
vérbium : Quasi Nemrod robùstus venàtor 
coram Dòmino. 10 Fuit autem principium re- 
gni ejus Bàbylon, et Arach, et Achad, et 
Chalànne in terra Sénnaar. 

:i De terra illa egréssus est Assur, et 
aedificàvit Niniven, et platéas civitàtis, et 
Chale. 12 Resen quoque inter Niniven et 



6 E i figli di Cham sono : Chus, e Mes- 
ràim, Phuth, e Chanaan. 7 I figli di Chus 
sono : Saba, ed Hevila, e Sabatha, e Regma, 
e Sabatacha. I figli di Regma sono : Saba, 
e Dadan. 8 Chus poi generò Nemrod : questi 
cominciò ad essere potente sopra la terra. 
9 Ed egli era un robusto cacciatore dinanzi 
al Signore. D'onde nacque il proverbio : 
Come Nemrod robusto cacciatore dinanzi al 
Signore. 10 E il principio del suo regno fu 
Babilonia, e Arach, e Achad, e Chalànne, 
nella terra di Sennaar. 

n Da quella terra andò in Assur, ed edi- 
ficò Ninive, e le piazze della città, e Chale, 
12 e anche Resen tra Ninive e Chale : questa 



ultimi nomi si trovano spesso associati anche 
nelle iscrizioni cuneiformi. Thiras, ossia i Traci, 
oppure, più probabilmente, i Tirseni o Tirreni 
nelle isole e sulle sponde dell'Egeo. Da essi 
ebbero poi origine gli Etruschi. 

Ascenez (Cf. Gerem. II, 27), indica probabil- 
mente la Frigia e la Misia, oppure l'Armenia. 
Riphath, ossia la Paflagonia : Thogorma, si ri- 
tiene comunemente che sia l'Armenia. — Elisa 
(Ezech. XXVII, 7), ossia la provincia di Elide 
nel Peloponneso, oppure, secondo altri, la Sicilia 
e l'Italia meridionale. Tharsis, nella Spagna me- 
ridionale (Ezech. XXVII, 12; Gerem. X, 9). Cet- 
tim, gli abitanti dell'isola di Cipro. Dodanim o 
Rodanim, come si legge nei LXX e nel Samari- 
tano, sono gli abitanti dell'isola di Rodi, oppure 
i Dodonei o Dardanei o Troiani. — Questi cinque 
figli di Iavan, diedero origine ai popoli delle 
isole delle genti. Quest'ultima espressione indica 
le isole e il litorale del Mediterraneo. L'ebraico 
ayim (isole) significa in generale una regione, a 
cui non si può arrivare che per mare. 

6. Nei versetti 6-21 sono indicati i 30 popoli 
discendenti da Cham. Chus (assiro Kùsu, egizio 
Kos) padre degli Etiopi, nell' attuale Nubia. 
Mesraim (assiro Musur) duale che indica l'alto 
e il basso Egitto. .Phuth (egizio Phet), ossia i 
popoli della Libia. Chanaan abitò la regione, che 
si stende tra il Giordano e il Mediterraneo, e 
comprende la Palestina e la Fenicia. Benché di 
origine Chuscita i Cananei e i Fenici avevano una 
lingua semitica. 

7. Si parla ora (7-12) dei discendenti di Chus. 
Saba, ossia il regno di Meroe nell'Etiopia. Hevila 
si estese dapprima sul golfo Persico e poi occupò 
l'estremo litorale del Mar Rosso. Sabatha e Regma 
nell'Arabia meridionale. Sabatacha, sulla costa 
orientale del golfo Persico. Saba, da cui i Sabei, 
nell'Arabia felice. Dadan, probabilmente abitò nel- 
l'Arabia settentrionale. È da osservare che l'iden- 
tificazione di questi varii nomi è molto incerta. 

8-9. Nei versetti 8-12 si dà la storia di Nem- 
rod, figlio di Chus. Prima di stendersi nell'Arabia 
e nell'Etiopia, i Chusciti abitarono anch'essi nella 
pianura di Sennaar. Nemrod significa probabil- 
mente ribelle. — Cominciò ad essere potente, 
ossia cominciò a prevalere sugli animali e sugli 
uomini fondando così il primo impero. Finora il 
suo nome non è ancora stato trovato nelle iscri- 
zioni cuneiformi. Alcuni però vorrebbero metterlo 
In relazione, anzi identificarlo, con Gilgames = 



Izdubar, che nell'epopea caldaica viene presentato 
come re e cacciatore nella città di Arach. La cosa 
è ben lungi dall'essere provata. Valente caccia- 
tore. La caccia era l'occupazione favorita dei re 
di Assiria e di Babilonia, i quali vengono spesso 
nei bassorilievi rappresentati come cacciatori. Di- 
nanzi al Signore, il cui giudizio non erra. Nem- 
rod era quindi veramente un bravo cacciatore. 
Alcuni prendono quest'ultima parola in cattivo 
senso, come se Nemrod fosse stato cacciatore 
di uomini, ma il testo non giustifica tale spie- 
gazione. 

10. Nemrod per il primo, riunì assieme varie 
città, e fondò un regno, che ebbe poi tanta parte 
nella storia degli Ebrei. Il testo non dice che 
egli abbia fondato le quattro città ricordate, ma 
solo che le assoggettò al suo potere. Babilonia 
(ebr. Babel, nelle iscrizioni cuneiformi B'dbil o 
Bàbilu) sull'Eufrate, nel luogo detto oggi Hillah 
(Cf. XI, 9). Arach (ebr. Eredi, gr. "OpeX, o, 
'OpXori, cuneif. Uruk o Arku) oggi Warka, sulla 
sinistra dell'Eufrate, a S. E. di Babilonia. Achad 
(ebr. Accad, gr. 'ApXao) a nord di Babilonia. Pro- 
babilmente va identificata con Agade, Akkadi, 
delle iscrizioni cuneiformi, che si trova vicino a 
Sippar, da cui è separata dal canale Nar Agade. 
— Chalànne (ebr. Calneh). Il nome di questa 
città non è ancora stato trovato nelle iscrizioni 
cuneiformi, e alcuni la identificano con la città 
assira Kulunu, Kullani a Sud di Babilonia, altri 
con Ctesifonte sulla sponda orientale del Tigri, 
e altri con Nippuru, oggi Siffur. — Terra di 
Sennaar (ebr. Shinear). Con questo nome è indi- 
cata tutta la regione bagnata dal Tigri e dal- 
l'Eufrate. Probabilmente corrisponde all'assiro 
Sumir, col qual nome però in antico si compren- 
deva non solo la parte meridionale di Babilonia, 
ma anche la settentrionale, che fu poi chiamata 
Akkadi. Da questo versetto e dal seguente si può 
ancora conchiudere che la potenza di Babilonia 
precedette quella di Ninive, il che è confermato 
dalle recenti scoperte. 

11-12. Da quella terra, cioè da Sennaar. Nem- 
rod andò in Assur, ossia nell'Assiria, oppure 
nella città di Assur sul Tigri (oggi Kalah-Scherhat), 
abitata da un popolo semitico (v. 22). Gli antichi 
considerarono il nome /Issar come il soggetto del 
verbo andò, i moderni però lo considerano come 
un accusativo di luogo, e ritengono che il sog- 
getto del verbo andò sia ancora Nemrod, e che in 
questo versetto si descriva il successivo sviluppo 



108 



Genesi. X, 13-22 



Chale : haec est civitas magna. I3 At vero 
Mesraim génuit Ludim, et Anamim, et 
Laabim, et Néphthuim, xl Et Phétrusim, et 
Chasluim : de quibus egrèssi sunt Phi- 
listhiim et Càphtorim. 

"Chanaan autem génuit Sidónem primo- 
génitum suum, Hethaéum, u Et Jebusaéum, 
et Amorrhaéum, Gergesaéum, )7 Hevaéum, 
et Aracaéum : Sinaéum, 18 Et Aràdium, Sa- 
maraéum et Amathaéum : et post haec dis- 
seminati sunt pópuli Chananaeórum. 19 Fa- 
ctique sunt tèrmini Chanaan veniéntibus a 
Sidone Geraram usque Gazam, donec in- 
grediaris Sòdoma et Gomórrham, et Ada- 
mam, et Sebóim usque Lesa. 20 Hi sunt 
Filli Cham in cognatiónibus, et linguis, et 
generatiónibus, terrisque et géntibus suis. 

21 De Sem quoque nati sunt, patre 
omnium filiórum Heber, fratre Japheth 
majóre. 22 Filii Sem : /Elam et Assur, et Ar- 



è la città grande. "Mesraim poi generò 
Ludim, e Anamim, e Laabim, e Nephtuim, 
M e Phétrusim, e Chasuim : (da' quali ven- 
nero i Filistei) e i Capthorim. 

15 Chanaan poi generò Sidone suo primo- 
genito, l'Heteo, I6 il Jebuseo, l'Amorreo, il 
Gergeseo, 17 l'Heveo, l'Araceo, il Sineo, 
18 l'Aradeo, il Samareo, l'Amateo. E poi i 
popoli dei Cananei si sparsero. 19 E i con- 
fini di Chanaan sono da Sidone andando 
verso Gerara fino a Gaza, e andando verso 
Sodoma e Gomorra, e Adamam, e Seboim 
fino a Lesa. 20 Questi sono i figli di Cham 
secondo le loro famiglie, e le lingue, e le 
generazioni, e i paesi, e le loro nazioni. 

21 Anche Sem, padre di tutti i figli di 
Heber, e fratello maggiore di Japheth, ebbe 
figli. 22 Figli di Sem sono : Elam, e Assur, 



22 I Par. I, 17. 



della potenza del primo fondatore di imperi. 
Ninive (nelle iscrizioni cuneiformi Ninua o Ninà), 
oggi Koyundjik, sulla sponda orientale del Tigri, 
in faccia all' attuale Mossoul. Le piazze della 
città. Nell'ebraico si legge : Rechoboth l yr (greco 
'Pocoftóe nó\vr), nome proprio di una città sulla 
sponda occidentale del Tigri, dove oggi sorge 
Mossoul. In assiro veniva chiamata red.it Ninà. — 
Chale (ebr. Calali, gr. XóAaX, ass. Kalhu, o 
Kalah) sulla destra del Tigri, dove oggi si vedono 
le rovine dette Nimrud. — Reseti, da identifi- 
carsi probabilmente colle rovine dette Selamiye, 
sulla destra del Tigri. Questa è la grande città. 
Queste parole non vanno riferite alla sola Resen, 
ma al complesso delle quattro città ricordate. 

13-14. Posterità di Mesraim (v. 6). Ludim, 
tribù dell'Africa settentrionale da non confondersi 
coi semiti discendenti di Lud (v. 22). Anamim, 
tribù stabilitasi nell'Egitto, probabilmente sul 
Delta. Laabim, abitanti nella Libia. Nephtuim, 
abitanti nel basso Egitto. Phétrusim, abitanti nel- 
l'Egitto superiore. Chasluim, tra il Delta e la 
Palestina. Filistei. Dal paese dei Chasluim usci- 
rono i Filistei, i quali si stesero sulla regione 
detta in assiro Palastu, Pilistu, che comprendeva 
il littorale mediterraneo dell'attuale Palestina. Il 
testo non dice se i Filistei fossero Chamiti, o 
Giapetici, e li nomina a motivo specialmente delle 
varie lotte che gli Ebrei ebbero a sostenere contro 
di essi. La parentesi fu posta per rendere più 
chiaro il testo. Càphtorim, sono probabilmente 
abitanti dell'isola di Creta. 

15-19. Posterità di Chanaan (v. 6). Sidone (cu- 
neif. e Teli. Amar. Sidùnu), da cui provennero i 
Sidonii e i Fenici. Hetheo (ebr. Het., egiz. Hi-U, 
He-ta, cuneif. Haiti), tribù che abitò la Palestina 
settentrionale e meridionale (Ved. XXIII, 3; XXV, 
9). // Iebuseo abitò Gerusalemme (detta Iebus) e 
i dintorni. L' Amorreo (egiz. Amarra, Teli. A. 
Amurri) abitò nella parte orientale e meridionale 
della Palestina. // Gergeseo abitò in Palestina, 
non sappiamo dove. L'Heveo, nel settentrione 



della Palestina e nel centro. L'Araceo abitava 
nella città detta oggi Teli ' Arka (gr. "ApXn, cuneif. 
Arkà) nella regione del Libano. Il Sineo, nella 
regione del Libano. L'Aradeo abitava l'isola Aradi 
(ass. Armada, Arvada, oggi Ruad) a Nord di 
Tripoli. Il Samareo abitava la città di Sumura 
(egiz. Samar, ass. Simirra) a Nord di Tripoli. 
L'Amateo abitante nella città Hamat (egiz. ha- 
màt, ass. Amatu) sull'Oronte, nella parte set- 
tentrionale della Palestina. E poi, ecc. I varii 
figli di Chanaan partiti da un luogo comune di 
origine assieme alle loro famiglie, si sparsero su 
tutto il territorio indicato al versetto seguente. 

19. Siccome Dio darà la terra di Chanaan in 
eredità ai figli di Abramo, ne fa sin da questo 
momento segnare i confini esatti. Da Sidone, 
come limite estremo al Nord, sino a Gaza, limite 
estremo al Sud. Gaza era una città Filistea, a 
circa 4 chilometri dal Mediterraneo. Gerara tro- 
vasi al Sud di Gaza, da cui dista circa 13 chilo- 
metri. Da Gaza poi, all'Ovest, andando verso 
l'Est, ossia verso Sodoma e Gomorra e Adaman 
e Seboim, quattro città che assieme a Segor for- 
mavano la Pentapoli (Ved. n. XIV, 2, 8), i Cha- 
nanei arrivavano sino a Lesa, da identificarsi pro- 
babilmente con Callirrhoè sulla sponda orientale 
del Mar morto. 

20. Le loro generazioni. Queste parole man- 
cano nell'ebraico. 

21-22. Nei versetti 21-31 si enumerano i 26 
discendenti di Sem. Dapprima però si fa notare 
che Sem era fratello maggiore di Iaphet, acciò 
non si pensi che egli venendo ora per ultimo, 
sia l'ultimo figlio di Noè, e si aggiunge ancora 
che fu padre di tutti i figli di Eber, perchè da 
Eber per mezzo di Abramo e di Isacco e Gia- 
cobbe, ai quali Dio rinnovò la promessa fatta a 
Sem (IX, 26), provennero gli Ebrei. I cinque 
nomi del versetto 22 significano nello stesso tempo 
persone e contrade. Elam, da cui provennero gli 
Elamiti, i quali abitarono il paese di Elam (ass. 
Elamtu) che confinava al Sud col golfo Persico e 



Genesi, X, 23 - XI, 2 



109 



phàxad, et Lud, et Aram. 23 Filii Aram : 
Us, et Hul, et Gether, et Mes. =4 At vero 
Arphàxad génuit Sale, de quo ortus est 
H^ber. 

25 Natique sunt Heber filli duo : nomen 
uni Phaleg, eo quod in diébus ejus divisa 
sit terra : et nomen fratris ejus Jectan. 
26 Qui Jectan génuit Elmódad, et Saleph, 
et Asàrmoth, Jare, 27 Et Aduram, et Uzal, 
et Decla, 28 Et Ebal, et Abimael, Saba, 29 Et 
Ophir, et Hevila, et Jobab : omnes isti, 
filli Jectan. 30 Et facta est habitàtio eórum 
de Messa pergéntibus usque Sephar mon- 
tem orientàlem. 31 Isti filli Sem, secùndum 
cognatiónes et iinguas, et regiónes in gén- 
tibus suis. 

32 Hae familiae Noe juxla pópulos et na- 
tiónes suas. Ab his divisae sunt gentes in 
terra post dilùvium. 



e Arphàxad, e Lud, e Aram. 23 I figli di 
Aram sono : Us, e Hul, e Gether, e Mes. 
2 '*Ma Arphàxad generò Sale, da cui venne 
Heber. 

25 E ad Heber nacquero due figli : uno si 
chiamò Phaleg, perchè a suo tempo fu di- 
visa la terra : e il fratello di lui ebbe nome 
Jectan. 26 Questo Jectan generò Elmodad, e 
Saleph, e Asàrmoth, e Jare, 27 e Aduram, e 
Uzal, e Decla, 28 ed Ebal, e Abimael, e Saba, 
29 e Ophir. ed Hevila, e Jobab : tutti questi, 
sono figli di Jectan. 30 Ed essi abitarono nel 
paese che si trova andando da Messa fino 
a Sephar, monte che è all'oriente. 31 Questi 
sono i figli di Sem, secondo le loro famiglie 
e le loro lingue, e i loro paesi, e le loro 
nazioni. 

32 Queste sono le famiglie di Noè secondo 
i loro popoli e le loro nazioni. Da queste 
uscirono le diverse nazioni della terra dopo 
il diluvio. 



CAPO XI. 

La torre di Babele e la confusione delle lingue, 1-9. — I discende?iti di Sem, 10-26. 
— I discendenti di Thare, 2J-32. 

*Erat autem terra làbii unius, et ser- : Ora la terra aveva una sola favella, e 

mónum eorùmdem. 2 Cumque proficisce- uno stesso linguaggio. 2 E partendosi gli 



Sap. 



ad Ovest col basso Tigri. Più tardi si chiamò 
Susiana. Dal fatto che la lingua primitiva di Elam 
non è semitica, non segue che i primi abitatori 
non siano stati semiti (Cf. Hummelauer, p. 329 
Rev. Bibl., 1901, p. 66). Assur, da cui vennero 
gli Assiri. E anche nome di una città (Ved. n. 11) 
Che gli Assiri siano semiti di origine, è confer 
mato dalle recenti scoperte (Vig. Di'cr., Assyrie) 
Arphàxad, da cui vennero i Caldei o Babilonesi 
i quali, prima di occupare Babilonia, abitarono 
nella parte meridionale dell'Armenia. Lud, da cu 
provennero i Lubdi, che secondo le iscrizioni 
cuneiformi abitarono nelle regioni superiori del 
Tigri e dell'Eufrate. Aram (cuneif. Aramu, Arumu), 
da cui vennero gli Aramei, i quali abitarono gran 
parte della Mesopotamia e della Siria. 

23. Posterità di Aram. Us, il paese di Giobbe 
(Ved. n. Giob. I, 1). L'identificazione degli altri 
tre nomi non è possibile finora. 

24-29. Posterità di Arphàxad. Sale (ebr. Sha- 
lach), dal verbo Shalach, che significa inviare. 
Heber, dal verbo 'abar, che significa traversare 
(Ved. n. XI, 12 e ss.). Phaleg, significa divisione. 
Fu divisa la terra nella dispersione dei popoli a 
motivo della confusione delle lingue (XI, 1, 4 
e ss.). La posterità di Phaleg verrà ricordata al 
cap. XI, 18. Iectan (arab. Kachtan), assieme ai 
suoi figli abitò nell'Arabia meridionale, ma è 
impossibile indicare il luogo preciso. Elmodad e 



i dodici nomi seguenti non possono essere iden- 
tificati con precisione. Asàrmoth, attualmente Ha- 
dramut, presso il golfo Persico. Uzal = San 1 a 
nell'Iemen. Ophir, da alcuni vien posta nell'Arabia 
meridionale, da altri nell'Africa, da altri nel- 
l'India. 

30. Il territorio occupato dai discendenti dì 
Iectan. Messa (gr Maaaryé), va probabilmente cer- 
cata presso la foce del Tigri e dell'Eufrate, e 
Se,phar presso Hadramut. Monte orientale. Benché 
nella Volgata queste parole servano di apposi- 
zione a Sephar, tuttavia la maggior parte dei 
moderni le considera come un terzo membro, per 
modo da avere questa traduzione : abitarono il 
paese che si estende da Messa andando verso 
Sephar fino al monte orientale (v. 19). 

31-32. Conclusione generale. Questi sono 

queste sono. L'autore richiama il versetto 1 e il 
cap. IX, 19. E chiaro che tutti i popoli, di cui 
si è parlato, non occuparono le loro diverse sedi 
che dopo la dispersione narrata nel capo seguente. 



CAPO XI. 

1. Nei versetti 1-9 si parla della torre di Ba- 
bele (1-4) e della dispersione dei popoli, che a 
motivo di essa ne segui (5-9). La terra (ebr. fotta 
la terra) aveva una sola favella, ossia un solo 



110 



Genesi, XI, 3-8 



réntur de oriènte, invenérunt campum in 
terra Sénnaar, et habitavérunt in eo. 3 Di- 
xitque alter ad próximum suum : Venite, 
faciàmus lateres, et coquàmus eos igni. 
Habuerùntque lateres prò saxis, et bitù- 
men prò caeménto : 4 Et dixérunt : Venite, 
faciàmus nobis civitàtem et turrim, cuius 
culmen pertingat ad caelum : et celebrémus 
nomen nostrum àntequam dividàmur in 
univérsas terras. 

5 Descéndit autem Dóminus ut vidéret ci- 
vitàtem et turrim, quam aedificàbant filii 
Adam, 6 Et dixit : Ecce, unus est pópulus, 
et unum làbium omnibus : coeperùntque 
hoc fàcere, nec desistent a cogitatiónibus 
suis, donec eas òpere cómpleant. 7 Venite 
igitur, descendàmus, et confundàmus ibi 
linguam eórum, ut non aùdiat unusquisque 
vocem próximi sui. 8 Atque ita divisit eos 
Dóminus ex ilio loco in univérsas terras, 



uomini dall'oriente, trovarono una pianura 
nella terra di Sennaar, e ivi abitarono. 3 E 
dissero l'uno all'altro : Venite, facciamo de' 
mattoni, e cuociamoli col fuoco. E si valsero 
di mattoni in vece di pietre, e di bitume 
in vece di calce : 4 e dissero : Venite, fac- 
ciamoci una città e una torre, la cui cima 
arrivi fino al cielo : e illustriamo il nostro 
nome prima di andar divisi per tutta quanta 
la terra. 

s Ma il Signore discese a vedere la città 
e la torre, che i figliuoli d'Adamo fabbri- 
cavano, 6 e disse : Ecco che sono un sol 
popolo, ed hanno tutti la stessa lingua : e 
hanno cominciato a fare questa opera, e 
non desisteranno da' lor disegni, finché li 
abbiano condotti a termine. 7 Venite adun- 
que, scendiamo, e confondiamo il loro lin- 
guaggio, sicché l'uno non capisca più il 
parlare dell'altro. 8 E così il Signore li di- 



modo di parlare, e uno stesso linguaggio, ossia 
le. stesse parole (Cf. Kaulen, Die Sprachverwir- 
rung zu Babel, Mainz, 1861, p. 12 e ss.). Alcuni 
(Hummelauer, p. 304, ecc.) pensano che le parole 
unius labii (una sola favella) indichino piuttosto 
unità di sentimenti, e che per conseguenza la 
confusione delle lingue non sia stata altro che un 
disaccordo nel modo di pensare, sopravvenuto per 
divina volontà. Tale spiegazione non si accorda 
colla interpretazione dei Padri, e va rigettata. 
La maggior parte degli esegeti moderni ritiene 
ancora che nella pianura di Sennaar, non vi fos- 
sero radunati tutti gli uomini allora viventi, ma 
solo e quasi solo i discendenti di Sem. In nessun 
luogo infatti la Scrittura dice che là si trovassero 
tutti gli uomini, e l'espressione ruffa la terra va 
interpretata come le espressioni analoghe della nar- 
razione del diluvio. D'altra parte se gli uomini della 
torre emigrarono nel Sennaar da un paese orien- 
tale (v. 2) è poco probabile che non abbiano la- 
sciato qualcuno nel paese d'origine (Cf. Humme- 
lauer, h. 1.; Crampon, h. 1.; Vigouroux, M. B., 
t. 1. n. 337; Les Liv. Saints, ecc., t. Ili, p. 508; 
Pelt, Hist. de VA. T., t. I, p. 113). Altri però 
sono d'avviso contrario (Ved. Hetzenauer ; Mu- 
rillo, h. 1.), e si deve confessare che la loro sen- 
tenza è molto più conforme alla tradizione, la 
quale ritiene che Mosè abbia voluto indicare la 
causa della dispersione del genere umano sulla 
terra. 

Non è possibile determinare quale sia stata la 
lingua primitiva dell'umanità, ad ogni modo essa 
non fu certamente l'ebraica, la quale per anti- 
chità non tiene neppure il primo posto tra le 
lingue semitiche. La lingua parlata da Adamo e 
dai suoi primi discendenti dovette col tempo mo- 
dificarsi, e a meno di ammettere un miracolo, di 
cui non vi è traccia, si deve ritenere che al tempo 
del diluvio si fosse già alterata almeno in parte 
(Ved. M. B., t. I, n. 338). Coloro, i quali am- 
mettono che non tutti gli uomini si trovassero in 
Sennaar, ritengono pure che prima della torre di 
Babele già fossero in uso varii idiomi. 

2. Partendosi dall'Oriente. Dal monte Ararath 
nell'Armenia (Vili, 4), gli uomini si spinsero 
prima nella valle dell'Arasse e nella Media, e poi 



di là, traversati i monti Gordiani, emigrarono nella 
pianura di Sennaar. L'ebraico però potrebbe anche 
tradursi : andando verso Oriente, e allora indi- 
cherebbe che nel partire dall'Ararath, si diressero 
verso Oriente o meglio verso il S. E. Trovarono 
una pianura fertile e bene irrigata nella terra di 
Sennaar (Ved. n. X, 10). 

3. Nella pianura di Sennaar, formata di terreni 
alluvionali, manca la pietra per costruzioni, e 
quindi i nuovi venuti volendo costruire case e 
città furono costretti a servirsi di mattoni cotti 
al fuoco, e ad usare per calce il bitume o asfalto, 
che abbonda nei dintorni di Babilonia. Gli antichi 
monumenti babilonesi formati di argilla seccata 
al sole o cotta al fuoco, confermano pienamente 
i dati della Scrittura. 

4. Si indica lo scopo a cui erano destinati 
i mattoni, che volevano fabbricare. Una città e 
una torre, la cui cima tocchi il cielo, che cioè sia 
altissima (Deut. I, 28; Dan. IV, 11). Illu- 
striamo, ecc., ossia rendiamoci famosi con un 
monumento che attesti la nostra forza e la nostra 
grandezza. Si tratta di un peccato di orgoglio. 
Prima di andar divisi, ecc. Il testo ebraico va 
tradotto facciamoci, ecc., acciò non avvenga che 
siamo dispersi, ecc. Gli uomini si mostrano di- 
sobbedienti a Dio, che aveva comandato la di- 
spersione (I, 28; IX, 1). Essi vogliono restare 
uniti, e perciò cercano di fabbricarsi una città e 
un'alta torre visibile da lontano, che siano come 
un centro civile e religioso di unione, e servano 
a renderli famosi per sempre. Può essere che 
questa torre a guisa di altre simili torri babilo- 
nesi fosse destinata ad essere un tempio. Gli 
uomini gettano quindi in ogni caso una sfida a 
Dio, mostrandosi superbi e disobbedienti. 

5-8. Discese a vedere, ecc., espressione meta- 
forica per indicare che Dio vide, e considerò 
perfettamente ogni cosa, come avrebbe fatto un 
uomo che fosse disceso dal cielo nella terra di 
Sennaar per vedere e considerare da vicino. Nel 
momento in cui gli uomini tentano di dar la sca- 
lata al cielo, la Scrittura li chiama figliuoli di 
Adamo per indicare che sono formati di terra e 
alla terra devono tornare (II, 7). Hanno la stessa 



Genesi, XI, 9-11 



ili 



et cessavérunt aedificàre civitàtem. 9 Et 
idcirco vocàtum est nomen ejus Babel, 
quia ibi confùsum est làbium univérsae 
rerrae : et inde dispérsit eos Dóminus su- 
per fàciem cunctàrum regiónum. 

10 Hae sunt generatiónes Sem : Sem erat 
centum annórum quando génuit Arphàxad, 
biènnio post dilùvium. "Vixitque Sem 
postquam génuit Arphàxad, quingéntis an- 
nis : et génuit filios et filias. 



sperse da quel luogo per tutti i paesi, e 
cessarono di fabbricare la città. 9 E per ciò 
essa fu chiamata Babel, perchè ivi fu con- 
fuso il linguaggio di tutta la terra, e di là 
il Signore li disperse per tutte quante le 
regioni. 

10 Queste sono le generazioni di Sem : 
Sem aveva cento anni, quando generò Ar- 
phàxad due anni dopo il diluvio. "E Sem, 
dopo aver generato Arphàxad, visse cin- 
quecento anni : e generò figli e figlie. 



10 I Par. !, 17. 



lingua, e perciò non vogliono dividersi, e hanno 
a tal fine cominciato a fabbricarsi un centro di 
unione, e non cesseranno finché lo abbiano con- 
dotto a termine. Tale è il senso della Volgata e 
del greco. L'ebraico va tradotto : hanno la stessa 
lingua: e questo (cioè la fabbrica della torre) è 
il cominciamento (-delle loro intrapprese), ed 
ora nulla impedirà loro di compiere i loro disegni, 
vale a dire, non si contenteranno solo di ciò (la 
fabbrica della torre), ma il loro ardire non avrà 
più limite e faranno altre opere di superbia e di 
disobbedienza. Anche qui Dio parla il linguaggio 
umano. Venite: imitazione ironica delle parole dei 
versetti 3-4. Scendiamo e confondiamo. In questo 
plurale vi è un'allusione al mistero della Santis- 
sima Trinità (Ved. n. I, 26; III, 22). L'uno non 
intenda il parlare dell'altro. Dio con un miracolo 
fece sì che repentinamente l'uno non intendesse 
più il linguaggio dell' altro, e da ciò seguì la 
discordia e la dispersione. L'unità primitiva del 
linguaggio umano è ammessa comunemente dai 
filologi. 

Dio confuse così le lingue dei superbi, ma nel 
giorno di Pentecoste darà agli Apostoli umili il 
dono di parlare in varie lingue (Ved. Atti, II, 4). 
S. Gregorio Niss. (Cont. Eunom., 1. XII, M. 45, 
col. 995) pensò che la confusione delle lingue sia 
stata lenta e progressiva, ma gli altri Padri sono 
di avviso contraria, e ritengono che essa sia 
stata repentina e miracolosa (Cf. Pelt., Hist. de 
VA. T., t. I, p. 115 e ss.; M. B., t. I, n. 339). 
Cessarono di fabbricare la città. I LXX aggiun- 
gono : e la torre. Secondo Giuseppe Flavio, Dio, 
per mezzo dei venti e delle procelle, avrebbe fatto 
rovinare la torre. 

9. Babel, deriva dalla radice baiai, ed è for- 
mato per il raddoppiamento della prima radicale 
{babel invece di balbel). La detta radice significa 
confondere, e balbel confusione. Nelle iscrizioni 
cuneiformi si legge Babil o Bàbilu, che viene in- 
terpretato porta di Dio, ma si tratta di una'in- 
terpretazione posteriore. Le due interpretazioni, 
secondo Hummelauer, non si escludono. Potrebbe 
essere infatti che nell'intenzione dei fabbricatori 
la città dovesse chiamarsi porta di Dio, ma non 
essendo stata condotta a termine, dagli stessi per 
scherno e ironia fosse chiamata confusione. Le 
rovine di Babilonia si scorgono tuttora nella loca- 
lità detta Hillah. A 12 chilometri a S. O. di Hillah 
sorge un gruppo immenso di rovine dette Birs 
Nimrud (torre di Nembrod), che da alcuni ven- 
nero considerate come gli avanzi della famosa 
torre. E però da osservare che Birs Nimrud si 



trova a Borsippa, città che nelle iscrizioni cu- 
neiformi viene sempre distinta da Babilonia. D'al- 
tra parte i mattoni di Birs Nimrud portano il 
nome di Nabucodònosor, il quale in una iscri- 
zione si vanta di aver fatto riparare e condurre 
a termine questo monumento, che uno dei suoi 
predecessori aveva lasciato incompiuto. La tra- 
duzione di quest'iscrizione data da Oppert (Ved. 
Vigouroux, La Bib. et les découv. mod., t. I, 
p. 381 e ss.) è oggidì abbandonata, essendosi ri- 
conosciuti in essa parecchi errori di lettura e di 
interpretazione. Nelle nuove traduzioni è scom- 
parso ogni accenno anche lontano al diluvio, ecc. 
(Ved. Condamin, Dict. Ap., Bib. et Bab., col. 346). 
Le rovine della torre vanno cercate probabilmente 
a Babil o a Amran ibn ' Abi. Nelle iscrizioni cu- 
neiformi non si è trovato sinora nessuna traccia 
del fatto narrato dalla Scrittura. Se ne ha però 
una relazione in un passo di Abideno (il o IH 
secolo d. Cristo), conservatoci da Eusebio (Prep. 
Evang., IX, 14), e in un passo di Alessandro 
Polistore (Didot, Fragm. Hist. graec, t. II, p. 
502), i quali però sono di origine poco sicura. 
Un lontano ricordo del grande avvenimento si 
può trovare nella leggenda dei giganti, che mos- 
sero guerra al cielo, e in alcune tradizioni, che 
si incontrano presso gli antichi popoli come si 
può vedere presso Lùken {Die Traditionen, ecc., 
p. 314 e ss.). È probabile che Mosè abbia avuto 
questo fatto dalla tradizione conservatasi pura 
nella famiglia di Abramo. 

10. Nella quinta sezione (XI, 10-26) della prima 
parte della Genesi, si contengono le generazioni di 
Sem (Cf. V, 1). Benché i discendenti di questo 
patriarca siano già stati indicati al cap. X, 21-31, 
tuttavia Mosè, ripigliando la narrazione interrotta 
al cap. V, 31, vuole far conoscere ora in modo 
speoiale il ramo principale della famiglia di Sem, 
da cui dovrà nascere il Messia. L'enumerazione va 
fino a Thare, padre di Abramo. Dio lascia ornai 
che i varii popoli nati dai figli di Noè seguano 
le loro vie (Atti, XVII, 30), e la Scrittura non si 
occuperà più che di Abramo e della sua discen- 
denza. 

Queste sono le generazioni, ecc. E questo il 
titolo della sezione (Ved. n. V, 1). Aveva cento 
anni. Era nato sul fine dell'anno 501 della vita 
di Noè, e sul fine dell'anno 602 di Noè ebbe 
il primo figlio (Cf. V, 31; VII, 6). Arphàxad, 
Sale, Heber, Phaleg. Ved. n. X. 24-25. 

11. Generò figli e figlie. I LXX aggiungono: 
e poi morì, tanto qui che ai versetti 13, 15 e 
seguenti. 



112 



Genesi, XI, 12-28 



i: Porro Arphàxad vixit triginta quinque 
annis, et génuit Sale. I3 Vixitque Arphàxad, 
postquam génuit Sale, trecéntis tribus an- 
nis : et génuit filios et filias. 

''Sale quoque vixit triginta annis, et gé- 
nuit Heber. ' Vixitque Sale postquam gé- 
nuit Heber, quadringéntis tribus annis : et 
génuit filios et filias. 

16 Vixit autem Heber triginta quàtuor an- 
nis, et génuit Phaleg. 17 Et vixit Heber post- 
quam génuit Phaleg, quadringéntis triginta 
annis : et génuit filios et filias. 

18 Vixit quoque Phaleg triginta annis, et 
génuit Reu. 19 Vixitque Phaleg postquam 
génuit Reu, ducéntis novem annis, et gé- 
nuit filios et filias. 

20 Vixit autem Reu triginta duóbus annis, 
et génuit Sarug. 2 'Vixit quoque Reu post- 
quam génuit Sarug, ducéntis septem annis : 
et génuit filios et filias. 

"Vixit vero Sarug triginta annis, et gé- 
nuit Nachor. "Vixitque Sarug postquam 
génuit Nachor, ducéntis annis : et génuit 
filios et filias. 

24 Vixit autem Nachor viginti novem an- 
nis, et génuit Thare. 25 Vixitque Nachor 
postquam génuit Thare, centum decem et 
novem annis : et génuit filios et filias. 

26 Vixitque Thare septuaginta annis, et 
génuit Abram, et Nachor, et Aran. 

I7 Hae sunt autem generatiónes Thare : 
Thare génuit Abram, Nachor et Aran. Porro 
Aran génuit Lot. 28 Mortuùsque est Aran 
ante Thare patrem suum, in terra nativitàtis 



12 Arphaxad poi visse trentacinque anni : 
e generò Sale. 13 E Arphàxad, dopo aver 
generato Sale, visse trecento tre anni : e 
generò figli e figlie. 

14 Sale poi visse trenta anni, e generò 
Heber. 15 E Sale, dopo aver generato Heber, 
visse quattrocento tre anni : e generò figli 
e figlie. 

16 E visse Heber trenta quattro anni, e 
generò Phaleg. 17 E Heber, dopo aver gene- 
rato Phaleg, visse quattrocento trent'anni : 
e generò figli e figlie. 

18 E visse Phaleg trenta anni, e generò 
Reu. 19 E Phaleg, dopo aver generato Reu, 
visse duecento nove anni : e generò figli e 
figlie. 

20 E visse Reu trentadue anni, e generò 
Sarug. 21 E Reu, dopo aver generato Sarug, 
visse duecento sette anni : e generò figli e 
figlie. 

22 E visse Sarug trenta anni, e generò 
Nachor. 23 E Sarug, dopo aver generato 
Nachor, visse duecento anni : e generò fi- 
gli e figlie. 

24 E visse Nachor ventinove anni, e ge- 
nerò Thare. 25 E Nachor, dopo aver gene- 
rato Thare, visse centodiciannove anni : e 
generò figli e figlie. 

2G E visse Thare settant'anni, e generò 
Abram, e Nachor, e Aran. 

27 Queste sono le generazioni di Thare : 
Thare generò Abram, Nachor, e Aran. Aran 
poi generò Lot. 28 E Aran morì prima di 
Thare suo padre, nella terra dov'era nato, 



10 I Par. I, 19. 



Jos. XXIV, 2; I Par. I, 26. 



12-13. Nei LXX si legge : Arphàxad visse 135 
anni e generò Cainan. E visse Arphàxad dopo aver 
generato Cainan 300 anni, e generò figli e figlie, 
e poi morì, E Cainan visse 130 anni e generò Sala. 
E visse Cainan dopo aver generato Sala 330 anni, 
e generò figli e figlie e poi morì. Sala poi, ecc. 
Come si vede, i LXX tra Arphàxad e Sale inse- 
riscono Cainan, per modo che la genealogia di 
Sem viene a contare anch'essa 10 nomi come 
quella di Adamo (V, 1). Siccome il nome di Cainan 
si ti iva anche nella genealogia riferita da S. Luca 
(Lue. Ili, 36), si deve ritenere che l'aggiunta dei 
LXX è autentica, se pure non si vuole ammettere 
(con Alapide, Calmet, Fillion, Hummelauer, ecc.) 
che nel testo di S. Luca si tratti di una aggiunta 
dovuta a qualche amanuense, il che però è ben 
lungi dall'essere provato. — Anche i numeri d : 
questa genealogia differiscono notabilmente nr 
testo greco e nel samaritano. Vedi Tavoli 
Appendice. 

Trecento tre anni. Tale è la lezione di aljjfc 
codici latini. Nell'ebraico vi è 403. 

26. E da notare in questa genealogia come la 
durata della vita dell'uomo vada man mano dimi- 
nuendo. Sommando le cifre date dai diversi testi 



si ottiene il seguente risultato : Tra il diluvio e 
Àbramo passarono 367 anni secondo il testo 
ebraico, 1017 secondo il testo samaritano, e 1247 
secondo i LXX. 

27. La seconda parte della Genesi (XI, 27-L, 
25), tratta dei primordi della storia degli Ebrei, e si 
divide pure in cinque sezioni che cominciano tutte 
allo stesso modo. La prima sezione ci dà la storia 
della discendenza di Thare (XI, 27-XXV, 11) co- 
minciando dalla sua famiglia e dalla sua migra- 
zione in Haran (XI, 27-32). Queste sono le gene- 
razioni, ecc. Titolo della sezione (Ved. V, 1). 
Nachor (XXfl, 20-26), fratello di Abramo, non va 
confuso con Nachor del versetto 25. 

28. Morì prima (lett. in presenza) di Thare, e 
quindi prima della migrazione ricordata al ver- 
setto 31. Ur dei Caldei, a destra dell'Eufrate, a 
circa 225 chilometri al S. E. di Babilonia, nella 
località detta Mugheir, dove infatti si sono trovati 
J4t?ecchi sigilli reali e iscrizioni col nome di Uru. 

ta città adorava la luna, sotto il nome di 

'■f-tiar o di Sin. — La Caldea (ebr. terra di 

'.icdim, cuneif. terra di Kashdu, o Kaldir) com- 

'JPendeva il bacino del Tigri e dell'Eufrate, e si 

«tendeva da Babilonia al Nord sino al goifo Per- 



Genesi, XI, 29 — XII, 1 



113 



suae in Ur Chaldaeórum. 29 Duxérunt autem 
Abram et Nachor uxóres : nomen uxóris 
Abram, Sarai : et nomen uxóris Nachor, 
Melcha, filia Aran, patris Melchae, et patris 
Jeschae. 30 Erat autem Sarai stérilis, nec 
habébat liberos. 

31 Tulit itaque Thare Abram filium suum, 
et Lot filium Aran, filium filii sui, et Sarai 
nurum suam, uxórem Abram filii sui, et 
edùxit eos de Ur Chaldaeórum, ut irent 
in terram Chànaan : veneruntque usque 
Haran, et habitavérunt ibi. 32 Et facti sunt 
dies Thare ducentórum quinque annórum, 
et mórtuus est in Haran. 



in Ur de' Caldei. 29 E Abram, e Nachor si 
ammogliarono : la moglie di Abram aveva 
nome Sarai : e la moglie di Nachor aveva 
nome Melcha, figliuola di Aran, padre di 
Melcha, e padre di Jescha. 3D Ma Sarai era 
sterile, e non aveva figli. 

"Thare adunque prese Abram suo figlio 
e Lot figlio del suo figlio ossia di Aran, e 
Sarai sua nuora, moglie di Abram suo fi- 
gliuolo, e li condusse via da Ur de' Caldei 
per andar nella terra di Chanaan : e anda- 
rono fino ad Haran, e ivi abitarono. 32 E 
Thare visse duecento cinque anni, e morì 
in Haran. 



CAPO XII. 
Vocazione di Àbramo, i-g, — Àbramo va hi Egitto. 



1 Dixit autem Dóminus ad Abram : Egré- 
dere de terra tua, et de cognatióne tua, et 
de domo patris tui, et veni in terram, 



X E il Signore disse ad Abramo : Parti 
dalla tua terra, e dalla tua parentela, e 
dalla casa di tuo padre, e vieni nella terra, 



81 Jos. XXIV, 2; Neh. IX, 7; Judith. V, 7; Act. VII, 2. > Act. VII, 3. 



sico al Sud (Cf. Pelt, op. cit., t. I, p. 148; Vi- 
gouroux, La Bible et les découv., t. I, p. 415 
e ss., ecc.). 

29-30. Sarai, era pure figlia di Thare, ma aveva 
una madre diversa, come è indicato al cap. XX, 12. 
Melcha, da cui naca.ue Batuele padre di Rebeoca 
(XXII, 22 e ss.). Iescha. Non sappiamo perchè 
sia qui ricordata questa donna, di cui non si fa 
menzione in altro luogo. Secondo Giuseppe FI. e 
i rabbini, essa andrebbe identificata con Sarai, 
ma tale identificazione sembra contraria al cap. XX, 
12, e quindi altri pensano che essa fosse anche 
moglie di Lot, oppure che Aran non abbia gene- 
rato altri cTie Lot, Melcha, e Iescha. Era sterile. 
Queste parole preparano gli avvenimenti XVI, 1 
e ss. ; XVII, 15 e ss., ecc. 

31. Sua nuora, perchè moglie di Abramo. Sic- 
come non si parla di Nachor, può essere che egli 
sia rimasto in Ur. Più tardi però la sua famiglia 
si trovava in Haran (XXIV, 10; XXIX, 4). Li 
condusse via in seguito a un comando dato ad 
Abramo da Dio (Ved. n. Atti, VII, 2 e ss.). Haran 
(ass. Harranu), città della Mesopotamia a una 
giornata di marcia al Sud di Edessa, celebre per 
la sconfitta di Crasso. Di questo viaggio si parla 
anche in Giosuè, XX, IV, 2 e ss., e Giuditta, V, 
6 e ss., dai quali passi risulta che Thare > in Ur 
adorava il vero Dio, ma poi in Haran serviva agli 
dèi stranieri. Non è possibile determinare se si 
tratti di vera idolatria o di superstizione. 

32. Fisse duecento anni (nel testo Samaritano 
145 anni). Queste parole messe in rapporto coi 
dati forniti dai cap. XI, 26 (Thare aveva 70 anni e 
generò Abramo e Nachor, ecc.) e XII, 4 (Abramo 
partì da Haran quando aveva 75 anni) danno 
luogo a una grave difficoltà, poiché farebbero 



supporre che Abramo sia partito da Haran prima 
della morte di Thare, il che è contrario a quanto 
viene affermato, Atti, VII, 4, da S. Stefano (Vedi 
le varie soluzioni n. Atti, VII, 4). 



CAPO XII. 

1. Mentre i popoli dispersi cadono nell'ido- 
latria e nella dimenticanza di Dio, Dio sceglie 
Abramo per farne il padre del . popolo eletto, a 
cui viene affidata la missione di conservare nel 
mondo il deposito della divina rivelazione e l'a- 
spettazione del Redentore. Ciò che rende grande 
Àbramo è la fede, che ha fatto di lui il padre di 
tutti i credenti (Ved. Ebr. XI, 8-19). La storia 
di Abramo (XII, 1-XXV, 11) comprende quattro 
principali periodi, ciascuno dei quali viene inau- 
gurato da una speciale rivelazione di Iahveh, Dio 
della redenzione. Il primo (XII, 1-XIV, 24) con- 
tiene la vocazione del santo Patriarca ; il secondo 
(XV, 1-XVI, 16) la sua alleanza con Dio; il terzo 
(XVII, 1-XXI, 34) la conferma dell'alleanza e 
alcuni fatti connessi; il quarto (XXII, 1-XXV, 11) 
il suo sacrifizio e gli ultimi avvenimenti. Nel 
primo periodo si narra come Abramo per comando 
di Dio andò in Chanaan e nell'Egitto (XII, 1-20). 

Disse. Già in Ur Dio aveva dato un ordine 
consimile ad Abramo (Atti, VN, 2), e quindi si 
tratta ora di una seconda vocazione. Dalla tua 
terra divenuta idolatra, ossia da Haran, oppure 
secondo altri da Ur. In quest'ultimo caso si trat- 
terebbe della prima vocazione, e si dovrebbe tra- 
durre. Il Signore aveva detto ad Abramo, ecc. 
Dalla casa di tuo padre caduta essa pure nel- 
l'idolatria (Ved. n. XI, 31). Vieni nella terra, ecc. 
Dio non gli fece subito conoscere il luogo dove 



B 



Sacra Bibbia, voi. III. 



114 



Genesi, XII, 2-8 



quam monstràbo tibi. "Faciàmque te in gen- 
tem magnam, et benedicam tibi, et magni- 
ficàbo nomen tuum, erisque benedictus. 
3 Benedicam benedicéntibus tibi, et male- 
dicam maledicéntibus tibi, atque IN TE 
benedicéntur univérsae cognatiónes terrae. 

*Egréssus est itaque Abram sicut praecé- 
perat ei Dóminus, et ivit cum eo Lot : 
septuaginta quinque annórum erat Abram 
cum egrederétur de Haran. 5 Tulitque Sarai 
uxórem suam, et Lot filium fratris sui, uni- 
versàmque substàntiam quam posséderant, et 
ànimas quas fécerant in Haran : et egrèssi 
sunt ut irent in terram Chànaan. Cumque 
venissent in eam, e Pertransivit Abram ter- 
ram usque ad locum Sichem, usque ad con- 
vàllem illùstrem : Chananaéus autem tunc 
erat in terra. 

7 Appàruit autem Dóminus Abram, et 
dixit ei : Semini tuo dabo terram liane. 
Qui aedificàvit ibi altare Dòmino, qui ap- 
parùerat ei. 8 Et inde transgrédiens ad mon- 
tem, qui erat contra oriéntem Bethel, te- 



che io ti mostrerò. 'E farò di te una grande 
nazione, e ti benedirò, e farò grande il tuo 
nome, e sarai benedetto. s Benedirò coloro 
che ti benedicono, e maledirò coloro che 
ti maledicono, e IN TE saranno benedette 
tutte le nazioni della terra. 

4 Partì adunque Abramo come il Signore 
gli aveva ordinato, e Lot andò con lui : 
Abramo aveva settantacinque anni, quando 
uscì di Haran. 5 Egli prese con sé Sarai sua 
moglie, e Lot figlio di suo fratello, e tutto 
quello che possedevano, e le persone, che 
avevano acquistate in Haran : e partirono 
per andare nella terra di Chanaan. E giunti 
colà, 6 Abramo passò per mezzo al paese 
fino al luogo di Sichem, fino alla valle fa- 
mosa : e i Chananei erano allora in quella 
terra. 

7 E il Signore apparve ad Abramo, e gli 
disse : Io darò ai tuoi posteri questa terra. 
Ed egli edificò in quel luogo un altare al 
Signore, che gli era apparito. 8 E di lì pas- 
sando avanti verso il monte, che era a 



3 Inf. XVIII, 18 et XXII, 18,; Gal. Ili, 8; Hebr. XI, 8. 
Deut. XXXIV, 4. 



7 Inf. XIII, 15 et XV, 18 et XXVI, 4; 



voleva che emigrasse (Atti, VII, 2; Ebr. XI, 8), 
e ciò serve a mettere in miglior luce la fede e 
l'ubbidienza di Abramo, il quale eseguì puntual- 
mente quanto gli fu comandato, e abbandonò ogni 
cosa, affidandosi a Dio, che gli faceva delle pro- 
messe, le quali però non si sarebbero realizzate 
che in un avvenire lontano. 

2-3. Dio fa ad Abramo quattro promesse 
disposte fra loro in bella gradazione. 1° Farò di 
te, ecc. Benché Sarai sia sterile (XI, 30), io ti 
darò una grande posterità. Questa posterità in 
senso letterale è il popolo d'Israele, ma in senso 
spirituale sono tutti i credenti (Rom. IV, 11; 
Gal. Ili, 29). 2" Ti benedirò, ossia ti ricolmerò di 
(avori materiali e spirituali. Sarai benedetto 
(lett. sarai benedizione), ossia sarà tanta l'ab- 
bondanza dei favori, di cui ti ricolmerò, che verrà 
a ridondare anche sugli altri. 3* Benedirò... male- 
dirò. La sorte degli altri uomini dipenderà dal- 
l'atteggiamento che prenderanno verso di te. 4° Jn 
te saranno benedette, ecc., ossia tu e la tua 
discendenza, e specialmente Gesù Cristo (XXII, 
8; Gal. Ili, 16), sarete fonte di bene per tutti 
gli uomini. Si ha qui la terza profezia messianica, 
la quale determina maggiormente le due prece- 
denti, III, 15; IX, 26. Abramo e la sua stirpe 
conservarono infatti nel mondo il culto del vero 
Dio, ricevettero le diverse rivelazioni, e da essi 
nacque il Messia, che portò la salute non solo 
agli Ebrei, ma a tutta l'umanità (Ved. n. IX, 27). 
Quest'ultima promessa verrà ripetuta più volte 
nella Genesi, XIII, 14-16; XVII, 4 e ss. ; XVIII, 
18, ecc. 

4-5. Abramo va in Chinaan (5-9). Pieno di fede 
Abramo partì senza sapere dove andasse (Ebr. XI, 
8). Lot, anch'egli cultore del vero Dio, era pro- 
babilmente stato adottato da Abramo dopo la 
morte di Aran (XI, 28). Aveva settantacinque anni 



(Ved. n. Atti, VII, 4). Si indica la data precisa, 
perchè da questo punto comincia una nuova era 
per l' umanità. Tutto quello che possedevano, 
greggi, armenti, ecc. Le persone che avevano 
acquistate, cioè gli schiavi e i figli nati dai loro 
schiavi. Partirono per andare, ecc. Nell'ebraico e 
nel greco si aggiunge : e andarono nella terra di 
Chanaan, passando probabilmente per Damasco, 
ed entrandovi per il S. E. 

6. Sichem (oggi Naplusa) nella valle tra il 
monte Hebal e il Garizim. Fino alla valle famosa. 
L'ebraico va tradotto : fino alla quercia (o meglio 
al querceto) di Mareh. Tale querceto, così chia- 
mato dal nome del proprietario, trovavasi presso 
Sichem. I Chananei, ecc. Il paese quindi non era 
disabitato e senza padrone. Tale particolarità viene 
notata a motivo della promessa del versetto 7. 

7. Il Signore apparve sotto forma sensibile ad 
Abramo. E questa la prima apparizione di Dio 
ad un uomo, che sia distintamente menzionata 
nella Scrittura. Darò ai tuoi posteri discendenti 
da Isacco e da Giacobbe questa terra di Chanaan. 
Dio mostra ora ad Abramo la terra promessa 
(v. 1), e si impegna di darla in possessione alla 
discendenza di lui, non ostante che essa sia in 
potere di un popolo forte e agguerrito. Edificò un 
altare in quel luogo santificato dall'apparizione 
di Dio, e per mezzo di quest'atto egli volle con- 
sacrare a Dio la terra promessa. 

8-9. Passando avanti in cerca di nuovi pascoli 
per il suo gregge, e spingendosi verso Sud. 
Bethel, è così chiamata per anticipazione. Il suo 
nome allora era Luz (XXVIII, 19), e fu Giacobbe 
che la chiamò Bethel. A occidente (lett. dalla parte 
del mare Mediterraneo). La città di Hai è poco 
distante da Bethel. Edificò, ecc. E da ammirarsi 
la costanza con cui Abramo professa la sua fede 
nel vero Dio. Andò avanti cercando nuovi pascoli. 



Genesi, XII, 9-17 



115 



téndit ibi tabernàculum suum, ab occidènte 
habens Bethel, et ab oriènte Hai : aedi- 
ficàvit quoque ibi altare Domino, et in- 
vocàvit nomen ejus. 9 Perrexitque Abram 
vadens, et ultra progrédiens ed meridiem. 

10 Facta est autem fames in terra : descen- 
ditque Abram in iEgyptum, ut peregri- 
narétur ibi : praevalùerat enim fames in 
terra. "Cumque prope esset ut ingrede- 
rétur jEgyptum, dixit Sarai uxòri suae : 
Novi quod pulchra sis mùlier : 13 Et quod 
cum viderint te ^Egyptii, dictùri sunt : 
Uxor ipsius est : et interficient me, et te 
reservàbunt. 13 Dic ergo, óbsecro te, quod 
soror mea sis : ut bene sit mihi propter te, 
et vivat ànima mea ob gràtiam tui. 

14 Cum itaque ingréssus esset Abram JE- 
gyptum, vidérunt ^Egyptii mulierem quod 
esset pulchra nirnis. 13 Èt nuntiavérunt prin- 
cipes Pharaóni, et laudavérunt eam apud 
illum : et sublàta est mùlier in domum 
Pharaónis. 16 Abram vero bene usi sunt pro- 
pter illam : fueruntque ei oves et boves et 
àsini, et servi et fàmulae, et àsinae et ca- 
méli. 17 Flagellàvit autem Dóminus Pha- 
raónem plagis màximis, et domum ejus 
propter Sarai uxórem Abram. 



oriente di Bethel, vi tese la sua tenda, 
avendo a occidente Bethel, e a levante Hai : 
ivi pure edificò un altare al Signore, ed 
invocò il suo nome. 9 E Abramo andò avanti 
camminando, e spingendosi verso mezzodì. 

10 Ma sopravvenne la fame nel paese : e 
Abramo scese nell'Egitto per starvi qualche 
tempo : perocché la fame dominava nel 
paese. JI E stando per entrare nell'Egitto, 
disse a Sarai sua moglie : So che tu sei 
una bella donna : 12 e che quando gli Egi- 
ziani ti vedranno, diranno : È sua moglie : 
e uccideranno me, e conserveranno te. 13 Dì 
adunque, ti prego, che sei mia sorella : af- 
finchè per te io sia bene accolto, e abbia 
salva la vita per tuo riguardo. 

14 Entrato dunque Abramo in Egitto, gli 
Egiziani videro che la donna era molto 
bella. 15 E i principi (del paese) ne diedero 
nuova a Faraone, e la celebrarono dinanzi a 
lui : e la donna fu (presa e) trasportata in 
casa di Faraone. 16 E per riguardo a lei fe- 
cero buon'accoglienza ad Abramo: ed egli 
ebbe pecore e buoi e asini, e servi e serve, 
e asine e cammelli. 17 Ma il Signore per- 
cosse di piaghe gravissime Faraone e la 
sua casa a causa di Sarai, moglie di Abramo. 



13 Inf. XX, 11. 



Verso mezzodì. Nell'ebraico : verso il Negheb 
( = terra arida). Davasi questo nome alla Pale- 
stina del Sud dalle montagne di Hebron, Edom, 
Cades, ecc., sino al torrente di Egitto (XX, 1). 

10. Emigrazione in Egitto (10-20) occasionata 
dalla fame. Sopravvenne, ecc. La Palestina va 
soggetta a fami e carestie periodiche, mentre 
l'Egitto fu in tutti i tempi celebrato per la sua 
fertilità, e ad esso ebbero ricorso i popoli vicini 
durante le carestie (XXVI, 1 e ss. ; XLI, 57). 
Scese, espressione tecnica che indica che la Pa- 
lestina si -trova a un livello più alto dell'Egitto. 
Starvi qualche tempo. Non aveva quindi inten- 
zione di fissarvi il suo domicilio. 

11-13. Sei una bella donna. Sarai aveva allora 
circa 65 anni (XII, 4; XVII, 17), ma si trovava 
appena a metà della vita (morì a 127 anni, XXIII, 
1), e non aveva ancora avuto figli. D'altra parte 
la longevità degli antichi patriarchi faceva sì che 
fosse assai più lunga la loro giovinezza e la loro 
virilità. Di più le Egiziane non andavano celebri 
per la loro bellezza. Gli Egiziani, ecc. I timori 
di Abramo erano pienamente giustificati. Le li- 
cenze e le dissolutezze dei re orientali, e spe- 
cialmente quelle dei re d'Egitto, sono ben note. 
Essi credevansi spesso in diritto di prendere 
quelle donne che loro piacessero e farle traspor- 
tare nel loro harem. — Uccideranno me, perchè 
si teme ben più un marito che un fratello. Di' 
adunque, ecc. Già fin dal memento della sua par- 
tenza dalla Caldea Abramo aveva fatto questa 
specie di convenzione con Sarai (XX, 13). Sei 
mia sorella. Essa infatti era nata dallo stesso 
padre di Abramo, benché non daila stessa madre 



(XX, 12). Abramo è pienamente giustificato nel 
suo modo di operare. Egli si trovava in presenza 
di due pericoli, quello cioè di essere ucciso, se 
riconosciuto marito, e quello che Sarai venisse 
violata sia che egli venisse •ucciso, e sia che 
gli fosse risparmiata la vita. Dei due mali egli 
elesse il minore, provvedendo così alla propria 
salute, e raccomandando alla Provvidenza la cu- 
stodia della castità di Sara. Alcuni antichi però 
disapprovano la condotta di Abramo su questo 
punto. 

14-16. I prìncipi (del paese) sono gli addetti 
alla corte. Faraone, deriva dall'egiziano per'o 
(ass. pir'u) che significa casa grande. Si nomi- 
nava la casa per colui che la abitava, come anche 
ora si dice : La sublime Porta, La Porta Otto- 
mana. Prima della 22* dinastia il nome Faraone 
viene sempre usato solo, ma a cominciare dalla 
22' dinastia (e. 1000 a. C.) gli si aggiunge il 
nome proprio del re. Si ha qui una prova del- 
l'esattezza storica di Mosè. Nell'ebraico si legge : 
i principi la videro, e la celebrarono dinanzi a 
Faraone. Non è possibile determinare quale fosse 
questo Faraone. Fecero buona accoglienza. Nel- 
l'Ebraico : (Faraone) beneficò Abramo. — Ebbe 
pecore, ecc., ossia doni, quali si 'convenivano a 
persone nomadi. Non si parla di cavalli, perchè 
questi non furono introdotti in Egitto che dagli 
Hyksos, i quali non invasero l'Egitto che qualche 
tempo dopo (Cf. Hetzenauer, h. 1.). 

17-19. Con piaghe gravissime, forse colla peste 
o la lebbra. La sua casa, che aveva cooperato al 
rapimento di Sarai. Dio con un miracolo protegge 
così l'onore della madre del popolo eletto. — 



116 



Genesi, XII, 18 — XIII, 7 



18 Vocavitque Phàrao Abram, et dixit ei : 
Quidnam est hoc quod fecisti mihi ? quare 
non indicasti quod uxor tua esset? I9 Quam 
ob causam dixisti esse sorórem tuam, ut 
tóllerem eam mihi in uxórem? Nunc igitur 
ecce conjux tua, àccipe eam, et vade. 
20 Praecepitque Phàrao super Abram viris : 
et deduxérunt eum, et uxórem illius, et 
omnia quae habébat. 



18 E Faraone chiamò Abramo, e gli disse : 
Che cosa mi hai fatto? perchè non hai tu 
dichiarato che ella era tua moglie? "Perchè 
dicesti che era tua sorella, perchè io me 
la pigliassi in moglie? Or adunque eccoti 
la tua moglie, prendila, e vattene. 20 E Fa- 
raone diede ordini ai suoi uomini riguardo 
ad Abramo, ed essi lo accompagnarono fuori 
colla sua moglie e con tutto quello che 
aveva. 



CAPO XIII. 

Àbramo torna dall' Egitto, 1-4, — e si separa da Lot, 5-13. — Dio promette ad 
Abramo la terra di Chanaan, 14-18. 



'Ascéndit ergo Abram de ^Egypto, ipse 
et uxor ejus, et omnia quae habébat, et 
Lot cum eo ad austràlem plagam. s Erat 
autem dives valde in possessione auri et 
argènti. 3 Reversùsque est per iter, quo vé- 
nerat, a meridie in Bethel usque ad locum 
ubi prius fixerat tabernàculum inter Bethel 
et Hai : 4 In loco altàris quod fecérat prius, 
et invocàvit ibi nomen Dòmini. 

s Sed et Lot qui erat cum Abram, fuérunt 
greges óvium, et arménta, et tabernàcula. 
6 Nec póterat eos capere terra, ut habitàrent 
simul : erat quippe substàntia eórum multa, 
et nequibant habitàre commùniter. 7 Unde 
et facta est rixa inter pastóres grégum 
Abram et Lot. Eo autem tèmpore Chana- 
naéus et Pherezaéus habitàbant in terra 



'Abramo adunque uscì dall'Egitto con la 
sua moglie, e con tutto quello che aveva, 
e Lot assieme con lui, e andò verso il mez- 
zodì. 2 Ora egli era molto ricco di oro e 
d'argento. 3 E tornò per la strada, per cui 
era venuto da mezzodì fino a Bethel, fino al 
luogo dove prima aveva piantato la tenda 
tra Bethel e Hai : 4 nel luogo, dove era l'al- 
tare che egli allora aveva alzato : e ivi in- 
vocò il nome del Signore. 

s Ma anche Lot, che era con Abramo, 
aveva dei greggi di pecore, e degli ar- 
menti, e delle tende. 6 E la terra non po- 
teva loro bastare per abitare insieme : pe- 
rocché le loro facoltà erano grandi e non 
potevano dimorare insieme. 7 Per la qual 
cosa nacque anche contesa tra i pastori dei 
greggi d 'Abramo, e quelli di Lot. Ora in 



4 Sup. XII, 7. 6 Inf. XXXVI, 7. 



Faraone dovette apprendere da Sarai stessa la 
verità delle cose, e vedendosi percosso da Dio 
restituisce ad Abramo la moglie intatta, ma si 
lamenta del modo di procedere di lui. 

20. Faraone rimanda in pace Abramo, facen- 
dolo scortare da alcuni uomini sino ai confini di 
Egitto, sia per onorarlo e sia per difenderlo. 



CAPO XIII. 

1-4. Abramo dall'Egitto ritorna a Bethel (1-4). 
Uscì, lett. salì (Ved. n. XII, 10). Lot assieme 
con lui. Da queste parole si deduce che Lot era 
pure andato nell'Egitto. Verso il mezzodì. Nel- 
l'ebraico: verso il Negheb (Ved. n. XII, 9). Era 
ricco. Nell'ebraico : ricco di bestiame, di oro, ecc. 
Per la strada per cui era venuto. L'ebraico va tra- 
dotto : se n'andò di accampamento in accampa- 
mento da mezzodì fino a, ecc., come fanno i no- 
madi. Tra Bethel e Hai (Ved. n. XII, 8). In- 
vocò, ecc. Ringraziò Dio di averlo aiutato nel 



viaggio. In Chanaan doveva essere cessata la 
carestia. 

5-6. Abramo si separa da Lot (5-13). Si accenna 
dapprima alla causa remota. Armenti, cioè 
buoi, ecc. Tende, metafora per indicare i servi, 
e le serve che abitavano sotto le tende. La terra 
di Canaan essendo abitata da altri popoli, non 
poteva bastare a fornire pascoli sufficienti per 
tutto il loro bestiame. 

7. Occasione prossima della separazione. Nac- 
que contesa a motivo dei pascoli o dei pozzi, che 
ciascun gruppo di pastori rivendicava per il. suo 
gregge. Ora in quel tempo. Si accenna ad un'altra 
causa, per cui non potevano abitare assieme. In 
Chanaan vi erano anche alt-i popoli, e lo spazio 
disponibile era ristretto. I Ferezei, non sono ri- 
cordati nella tavola etnografica (X, 1 e ss.), ma 
di essi si parlerà di nuovo nei Giudici, XI, 3; 
XVII, 5. Altri pensano che i due nomi indichino 
le due classi di abitanti di Chanaan, il Cananeo 
che abitava le città (Cf. X, 19; XII, 6), e il Fe- 
rezeo che abitava la campagna e i villaggi 
(Cf. XXXIV, 30. Ved. Hetzenauer, h. 1.). 



Genesi, XIII, 8-17 



117 



Illa. 8 Dixit ergo Abram ad Lot : Ne quaeso 
sit jurgium inter me et te, et inter pastóres 
meos et pastóres tuos : fratres enim sumus. 
'Ecce univèrsa terra coram te est : recède 
a me, óbsecro : si ad sinistram ieris, ego 
déxteram tenébo : si tu déxteram elégeris, 
ego ad sinistram pergam. 



10 Elevàtis itaque Lot óculis, vidit omnem 
circa regiónem Jordànis, quae univèrsa ir- 
rigabàtur àntequam subvérteret Dóminus 
Sódomam et Gomórrham, sicut paradisus 
Domini, et sicut ^Egyptus veniéntibus in 
Segor. n Elegitque sibi Lot regiónem circa 
Jordànem, et recéssit ab oriènte : divisique 
sunt altéru'rum a fratre suo. 

12 Abram habitàvit in terra Chànaan : Lot 
vero moràtus est in óppidis, quae erant 
circa Jordànem, et habitàvit in Sódomis. 
13 Hómines autem Sodomitae pèssimi erant, 
et peccatóres coram Dòmino nimis. 14 Di- 
xitque Dóminus ad Abram, postquam di- 
visus est ab eo Lot : Leva óculos tuos, et 
vide a loco, in quo nunc es, ad aquilónem 
et meridiem, ad orientem et occidéntem. 
25 0mnem terram, quam cónspicis, tibi 
dabo, et semini tuo usque in sempitérnum. 
16 Faciàmque semen tuum sicut pulverem 
terrae : si quis potest hóminum numerare 
pulverem terrae, semen quoque tuum nu- 
merare póterit. ir Surge, et peràmbula terram 



quel tempo il Chananeo e il Ferezeo abita- 
vano-in quella terra. 8 Disse adunque Abramo 
a Lot : Di grazia non vi sia contesa tra me 
e te, e tra i miei pastori e i tuoi pastori : 
perocché noi siamo fratelli. 9 Ecco dinanzi a 
te tutto il paese : allontanati da me, ti 
prego : se tu andrai a sinistra, io andrò a 
destra : se tu andrai a destra, io andrò a 
sinistra. 

"Lot adunque, alzati gli occhi, vide tutta 
la regione intorno al Giordano, la quale, 
prima che il Signore distruggesse Sodoma e 
Gomorra, era tutta irrigata come il paradiso 
del Signore, e come l'Egitto fino a Segor. 
X1 E Lot elesse per sé il paese intorno al 
Giordano, e si ritirò;- dall'oriente : e si 
separarono l'uno dall'altro. 

12 Abramo abitò nella terra di Chanaan : 
e Lot stava per le città, che erano intorno 
al Giordano, e pose stanza in Sodoma. 13 Ora 
gli uomini di Sodoma erano pessimi, e 
grandi peccatori dinanzi a Dio. 14 E il Si- 
gnore disse ad Abramo dopo che Lot si fu 
separato da lui : Alza i tuoi occhi, e mira 
dal luogo, dove sei ora, a settentrione e 
a mezzodì, a levante e ad occidente : 15 Tutta 
la terra, che tu vedi la darò in eterno a te 
e ai tuoi posteri. 16 E moltiplicherò la tua 
stirpe, come la polvere della terra : se al- 
cuno degli uomini può contare la polvere 
della terra, potrà anche contare i tuoi 
posteri. 17 Levati su, e scorri la terra, quanto 



14 Sup. XII, 7; Inf. XV, 18 et XXVI, 4; Deut. XXXIV, 4. 



8-9. Disinteresse e generosità di Abramo. 
Siamo fratelli, ossia strettamente congiunti (XI, 
27). Dinanzi a fé, ossia a tua disposizione. E 
da ammirarsi la mansuetudine e l'umiltà di 
Abramo. Nell'ebraico si legge : Tutto il paese 
non è forse davanti a te ? 

10. Alzati gli occhi, probabilmente da qualche 
montagna all'È, di Bethel. Tutta la regione intorno 
al Giordano. L'ebraico kikkar significa la pianura, 
ossia la valle del Giordano, specialmente la 
parte meridionale tra il lago di Tiberiade e il 
Mar Morto. Anche oggi viene chiamata dagli 
Arabi ghor. La valle era ricca di acque (irrigata), 
e perciò abbondante di pascoli e fertilissima. Le 
due comparazioni: come il paradiso (II, 10), 
come l'Egitto, servono appunto a mostrare la 
sua amenità. Fino a Segor, ossia Baia (XIV, 2; 
XIX, 22) situata sul Mar Morto. Lot vide adunque 
che tutta la valle del Giordano fino a Segor era 
irrigata. Alcuni traducono : come l'Egitto quando 
si va a Zoar ; ma la spiegazione adottata è più 
comune. 

11-12. Si ritirò dall'Oriente, ossia, come si ha 
Bell'ebraico, si diresse verso Oriente, accam- 
pandosi or qua or là secondo che portava la sua 
vita nomade, e dimorando temporaneamente nel- 
l'una o nell'altra città della Pentapoli. Più tardi 
ebbe anche una casa in Sodoma (XIX, 3). Abramo 



rimase quindi solo nella terra di Chanaan. Pose 
stanza, ecc. ; ebr. alzò le sue tende fino a Sodoma. 

13. Erano pessimi, ecc. Questa particolarità 
serve a preparare gli avvenimenti narrati al 
cap. XIX. Dinanzi al Signore, che non si sbaglia 
nel giudicare, e quindi veramente. Sui peccati 
di Sodoma (Ved. Ezech. XVI, 49). Su Lot (Cf. II 
Piet. II, 8). 

14. Dio rinnova ad Abramo la promessa di 
dare la terra di Chanaan in possesso ai suoi di- 
scendenti (14-18). Si fu separato scegliendo per 
sé la miglior parte (v. 11). Alza gli occhi. Può 
essere che Abramo si trovasse ancora presso 
Bethel. 

15. La darò a te. Dio premia la generosità di 
Abramo, che aveva ceduto a Lot la parte mi- 
gliore. In eterno. La promessa in questa parte è 
condizionata. Dio darà la terra di Chanaan in 
eterno ai figli di Abramo, a condizione che siano 
fedeli e ubbidienti come il loro padre (Cf. Lev. 
XXVI, 21-33; Deut. IV, 25-40). La terra promessa 
ad Abramo è una figura del cielo, il quale di- 
verrà l'eterna eredità di Abramo e di tutti i veri 
credenti. 

16-17. Moltiplicherò la tua stirpe carnale, ma 
più ancora la tua stirpe spirituale (Ved. XII, 2). 
Scorri la terra per vederla e pigliarne come 
possesso. 



118 



Genesi, XIII, 18 — XIV, 6 



in longitùdine, et in latitùdine sua : quia 
tibi datùrus sum eam. 

18 Movens igitur tabernàculum suum A- 
bram, venit et habitàvit juxta convàllem 
Mambre, quae est in Hebron : aediflca- 
vitque ibi altare Dòmino. 



è lunga, e quanto è larga : perocché io te 
la darò. 

18 Abramo adunque mosse la sua tenda, 
e andò ad abitare presso la valle di Mambre, 
che è in Hebron : ed ivi edificò un altare 
al Signore. 



Invasione dei re Elamiti, 1-12. — Vittoria 
— Melchisedech be?iedice Abramo, 18 

'Factum est autem in ilio tèmpore, ut 
Amraphel rex Sénnaar, et Arioch rex 
Ponti, et Chodorlàhomor rex Elamitàrum, 
et Thadal rex Géntium 2 Inirent bellum con- 
tra Bara regem Sodomórum, et contra Bersa 
regem Gomórrhae, et contra Sénnaab re- 
gem Adamae, et contra Sémeber regem 
Séboim, contràque regem Balae, ipsa est 
Segor. 3 Omnes hi convenérunt in vallem 
Silvéstrem, quae nunc est mare salis. 4 Duó- 
decim enim annis servierant Chodorlàho- 
mor, et tertiodécimo anno recessérunt ab eo. 

s Igitur quartodécimo anno venit Chodor- 
làhomor, et reges qui erant cum eo : per- 
cusserùntque Raphàim in Astarothcàrnaim, 
et Zuzim cum eis, et Emim in Save Ca- 
riàthaim, 6 Et Chorraéos in móntibus Seir, 



CAPO XIV. 

di Abramo e liberazione di Lot, 13-17. 



24. 



1 E avvenne in quel tempo, che Amraphel 
re di Sennaar, e Arioch re di Ponto, e Cho- 
dorlàhomor re degli Elamiti, e Thadal re 
delle Genti 2 mossero guerra a Bara re di 
Sodoma, e a Bersa re di Gomorra, e a Sen- 
nab re di Adama, e a Semeber re di Sé- 
boim, e al re di Baia, la quale è Segor. 
3 Tutti questi si radunarono nella valle de' 
Boschi, che adesso è il mar salato. 4 Per do- 
dici anni infatti erano stati sudditi di Cho- 
dorlàhomor, e il decimo terzo anno si ribel- 
larono. 

s Perciò nell' anno decimoquarto venne 
Chodorlàhomor, coi re che si erano uniti 
a lui : e sbaragliarono i Raphaim ad Asta- 
roth-Carnaim, e gli Zuzim con essi, e gli 
Emim a Save-Cariathaim, 6 e i Chorrei nei 



18 Hebr. VII, 1. 



18. Andò ad abitare, restando sempre nomade, 
presso la valle (ebr. il querceto o i terebinti) 
di Mambre, che ne era il proprietario. Costui, 
Amorreo di origine, era un personaggio impor- 
tante del paese, e con esso Abramo conchiuse 
un'alleanza (XIV, 13, 24). Hebron, città che sorge 
all'estremità meridionale della Palestina a circa 
20 chilometri a Sud di Gerusalemme. Si chiamava 
anche Ririat-Arbee (XXIII, 2; XXXV, 27). 

CAPO XIV. 

1. Incontro di Abramo con Melchisedech, e 
benedizione che questi gli diede (1-24). Dapprima 
si narra l'occasione dell'incontro, che fu una 
invasione di re Elamiti (1-121 e la vittoria su 
di essi riportata da Abramo (13-17). 

In quel tempo. Nell'ebraico : avvenne al tempo 
di Amraphel... che essi fecero guerra, ecc. Am- 
raphel va identificato con tutta probabilità con 
Hammurabi re di Babilonia, il quale viveva 2050 
a. C. (Ved. Rev. Bib., 1908, p. 205). Sennaar 
indica qui Babilonia (X, 10). Arioch, è probabil- 
mente RimSin (oppure Rim-Akou) re di Ella- 
sar {-a Ponto nella Volgata). Questa città può 
identificarsi con Larsa delle iscrizioni (oggi Sin- 
kéreh) nella bassa Caldea al N. di Ur. Chodor- 
làhomor (elam. Kudur-La^amar = servo di Laga- 
mar, divinità elamita), identificato da alcuni con 
Kudur-Lugamal delle iscrizioni. Re degli Elamiti 



(Ved. n. X, 22). Egli era il capo della spedizione, 
e gli altri re erano suoi vassalli. Thadal. Non 
sappiamo nulla su di lui. Delle nazioni. Nel- 
l'ebraico : re di Goim, che va probabilmente 
identificato con Gufi delle iscrizioni, sulla fron- 
tiera della Media a N. della Babilonia (Cf. Con- 
damin, Dict. Ap., Bible et Babylone, col. 351 ; 
Pelt, Hist. de VA. T., t. I, p. 157 e ss.; Rev. 
Bib., 1896, p. 600; 1904, p. 464; Hummelauer, 
p. 372 e ss.; Vigouroux, Bib. et découv. mod., 
t. I, n. 501 e ss.; Vandervost, Israel et VA. 
Orient, p. 13). 

2-3. Sodoma e le altre quattro città confede 
rate sorgevano tutte nella valle di Siddim, dove 
ora è il Mar Morto, e formavano la Pentapoli. 
Baia, è l'antico nome della città, che allora quando 
l'autore scriveva si chiamava Segor (ebr. So'ar. 
Ved. XIX, 22). Valle dei Boschi, ebr. valle di 
Siddim. Il mare salato, è il Mar Morto (Ved. XIX, 
24 e ss.). 

4. Mo'ivo della guerra. I cinque re della Pen- 
tapoli che per 12 anni erano stati tributarli di 
Chodorlàhomor, si ribellarono. Le recenti sco- 
perte ci hanno mostrato che già parecchi secoli 
prima di Abramo il re Sargon di Agade aveva 
estese le sue conquiste sino al Mediterraneo. 

5-6. Venne Chodorlàhomor. Questa spedizione 
dovette aver luogo nei primi trent'anni del regno 
di Hammurabi, quando cioè durava ancora la 



Genesi, XIV, 7-13 



119 



usque ad campéstria Pharan, quae est in 
solitùdine. 7 Reversique sunt, et venérunt ad 
fontem Misphat, ipsa est Cades : et percus- 
sérunt omnem regiónem Amalecitàrum, et 
Amorrhaéum, qui habitàbat in Asasóntha- 
raar. 8 Et egrèssi sunt rex Sodomórum, et 
rax Gomórrhae, rexque Adàmae, et rex 
Séboim, necnon et rex Balae, quae est 
Segor : et direxérunt àciem contra eos in 
valle Silvèstri : 9 Scilicet advérsus Chodor- 
làhomor regem Elamitàrum, et Thadal re- 
gem Géntium, et Amraphel regem Sénnaar, 
et Arioch regem Ponti : quàtuor reges ad- 
vérsus quinque. 

10 Vallis autem Silvéstris habébat pùteos 
multos bituminis. Itaque rex Sodomórum, et 
Gomórrhae terga vertérunt, ceciderùntque 
ibi : et qui remànserant, fugérunt ad mon- 
tem. "Tulérunt autem omnem substàntiam 
Sodomórum et Gomórrhae, et univèrsa quae 
ad cibum pértinent, et abiérunt : 12 Necnon 
et Lot et substàntiam ejus, filium fratris 
Abram, qui habitàbat in Sódomis. 

13 Et ecce unus, qui evàserat, nuntiàvit 
Abram Hebraéo, qui habitàbat in convèlle 
Mambre Amorrhaéi fratris Eschol, et fratris 
Aner : hi enim pepigerant foedus cum 



sovranità di Elam, frutto della conquista di Kudur- 
Nahhounte (2280 a. C). Così si spiega perchè 
Chodorlahomor e non Hammurabi sia il capo 
della spedizione. Sbaragliarono varii popoli che 
loro contrastavano il passo, oppure si erano uniti 
ai ribelli. J Raphaim, uomini di alta statura, come 
: ndica il loro nome, che abitavano sulla riva Orien- 
tale e Occidentale de! Giordano (Gios. XVII, 15; 
II Re, XXI, 15 e ss.). Astaroth-Carnaim nella 
regione di Basan all'Est del lago di Tiberiade 
(Deut. I, 4; Gios. IX, 10). Gli Zuzim sono i 
Zamzummim del Deut. II, 20, che facevano parte 
dei Raphaim. Con essi. Nell'ebraico, in Ham, 
città che può indentificarsi con Rabbath-Ammon 
(Deut. III, 11). L-a traduzione della Volgata è do- 
vuta a una falsa lettura (bahem invece di baham). 
Gli Emim appartenevano anch'essi ai Raphaim. 
Save-Carìathaim, indica la pianura presso la città 
di Cariathaim all'Est del Mar Morto. I Chorrei, 
ossia trogloditi, antichi abitatori dell' Idumea 
(XXXVI, 20 e ss.). J monti di Seir sorgono tra il 
Mar Morto e il golfo Aelanitico. Fino alle cam- 
pagne di Pharan (ebr. fino a El-Pharan), città 
che può identificarsi con Aila o Elath sul golfo 
Aelanitico (Deut. II, 8), che veniva detta di 
Pharan, perchè si trovava a Oriente del gran 
deserto di Pharan, che si stendeva sino ai suoi 
confini. 

7. Tornando da Aila al Sud, i vincitori si spin- 
sero al Nord, e giunsero alla fontana di Misphat 
(oggi , Aia Kudes). Siccome l'ebraico , Ein mi- 
sphat, significa fonte del giudizio, è probabile che 
si andasse a consultare l'oracolo presso tale fon- 
tana, e che da ciò le sia venuto il nome. Cades, 
poco lungi dalla frontiera meridionale della Pa- 
lestina. Il paese degli Amaleciti (XXXVI, 12) e 
degli Amorrhei (Ved. X, 16), ossia le terre poste 
al Sud della Palestina, che più tardi furono oc- 



monti di Seir, fino alle campagne di Pharan, 
che è nel deserto. 7 E (i re) tornando indietro, 
giunsero alla fontana di Misphat, che è lo 
stesso che Cades : e devastarono tutto il 
paese degli Amaleciti, e degli Amorrhei, che 
abitavano in Asason-Thamar. 8 E il re di So- 
doma, e il re di Gomorra, e il re di Adama, 
e il re di Seboim, ed anche il re di Baia, 
la quale è Segor, si mossero : e ordina- 
rono la battaglia nella valle de' Boschi con- 
tro quelli : 9 vale a dire contro Chodorla- 
homor re degli Elamiti, e Thadal re delle 
Genti, e Amraphel re di Sennaar, e Arioch 
re di Ponto : quattro re contro cinque. 

10 E la valle de' Boschi aveva molti pozzi 
di bitume. Ora i re di Sodoma, e di Go- 
morra voltarono le spalle, e vi caddero den- 
tro : e quelli che si salvarono, fuggirono alla 
montagna. n E (i vincitori) presero tutte le 
ricchezze di Sodoma e di Gomorra, e tutti 
i viveri, e se n'andarono : 12 E (presero) 
anche Lot, figlio del fratello di Abramo, che 
abitava in Sodoma, e tutte le sue sostanze. 

13 Ed ecco uno dei fuggitivi ne portò la 
nuova ad Abramo Ebreo, il quale abitava 
nella valle di Mambre Amorrheo, fratello di 
Escoi e fratello di Aner : i quali avevano 



cupate da questi popoli. Asason-Thamar detta più 
tardi Engaddi (II Parai. XXII, 12) sulla sponda 
occidentale del Mar Morto. 

8-12. La battaglia coi re della Pentapoli. Valle 
dei Boschi, cioè di Siddim. Aveva molti pozzi 
di bitume, ossia di asfalto. Nelle depressioni del 
suolo l'asfalto arrivava sino a fior di terra, il 
che rendeva il terreno poco propizio alla fuga 
dei vinti. Nell'ebraico si ha : pozzi e pozzi di 
asfalto, espressione che indica una moltitudine di 
pozzi. Vi caddero dentro a motivo della confu- 
sione e del disordine della fuga. Il soggetto di 
questo verbo probabilmente non sono i re, poiché 
al versetto 17 il re di Sodoma è ancora vivo, ma 
i soldati, che combattevano sotto i loro ordini. 
Alla montagna, cioè alla catena delle montagne 
di Moab all'Est del Mar Morto. I vincitori sac- 
cheggiarono Sodoma e Gomorra, e poi se n'an- 
darono risalendo la valle del Giordano. Presero 
anche Lot, ecc. Dio lo castigò, perchè attratto 
dalla fertilità del luogo aveva voluto abitare in 
un paese così corrotto. Le sue sostanze. L'ebraico 
aggiunge : e se n'andarono. 

13. Vittoria di Abramo (13-16). Abramo viene 
informato della disgrazia toccata al suo nipote. 
Abramo Ebreo. E la prima volta che appare 
questo nome divenuto poi così comune. Secondo 
l'etimologia deriva da 'eber = al di là e indica 
Abramo come originario della regione situata al 
di là dell'Eufrate, per opposizione agli Amorrei, 
in mezzo ai quali abitava. Può essere che siano 
questi stessi che gli abbiano dato tal nome. Altri 
lo fanno derivare da Eber (X, 25). Mambre (XIII, 
18). Escoi, Aner. Di essi non sappiamo nulla. 
Avevano fatto lega per prestarsi vicendevole aiuto. 
Prova della potenza e della stima goduta da 
Abramo. 



120 



Genesi, XIV, 14-22 



Abram. 14 Quod cum audisset Abram, captum 
vidélicet Lot fratrem suum, numeràvit expe- 
ditos vernaculos suos trecéntos decem, et 
octo : et persecùtus est usque Dan. ls Et di- 
visis sóciis, irruit super eos nocte : percus- 
sitque eos, et persecùtus est eos usque 
Hoba, quae est ad laevam Damàsci. 16 Re- 
duxitque omnem substàntiam, et Lot fra- 
trem suum cum substàntia illius, mulieres 
quoque et pópulum. 

17 Egréssus est autem rex Sodomórum in 
occursum ejus postquam revérsus est a 
caede Chodorlàhomor, et regum qui cum eo 
erant in valle Save, quae est vallis regis. 
18 At vero Melchisedech rex Salem, prófe- 
rens panem et vinum, erat enim Sacérdos 
Dei altissimi, 19 Benedixit ei, et ait : Bene- 
dictus Abram Deo excélso, qui creàvit cae- 
lum et terram : 2C Et benedictus Deus excél- 
sus, quo protegénte, hostes in mànibus tuis 
sunt. Et dedit ei décimas ex òmnibus. 

21 Dixit autem rex Sodomórum ad Abram : 
Da mihi ànimas, cétera tolle tibi. 22 Qui 
respóndit ei : Levo manum meam ad Do- 



rano lega con Abramo. M E Abramo avendo 
udito, che Lot suo fratello era stato fatto 
prigioniero, scelse i migliori servi nati in 
casa in numero di trecento diciotto : e in- 
seguì i nemici fino a Dan. 15 E divise le 
schiere, li assalì di notte tempo : e li sba- 
ragliò, e li inseguì fino ad Hoba, che è alla 
sinistra di Damasco. 16 E ricuperò tutta la 
roba; e Lot suo fratello con tutto ciò che gli 
apparteneva, e anche le donne e il popolo. 

17 E quando egli ritornava dalla sconfitta 
di Chodorlàhomor e dei re che erano con 
lui, il re di Sodoma gli andò incontro nella 
valle di Save, che è la valle del re. 18 Ma 
Melchisedech re di Salem, messo fuori del 
pane e del vino, perocché egli era sacer- 
dote di Dio altissimo, 19 lo benedisse, di- 
cendo : Benedetto Abramo da Dio altissimo, 
che creò il cielo e la terra : 20 e benedetto 
Dio altissimo, per la cui protezione i nemici 
sono stati dati in tuo potere. E (Abramo) 
gli diede le decime di tutte le cose. 

21 E il re di Sodoma disse ad Abramo : 
Dammi gli uomini, prendi per te il resto. 
22 Abramo gli rispose : Alzo la mia mano al 



'f- Suo fratello, in largo senso. Scelse e armò 
i migliori, ossia i più fedeli e coraggiosi servi 
nati in casa per opposizione a quelli comprati, 
sulla cui fedeltà non poteva fare tanto affidamento. 
Alla testa di questo piccolo esercito, e coll'aiuto 
dei soldati dei suoi alleati (v. 24) inseguì i re 
elamiti fino a Dan (allora chiamata Lais o Lesem, 
Gios. XIX, 47; Giud. XVIII, 28) presso il Libano, 
alle fonti del Giordano. Altri pensano che si tratti 
di una città situata nel paese di Galaad all'Est 
del Giordano (II Re, XXIV, 6). 

15. Divise le schiere, ecc. Abramo con abile 
tattica assalì i nemici all'improvviso di notte, e 
da diverse parti, ed essi presi dal panico si die- 
dero a fuga precipitosa, abbandonando tutto il 
bottino raccolto. Hoba. E incerto dove sorgesse. 
Alla sinistra, cioè a Nord di Damasco. Nella vit- 
toria di Abramo si deve riconoscere un'inter- 
venzione speciale di Dio. 

17. Due personaggi vengono a congratularsi con 
Abramo, uno dei quali, cioè Melchisedech, lo 
benedice (17-24). 7/ re di Sodoma, scampato alla 
strage del versetto 10, oppure secondo altri, il 
suo successore. Gli andò incontro sia per con- 
gratularsi e sia per chiedergli i prigionieri (v. 21). 
La valle di Save o del re va cercata presso Geru- 
salemme. Alcuni hanno pensato alla valle del 
Cedron (Cf. II Re, XVIII, 18). 

18. Melchisedech (etimol. re di giustizia. Ebr. 
VII, 2), re di Salem (etimol. pace), cioè proba- 
bilmente di Gerusalemme (Salm. LXXV, 3). E 
un personaggio misterioso, re e sacerdote nello 
stesso tempo, e figura del Redentore, che viene 
chiamato sacerdote secondo l'ordine di Melchi- 
sedech (Ved. Salm. CIX, 4 e Cf. Ebr. V, VI, 
VII, dove S. Paolo sviluppa a lungo tutte le 
relazioni che vi sono tra Melchisedech e Gesù 
Cristo). Afesso (lett. mise) fuori del pane e del 
vino, non solo per ristorare i combattenti, ma 
principalmente per offrire un sacrifizio di rin- 



graziamento a Dio. Tale è l'interpretazione, che 
tutti i Padri hanno dato di queste parole, ed 
essa è manifestamente voluta dal contesto, giacché 
l'aggiunta : perocché egli era sacerdote, ecc., in- 
dicando il motivo per cui Melchisedech mise 
fuori del pane e del vino, mostra in modo chiaro 
che egli voleva sacrificare, giacché tale è l'uf- 
ficio del Sacerdote. D'altra parte sarebbe assai 
strano che Abramo, il quale in altre circostanze 
sempre offrì sacrifizi a Dio (XII, 7, 8; XIII, 
18, eoe), abbia poi fatto nulla per ringraziare Dio 
della vittoria riportata. Ora nessun altro testo 
della Scrittura può alludere a un sacrifizio fatto 
in questa circostanza se non il presente, il quale 
per conseguenza va interpretato nel senso indi- 
cato. Si aggiunga ancora che Gesù Cristo vien 
detto (Salm. CIX, 4; Ebr. V-VII) sacerdote se- 
condo l'ordine di Melchisedech. Ora in nessun 
altro luogo si parla di un sacrifizio e di un rito 
sacro compiuto da Melchisedech; e quindi le dette 
parole vanno interpretate nel senso che Melchi- 
sedech offrì un vero sacrifizio. Il pane e il vino 
offerti da Melchisedech sono figura dell'Eucaristia. 
Di Dio altissimo (ebr. 'EI 'elion) cioè dell'unico 
vero Dio. 

19-20. Lo benedisse invocando sopra di lui i 
favori divini. Benedetto, cioè sia lodato e rin- 
graziato Dio altissimo, che ha dato la vittoria. 
In cambio della benedizione ricevuta e per ren- 
dergli omaggio e riconoscere la sua dignità sacer- 
dotale Abramo diede a Melchisedech la decima 
parte di tutte le cose (Ved. Ebr. VII, 1 e ss., 
il ragionamento che su di questo fa S. Paolo). 

21. Il re di Sodoma vedendo la generosità di 
Abramo, gli chiede gli uomini, ossia i prigionieri 
di Sodoma, che Chodorlàhomor aveva condotti 
con sé, e Abramo aveva liberato. Anch'egli si 
mostra generoso cedendo il resto ad Abramo. 

22-24. Abramo ricusa ogni cosa; egli non 
vuole aver nulla di comune coi Sodomiti, e non 



Genesi, XIV, 23 — XV, 5 



121 



ininum Deum excélsum possessórem caeli 
et terrae, "Quod a filo subtégminis usque 
ad corrigiam càligae, non accipiam ex òmni- 
bus quae tua sunt, ne dicas : Ego ditàvi 
Abram : 24 Excéptis his, quae comedérunt 
juvenes, et pàrtibus virórum, qui venérunt 
mecum, Aner, Eschol, et Mambre : isti ac- 
eipient partes suas. 



Signore Dio altissimo, padrone del cielo e 
della terra, "che di tutto quello che è tuo 
non prenderò né un filo di trama, né una 
correggia di scarpa, perchè tu non dica : 
Ho arricchito Abramo; 24 Eccetto quello che 
questi giovani hanno mangiato, e le por- 
zioni di questi uomini, che sono venuti con 
me, Aner, Escoi, e Mambre : essi prende- 
ranno la loro parte. 



CAPO XV. 



Fede di Abramo in Dio che gli promette un figlio, 1-6. 
Abramo, 7-21. 



Alleanza tra Dio ed 



'His itaque transàctis, factus est sermo 
Dòmini ad Abram per visiónem dicens : 
Noli timére Abram, ego protéctor tuus sum, 
et merces tua magna nimis. 2 Dixitque 
Abram : Dòmine Deus, quid dabis mini ? 
ego vadam absque liberis : et filius procu- 
ratóris domus meae iste Damàscus Eliezer. 
s Addiditque Abram : Mihi autem non de- 
disti semen : et ecce vernàculus meus, heres 
meus erit. 4 Statimque sermo Dòmini factus 
est ad eum, dicens : Non erit hic heres 
tuus : sed qui egrediétur de ùtero tuo, 
ipsum habébis herédem. 

5 Eduxitque eum foras, et ait illi : Sùspice 



'Passate che furono queste cose, il Si- 
gnore parlò in visione ad Abramo dicendo : 
Non temere, Abramo, io sono il tuo 
protettore, e la tua ricompensa oltremodo 
grande. 2 E Abramo disse : Signore Dio, 
che mi darai tu? io me n'andrò senza figli : 
e questo Eliezer di Damasco è il figlio del 
procuratore della mia casa. 3 E Abramo ag- 
giunse : Ma a me tu non hai dato figli : ed 
ecco che un servo di casa mia sarà mio 
erede. 4 E subito il Signore gli indirizzò la 
parola e disse : Costui non sarà tuo erede : 
ma colui, che uscirà dai tuoi lombi, avrai 
per erede. 

s Poi lo condusse fuori, e gli disse : Mira 



4 Rom. IV, 18. 



vuole che alcuno, eccetto Dio, possa dire di 
averlo arricchito. Alzo la mano, ossia io giuro. E 
questo il primo giuramento ricordato nella Scrit- 
tura. Dio altissimo. Invoca Iahveh collo stesso 
nome con cui l'aveva invocato Melchisedech (18, 
20). S'è un filo (di trama manca nell'ebr.), né, ecc., 
proverbio per dire neppure la più piccola cosa. 
Questi giovani-, sono i 318 servi (14), essi avranno 
solamente quello che hanno consumato per nu- 
trirsi, ma i miei tre alleati avranno invece la parte 
«he loro spetta. 



CAPO XV. 

1. Alleanza conchiusa tra Dio e Abramo (1-21). 
Dapprima si descrive la fede di Abramo (1-6). 
Passate queste cose, narrate nel capo precedente. 
La data, come si vede, è molto vaga. 7/ Signore 
parlò. E la prima volta che vien usata questa 
frase factus est sermo Domini, colla quale sono 
introdotte le rivelazioni fatte da Dio ai profeti. 
In visione, e quindi non in sogno, ma in una 
estasi, nella quale Dio rapì in modo sopranna- 
turale Abramo fuori dei sensi, in modo che po- 
tesse intendere e vedere quanto è narrato nei 
versetti seguenti. Non temere. Può essere che 
egli temesse un attacco dai re elamiti, oppure dei 



re Cananei, i qua-li o per vendicarsi della scon- 
fitta o per impossessarsi delle sue ricchezze vo- 
lessero muovergli guerra. Il tuo protettore (ebraico 
il tuo scudo) e ti difenderò. La tua ricompensa 
oltre modo grande per tutti i tuoi travagli sarò 
io stesso. I LXX hanno tradotto : la tua ricom- 
pensa sarà oltremodo grande, vale a dire io ti 
ricolmerò di benefizi dandoti numerosi discen- 
denti e ricchezze, ecc. I moderni accettano tutti 
tale traduzione, la quale risponde bene al con- 
testo. 

2-3. Signore (ebraico Adonai = mio sovrano). 
Iddio (ebr. Iahveh) che mi darai tu ? ossia, a che 
mi serviranno le ricchezze e i beni che mi hai 
promesso, se io non ho figli e dovrò poi lasciar 
tutto a uno straniero? E questo Eliezer, ecc. Il 
testo ebraico va tradotto : e il figlio erede della 
mia casa è questo Eliezer di Damasco. Abramo, 
dopo essersi separato da Lot, aveva probabil- 
mente pensato a lasciare erede dei suoi beni il 
suo fedele Eliezer (XXIV, 2). Dio aveva già pro- 
messo ad Abramo una discendenza (XII, 7), ma 
può essere che egli credesse di essersi reso in- 
degno di essa per sua colpa (Alapide). Un seno 
di casa mia, cioè Eliezer. Abramo insiste sullo 
stesso pensiero. 

4-5. Il Signore tranquillizza Abramo nei suoi 
timori, e gli rinnova la promessa. Non sarà un 



122 



Genesi, XV, 6-13 



caelum, et numera stellas, si potes. Et dixit 
ei : Sic erit semen tuum. "Crédidit Abram 
Deo, et reputàtum est ili ì ad justitiam. 

'Dixitqueadeum : Ego Dóminus qui edùxi 
te de Ur Chaldaeórum ut darem tibi ter- 
ram istam, et possidéres eam. 8 At ille ait : 
Dòmine Deus, unde scire possum, quod 
possessurus sim eam? 9 Et respóndens Dó- 
minus : Sume, inquit, mihi vaccam trién- 
nem, et capram trimam, et arietem anno- 
rum trium, turturem quoque, et colùmbam. 
10 Qui tollens univèrsa haec, divisit ea per 
mèdium, et utràsque partes contea se al- 
trinsecus pósuit : aves autem non divisit. 
n Descenderùntque vólucres super cadàvera, 
et abigébat eas Abram. 

12 Cumque sol occumberet, sopor irruit 
super Abram, et horror magnus et tene- 
brósa invàsit eum. 13 Dictùmque est ad 
eum : Scito praenóscens quod peregrinum 



il cielo e conta le stelle, se puoi, e sog- 
giunse : Così sarà la tua discendenza. 6 A- 
bramo credette a Dio, e gli fu imputato a 
giustizia. 

7 E il Signore gli disse : Io sono il Signore 
che ti trassi da Ur de' Caldei, per darti 
questo paese, acciò tu lo possegga. 8 E 
Abramo rispose : Signore Dio, donde posso 
io conoscere, che sarò per possederlo? 9 E 
il Signore soggiunse : Prendimi una gio- 
venca di tre anni, e una capra di tre anni, 
e un ariete di tre anni, e una tortora, e 
una colomba. 10 Ed egli prese tutte queste 
cose, le divise per mezzo, e pose le due 
parti l'una dirimpetto all'altra : ma non di- 
vise gli uccelli. u Ora gli uccelli (da preda) 
calavano sopra le bestie morte, e Abramo li 
cacciava. 

12 E sul tramontare del sole un profondo 
sonno cadde sopra Abramo, e lo invase un 
orrore grande e tenebroso. 13 E gli fu detto : 
Sappi fin d'ora che la tua stirpe sarà pelle- 






6 Rom. IV, 3; Gal. Ili, 6; Jac. II, 23. 10 Jerem. XXXIV, 18. 13 Act. VII, 6. 



servo, ma il tuo proprio figlio, che avrà la tua 
eredità. Così numerosa sarà la tua discendenza 
eia carnale, cioè gli Ebrei, e sia spirituale, ossia 
tutti i cristiani (Rom. IV, 18). 

6. Abramo credette a Dio. E la prima volta 
che si parla di quella fede, che fece di Abramo 
il padre di tutti i credenti. Poggiandosi sull'auto- 
rità infallibile di Dio, egli tenne per certo quanto 
il Signore gli diceva, qualunque cosa potessero 
suggerirgli in contrario le umane considerazioni. 
Egli sperò nella promessa di Dio, e colla sua 
obbedienza diede a Dio una testimonianza di 
amore sincero. Ora un tale atto di fede con- 
giunto colla speranza e colla carità gli fu imputato 
a giustizia, ossia gli valse la giustificazione da- 
vanti a Dio, vale a dire per un tale atto di fede 
Dio gli diede la grazia santificante e lo fece cre- 
scere in essa. E da osservare che le parole di 
questo versetto si applicano anche alle altre 
azioni precedenti di Abramo, cominciando dalla 
prima chiamata di Dio in Ur dei Caldei. Che se 
Mosè le riferisce solo in questa circostanza, si è 
perchè qui spiccò in modo più grande ancora la 
fede del grande Patriarca (Cf. Ebr. XI, 8 e ss., 
e vedi il commento che su queste parole fanno 
S. Paolo, Rom. IV, 3 e ss. ; Gal. Ili, 6 e ss. ; 
e S. Giac. Il, 23). 

7-9. Alleanza tra Dio e Abramo (7-21). Da 
Ur, ecc. (Ved. XI, 28). Per darti questo paese 
(Ved. XII, 7; XIII, 14 e ss.). Donde posso 
io, ecc. Abramo non dubita della promessa di 
Dio, ma fidando nella sua bontà domanda con 
umiltà qualche segno, affine di conoscere il modo 
e l'ordine, con cui essa si effettuerà (Ved. Giud. 
VI, 17; IV Re, XX, 8; Lue. I, 34, ecc.). Il Si- 
gnore gli dà il segno desiderato, però in un modo 
misterioso. Prendi per farmi un sacrifizio. Una 
vacca, ecc. Cinque specie di animali puri, i quali 
nel culto giudaico verranno poi d'ordinario of- 
ferti in sacrifizio. Di tre anni e quindi nel pieno 
vigore delle loro forze. 



10. Abramo ubbidisce. E incerto però se 
tutto questo sia avvenuto in visione (v. 1) oppure 
in realtà esterna, benché questo secondo modo 
ci sembri più probabile. Le divise per mezzo 
dalla testa alla coda. Non divise gli uccelli (Lev. 
I, 17), ma li pose uno da una parte e l'altro 
dall'altra. Gli antichi, Caldei, Greci e Latini, 
quando conchiudevano un'alleanza ir.imoiavìno al- 
cune vittime, che poi dividevano in due partì 
ponendole dirimpetto l'una all'altra. I contraenti 
vi passavano quindi nel mezzo imprecando a sé 
stessi di essere tagliati in due, se venivano meno 
all'alleanza (Ved. Gerem. XXXIV, 34 e ss.). Da 
questo uso vennero le frasi percutere o ferire 
foedus. 

11-12. Gli uccelli da preda. Tale è il senso 
dell'ebraico. Abramo li cacciava. Questi uccelli 
figurano i nemici d'Israele, i quali cercheranno 
di attraversare i disegni di Dio ; essi però non 
impediranno l'adempimento delle promesse. Gli 
Israeliti vinceranno i loro nemici per mezzo della 
fede e della confidenza in Dio. Un profondo 
sonno soprannaturale inviatogli da Dio, come 
ad Adamo (II, 21). Un orrore, ecc., causato forse 
dagli uccelli da preda. Egli si trovò come avvolto 
nelle tenebre, figura dei mali che Israele avrebbe 
sofferto nell'Egitto. Il terrore di Abramo 'fu 
anche causato dalle rivelazioni di Dio. 

13. Dio annunzia ad Abramo un periodo di 
sofferenze per i suoi discendenti. Sarà pellegrina, 
ossia straniera, in una terra non sua, cioè nel- 
l'Egitto. La porranno in ischiavitù, ebraico : e 
serviranno (gli Ebrei) ad essi (cioè agli Egiziani). 
E la strazieranno, ossia gli Egiziani opprime- 
ranno gli Ebrei per 400 anni. Si tratta di un nu- 
mero rotondo (Ved. XIII, 20 e Atti, VII, 6). Il 
numero estratto è 430 anni (Esod. XII, 40). Vedi 
la nota Gal. Ili, 17. Secondo S. Paolo tra la 
promessa e la le^ge sarebbero passati 430 anni, 
ma con tutta probabilità l'Apostolo non parla di 



Genesi, XV, 14-21 



123 



futùrum sit semen tuum in terra non sua, 
et subjicient eos servitùti, et affligent qua- 
dringéntis annis. 14 Verùmtamen gentem, cui 
servitùri sunt, ego judicàbo : et post haec 
egrediéntur cum magna substàntia. 15 Tu 
autem ibis ad parres tuos in pace, sepùltus 
in senectùte bona. 16 Generatióne autem 
quarta revcrténtur huc : necdum enim com- 
plétae sunt iniquitàtes Amorrhaeórum usque 
ad praesens tempus. 

17 Cum ergo occubuisset sol, facta est ca- 
ligo tenebrósa, et appàruit clibanus fumans, 
et lampas ignis trànsiens inter divisiónes 
illas. 

ls In ilio die pépigit Dóminus foedus cum 
Abram, dicens : Semini tuo dabo terram 
hanc a fluvio ^Egypti usque ad flùvium ma- 
gnum Euphràten, 19 Cinaéos, et Cenezaéos, 
Cedmonaéos, 20 Et Hethaéos, et Pherezaéos, 
Ràphaim quòque, 21 Et Amorrhaéos, et Cha- 
nanaèos, et Gergesaéos, et Jebusaéos. 



grina in una terra non sua, e la porranno 
in ischiavitù, e l'affliggeranno per quattro- 
cento anni. 14 Ma io farò giudizio della na- 
zione, a cui avranno servito : e poi se ne 
partiranno con grandi ricchezze. 15 iYla tu 
andrai ai tuoi padri in pace, e sarai sepolto 
in prospera vecchiezza. 16 E alla quarta ge- 
nerazione (i tuoi) torneranno qua : poiché 
fino al tempo presente non sono ancora 
compiute le iniquità degli Amorrhei. 

"Tramontato poi che fu il sole, si fece 
una caligine tenebrosa, e apparve un forno 
fumante, e una lampada ardente, che pas- 
sava per mezzo agli animali divisi. 

18 In quel giorno il Signore fece alleanza 
con Abramo, dicendo : Io darò al tuo seme 
questa terra dal fiume d'Egitto sino al gran 
fiume Eufrate, 19 i Cinei, e i Cenezei, e i 
Cedmonei, 20 e gli Hethei e i Pherezei, 
e anche i Raphaim, 21 e gli Amorrhei, e i 
Chananei, e i Gergesei, e i Jebusei. 



18 Sup. XII, 7 et XIII, 15; Inf. XXVI, 4; Deut. XXXIV, 4; III Reg. IV, 21; II Par. IX, 26. 



questa promessa fatta ad Abramo, ma della sua 
rinnovazione fatta a Giacobbe, XLVIII, 4 e ss. 

14-16. Dio castigherà però gli oppressori, e 
benedirà gli oppressi. Il compimento di questa 
doppia promessa è narrato Esod. VII-XI; XII, 
31-36. Tu Abramo, non subirai tale schiavitù, ma 
vivrai tranquillo, e morrai pieno di anni. Andrai 
ai tuoi padri, ossia a quella parte del Sceol detta 
Limbo, dove si trovano le anime dei tuoi padri. 
Questa perifrase esprime un fatto ben diverso 
dalla semplice sepoltura del cadavere, e suppone 
evidentemente la fede nella sopravvivenza e nel- 
l'immortalità dell'anima (Ved. XXV, 8; XXXV, 
9; XLIX, 32; Giud. II, 10; Ebr. XI, 13). Sarai 
sepolto in prospera vecchiaia, ossia dopo una 
lunga vita. Alla quarta generazione. Quest'espres- 
sione è probabilmente identica ai quattrocento 
anni del versetto 13. La vita dell'uomo durava 
allora in media 100 anni (Cf. Esod. VI, 16 e ss.). 
Dio differisce sì lungamente l'entrata degli Israe- 
liti in Canaan, perchè i Cananei non hanno an- 
cora compiuta la misura delle iniquità, che Egli 
ha determinato di loro perdonare ; compiuta però 
questa misura, Egli farà scoppiare la sua ven- 
detta, e i Cananei verranno distrutti e in loro 
luogo verranno chiamati gli Ebrei. Gli Amorrhei 
sono qui nominati per indicare tutte le varie 
tribù cananee della Palestina (Lev. XVIII, 24 e ss. ; 
Deut. IX, 5; Gios. XXIV, 15 e ss.). 

17. Dio dà ad Abramo il segno chiesto. Si 
fece una caligine, ecc. Nell'ebraico : e fattasi 
una caligine tenebrosa, figura dei mali a cui 
dovrà essere esposta la discendenza d'Abramo. 
Un forno fumante, ossia un gran vaso di terra 



cotta di forma cilindrica, nel quale gli orientali 
accendono il fuoco. Una lampada ardente (ebr. 
una torcia accesa), ossia gran lingua di fuoco 
che usciva dal forno assieme al fumo. Questo 
fuoco e questo fumo erano un simbolo della pre- 
senza di Dio, che al modo dei Caldei passava 
per mezzo agli animali divisi (v. 10), prendendo 
così un impegno verso Abramo, di mantenere la 
promessa. Non sappiamo se anche Abramo sia 
passato in mezzo agli animali divisi. Anche nel 
deserto Dio si manifestava agli Ebrei in una 
colonna di fuoco e di nube. 

18. Fece alleanza promettendogli la Palestina 
per i suoi discendenti, e indicandone anche i 
confini. Il fiume d'Egitto, che ne segna il limite 
Sud-Ovest, è probabilmente il così detto torrente 
d'Egitto, ossia il ouadi El- Ariseli {Rhinocolura 
degli antichi), che scorre a metà cammino tra la 
Palestina e l'Egitto. Altri pensano che sia il Nilo. 
In questo caso si tratterebbe di un'iperbole, 
poiché la Palestina non si estese mai sino al 
Nilo. L'Eufrate trovasi al Nord-Est della Pale- 
stina. Solo ai tempi di Davide e di Salomone i 
confini della terra promessa furono segnati dai 
due fiumi indicati (II Re, Vili, 3 e ss.). Dio 
determina ancora maggiormente l'estensione della 
terra promessa enumerando i dieci popoli che 
allora l'occupavano. / Cinei, abitarono il deserto 
meridionale (I Re, XV, 6). / Cenezei e i Cedmonei 
non sono ricordati altrove nella Scrittura. Gli 
Hethei (X, 15). / Pherezei (XIII, 7). / Raphaim 
(XIV, 5). Gli Amorrhei (X, 16). / Chananei (XIII, 
7). I Gergesei e i Iebusei (X, 16). Il greco e il 
Samaritano, dopo i Cananei, aggiungono eli 
Hevei (X, 17). 



124 



Genesi, XVI, 1-8 



CAPO XVI. 
Abramo sposa Agar, 1-4. — Agar nel deserto, 5-14. — Nascita di Ismaele, 15-16. 



1 Igitur Sarai, uxor Abram, non genùerat 
liberos : sed habens ancillam iCgyptiam nò- 
mine Agar, "Dixit marito suo : Ecce, con- 
clusi t me Dóminus, ne pàrerem ; ingrédere 
ad ancil'.am meam, si forte saltem ex Illa 
6uscipiam filios. Cumque ille acquiésceret 
deprecanti, 3 Tulit Agar iEgyptiam ancillam 
suampostannos decem quam habitàre coépe- 
rant in terra Chanaan : et dedit eam viro 
suo uxórem. "Qui ingréssus est ad eam. At 
illa concepisse se videns, despéxit dóminam 
suam. 5 Dixitque Sarai ad Abram : Inique 
agis contra me : ego dedi ancillam meam in 
sinum tuum, quae videns quod concéperit, 
despéctui me habet : judicet Dóminus inter 
me, et te. 6 Cui respóndens Abram : Ecce, 
ait, ancilla tua in manu tua est, ùtere ea ut 
libet. Affligénte igitur eam Sarai, fugam 
xniit. 



7 Cumque invenisset eam àngelus Dòmini 
juxta fontem àquae in solitùdine, qui est in 
via Sur in deserto, 8 Dixit ad illam : Agar 



'Ora Sarai, moglie di Abramo, non aveva 
partorito figli : ma avendo una schiava Egi- 
ziana per nome Agar, 2 disse a suo ma- 
rito : Ecco che il Signore mi ha fatta ste- 
rile, perchè io non partorisca : sposa la mia 
schiava, se a sorte almeno da lei io avessi 
figli. Ed essendosi egli prestato alle pre- 
ghiere di lei, 3 ella prese Agar Egiziana sua 
schiava, e la diede per moglie al suo marito, 
dopo che erano passati dieci anni dacché 
avevano cominciato ad abitare nella terra 
di Chanaan. 4 Ed egli entrò da essa. Ma ella 
vedendo che aveva concepito, disprezzò la 
sua padrona. S E Sarai disse ad Abramo : Tu 
mi fai ingiustizia : io ti ho data la mia 
schiava per tua consorte : ed ella vedendo 
che ha concepito, mi disprezza : il Signore 
giudichi fra me, e te. "Àbramo le rispose : 
Ecco che la tua schiava è in tuo potere, 
fa con lei come ti piace. Siccome adunque 
Sarai la gastigava, ella se ne fuggi. 

7 E l'Angelo del Signore avendola trovata 
nel deserto presso la fontana di acqua, che 
è nella strada di Sur nel deserto, 8 le disse : 



CAPO XVI. 



1. Abramo sposa Agar (1-4), da cui gli nasce 
Ismaele (5-16). Erano già passati dieci anni 
dacché Abramo abitava in Chanaan (3, 16; XII, 
4), quando la moglie Sarai, volendo affrettare il 
compimento della promessa divina, ricorse a un 
espediente umano, di cui però ebbe ben presto 
a pentirsi. Avendo una schiava Egiziana com- 
prata oppure ricevuta in dono nell'Egitto (XII, 16). 

2-3. Mi ha fatta sterile, e quindi non puoi 
avere speranza che io ti generi figli. Se a 
sorte, ecc. Nell'ebraico : forse per mezzo di essa 
mi edificherò, vale a dire avrò dei figli. Secondo 
le antiche leggi (Vedi Codice di Hammurabi, 
art. 144 e ss.) la donna sterile poteva offrire a 
suo marito la sua propria schiava come sposa, 
e in tal caso i figli che fossero nati appartenevano 
non già alla schiava, ma alla padrona (Ved. XXX, 
3, 9). Abramo non consulta Dio, ma poggiandosi 
forse troppo sulla prudenza umana (XXI, 10 e ss.) 
acconsente alle preghiere di Sara. La poligamia 
in quei tempi per una speciale dispensazione di 
Dio era lecita, e d'altra parte Dio non aveva 
detto ad Abramo che la discendenza promessa 
dovesse aver origine da Sara. II santo patriarca 
rimane quindi giustificato nel suo modo di agire 
(Ved. Malach. II, 15). Erano passati dieci anni. 
Abramo aveva allora 85 anni (XII, 4). 

4. Disprezzò. Nell'Oriente la sterilità fu sem- 
pre riguardata come un obbrobrio (Lue. I, 25), 



e da ciò provenne il disprezzo di Agar, che ornai 
si credeva superiore alla sua padrona. 

5. Agar fugge al deserto (5-14). Mi fai in- 
giustizia, ossia tu sei responsabile dell'ingiuria 
che mi fa Agar, perchè non castighi la sua inso- 
lenza. Giudichi fra, ecc., ossia giudichi se è 
giusto che io, padrona, sia ingiuriata, e che tu 
non pigli le mie difese. 

6. E in tuo potere, ossia è tua proprietà, e 
quindi castigala tu stessa. Ora Sarai usò tanta 
asprezza e severità con Agar, che questa se ne 
fuggì, e si decise a tornare in Egitto per la 
strada che partendo da Hebron attraversa il de- 
serto di Arabia. 

7-8. L'angelo del Signore. Questa espressione 
talvolta significa Dio stesso in quanto si rivela 
e si manifesta (13; XVIII, 1 e ss. ; Esod. Ili, 
2 e ss., ecc.) e tal altra indica un angelo pro- 
priamente detto, inquanto è mandato da Dio. Si 
deve quindi riguardare al contesto per conoscere 
in quale senso essa venga usata. Nel caso pre- 
sente significa Dio, come è chiaro dal versetto 13 
e seguenti. Sur, oggi Djifar, significa la parte 
N 0. del deserto di Arabia, che confina coll'E- 
gitto (Esod. XV, 22). Per questo deserto passava 
la strada che metteva l'Egitto in comunicazione 
colla Palestina. Agar voleva quindi tornare alla 
sua patria. Agar, serva, ecc. L'angelo chiaman- 
dola per nome fa vedere che conosce e chi essa 
sia e la sua condizione, e intanto le chiede la 
confessione della colpa, il che essa fa con tutta 
umiltà (III, 9; IV, 9). 






Genesi. XVI, 9-i6 



125 



ancilla Sarai, unde venis? et quo vadis? 
Quae respóndit : A fàcie Sarai dóminae 
meae ego fugio. 'Dixitque ei àngelus Do- 
mini : Revértere ad dórninam tuam, et hu- 
miliare sub manu illius. 10 Et rursum : Mul- 
tiplicans, inquit, multiplicàbo semen tuum, 
et non numeràbitur prae multitùdine. 21 Ac 
deinceps : Ecce, ait, concepisti, et paries 
filium : vocabisque nomen ejus Ismael, eo 
quod audierit Dóminus affiictiónem tuam. 

12 Hic erit ferus homo : manus ejus contra 
omnes, et manus omnium contra eum : et 
e regióne universórum fratrum suórum figet 
tabernécula. "Vocàvit autem nomen Dòmini 
qui loquebàtur ad eam : Tu Deus qui vidisti 
me. Dixit enim : Profécto hic vidi posterióra 
vidéntis me. 14 Proptérea appellàvit pùteum 
illum, Pùìeum vivéntis et vidéntis me. Ipse 
est inter Cades et Barad. 



15 Peperitque Agar Abrae filium : qui vo- 
càvit nomen ejus Ismael. 16 Octoginta et sex 
annórum erat Abram quando péperit ei Agar 
Ismaélem. 



Agar, serva di Sarai, donde vieni? e dove 
vai tu ? Ed ella rispose : Io fuggo dal co- 
spetto di Sarai mia padrona. S E l'Angelo 
del Signore le disse : Torna alla tua pa- 
drona, e umiliati sotto la mano di lei. 10 E 
soggiunse : Io moltiplicherò grandemente la 
tua posterità, e per la sua moltitudine non 
potrà numerarsi. X1 E disse ancora : Ecco, 
tu hai concepito, e partorirai un figlio : e gli 
porrai nome Ismaele, perchè il Signore ti 
ha esaudita nella tua afflizione. 

"Egli sarà uomo feroce : le mani di lui 
contro tutti, e le mani di tutti contro lui : 
egli pianterà le sue tende dirimpetto a quelle 
di tutti i suoi fratelli. "Ed ella chiamò il 
nome del Signore, che con lei parlava : Tu 
sei Dio, che mi hai veduta. Perocché ella 
disse : Certo che io qui ho veduto il tergo 
di colui che mi ha veduta. 14 Per questo 
chiamò quel pozzo il pozzo di colui, che 
vive e che mi vede. Esso è tra Cades e 
Barad. 

15 E Agar partorì un figlio ad Abramo : il 
quale gli pose nome Ismaele. 16 Abramo 
aveva ottantasei anni, quando Agar gli par- 
torì Ismaele. 



" Inf. XXIV, 62. 



9-12. L'Angelo intima ad Agar il dovere di 
tornare e di umiliarsi davanti a Sarai, e poi le 
promette una numerosa discendenza, e le fa cono- 
scere il nome che deve dare al fanciullo, che sta 
per nascere da lei. Ismaele, secondo la sua eti- 
mologia significa Dio esaudisce. Dando questo 
nome al figlio, Agar doveva ricordarsi che Dio 
aveva avuto pietà di lei, ed era venuto in suo 
soccorso. L'Angelo fa ancora conoscere ad Agar 
il carattere d'Ismaele e della sua discendenza. 
Sera un uomo feroce. Nell'ebraico : sarà tra gli 
uomini un onagro (asino selvatico di cui si ha 
una bella descrizione in Giobbe, XXXIX, 5-8), 
avrà cioè un carattere indomito, amante della 
libertà e della vita nomade nel deserto. Natura 
bellicosa, egli vivrà di rappressaglie, e sarà in 
guerra contro tutti e tutti saranno in guerra 
contro lui. Questi tratti caratterizzano assai bene 
i Beduini, discendenti di Ismaele, che sdegnando 
ogni soggezione, scorrono il deserto, assogget- 
tandosi alle più dure fatiche, pur di conservare 
la loro libertà e indipendenza. Egli pianterà, ecc. 
Ismaele e i suoi discendenti abiteranno dirim- 
petto, ossia in faccia, e quindi all'Est della terra 
che sarà abitata dagli altri loro fratelli figli di 
Abramo. Gli Ismaliti abitarono infatti la penisola 
Arabica, che trovasi a Oriente della Palestina. 

13. Chiamò il nome del Signore (ebraico 
Iahveh), ecc. Si deduce quindi che colui che le 
aveva parlato era Dio stesso, o meglio un angelo 



rappresentante Dio. Ecco ora il nome che essa 
gli diede : Tu sei Dio che mi hai veduto (ebraico 
Atta El-roT), ossia lett. Tu sei Dio della visione, 
che può significare : Tu sei Dio che vede tutto, 
oppure tu sei un Dio che si lascia vedere. Io ho 
veduto il tergo, ecc.. quando egli si partiva da 
me. L'ebraico va tradotto : ho io qui ancora guar- 
dato dietro colui che mi vede ? Nei LXX : io ho 
veduto in faccia colui che si è mostrato a me. 
Il testo è oscuro, ed è probabilmente corrotto. 
Fra le varie correzioni proposte la migliore è 
forse quella di Kittel che dà questo senso : ho 
io pure veduto Dio, e vivo dopo la visione? 
Agar si meraviglia di aver veduto Dio e di non 
essere morta. Anche nell'Esodo (XXXIII, 20) è 
detto che nessun uomo può veder Dio senza 
morire. 

14. Per il motivo del fatto avvenuto, quel 
pozzo fu chiamato pozzo di Dio vivente (ebraico 
hai) che vede (rói) le miserie e le afflizioni degii 
uomini. Altri interpretano : pozzo di colui che 
vive e vede, benché abbia veduto Iahveh. Questo 
pozzo probabilmente è quello che si trova a 
Muweilih, a Sud di Bersabea, e all'Ovest del 
luogo, dove si crede sorgesse Cades. Barad, non 
è ricordata altrove ; può essere che si trovasse a 
Ovest di Cades. 

15-16. Nascita di Ismaele. Agar ubbidì, e tor- 
nata a casa di Abramo, partorì un figlio, 8 cui 
fu posto il nome di Ismaele. 



126 



Genesi, XVII, 1-10 



CAPO XVII. 

Dio cambia il nome ad Abramo, 1-8. — La circoncisione, 9-14. — Dio cambia il 
nome a Sara e le promette un figlio, 15-22. — La famiglia di Abramo cir- 
concisa, 23-27. 



'Postquam vero nonaginta et novem an- 
nórum esse coéperat, appàruit ei Dóminus, 
dixitque ad eum : Ego Deus omnipotens : 
ambula corarn me, et esto perféctus. 2 Po- 
nàmque foedus meum inter me et te, et 
multiplicàbo te veheménter nimis. 3 Cécidit 
Abram pronus in fàciem. 

4 Dixitque ei Deus : Ego sum, et pactum 
meum tecum, erisque pater multàrum gén- 
tium. 5 Nec ultra vocàbitur nomen tuum 
Abram ; sed apellàberis Abraham : quia pa- 
ttern multàrum géntium constitui te. 6 Fa- 
ciàmque te créscere vehementissime, et 
ponam te in géntibus, regésque ex te egre- 
diéntur. 7 Et stàtuam pactum meum inter 
me et te, et inter semen tuum post te in 
generatiónibus suis foédere sempitèrno : ut 
sim Deus tuus, et séminis tui post te. 8 Da- 
bóque tibi et semini tuo terram peregrina- 
tiónis tuae, omnem terram Chanaan in pos- 
sessiónem aetérnam, eróque Deus eórum. 

9 Dixit iterum Deus ad Abraham : Et tu 
ergo custódies pactum meum, et semen 
tuum post te in generatiónibus suis. 10 Hoc 
esf pactum meum quod observàbitis inter 



*Ma quando egli fu all'età di novantanove 
anni, il Signore gli apparve e gli disse : Io 
il Dio onnipotente : cammina alla mia pre- 
senza, e sii perfetto. 2 E io stabilirò la mia 
alleanza fra me e te, e ti moltiplicherò gran- 
dissimamente. 3 Abramo si prostrò boccone 
per terra. 

4 E Dio gli disse : Io sono, e il mio patto 
(sarà) con te, e sarai padre di molte genti. 
5 E non sarai più chiamato col nome di 
Abramo : ma sarai detto Abrahamo : pe- 
rocché io ti ho destinato padre di molte 
genti. 6 E ti farò crescere fuormisura, e ti 
farò padre di popoli, e da te usciranno dei 
re. 7 E io fermerò il mio patto fra me e te, 
e il tuo seme dopo di te nelle sue gene- 
razioni, con alleanza eterna : affinchè io sia 
Dio tuo, e del tuo seme dopo di te. 8 E darò 
a te e al tuo seme la terra, dove tu sei pel- 
legrino, tutta la terra di Chanaan in eterno 
dominio, e io sarò loro Dio. 

9 E di nuovo Dio disse ad Abrahamo : Os- 
serverai dunque il mio patto tu e il tuo seme 
dopo di te nelle sue generazioni. "Questo 
è il mio patto che osserverete tra me e voi, 



4 Eccli. XLIV, 20; Rom. IV, 17. 9 Act. VII, 8. 



CAPO XVII. 

I. Dio rinnova l'alleanza con Abramo (1-27). 
Dapprima gli cambia il nome (1-8). All'età di 
novantanove anni, ossia 13 anni dopo la nascita 
di Ismaele (XVI, 25). Il Dio onnipotente, ebraico 
El-shaddai. Questo nome significa Dio, che basta 
a sé stesso. Cammina (ossia vivi) alla mia pre- 
senza (lett. davanti alla mia faccia), vale a dire 
in tutte le tue azioni abbi sempre Dio davanti 
alla tua mente, e per conseguenza sii perfetto. 
Chi agisce in tal modo non può mancare di 
essere santo. La santità è la condizione voluta 
da Dio, perchè l'alleanza sia duratura. 

2-3. Stabilirò, ecc. (Ved. VI, 18). Ti moltipli- 
cherò (vv. 4-6). Si prostrò per adorarlo e rin- 
graziarlo. 

4. Io sono, ecc. L'ebraico va tradotto : per 
quanto si riferisce a me, ecco il mio patto (nel- 
l'ebraico vi è la stessa parola che a! versetto 2 
fu tradotta alleanza), ossia ecco in che consiste 
il mio patto, cioè l'impegno che prendo (4-8). 
Nei versetti 9-14 si indicheranno gli impegni che 
deve prendere Abramo. Sarai padre, ecc. Per la 
quarta volta Dio rinnova la sua promessa (Vedi 
XII, 2; XIII, 16; XV, 5). 



5-6. Abramo (ebr. 'ab-ram) significa padre ec- 
celso o elevato. Abrahamo (ebr. 'ab-raham) si- 
gnifica padre della moltitudine, oppure padre 
eccelso della moltitudine. Dal fatto che Dio 
cambiò il nome ad Abramo al momento, in cui 
istituì la circoncisione, venne l'uso presso gli 
Ebrei di imporre i nomi ai bambini nel giorno 
della loro circoncisione. Da te usciranno dei re. 
Tali furono i re di Giuda e di Israele prove- 
nienti da Giacobbe, I re degli Idumei e degli 
Amaleciti provenienti da Esaù, e poi i varii pic- 
coli re discendenti da Ismaele e da Cetura. 

7-8. Dio promette ad Abramo e alla sua di- 
scendenza di essere il loro Dio in eterno, e di 
dar loro in eterno dominio la terra di Canaan. 
Egli sarà loro Dio nel senso che avrà di loro 
una speciale cura e protezione, a cui essi do- 
vranno corrispondere con un culto e un amore 
tutto speciale. La promessa è condizionata per 
riguardo alla discendenza carnale di Abramo, è 
invece assoluta per riguardo alla posterità spiri- 
tuale del santo Patriarca (Ved. n. XIII, 15). 

9. Il precetto della circoncisione (9-14). Di 
nuovo e dunque, mancano nell'ebraico e nel greco. 

10-11. Questo è il mio patto, vale a dire il 
segno esterno dell'alleanza, che io ho contratto 



Genesi, XVII, 11-18 



127 



me et vos, et semen tuum post te : Cir- 
cumcidétur ex vobis omne masculinum : 
n Et circumcidétis carnem praeputii vestri, 
ut sit in signum foéderis inter me et vos. 
12 Infans octo diérum circumcidétur in vo- 
bis, omne masculinum in generatiónibus 
vestris : tam vernàculus quam emptitius 
circumcidétur, et quicùmque non fùerit de 
stirpe vestra : 13 Eritque pactum meum in 
carne vestra in foedus aetérnum. 14 Màscu- 
lus, cujus praeputii caro circumcisa non 
fùerit, delébitur anima illa de pópulo suo : 
quia pactum meum irritum fecit. 

15 Dixit quoque Deus ad Abraham : Sa- 
rai uxórem ruam non vocàbis Sarai, sed 
Saram. 16 Et benedicam ei, et ex illa dabo 
tibi filium cui benedictùrus sum, eritque 
in natiónes, et reges populórum oriéntur 
ex eo. 

17 Cécidit Abraham in fàciem suam, et 
risit, dicens in corde suo : Putàsne cente- 
nario nascétur filius? et Sara nonagenària 
pàriet? 18 Dixitque ad Deum : Utinam Ismael 



tu e il seme tuo dopo di te : tutti i vostri 
maschi saranno circoncisi : lx e voi circon- 
ciderete la vostra carne in segno dell'al- 
leanza tra me e voi. 12 Ogni bambino maschio 
di otto giorni sarà circonciso tra voi, ogni 
maschio nelle vostre generazioni, tanto il 
servo nato in casa, quanto quello comprato, 
sarà circonciso, anche quello che non è 
della vostra stirpe. 13 E sarà il segno del 
mio patto nella vostra carne per alleanza 
eterna. 14 Ogni maschio la cui carne non 
sarà stata circoncisa, una tale anima sarà 
recisa dal suo popolo : perocché ha violato 
il mio patto. 

15 E Dio disse ancora ad Abrahamo : Non 
chiamerai più la tua moglie Sarai, ma Sara. 
16 E io la benedirò, e ti darò da essa un 
figlio, a cui io darò la benedizione, ed egli 
sarà capo di nazioni, e da lui usciranno re 
di popoli. 

17 Abrahamo si gettò boccone per terra, e 
rise, dicendo in cuor suo : Possibile che 
nasca un figlio a un uomo di cento anni? 
e che Sara partorisca a novanta? 18 E disse 



11 Lev. XII, 3; Lue. II, 21; Rom. IV, 11. " Inf. XVIII, 10 et XXI, 2. 



con voi, è la circoncisione. La circoncisione 
doveva ricordare agli Israeliti che essi erano un 
popolo consecrato in modo speciale a Dio, e 
perciò separato da tutti gli altri popoli. Doveva 
pure ricordar loro la fede e l'obbedienza di 
Abramo, la giustificazione da lui ottenuta (Rom. 
IV, 11) e la promessa fattagli del futuro Reden- 
tore, nel quale dovevano credere e sperare. La 
circoncisione era inoltre una figura del Batte- 
simo, per cui si diventa membri della Chiesa, 
che è il vero popolo di Dio. Essa era ancora 
destinata a togliere il peccato originale. La cir- 
concisione era praticata dagli Egiziani (Erodoto, 
II, 37) come una norma di igiene, ma l'uso non 
era universale, e di più essa non veniva fatta 
che dai 6 ai 14 anni. Dio invece ne fece un 
rito sacro e 'morale (Deut. X, 16), che aveva 
un carattere obbligatorio per tutti gli Ebrei senza 
alcuna eccezione, e che doveva praticarsi nel- 
l'ottavo giorno dopo la nascita. 

12-13. Dio determina maggiormente il pre- 
cetto. Per i bambini la circoncisione deve prati- 
carsi all'ottavo giorno dopo la nascita, e ciò 
affinchè la possano sopportare senza pericolo. 
Alla circoncisione poi sono sottomessi non solo 
i figli di Abramo, ma anche i loro servi, siano 
questi nati in casa, o siano stati comprati, siano 
essi della stessa stirpe, o siano di stirpe stra- 
niera. Nell'ebraico e nel greco il versetto 13 
comincia così : Si deve circoncidere tanto colui 
che è nato in casa, quanto colui che è stato 
comprato con denari, e sarà il segno, ecc. Al- 
leanza eterna. La circoncisione sarà il segno 
esterno dell'alleanza eterna contratta da Dio con 
Abramo e i suoi discendenti (Ved. n. 7-8; 
XIII, 15). 

14. Sanzione della legge. Non sarà stato cir- 
conciso. Nell'ebraico e nel greco si aggiunge : 



l'ottavo giorno. — Sarà recisa, vale a dire verrà 
esclusa dal partecipare alle promesse fatte, e 
non avrà più alcuna parte alle prerogative, ai 
privilegi e ai benefìzi concessi al popolo eletto 
(Esod. XII, 15, 19). Si tratta probabilmente di 
una specie di scomunica. Altri pensano che si 
tratti della pena di morte, oppure dell'esilio, o 
di una morte immatura da infliggersi o da Dio 
immediatamente, oppure da speciali giudici. 

15. Dio cambia anche il nome di Sarai, e 
annunzia che essa avrà un figlio (15-22). La 
moglie di Abramo si chiamerà Sara, che significa 
principessa, perchè essa sarà la madre del po- 
polo eletto, e di numerosi principi e re (6). La 
significazione del nome Sarai è incerta. Probabil- 
mente però significa mia principessa. 

16. La benedirò, ecc. Die spiega la ragione 
del cambiamento di nome, e assieme annunzia ad 
Abramo che l'erede promessogli (XV, 4) nascerà 
da Sara. Nell'ebraico tutto il versetto si riferisce 
a Sara : La benedirò, da essa ti darò un figlio; 
la benedirò, ella sarà madre di nazioni e da essa 
usciranno re. Tale lezione è preferita dai critici 
e risponde meglio al contesto. 

17. Si prostrò per adorare e ringraziare Dio, 
e rise, tanta era l'allegrezza che lo riempiva. 
Egli non diffida, non dubita, ma ammira ed 
esulta, e pieno di stupore esclama : Nascerà 
dunque un figlio, ecc. (Ved. n. Rom. IV, 18, 22). 

18. E disse (èbr. Abramo). Avendo ricevuto 
promessa di un figlio da Sara, Abramo teme che 
Dio abbrevii i giorni di Ismaele, o almeno gli 
tolga la benedizione (XVI, 10), e perciò lo prega 
di concedere anche a questo figlio vita e bene- 
dizione, e di farlo in qualche modo partecipe dei 
beni promessi. 



Genesi, XVII, 19 — XVIII, 2 



vivat coram te ! 19 Et ait Deus ad Abraham : 
Sara uxor tua pàriet tibi filium, vocabisque 
nomen ejus Isaac, et constituam pactum 
meum i Ili in foedus sempitérnum, et semini 
ejus post eum. 20 Super Ismael quoque 
exaudivi te. Ecce, benedicam ei, et augébo 
et multiplicàbo eum valde : duódecim duces 
generàbit, et fàciam illum in gentem ma- 
gnani. 21 Pactum vero meum statuam ad 
Isaac, quem pàriet tibi Sara tèmpore isto 
in anno altero. "Cumque finitus esset 
sermo loquéntis eum eo, ascéndit Deus ab 
Abraham. 

"Tulit autem Abraham Ismael filium 
suum, et omnes vernàculos domus suae, 
universósque quos émerat, cunctos mares 
ex omnibus viris domus suae : et circum- 
cidit carnem praepùtii eórum statim in ipsa 
die, sicut praecéperat ei Deus. "Abraham 
nonaginta et novem erat annórum, quando 
circumeidit carnem praepùtii sui. 25 Et 
Ismael filius trédecim annos impléverat 
tèmpore circumeisiónis suae. Z6 Eàdem die 
circumeisus est Abraham et Ismael filius 
ejus. 27 Et omnes viri domus illius, tam ver- 
nàculi, quam emptitii et alienigenae, pà- 
riter circumeisi sunt. 



a Dio : Di grazia, viva Ismaele dinnanzi a 
te. 19 E Dio rispose ad Abrahamo : Sara 
tua moglie ti partorirà un figlio, e gli porrai 
nome Isaac, e stabilirò il mio patto con lui, 
e col suo seme dopo di lui per un'alleanza 
sempiterna. 20 Ti ho anche esaudito riguardo 
a Ismaele « lo benedirò, e lo amplificherò, 
e lo moltiplicherò grandemente : egli gene- 
rerà dodici principi, e lo farò divenire una 
grande nazione. 2I Ma il mio patto lo sta- 
bilirò con Isacco, che Sara ti partorirà 
l'anno veniente a questo tempo. 22 E finito 
che ebbe di parlare con lui. Dio si tolse 
dalla vista di Abrahamo. 

23 Abrahamo adunque prese Ismaele suo 
figlio, e tutti i servi nati nella sua casa : e 
tutti quelli che aveva comprati, tutti quarti 
i maschi di sua casa : e li circoncise subito 
lo stesso giorno, come Dio gli aveva ordi- 
nato. 21 Abrahamo aveva novantanove anni 
quando si circoncise. 2S E il figlio Ismaele 
aveva compito tredici anni al tempo della 
sua circoncisione. 26 Nello stesso giorno fu 
circonciso Abrahamo e Ismaele suo figlio. 
27 E tutti gli uomini di quella casa, t^nto 
quelli che in essa erano nati, come quelli 
che erano stati comprati, e gli stranieri fu- 
rono parimenti circoncisi. 



CAPO XVIII. 

Visita di tre A?igeli ad Abramo, 1-8. — Dio rinnova a Sara la promessa di un 
figlio, 9-14. — Predizio?ie della rovina di Sodoma e preghiera di Abramo, 15-33. 



^ppàruit autem ei Dóminus in convàlle 
Mambre sedenti in óstio tabernàculi sui in 
ipso fervóre diéi. 2 Cumque elevàsset ócu- 
los, apparuérunt ei tres viri stantes prope 



*E il Signore apparve ad Abrahamo nella 
valle di Mambre, mentre egli sedeva al- 
l'ingresso della sua tenda nel maggior caldo 
del giorno. 2 E avendo egli alzati gli occhi, 



1 Hebr. XIII, 2. 



19. Dio conferma la promessa del versetto 16. 
Isacco, significa rìdente, oppure ha rìso o si è 
riso. — Stabilirò con lui, ecc. Le promesse di- 
vine apparterranno quindi ad Isacco e alla sua 
discendenza, ma anche Ismaele sarà benedetto. 

20-21. Dodici prìncipi numerati al cap. XXV, 
13-15. L'anno veniente. La promessa divina si 
fa sempre più precisa e determinata. 

23-27. Circoncisione di Abramo e di tutta la 
/amiglia. E da ammirarsi la pronta obbedienza 
di Abramo e di tutti i suoi dipendenti, e la salu- 
tare influenza che Abramo esercitava sugli altri 
colla sua virtù. Stante la grande importanza del- 
l'atto compiuto, viene indicata la data precisa 
sia riguardo ad Abramo e sia riguardo a Ismaele. 
In ricordo della circoncisione d'Ismaele, i mus- 
sulmani sogliono circoncidere i loro figli all'età 
di 13 anni. Tutti furono circoncisi, come il Si- 
gnore aveva ordinato (10 e ss.). 



CAPO XVIII. 

1. Abramo riceve la visita di tre angeli (1-33). 
7/ Signore (Iahveh), ecc. Per la circoncisione 
Abramo essendosi consecrato interamente a Dio, 
viene fatto degno di ricevere la visita di Dio. 
Nella valle (ebr. al querceto) di Mambre (Ved. 
n. XIII, 1S) presso Hebron. Questa apparizione 
dovette aver luogo poco dopo i fatti narrati nel 
capitolo precedente, come si può dedurre para- 
gonando assieme XVII, 21 e XVIII, 10. Nel 
maggior caldo, ossia verso mezzogiorno. 

2. Gli comparvero, ecc. Nell'ebraico : alzò gli 
occhi e vide, ed ecco tre uomini che stavano 
davanti a lui. Starsene fermi presso la tenda di 
alcuno equivale anche oggidì presso gli Arabi a 
chiedere ospitalità. Questi tre uomini apparsi 
erano angeli in figura umana, come afferma San 



Genesi, XVIII, 3-10 



129 



eum : quos cum vidisset, cucùrrit in oc- 
cùrsum eórum de óstio tabernàculi, et ado- 
ràvit in terram. s Et dixit : Dòmine, si 
invéni gràtiam in óculis tuis, ne trànseas 
ser\ um tuum : 4 Sed àfferam pauxillum 
aquae, et lavate pedes vestros, et requié- 
scite sub àrbore. s Ponàmque buccéllam pa- 
nis, et confortate cor vestrum, póstea tran- 
sibitis : idcirco enim declinàstis ad servum 
vestrum. Qui dixérunt : Fac ut locùtus es. 



*Festinàvit Abraham in tabernàculum ad 
Saram, dixitque ei : Accelera, tria sata si- 
milae commisce, et fac subcinericios panes. 
7 Ipse vero ad arméntum cucùrrit, et tulit 
inde vitulum tenérrimum et optimum, de- 
ditque pùero : qui festinàvit et coxit illum. 
8 Tulit quoque butyrum et lac, et vitulum 
quem cóxerat, et pósuit coram eis : ipse 
vero stabat juxta eos sub àrbore. 



9 Cumque comedissent, dixérunt ad eum : 
Ubi est Sara uxor tua? Ille respóndit : Ecce 
in tabernàculo est. 10 Cui dixit : Revértens 
véniam ad te tèmpore isto, vita cómite, et 
habébit filium Sara uxor tua. Quo audito, 



gli comparvero tre uomini che stavano 
presso di lui : e veduti che li ebbe, corse 
loro incontro dall'ingresso della tenda, e 
si prostrò fino a terra. 3 E disse : Signore, 
se io ho trovato grazia dinanzi a te, non 
lasciar indietro il tuo servo : 4 Ma io por- 
terò un po' d'acqua, e lavate i vostri piedi, 
e riposatevi sotto quest'albero. 5 E vi pre- 
senterò un pezzo di pane, affinchè risto- 
riate le vostre forze, e poi ve n'andrete : 
per questo infatti siete venuti verso il 
vostro servo. E quelli dissero : Fa' come 
hai detto. 

8 Abramo andò in fretta nella tenda da 
Sara, e le disse : Fa' presto, impasta tre 
misure di fior di farina, e fanne delle schiac- 
ciate da cuocer sotto la cenere. 7 Ed egli 
corse all'armento, e ne tolse un vitello 
molto tenero e grasso, e lo diede ad un 
servo : il quale si affrettò a farlo cuocere. 
"Prese poi del burro e del latte, e il vi- 
tello cotto, e ne imbandì loro la mensa : 
ed egli se ne stava in piedi presso di loro 
sotto l'albero. 

9 Ed essi dopo aver mangiato, gli dissero : 
Dov'è Sara tua moglie? Egli rispose : Essa 
è nella tenda. 10 E (uno di quelli) gli disse : 
Tornerò nuovamente da te in questo tempo 
nel prossimo anno, e Sara tua moglie avrà 



10 Sup. XVII, 19; Inf. XXI, 1; Rom. IX, 9. 



Paolo (Ebr. XIII, 2), e rappresentano il Signore 
nelle tre divine persone. Abramo da principio 
li credette semplici uomini, e offrì loro ospita- 
lità, ma poscia riconobbe (v. 17 e ss.) che uno 
di essi era, o meglio, rappresentava in modo 
speciale Dio. Corse loro incontro, ecc. Tutto 
questo racconto mostra quanto fosse grande il 
rispetto e la carità, di Abramo verso gli ospiti. 
Si prostrò, ecc., come sogliono fare gli Orientali 
quando salutano, e mostrano il loro rispetto verso 
una persona. 

3-5. Signore se ho trovato, ecc. Abramo parla 
talora a tutti e tre i personaggi, talora a uno 
solo, cioè a quello di mezzo, che faceva la prima 
figura e pareva sovrastare agli altri. Seguendo 
l'uso orientale lo chiama signore (ebr. Adonai. 
La miglior lezione però sembra essere adoni = 
signor mio, poiché nulla indica che Abramo abbia 
subito riconosciuto questo personaggio come Dio, 
come farebbe supporre la lezione Adonaì), e 
dà a sé stesso il titolo di servo, e ritenendo come 
un singolare favore il poter loro dare ospitalità, 
li prega di lasciarsi lavare i piedi. Nell'antico 
Oriente i viaggiatori non portavano che sandali, 
e quindi la prima cosa che si faceva con un 
ospite, era quella di fargli lavare i piedi (Cf. 
XXIV, 32; XLIII, 24, ecc.). Un pezzo di pane. 
Promette loro un po' di pane, mentre poi farà 
preparare un lauto convito. Per questo infatti 
Dio vi ha indirizzati verso di me, affinchè io 
avessi il piacere di darvi ospitalità e di essere 
onorato dalla vostra presenza. Quanta cordialità 
nelle parole di Abramo! 



6-8. Il convito loro preparato. Dapprima viene 
il pane, la preparazione del quale è riservata a 
Sara. Tre misure (ebr. tre seah, ossia un efah). 
Il seah conteneva circa 13 litri (secondo altri 
solo 7). Schiacciate, ossia dei piccoli pani ro- 
tondi, che si fanno cuocere o sopra pietre ben 
calde, oppure sopra la brace ricoperta di cenere. 
Da parte sua Abramo corre a prendere un vitello 
e del burro, ossia del latte spesso o coagulato, 
e del latte fresco, e portato il tutto davanti ai 
suoi ospiti, se ne stava in piedi presso di loro 
e li serviva. Nell'ebraico si aggiunge : ed essi 
mangiarono. E chiaro però che gli angeli, essendo 
puri spiriti, non mangiarono realmente, ma solo 
in apparenza, benché Abramo credesse che essi 
mangiassero (Ved. Tob. XII, 19). I costumi dei 
nomadi d'Oriente, non sono anche oggidì cambiati 
gran che, e tutti i tratti dell'ospitalità qui indicati 
vengono ancora più o meno usati (Cf. Vigouroux, 
La Bibles et les découv., ecc., t. I, 509; Iaussen, 
Coutumes des Arabes, p. 79, Paris, 1903). 

9-14. Dio rinnova la promessa fatta a Sara. 
Il fatto che i tre ospiti mostrano di conoscere il 
nome di Sara prima ancora di averla veduta, 
lascia subito capire che essi non sono puri 
uomini. Uno di quelli, cioè quello di mezzo (3-5). 
Nel prossimo anno. Tale è l'esatta traduzione 
dell'ebraico corrispondente alla frase vita comite 
della Volgata. Le ultime parole del versetto 10 
vanno tradotte secondo l'ebraico : Sara ascoltava 
alla porta della tenda, dietro la quale essa era. 
Per conseguenza, qui (e anche nei LXX) non si 
parla ancora del riso di Sara. Rise in segreto 



Sacra Bibbia, voi. III. 



130 



Genesi, XVIII, 11-21 



Sara risi t post óstium tabernàculi. n Erant 
autem ambo senes, provectaeque aetàtis, et 
desierant Sarae fieri muliébria. 12 Quae risit 
occulte, dicens : Postquam consentii, et dó- 
minus meus vétulus est, voluptàti óperam 
dabo? 

ls Dixit autem Dóminus ad Abraham : 
Quare risit Sara, dicens : Num vere pari- 
tura sum anus? "Numquid Deo quidquam 
est difficile? juxta condictum revértar ad 
te hoc eódem tempore, vita cómite, et ha- 
bébit Sara filium. "Negàvit Sara, dicens : 
Non risi : timóre pertérrita. Dóminus au- 
tem : Non est, inquit, ita : sed risisti. 



"Cum ergo surrexissent inde viri, di- 
rexérunt óculos contra Sódomam : et A- 
braham simul gradiebàtur, deducens eos. 
17 Dixitque Dóminus : Num celare poterò 
Abraham quae gestùrus sum : I8 Cum fu- 
tùrus sit in gentem magnam ac robustis- 
simam, et BENEDICENDO sint in ilio 
omnes natiónes terrae? 19 Scio enim quod 
praeceptùrus sit filiis suis, et dómui suae 
post se, ut custódiant viam Dòmini, et fà- 
ciant judicium et justitiam : ut addùcat Dó- 
minus propter Abraham omnia quae lo- 
cùtus est ad eum. 

20 Dixit itaque Dóminus : Clamor Sodo- 
mórum et Gomórrhae multiplicàtus est, et 
peccàtum eórum aggravàtum est nimis. 
21 Descéndam, et vidébo utrum clamórem, 
qui venit ad me, òpere compléverint : an 
non est ita, ut sciam. 



un figlio. Sara avendo ciò udito rise dierro 
alla porta della tenda. "Ambedue infatti 
erano vecchi, e di età avanzata, e Sara 
non aveva più i corsi ordinari delle donne. 
12 Ora essa rise in segreto, dicendo : Dopo 
che io sono vecchia, e il mio signore è 
cadente, penserò ancora al piacere ? 

"Ma il Signore disse ad Abrahamo : 
Perchè mai Sara ha riso, dicendo : Sono 
io veramente per partorire essendo già 
vecchia? l4 Vi ha forse alcuna cosa diffi- 
cile a Dio? Tornerò a te, secondo la pro- 
messa fatta, in questo stesso tempo nel 
prossimo anno, e Sara avrà un figlio. 
15 Sara negò, e piena di paura disse : Non 
ho riso. Ma il Signore disse : Non è così : 
ma tu hai riso. 

"Essendosi adunque alzati quegli uomini 
di là, volsero gli sguardi verso Sodoma : e 
Abrahamo andava con loro, accomiatandoli. 
17 E il Signore disse : Potrò io tener na- 
scosto ad Abrahamo quel che sono per 
fare : "mentre egli deve essere capo di 
una nazione grande, e fortissima, e in lui 
devono essere BENEDETTE tutte le na- 
zioni della terra? "Perocché io so che 
egli ordinerà a' suoi figli e alla sua casa 
dopo di sé che seguano le vie del Signore, 
e pratichino l'equità e la giustizia : af- 
finchè il Signore compia in favore di Abramo 
tutto quello che gli ha detto. 

20 Disse adunque il Signore : Il grido di 
Sodoma e di Gomorra è cresciuto, e il loro 
peccato si è oltremodo aggravato. 21 Di- 
scenderò, e vedrò se le loro opere uguar 
glino il grido che ne è giunto a me ; o, 
se non è così, per saperlo. 



12 I Petr. Ili, 6. IS Sup. XII, 3; Inf. XXII, 18. 



riguardando come impossibile quanto le era detto 
dall'ospite, essa viene perciò biasimata (v. 13). 
// mio signore. A ragione S. Pietro propone alle 
donne cristiane l'esempio di umiltà e di rispetto 
verso il marito dato da Sara (Ved. I Piet. Ili, 6). 
Secondo la promessa fatta, manca nell'ebraico e 
nel greco. Poiché l'ospite misterioso mostra di 
conoscere gli intimi pensieri di Sara, Abramo e 
la sua moglie dovettero conchiudere che egli era 
Dio, e perciò la Scrittura lo chiama Signore, 
versetto 13 (ebr. Iahveh). 

15. Avendo riconosciuto Dio, Sara si sente 
piena di paura, e nega, cercando così di coprire 
la sua mancanza di fede con una bugia ; ma Dio 
le fa vedere che conosce perfettamente tutte le 
cose. 

16. Dio predice ad Abramo la rovina di So- 
doma (16-33). Accomiatandoli, compiendo così 
verso di essi tutti i doveri dell'ospitalità. 

17-19. Dio in un breve monologo indica tre 
ragioni, per le quali vuole rivelare ad Abramo 
la distruzione di Sodoma. Abramo è l'amico di 



Dio, e all'amico nulla si tiene nascosto. Egli è 
il capo di una grande nazione, e nella sua discen- 
denza dovranno essere benedette tutte le genti 
(Ved. XII, 2 e ss. ; XVII, 1 e ss.). Egli inoltre 
dovrà inculcare a tutti i suoi discendenti l'osser- 
vanza dei comandamenti di Dio. Ora per tutto 
questo gli sarà sommamente utile avere un 
esempio della divina vendetta sopra I malvagi. 
La distruzione di Sodoma e di Gomorra è infatti 
diventata per gli Ebrei come il tipo del giudizio 
di Dio (Ved. Deut. XXIV, 23; Is. I, 9; Os. XI, 
8; Amos, IV, 11, ecc.). Anche nel Nuovo Testa- 
mento si parla di essa (Lue. XVII, 28; II Piet. II, 
6; Giuda, 7). 

20-21. // grido, ecc. «Questo grido, come os- 
serva Sant'Agostino, significa la sfacciataggine e 
l'impudenza, colla quale i cittadini di quelle città 
violavano pubblicamente le leggi più sacrosante 
di natura. Sono nominate queste due città come 
le principali e le più ingolfate nei vizi j> Mar- 
tini. — Discenderò, ecc. Dio essendosi presen- 
tato sotto forma umana, non è da meravigliarsi 
se agisce al modo umano, e dica perciò che da 



Genesi, XVIII, 22-33 



131 



"Converterùntque se inde, et abiérunt 
Sódomara : Abraham vero adhuc stabat co- 
rani Domino. 23 Et appropinquans^ait : Num- 
quid perdes justum cum impio? 24 Si fùerint 
quinquaginta justi in civitàte, peribunt si- 
mul? et non parces loco illi propter quin- 
quaginta justos, si fùerint in eo? 2i Absit 
a te, ut rem hanc fàcias, et occidas justum 
cum impio, fiàtque justus sicut impius, non 
est hoc tuum : qui judicas omnem terram, 
nequàquam fàcies judicium hoc. 

26 Dixitque Dóminus ad eum : Si invé- 
nero Sódomis quinquaginta justos in mèdio 
civitàtis, dimittam omni loco propter eos. 
27 Respondénsque Abraham, ait : Quia se- 
mel coepi, loquar ad Dóminum meum, cum 
sim pulvis et cinis. 2S Quid si minus quin- 
quaginta justis quinque fùerint? delébis, 
propter quadraginta quinque, univérsam ur- 
bem ? Et ait : Non deiébo, si invénero ibi 
quadraginta quinque. 

"Rursùmque locùtus est ad eum : Sin 
autem quadraginta ibi invénti fùerint, quid 
fàcies? Ait : Non percùtiam propter qua- 
draginta. 30 Ne quaeso, inquit, indignéris 
Dòmine, si loquar : Quid si ibi invénti 
fùerint triginta? Respóndit : Non fàciam, 
si invénero ibi triginta. 31 Quia semel, ait, 
coepi, loquar ad Dóminum meum : Quid si 
ibi invénti fùerint viginti ? Ait : Non inter- 
ficiam propter viginti. 32 Obsecro, inquit, ne 
irascàris, Dòmine, si loquar adhuc semel : 
Quid si invénti fùerint ibi decem ? Et dixit : 
Non deiébo propter decem. 33 Abiitque Dó- 
minus, postquam cessàvit loqui ad Abraham : 
et ille revérsus est in locum suum. 



22 E si partirono di là, e si incamminarono 
verso Sodoma : ma Abrahamo stava tutt'ora 
dinanzi al Signore. 23 E avvicinandosi disse : 
Farai tu perire il giusto coli 'empio? 24 Se 
vi fossero cinquanta giusti in quella città, 
periranno essi insieme ? e non perdonerai 
tu a quel luogo per amor di cinquanta 
giusti, quando vi fossero? "Lungi da te il 
fare tal cosa, e che tu uccida il giusto col- 
l 'empio, e il giusto vada del pari coli 'empio, 
questa cosa non è da te : tu che giudichi 
tutta la terra, non farai simile giudizio. 

26 E il Signore gli disse : Se io troverò 
in mezzo alla città di Sodoma cinquanta 
giusti, io perdonerò a tutto il luogo per 
amore di essi. 27 E Abrahamo rispose, e 
disse : Dacché ho cominciato una volta, par- 
lerò al mio Signore, benché io sia polvere 
e cenere. 28 E se vi saranno cinque giusti 
meno di cinquanta? distruggerai tu la città, 
perchè sono solamente quarantacinque? E 
il Signore disse : Non la distruggerò, se 
ve ne troverò quarantacinque. 

29 E (Abrahamo) continuò e gli disse : E 
se ve ne saranno quaranta che farai ? Egli 
rispose : Non la gastigherò per amor dei 
quaranta. 30 Non adirarti, o Signore, del mio 
parlare, soggiunse Abrahamo : Ghe sarà se 
ve ne fossero trenta ? Rispose : Non farò 
altro, se ve ne troverò trenta. 31 Dacchè 
una volta ho principiato, disse Abrahamo, 
parlerò al mio Signore : E se ve ne fos- 
sero trovati venti ? Rispose : Per amor di 
quei venti non la sterminerò. 32 Di grazia, 
riprese Abrahamo, non adirarti, o Signore, 
se io dirò ancora una parola : E se colà 
ne fossero trovati dieci ? E il Signore disse : 
Per amore di quei dieci non la distruggerò. 
33 E il Signore, quando Abrahamo finì di 
parlare, se ne andò : e Abrahamo tornò a 
casa sua. 



Hebron vuole discendere a Sodoma per vedere, ecc. 
(Ved. XI, 5). Dio già conosceva perfettamente le 
cose di Sodoma, come è chiaro dal versetto 20 

22. Si partirono. Nel greco e nell'ebraico si 
aggiunge : quegli uomini, ossia due dei tre an- 
geli, mentre il terzo, quello cioè che pareva il 
principale, restò con Abramo. Stava dinanzi al 
Signore, poiché voleva pregarlo a favore di So- 
doma, dove abitava Lot, e dove pensava che vi 
fossero pure altri giusti. Quale esempio di vera 
carità ! 

23-25. Abramo avvicinandosi con gran confi 



denza al Signore, disse: farai tu perire il giu- 
sto, ecc. Abramo così parlando, pensava senza 
dubbio a Lot, e alla sua famiglia. 

26-32. In tutto questo dialogo è da ammirarsi 
l'umiltà e la confidenza di Abramo, e la bontà 
e la condiscendenza di Dio. Si ha inoltre un 
esempio magnifico dell'efficacia dell'intercessione 
dei santi, non che delle vittorie che la preghiera 
può riportare sul cuore di Dio. Se dieci, ecc. 
Abramo non va più avanti, forse perchè credeva 
che dieci giusti si sarebbero facilmente trovati. 

33. Se ne andò verso Sodoma (XIX, 24) 



132 



Genesi, XIX, 1-9 



CAPO XIX. 

Le infamie dei Sodomiti, z-li. — Gli angeli comandano a Lot di fuggire da So- 
doma, 12-23. — Distruzione di Sodoma, 24-29. — Incesto delle figlie di Lot, 30-38. 



'Venerùntque duo angeli Sódomam vés- 
pere, et sedente Lot in fóribus civitàtis. 
Qui cum vidisset eos, surréxit, et ivit ób- 
viam eis : adoravitque pronus inferrarti, 
2 Et dixit : Obsecro, dòmini, declinate in 
domum pùeri vestii, et manéte ibi : lavate 
pedes vestros, et mane proficiscémini in 
viam vestram. Qui dixérunt : Minime, sed 
in platèa manébimus. 

3 Cómpulit illos óppido ut divérterent ad 
eum : ingressisque domum illius fecit con- 
vivium, et coxit àzyma : et comedérunt. 
4 Prius autem quam irent cùbitum, viri 
civitàtis vallavérunt domum a pùero usque 
ad senem, omnis pópulus simul. 5 Vocave- 
rùntque Lot, et dixérunt ei : Ubi sunt 
viri qui introiérunt ad te nocte? educ 
illos huc, ut cognoscàmus eos. 6 Egréssus 
ad eos Lot, post tergum occlùdens óstium, 
ait : 7 Nolite, quaeso, fratres mei, nolite 
malum hoc fàcere. 8 Hàbeo duas filias, quae 
necdum cognovérunt virum : edùcam eas 
ad vos, et abutimini eis sicut vobis pla- 
cuerit, dùmmodo viris istis nihil mali fa- 
ciàtis, quia ingrèssi sunt sub umbra cùl- 
minis mei. 

*At illi dixérunt : Recède illuc. Et rur- 
sus : Ingréssus es, inquiunt, ut àdvena ; 



1 E i due Angeli arrivarono a Sodoma 
sulla sera, mentre Lot stava sedendo alla 
porta della città. Ora egli avendoli veduti 
si alzò, e andò loro incontro : e li adorò 
prostrato per terra, 2 e disse : Signori, di 
grazia venite alla casa del vostro servo, e 
pernottatevi : vi laverete i vostri piedi, e 
alla mattina ve n'andrete al vostro viaggio. 
Ma essi dissero: No, noi "staremo sulla 
piazza. 

3 Egli però li costrinse ad andare a casa 
sua : ed entrati che furono preparò loro 
il banchetto, e fece cuocere dei pani azzimi : 
ed essi mangiarono. 4 Ma prima ch'essi an- 
dassero a dormire, gli uomini della città 
assediarono la casa, fanciulli e vecchi, e 
tutto il popolo insieme. 5 E chiamarono Lot, 
e gli dissero : Dove sono quegli uomini 
che sono entrati da te sul fare della notte ? 
mandali qua fuori, affinchè noi li cono- 
sciamo. 6 Uscì Lot, chiudendo dietro a sé 
la porta, e disse loro : 7 Non vogliate di 
grazia, fratelli miei, non vogliate far questo 
male. 8 Hc due figlie, ancora vergini : io ve 
le condurrò fuori, e abusate di esse come 
vi piacerà, purché non facciate verun male 
a quegli uomini, perocché sono venuti al- 
l'ombra del mio tetto. 

9 Ma essi dissero : Fatti in là. E aggiun- 
sero : Sei entrato qua come forestiero ; la 



1 Hebr. XIII, 2. 9 II Petr. II, 8. 



CAPO XIX. 

1. La distruzione di Sodoma (1-38). Dapprima 
si accenna alle infamie dei Sodomiti (1-14). 1 due 
angeli (Ved. XVIII, 22). Stava alla porta della 
città, dove in Oriente si radunavano gli uomini 
per i giudizi, per i negozi e gli affari, e anche 
semplicemente per chiacchierare, come facevano 
gli Ateniesi nell'agora e i Romani nel foro. — Si 
alzò... adorò, come aveva fatto Abramo (XVIII, 
2 e ss.). Solo più tardi Lot riconobbe cjie i suoi 
ospiti erano angeli (Ebr. XIII, 2). 

2. Venite alla casa, ecc. Anche nelle città a 
quei tempi non vi erano alberghi, e i viaggiatori 
dovevano chiedere ospitalità all'uno o all'altro. 
No. Probabilmente volevano mettere Lot alla 
prova per vedere se l'invito era sincero. Sulla 
piazza. Nell'Oriente per gran parte dell'anno si 
può senza inconvenienti passare la notte all'aperto. 
Pani azzimi, che in breve tempo potevano essere 
preparati. 



4-5. Fanciulli e vecchi, ecc. Vedesi una cor- 
ruzione universale e inaudita. Li conosciamo. 
Eufemismo, per indicare i più orribili vizi contro 
natura (Giud. XIX, 29), così comuni tra i Ca- 
nanei (Lev. Vili, 22; XX, 23), e presso i pagani 
in generale (Ved. n. Rom. I, 27). Lot comprese 
subito di che si trattava. 

6-8. Lot prende tutte le precauzioni per sal- 
vare i sacri diritti dell'ospitalità, e quindi chiude 
dietro a sé la porta, e colle parole più dolci cerca 
di distogliere quegli empi dal commettere si or- 
ribili misfatti. Egli arriva sino al punto di sacri- 
ficare i suoi doveri di padre, e di andare contro 
la stessa legge di natura offrendo a quegli empi 
le sue figlie. In questo certamente egli peccò, 
benché la perturbazione d'animo, l'inconsidera- 
zione, e l'imbarazzo in cui si trovava, possano 
diminuire alquanto la sua colpa. 

9. Fatti in là. Volevano che si allontanasse 
dalla porta per forzarla. Sei entrato, ecc. Ricor- 
dano a Lot che egli è un forestiero, e che essi 



Genesi, XIX, 10-19 



133 



numquid ut jddices? te ergo ipsurn magis 
quam hos affligémus. Vimque faciébant Lot 
vehementissime : jamque prope erat ut 
effririgerent fores. 10 Et ecce misérunt ma- 
num viri, et introduxérunt ad se Lot, clau- 
serùntque óstium : 1J Et eos, qui foris 
erant, percussérunt caecitàte a minimo 
usque ad màximum, ita ut óstium invenire 
non possent. 

12 Dixérunt autem ad Lot : Habes hic 
quémpiam tuórum? génerum, aut filios, 
aut filias, omnes, qui tui sunt, educ de urbe 
hac : "Delébimus enim locum istum, eo 
quod incréverit clamor eórum coram Do- 
mino, qui misit nos ut perdàmus illos. 
14 Egréssus itaque Lot, locùtus est ad gé- 
neros suos, qui accepturi erant filias ejus, 
et dixit : Sùrgite, egredimini de loco isto : 
quia delébit Dóminus civitàtem hanc. Et 
visus est eis quasi ludens loqui. 

15 Cumque esset mane, cogébant eum an- 
geli, dicéntes : Surge, tolle uxórem tuam, 
et duas filias quas habes : ne et tu pàriter 
péreas in scélere civitàtis. 16 Dissimulante 
ilio, apprehendérunt manum ejus, et raa- 
num uxóris, ac duàrum filiàrum ejus, eo 
quod pàrceret Dóminus illi. 

17 Eduxeruntque eum, et posuérunt extra 
civitàtem : ibique locùti sunt ad eum, di- 
céntes : Salva ànimam tuam : noli respicere 
post tergum, nec stes in omni circa re- 
gióne : sed in monte salvum te fac, ne et 
tu simul péreas. ls Dixitque Lot ad eos : 
Quaeso, Dòmine mi, 19 Quia invénit ser- 
vus tuus gràtiam coram te, et magnificasti 



farai tu forse da giudice? noi adunque fa- 
remo peggio a te che a quelli. E facevano 
grandissima forza a Lot : ed erano già vi- 
cini a rompere la porta. 10 Quand'ecco que- 
gli (uomini) stesero la mano, e misero Lot 
in casa, e chiusero la porta. "E colpirono 
di cecità quei che erano fuori, dal più pic- 
colo fino al più grande, talmente che non 
potevano trovar la porta. 

12 E dissero a Lot : Hai tu qui alcuno de' 
tuoi o genero, o figlio, o figlia? mena via 
tutti i tuoi da questa città. "Poiché noi 
distruggeremo questo luogo, perchè il loro 
grido è cresciuto davanti al Signore, il 
quale ci ha mandati a sterminarli. 14 Uscì 
adunque Lot, e parlò a' suoi generi, che 
dovevano prendere le sue figlie, e disse : 
Levatevi, partite da questo luogo : perchè 
il Signore distruggerà questa città. E parve 
loro che parlasse come per burla. 

15 E fattosi giorno, gli Angeli sollecita- 
vano Lot, dicendo : Affrettati, prendi la tua 
moglie, e le due figlie, che hai : affinchè 
anche tu non perisca per le scelleratezze di 
questa città. 1G E indugiando egli, presero 
per mano lui, e la sua moglie, e le sue 
due figlie, perchè il Signore voleva rispar- 
miarlo. 

17 E lo condussero via, e lo misero fuori 
della città : e quivi gli parlarono, dicendo : 
Salva la tua vita : non voltarti indietro, e 
non ti fermare in tutto il paese circonvi- 
cino : ma salvati al monte, affinchè tu pure 
non perisca. 18 E Lot disse loro : Di grazia. 
Signor mio, 19 dacchè il tuo servo ha tro- 
vato grazia dinanzi a te, e mi hai usata una 



11 Sap. XIX, 16. 



17 Sap. X, 6. 



non accetteranno leggi e rimproveri da lui. Da 
ciò si vede che Lot doveva aver biasimato la loro 
condotta (JI Piet. II, 7 e ss.). Dalle minacele 
passano ai fatti. 

10-11. Gli angeli intervengono a difesa di Lot 
e della sua famiglia. Colpirono di cecità, ecc. 
Non si tratta di una cecità assoluta, ma di una 
cecità simile a quella, con cui furono colpiti i 
Siri che cercavano del profeta Eliseo (IV Re, VI, 
18 e ss.). Essi vedevano le altre case, ma non 
vedevano, né potevano trovare la porta della casa 
di Lot. Non potevano, ecc., ebr. si stancarono 
(invano) nel cercare la porta. 

12-14. Gli angeli si adoperano inutilmente per 
salvare assieme a Lot anche quei giovani, a cai 
egli aveva fidanzate le sue figlie. Che dovevano 
prendere le sue figlie, ebr. ai generi (futuri) che 
dovevano prendere le sue figlie, i LXX ai suoi 
generi, che avevano prese le sue figlie, vale a dire 
che avevano fatti gli sponsali colle sue figlie. Essi 
non prestarono fede alle parole di Lot. 

15-17. Le due figlie che hai, ebr. che sono 
qui nella tua casa, per opposizione ai loro fidan- 



zati, che non vollero credere. Indugiando, ecc. 
Gli rincresceva abbandonare la casa e i beni, ecc., 
ma gli angeli pongono fine ai suoi indugi met- 
tendolo fuori della città, e intimandogli di pen- 
sare oramai a salvarsi la vita. Non voltarti indietro. 
Dio voleva così provare la sua fede e la sua 
obbedienza, e assieme fargli capire che doveva 
distaccare il suo cuore dai Sodomiti e dai beni 
che possedeva in Sodoma. Altri pensano che con 
queste parole non si voglia dir altro se non che 
egli deve fuggire senza indugio e in tutta fretta. 
Nel paese circonvicino (Ved. n. XIII, 10). Al 
monte. La catena delle montagne di Moab all'Est 
del Mar Morto. 

18-20. Lot chiede una grazia al Signore, alle- 
gando in suo favore, la bontà, colla quale da Lui 
è stato trattato. Signore mio, ebr. Adonai. Lot 
ormai ha riconosciuto che colui che gli parlava, 
rappresentava Dio, e quindi si rivolge a lui come 
a Dio. Io non posso salvarmi sul monte. Egli 
temeva di non poter arrivare al monte indicato 
prima della rovina di Sodoma, e quindi prega il 
Signore di risparmiare la vicina e piccola città 
di Segor (22), e di permetcergli di rifugiarsi ir 



134 



Genesi, XIX, 20-25 



misericórdiam tuam quam fecisti mecum, 
ut salvàres animarti meam, nec possum in 
monte salvàri, ne forte apprehéndat me 
malum, et móriar : 20 Est civitas haec juxta, 
ad quam possum fùgere, parva, et salvàbor 
in ea : numquid non modica est, et vivet 
ànima mea? 2, Dixitque ad eum : Ecce 
étiam in hoc suscépi preces tuas, ut non 
subvértam urbem prò qua locùtus es. 
"Festina, et salvare ibi : quia non poterò 
facere quidquam donec ingrediàris illuc. 
Idcirco vocàtum est nomen urbis illius 
Segor. 

"Sol egréssus est super terram, et Lot 
ingréseus est Segor. 24 Igitur Dóminus pluit 
super Sódomam et Gomórrham sulphur et 
ignem a Dòmino de caelo : 25 Et subvértit 



grande misericordia, ponendo in salvo la 
mia vita, né io posso salvarmi sul monte, 
perchè porrei venir sorpreso dal male, e 
morire : 20 è qui vicina questa città, alla 
quale posso fuggire, essa è piccola, e ivi 
troverò salute : Non è essa piccola, e ivi 
non sarà sicura la mia vita? 21 E il Signore 
gli disse : Ecco anche in questo ho esaudito 
le tue preghiere, onde non distruggerò la 
città, in favor della quale tu hai parlato. 
"Affrettati, e salvati colà : perocché io non 
potrò far nulla, fino a tanto che tu vi sia 
entrato. Per questo fu dato a quella città il 
nome di Segor. 

23 I1 sole si levò sopra la terra, e Lot entrò 
in Segor. 24 I1 Signore adunque fece piovere 
dal Signore sopra Sodoma e Gomorrha zolfo 
e fuoco dal cielo : 25 e distrusse quelle città, 



22 Sap. X, 6. 24 Deut. XXIX, 23; Is. XIII, 19; Jer. L, 40; Ez. XVI, 49; Os. XI, 8; Am. IV, 

11; Lue. XVII, 28; Judae, 7. 



essa. L'obbedienza di Lot non fu perfetta, e 
invece di confidare nella provvidenza di Dio, 
temette troppo la propria debolezza. E qui vicina 
questa città. Sembra quasi mostrarla, col dito. 
Essa è piccola. Lot insiste su questa particolarità, 
come per dire : trattandosi di sì piccola cosa, 
Dio può ben fare un'eccezione al castigo. 

21-23. Dio accondiscende alla preghiera d'i Lot, 
malgrado la sua poca fede. In favor della 
quale, ecc. Da ciò si può dedurre che Lot fu 
indotto a pregare anche da motivo di carità. 
Non potrò far nulla, ecc. Sia perchè Lot era 
giusto (II Piet. II, 8), e sia a motivo delle pre- 
ghiere di Abramo (v. 9), Dio non poteva distrug- 
gere Sodoma prima che Lot fosse in salvo. Per 
questo, ossia perchè fu risparmiata a motivo 
della sua piccolezza quella città, che prima si 
chiamava Baia (XIV, 2), fu chiamata Segor 
(ebr. Zó'ar), che significa piccolezza. Essa sor- 
geva sul Mar Morto a S. E., nel luogo dove ora 
si scorgono le rovine dette Gor-es-safìje. — ìl 
sole si levò. Le cose narrate (15-23) avvennero 
quindi di buon martino. 

24-25. La distruzione. 7/ Signore fece piovere 
dal Signore, ossia quella persona divina (il 
Verbo), che era apparsa in forma umana ad 
Abramo e a Lot, fece venire dall'altra persona 
divina (il Padre) abitante nel cielo, una pioggia 
di fuoco, ecc. Già parecchie volte è stata indi- 
cata la pluralità delle persone in Dio (I, 26; 
III, 22; XI, 7), e anche in queste parole i Padri 
Sant'Irineo, S. Cipriano, Sant'Ilario, Sant'Am- 
brogio, S. Girolamo, ecc., riconoscono una di- 
chiarazione della distinzione delle persone del 
Padre e del Figlio, e della uguaglianza del Padre 
e del Figlio (Ved. Hummelauer, h. 1.). Sodoma 
e Gomorra. Benché qui siano ricordate solo le 
due città principali della Pentapoli, è certo però 
che anche Adama e Seboim furono distrutte (Deut. 
XXIX, 22), e che solo Segor fu salvata (XIX, 20). 
Il carattere soprannaturale della grande catastrofe 
è indicato dalle parole dal Signore, dal cielo. 
Il fuoco cadendo dal cielo incendiava tanto lo 
zolfo che cadeva, quanto i varii pozzi d'asfalto 



(XIV, 10), che vi erano nei dintorni delle città, e 
così tutto il paese coi suoi abitanti, da Gerico 
fino a Segor (XIII, 10) fu travolto nella rovina, 
e divenne un deserto. Può essere che Dio siasi 
servito di un'eruzione vulcanica per farne lo 
strumento delle sue vendette sopra le città pec- 
catrici, ma ci sembra più probabile che Egli 
abbia fatto piovere dal cielo fuoco e zolfo. Pa- 
recchi interpreti hanno pensato che le dette città 
sorgessero ove ora si stende il Mar Morto, il 
quale dovrebbe la sua origine alla grande cata- 
strofe. Tale spiegazione si accorda con quanto è 
detto ai capitoli XIII, 10 e ss., e XIV, 3, ma va 
incontro a grandi difficoltà. E pTima di tutto si 
dovrebbe supporre che il Giordano, il quale 
adesso si perde nel Mar Morto, continuasse il 
suo corso attraverso la valle Araba fino al Mar 
Rosso. Ma è da osservare che la detta valle si 
trova a 634 metri sopra il livello del Mar Morto 
(che è a circa 397 metri sotto il livello del Medi- 
terraneo), e a 430 sopra quello del lago di Ge- 
nezareth, d'onde esce il Giordano. Ora non è 
possibile spiegare come questo fiume avrebbe 
potuto superare tale altezza, se non ammettendo 
che siasi operata una grande perturbazione 
sismica non solo in tutta la valle del Giordano, 
ma ancora in tutta la valle Araba fino al Mar 
Rosso. Di tale perturbazione così estesa non si 
ha però alcuna traccia, e d'altra parte lo studio 
geologico dei varii strati dimostra che il Mar 
Morto è anteriore alla creazione dell'uomo. Ci 
sembra quindi assai più probabile la sentenza 
di coloro (Hummelauer, Crampon, Fillion, Le- 
gendre, Zanecchia, Vigouroux, ecc.), i quali ri- 
tengono che prima della distruzione di Sodoma 
già esistesse un gran lago, dove si raccoglievano 
le acque del Giordano, e che le città distrutte 
sorgessero appunto nella pianura che si stendeva 
a mezzogiorno del lago. 

Questa pianura in seguito alla catastrofe fu 
invasa dalle acque, le quali in questa parte del 
lago non raggiungono che cinque o sei metri di 
altezza, mentre nella parte settentrionale si ele- 
vano sino a 399 metri. Tale spiegazione non è 
contraria ai capitoli XIII, 10 e XIV, 3, i quali 



Genesi, XIX, 26-33 



135 



civitàtes has, et omnem circa regiónera, 
univérsos habitatóres ùrbium, et cuncta 
terrae viréntia. 26 Respiciénsque uxor ejus 
post se, versa est in statuam salis. 

27 Abraham autem consurgens mane, ubi 
stéterat prius cum Domino, 2S Intùitus est 
Sódomam et Gomórrham, et univérsam ter- 
ram regiónis illius : viditque ascendéntem 
favillam de terra quasi fornàcis fumum. 

"Cum enim subvérteret Deus civitàtes 
regiónis illius, recordàtus Abrahae, liberàvit 
Lot de subversióne urbium in quibus habi- 
tàverat. 

30 Ascenditque Lot de Segor, et mansit in 
monte, duae quoque filiae ejus cum eo (ti- 
muerat enim manére in Segor) et mansit in 
spelùnca ipse, et duae filiae ejus cum eo. 
31 Dixitque major ad minórem : Pater noster 
senex est, et nullus virórum remànsit in 
terra qui possit ingredi ad nos juxta morem 
univérsae terrae. 32 Veni, inebriémus eum 
vino, dormiamùsque cum eo, ut servare 
possimus ex patre nostro semen. 33 Dedé- 
runt itaque patri suo bibere vinum nocte 



e tutto il paese all'intorno, tutti gli abita- 
tori delle città, e tutto il verde della cam- 
pagna. 2C E la moglie di Lot essendosi vol- 
tata indietro, fu cangiata in una statua di 
sale. 

27 0ra Abrahamo levatosi la mattina si 
portò là, dove era stato prima col Signore, 
28 e volse lo sguardo verso Sodoma e Go- 
morrha, e verso tutta la terra di quella 
regione : e vide delle faville che si alzavano 
dalla terra come il fumo di una fornace. 

29 Allorchè infatti Dio distruggeva le città 
di quella regione, si ricordò di Abrahamo, 
e liberò Lot dallo sterminio di quelle città, 
nelle quali questi aveva dimorato. 

30 E Lot si partì da Segor, e si ritirò sul 
monte insieme colle sue due figlie (pe- 
rocché egli temeva di dimorare in Segor) 
e abitò in una caverna egli, e le due figlie 
con lui. 31 E la maggiore disse alla minore : 
Nostro padre è vecchio, e non è rimasto 
alcun uomo sopra la terra che possa spo- 
sarci, come si costuma in tutta la terra. 
32 Vieni, ubriachiamolo col vino, e dormiamo 
con lui, affinchè possiamo serbare discen- 
denza del nostro padre. 33 Quella notte stessa 



28 Lue. XVII, 32. 27 Sup. XVIII, 1. 



possono spiegarsi nei senso che la valle di Sid- 
dim si stendesse precisamente nella detta pianura 
(Cf. Zanecchia, La Palestina d'oggi, voi. II, 
p. 52 e ss., Roma, 1896; Hagen, Dict. Bib. (Sid- 
dim) ; Vigouroux, Dict. (Morte Mer), ove si ha 
pure una lunga bibliografìa ; Abel, Une croisière 
autor de la Mer Morte, p. 88, Paris, 1911). 

26. Essendosi voltata indietro per troppo affetto 
alle cose abbandonate (Lue. XVII, 32), e per 
accertarsi coi propri occhi che l'angelo aveva detto 
il vero. Essa mancò di fede (Sap. X, 7), e 
trasgredì il divieto ricevuto (17), e in pena fu 
cangiata in una statua (ebr. una colonna o stela) 
di sale: o per un'incrostazione sopravvenuta ra- 
pidamente -in seguito alla morte che la colpì, 
o per un sollevamento di masse di salgemma, che 
abbondano al Sud del Mar Morto. Anche il libro 
della Sapienza, X, 7 e Giuseppe F. (Ant. Giud., 
I, 11, 4) parlano di questa statua, e la verità sto- 
rica del fatto è garantita anche dal Vangelo (Lue. 
XVII, 32). 

27-28. Abramo ansioso di sapere quel che 
fosse avvenuto a Lot e alle città della Pentapoli, 
e quale fosse stato l'esito della sua intercessione 
(XVIII, 17 e ss.), si portò al luogo, dove il giorno 
primo aveva parlato coll'angelo, poiché di là il 
suo sguardo poteva abbracciare tutta la Penta- 
poli. Delle faville, ebr. un fumo. — Come il 
fumo di una fornace di calce o di metalli. 

29. Si ricordò di Abramo, ecc. Lot fu quindi 
salvato anche per i meriti di Abramo. 

30. Nei versetti 30-38 si narra l'origine dei 
Moabiti e degli Ammoniti. Si ritirò sul monte. 
Gli angeli avevano già comandato a Lot di fuggire 
alla montagna (Ved. v. 17), ma allora egli ricusò. 



e volle ritirarsi a Segor ; ora però non si crede 
più sicuro in Segor, non ostante la promessa di 
Dio (v. 21), e cerca scampo sul monte. Quanto 
è debole la sua fede in comparazione di quella 
di Abramo! In una caverna, ossia in una di quelle 
grotte naturali delle montagne di Moab, che anche 
oggi servono spesso di abitazione. 

31-32. Infame proposito delle figlie di Lot. 
Narrando questo ed altri fatti consimili, la Scrit- 
tura non li approva in alcun modo, ma ci fa 
conoscere a quale grado di abbiezione possa 
giungere la malizia e la debolezza dell'uomo. 
Non è rimasto alcun uomo. Esse non potevano 
pensare che tutti gli uomini fossero periti, poiché 
avevano veduto che in Segor parecchi erano stati 
salvati, ma ritenevano che niuno avrebbe più 
voluto sposare delle donne, già fidanzate a Sodo- 
miti, e come tali appartenenti a una terra male- 
detta. Forse pensavano che anche Segor dovesse 
alla fine essere distrutta. Sapendo che il padre 
non avrebbe mai acconsentito ai loro divisamenti, 
risolvono di ubbriacarlo. Esse peccarono, e non 
possono trovare alcuna scusa al loro fallo. Anche 
Lot peccò, se non quanto all'incesto, almeno 
quanto all'ubbriachezza, specialmente la seconda 
volta, benché gli si possa forse concedere qualche 
attenuante, considerate le circostanze in cui si 
trovava (Cf. Sant'Agostino, Cont. Faust., XXII, 
43, 44). Questo fatto mostra a quale grado la 
corruzione dei Sodomiti fosse penetrata nella fa- 
miglia di Lot, il quale aveva voluto scegliere in 
mezzo ad essi la sua dimora. 

33-35. Mettono in esecuzione il loro infame 
proposito. Del vino, comprato probabilmente a 
Segor. 



136 



Genesi, XIX, 34 — XX, 



illa. Et ingrèssa est major, dormivitque 
cum patre : at ille non sensit, nec quando 
accùbuit filia, nec quando surréxit. 



"Altera quoque die dixit major ad mi- 
norerò : Ecce dormivi heri cum patre meo, 
demus ei bibere vinum étiam hac nocte, et 
dórmies cum eo, ut salvémus semen de 
patre nostro. "Dedérunt étiam et illa nocte 
patri suo bibere vinum, ingréssaque minor 
filia, dormivit cum eo : et ne tunc quidem 
sensit quando concubùerit, vel quando illa 
surréxerit. 3G Concepérunt ergo duae filiae 
Lot de patre suo. 

37 Peperitque major filium, et vocàvit no- 
men ejus Moab : ipse est pater Moabita- 
rum usque in praeséntem diem. 38 Minor 
quoque péperit filium, et vocàvit nomen 
ejus Ammon, id est filius pópuli mei : ipse 
est pater Ammonitàrum usque hódie. 



diedero adunque a bere del vino al loro 
padre : E la maggiore si accostò a lui, e 
dormì col padre : ma egli non si accorse, 
né quando la figlia si pose a letto, né quando 
si levò. 

34 E il dì seguente la maggiore disse alia 
minore : Ecco che ieri io dormii col padre 
mio : diamogli da bere del vino anche sta- 
notte, e tu dormirai con lui, affine di serbare 
discendenza del nostro padre. "Anche quella 
notte diedero a bere del vino al loro padre, 
e la figlia minore si accostò e dormì con 
lui : e neppure allora si accorse né quando 
quella si pose a giacere, né quando si levò. 
36 Le due figlie di Lot concepirono quindi 
del loro padre. 

37 E la maggiore partorì un figlio, e gli 
pose nome Moab : questi è il padre dei 
Moabiti, che esistono fino al dì d'oggi. 38 La 
minore partorì anch'essa un figlio, e gli 
pose nome Ammon, vale a dire figlio del 
mio popolo : egli è il padre degli Ammo- 
niti, che sussistono fino al dì d'oggi. 



CAPO XX. 

Abramo va in Gerara, e Dio protegge Sara, 1-18. 



'Proféctus inde Abraham in terram au- 
stràlem, habitàvit inter Cades et Sur : et 
peregrinatus est in Geràris. 2 Dixitque de 
Sara uxóre sua : Soror mea est. Misit ergo 
Abimelech rex Geràrae, et tulit eam. 



: E Abrahamo si partì di là verso il paese 
del mezzodì, e abitò tra Cades, e Sur : e 
dimorò come pellegrino in Gerara. 2 E ri- 
guardo a Sara sua moglie disse : Essa è mia 
sorella. Mandò adunque Abimelech, re di 
Gerara, a rapirla. 



36-38. Moab, significa dal padre = nato dal 
padre di sua madre, oppure, secondo altri, seme 
del padre. I Moabiti abitarono più tardi quella 
stessa contrada, dove Lot si trovava (Deut. II, 
11). Gli pose nome Ammon, vale a dire, ecc. Nel- 
l'ebraico si legge semplicemente : lo chiamò Ben- 
Ammi (= figlio del mio cognato). Con tal nome 
volle indicare che il figlio nato, non era figlio di 
uno straniero, ma di uno della sua stirpe. Gli 
Ammoniti abitarono più tardi al Nord del paese 
di Moab. 

La storicità della distruzione di Sodoma e 
della liberazione di Lot è anche affermata nel 
Nuovo Testamento (Lue. XVII, 28 e ss.; II Piet. 
II, 6; Giuda, 7). 

Non è certamente l'odio nazionale contro i 
Moabiti e gli Ammoniti che ha ispirato la narra- 
zione precedente, poiché Dio stesso comanda agli 
Israeliti (De;:t. II, 9, 19) di rispettare il terri- 
torio di questi popoli, perchè Egli lo ha dato ai 
figli di Lot; che se più tardi i Moabiti o gli Am- 
moniti vengono puniti, ciò non è per motivo della 
loro origine, ma per altri misfatti commessi (Deut. 
XXIII, 4 e ss.). La Scrittura ornai non parlerà 
più di Lot, poiché per il resto di sua vita egli non 
ha più alcun rapporto col popolo di Dio. 



CAPO XX. 

1. Abramo riceve un figlio da Sara (XX, 1-XXI, 
34). Si comincia col narrare la peregrinazione di 
Abramo in Gerara (XX, 1-18), e si accenna alla 
speciale protezione che Dio concesse sia a lui 
che a Sara. 

Partì di là, ossia da Mambre presso Hebron 
(XVIII, 1), in cerca di nuovi pascoli, e si spinse 
verso il paese del Mezzodì, ossia il Negheb (XII, 
9), fermandosi un po' di tempo in qualche oasi 
tra Cades e Sur (XVI, 7, 14), e poi, risalendo 
verso il Nord, dimorò come pellegrino (XII, 10) 
in Gerara (X, 19), nel territorio appartenente ai 
Filistei (Cf. XXVI, 1). 

2. Disse Abramo : E mia sorella, come aveva 
detto 20 anni prima entrando in Egitto (XII, 13). 
Qui però non si accenna più alla bellezza di Sara. 
I LXX aggiungono : poiché egli non osava dire è 
mia moglie, per timore che gli uomini della città 
lo uccidessero a causa di essa. Tale aggiunta però 
non si trova nel testo originale e nelle altre ver- 
sioni. Abimelech, significa padre del re, oppure 
padre re. Era questo probabilmente un nome 
comune a tutti i re Filistei, come quello di 



Genesi, XX, 3-11 



137 



*Venit autem Deus ad Abimelech per 
sómnium nocte, et ait illi : En moriéris 
propter mulierem quam tulisti : habet enim 
virum. 4 Abimelech vero non tetigerat eam, 
et ait : Dòmine, num gentem ignoràntem et 
fustam interficies? s Nonne ipse dixit mihi : 
Soror raea est ; et ipsa ait : Frater meus 
est? in simplicitàte cordis mei, et munditia 
manuum meàrum feci hoc. 6 Dixitque ad 
eum Deus : Et ego scio quod simplici corde 
féceris : et ideo custodivi te, ne peccàres 
in me, et non dimisi ut tàngeres eam. 
7 Nunc ergo redde viro suo uxórem, quia 
prophéta est : et oràbit prò te, et vives : si 
autem nolueris réddere, scito quod morte 
moriéris tu, et omnia quae tua sunt. 



"Statimque de nocte consurgens Abime- 
lech, vocàvit omnes servos suos : et lo- 
cùtus est univèrsa verba haec in àuribus 
eórum, timueruntque omnes viri valde. 
9 Vocàvit autem Abimelech étiam Abraham, 
et dixit ei : Quid fecisti nobis? quid pec- 
càvimus in te, quia induxisti super me et 
super regnum meum peccàtum grande? 
quae non debuisti facere, fecisti nobis. 
10 Rursùmque exspótulans, ait : Quid vi- 
disti, ut hoc fàceres? 

n Respóndit Abraham : Cogitavi mecum, 
dicens : Fórsitan non est timor Dei in loco 



3 Ma Dio apparve una notte in sogno ad 
Abimelech, e gli disse : Ecco tu morrai per 
cagione della donna che hai rapita : poiché 
ella ha marito. 4 Abimelech però non l'a- 
veva toccata, e disse : Signore, farai tu 
perire una nazione ignorante, e giusta? 
5 Non mi ha egli detto : Essa è mia sorella : 
ed essa non ha detto : Egli è mio fratello? 
Io ho fatto questo nella semplicità del mio 
cuore, e con mondezza delle mie mani. 6 E 
il Signore gli disse : Anch'io so che hai 
fatta tal cosa con cuore semplice : e per 
questo ti ho preservato dal peccare contro 
di me, e non ho permesso che tu la toccassi. 
7 Or dunque restituisci la moglie al suo ma- 
rito, perocché egli è profeta : ed egli farà 
orazione per te, e tu vivrai : ma se tu non 
vorrai restituirla, sappi che indubbiamente 
morrai tu, e tutto quello che ti appartiene. 

8 E Abimelech subito si alzò mentr'era 
ancor notte, e chiamò tutti i suoi servi : e 
raccontò loro tutte queste cose, e tutti te- 
mettero grandemente. 9 E Abimelech chiamò 
anche Abrahamo, e gli disse : Che cosa ci 
hai fatto? che male ti abbiamo fatto noi, 
che tu avessi a tirare addosso a me ed al 
mio regno un gran peccato? tu hai fatto a 
noi quello che non dovevi fare. 10 E di nuovo 
rammaricandosi, disse : A che hai tu mirato 
facendo questo? 

"Abrahamo rispose : Io pensai, e dissi 
dentro di me : Forse non vi è timor di Dio 



Faraone ai re di Egitto. Mandò a pigliarla. Sara 
aveva allora 90 anni, ma siccome essa doveva 
ancora divenir madre, Dio le aveva conservato 
una certa avvenenza. Può essere però che Abi- 
melech collo sposar Sara intendesse principalmente 
di unirsi in parentela con un capo nomade ricco 
e potente, quale era Abramo (XIII, 2; XIV, 14; 
XXI, 22 e ss.). 

3. Di notte. Era già trascorso un certo tempo 
dopo il fatto narrato nel versetto 2 (Cf. v. 18). 
Dio apparve.. Si vede che questo re conosceva 
il vero Dio, e lo temeva. Morrai della ma- 
lattia che ti ha colpito (v. 17). Può essere che 
disperato dai medici, Abimelech fosse ricorso a 
Dio, il quale si degnò di rispondergli nel modo 
indicato. 

4-5. Non l'aveva toccata a motivo stesso della 
malattia contratta. E disse, ecc. Egli si scagiona, 
adducendo a sua discolpa la sua ignoranza e la 
sua buona fede. Nell'ebraico si legge : ucciderai 
tu una gente anche giusta, ossia che non ha colpa? 
Semplicità del cuore, significa l'innocenza per ri- 
guardo agli atti interni, e mondezza delle mani 
significa la stessa innocenza per riguardo agli 
atti esterni. La poligamia a quei tempi era lecita, 
e può essere che il ratto presso quei popoli non 
venisse considerato come un male. 

6-7. Dio accetta le scuse addotte. Ti ho pre- 
servato, facendoti cader malato. Abimelech deve 
però restituire Sara ad Abramo sotto pena di 
morte. £ profeta. Questo nome significa qui non 



tanto colui che ispirato dallo Spirito Santo an- 
nunzia gli eventi futuri, quanto piuttosto colui 
che riceve le comunicazioni di Dio, e vive con lui 
in intima familiarità. Tale era appunto Abramo, 
col quale Dio aveva contratto una speciale al- 
leanza, e a cui aveva manifestato l'avvenire della 
sua stirpe e fatto grandi promesse. Sara va quindi 
restituita ad Abramo, non solo perchè egli è il 
suo marito, ma anche perchè è l'amico di Dio. 
Ora come amico di Dio la sua preghiera non può 
mancare di essere efficace. Tutto quello che ti 
appartiene, o meglio tutti quelli che ti apparten- 
gono (Cf. v. 17). 

8-10. Abimelech ubbidisce immediatamente a 
Dio, ma rimprovera Abramo per il suo modo di 
agire, come già aveva fatto Faraone (XII, 18). Che 
cosa, ecc. L'adulterio anche dai popoli pagani era 
riconosciuto come un orribile peccato, e quindi 
il pensiero di essere stato vicino a cadervi, benché 
per ignoranza, fa sì che Abimelech rimproveri 
Abramo di avergli taciuto la verità. Un gran pec- 
cato, bensì solo materiale, ma congiunto con 
gravissimi mali. A che hai tu mirato, ossia che 
intenzioni avesti? ecc. 

11-13. Abramo adduce le sue scuse (Ved. n. 
XII, 20). Io pensai, manca nell'ebraico. Forse 
non, ecc. Nell'ebraico : non vi è certo timor di 
Dio, ecc. Il timore di Dio comanda la virtù e 
proibisce ogni peccato. D'altra parte Sara era 
veramente anche sorella di Abramo, e quindi egli 
non aveva mentito. 



138 



Genesi, XX, 12 — XXI, 1 



isto : et interficient me propter uxórem 
meam : in Alias autem et vere soror mea 
est, filia patris mei, et non filia matris 
meae, et duxi eam in uxórem. "Postquam 
autem edùxit me Deus de domo patris mei, 
dixi ad eam : Hanc misericórdiam fàcies 
mecum : In omni loco, ad quem ingredié- 
mur, dices quod frater tuus sim. 

14 Tulit igitur Abimelech oves et boves, 
et servos et ancillas, et dedit Abraham : 
reddiditque illi Saram uxórem suam, 15 Et 
ait : Terra coram vobis est, ubicùmque tibi 
placuerit, habita. 16 Sarae autem dixit : Ecce 
mille argénteos dedi fratri tuo, hoc erit tibi 
in velàmen oculórum ad omnes qui tecum 
sunt, et quocumque perréxeris : mementó- 
que te depiehénsam. 

17 Orànte autem Abraham, sanàvit Deus 
Abimelech et uxórem, ancillàsque ejus, et 
peperérunt : 18 Conclùserat enim Dóminus 
omnem vulvam domus Abimelech propter 
Saram uxórem Abrahae. 



in questo luogo e mi uccideranno a causa 
di mia moglie : 12 D'altra parte ella è vera- 
mente anche mia sorella, figlia di mio padre, 
ma non figlia di mia madre, ed io la presi 
per moglie. 13 Ma dopo che Dio mi trasse 
fuori dalla casa di mio padre, io le dissi : 
Tu mi farai questa grazia : In qualunque 
luogo noi arriveremo, dirai che io sono tuo 
fratello. 

14 Prese adunque Abimelech delle pecore 
e dei buoi, e de' servi e delle serve, e le 
diede ad Abrahamo : e gli restituì Sara sua 
moglie, 15 e gli disse : Questa terra è da- 
vanti a te, dimora dove ti piacerà. 16 E disse 
a Sara : Ecco io ho dato a tuo fratello mille 
monete d'argento, con queste avrai un velo 
per gli occhi dinanzi a tutti quelli che sono 
con te, e in qualunque luogo andrai : e ri- 
cordati che sei stata presa. 

17 E Abrahamo pregò, e Dio risanò Abi- 
melech e la moglie, e le serve di lui, e 
partorirono : "Perocché il Signore aveva 
rendute sterili tutte le donne della casa di 
Abimelech 'a motivo di iSara moglie di 
Abrahamo. 



CAPO XXI. 

Nascita di Isacco, i-y. — Espulsione di Agar e di Ismaele, 8-21. — - Alleanza tra 
Abramo e Abimelech , 22-34. 

1 Visitàvit autem Dóminus Saram, sicut 'Ora il Signore visitò Sara come aveva 

promiserat : et implévit quae locùtus est. promesso : e adempiè la sua parola. 2 Ed 
2 Concepitque, et péperit filium in senectute ella concepì e partorì un figlio nella sua 

12 Sup. XII, 13. 1S Inf. XXI, 23. 1 Sup. XVII, 19 et XVIII, 10. - Gal. IV, 23; Hebr. XI, 11. 



14-15. Le diede ad Abramo sia per cattivarsi la 
sua benevolenza, e sia per onorarlo. Questa terra, 
ebr. la mia terra, ecc. Abimelech si mostra più 
generoso di Faraone, il quale aveva obbligato 
Abramo a partirsi dall'Egitto. 

16. A tuo fratello. Vi è forse un po' d'ironia 
in queste parole. Monete, o meglio, pezzi d'ar- 
gento del valore di circa 3 lire ciascuno, dato che 
si tratti di sicli, il che è incerto. Avrai un 
velo, ecc. Alcuni antichi spiegavano : con questa 
somma comprati un velo per nascondere la tua 
bellezza ed essere riconosciuta da tutti come 
moglie di Abramo. I moderni spiegano : Questa 
somma sia un velo per gli occhi, cioè una ripara- 
zione dell'ingiuria involontaria che ti ho fatta 
(Ci. XXXII, 20), e valga a placare tutti coloro 
che sono con te, per modo che non pensino a 
vendicarsi. E in qualunque luogo andrai, manca 
nell'ebraico. Ricordati che sei stata presa, e sii 
più prudente per l'avvenire. Nell'ebraico però si 
legge : e sei giustificata presso tutti. La somma 



che io ho pagato proverà davanti a tutti che tu 
sei stata ingiuriata, oppure che io ti ho resa 
giustizia (Ved. Hummelauer, h. 1.). 

17-18. Abrahamo pregò (ebr. Dio). Il castigo 
inflitto era probabilmente una impotenza tempo- 
ranea, alla quale Dio mise fine per le preghiere 
di Abramo. 



CAPO XXI. 

1-2. Nascita di Isacco (1-7). Si dice che Dio 
visita gli uomini, quando fa loro (come nel caso 
presente) qualche insigne benefizio (L, 24; Esod. 
Ili, 6, ecc.), oppure infligge loro qualche castigo 
(Esod. XX, 5, ecc.). Aveva promesso (XVIH, 10). 
Adempiè (ebr. a Sara) la sua parola. Partorì 
(ebr. ad Abrahamo) un figlio nel tempo, ecc. Tutte 
queste ripetizioni fanno risaltare la fedeltà di 
Dio alle sue promesse. 






Genesi, XXI, 2-13 



139 



sua, tèmpore quo praedixerat ei Deus. s Vo- 
cavitque Abraham nomen filii sui, quem 
génuit ei Sara, Isaac : 4 Et circumcidit eum 
octàvo die, sicut praecéperat ei Deus, 5 Cum 
centum esset annórum : hac quippe aetàte 
patris, natus est Isaac. 6 Dixitque Sara : Ri- 
sum fecit mihi Deus : quicùmque audierit, 
corridébit rnihi. 7 Rursùmque ait : Quis au- 
ditùrum créderet Abraham, quod Sara lactà- 
ret filium, quem péperit ei jam seni? 



8 Crevit igitur puer, et ablactàtus est : 
fecitque Abraham grande convivium in die 
ablactatiónis ejus. 9 Cumque vidisset Sara 
filium Agar ^Egyptiae ludéntem cum Isaac 
filio suo, dixit ad Abraham : 10 Ejice ancil- 
lam hanc, et filium ejus : non enim erit 
heres filius ancillae cum filio meo Isaac. 
u Dure accépit hoc Abraham prò filio suo. 
"Cui dixit Deus : Non tibi videàtur aspe- 
rum super pùero, et super anelila tua : 
omnia quae dixerit tibi Sara, audi vocem 
ejus : quia in Isaac vocàbitur tibi semen. 
13 Sed et filium ancillae fàciam in gentem 
magnani, quia semen tuum est. 



vecchiezza, al tempo predettole da Dio. 3 E 
Abrahamo pose nome Isaac al figlio parto- 
ritogli da Sara : 4 E l'ottavo giorno lo cir- 
concise, come Dio gli aveva comandato, 
5 avendo egli cento anni : poiché di questa 
età era il padre, quando nacque Isacco. 6 E 
Sara disse : Dio mi ha dato, di che ridere : 
e chiunque ne udirà la novella, riderà con 
me. 7 E soggiunse : Chi avrebbe creduto 
che Abrahamo avrebbe sentito dire, che 
Sara allatterebbe un figlio partorito a lui 
già vecchio? 

"Crebbe intanto il fanciullo, e fu slat- 
tato : e nel giorno in cui fu slattato. Abra- 
hamo fece un gran convito. 9 Ma Sara 
veduto il figlio di Agar Egiziana, che scher- 
niva il suo figlio Isacco, disse ad Abra- 
hamo : "Caccia questa schiava, e il suo 
figlio : perocché il figlio della schiava non 
sarà erede col mio figlio Isacco. "Questo 
parlare fu duro ad Abrahamo per riguardo 
al suo figlio. 12 I1 Signore però gli disse : 
Non ti sembri aspro trattar così il fanciullo, 
e la tua schiava : Acconsenti a Sara in tutto 
quello che ti dirà : perocché in Isacco sarà 
la discendenza che porterà il tuo nome. 13 Ma 
anche del figlio della schiava farò una 
grande nazione, perchè egli è tua stirpe. 



4 Sup. XVII, 10; Matth. I, 2. 10 Gal. IV, 30. 



12 Rom. IX, 7; Hebr. XI, 18. 



3-5. Pose nome Isaac (XVII, 19). Lo circoncise 
l'ottavo giorno dopo la nascita (ebr. E Abramo 
circoncise Isacco suo figlio nell'età di otto giorni). 
Come Dio gli aveva comandato (XVII, 12). Anche 
Abramo si mostra fedele ed obbediente. La Scrit- 
tura insiste nel far notare l'età di Abramo. 

6-7. Sara esprime la sua gioia e la sua am- 
mirazione. Di che ridere, ossia di che rallegrarmi, 
e chiunque udirà che io sono divenuta madre 
riderà, o meglio, si rallegrerà con me. — Chi 
avrebbe creduto, ecc. Dio con un prodigio della 
sua onnipotenza ha fatto sì che Abramo, ecc. Nel- 
l'ebraico si legge solo : Chi avrebbe detto ad 
Abramo: Sara allatta figli? Poiché io gli ho parto- 
rito un figlio nella sua vecchiezza. Analoghi sen- 
timenti sono espressi nei cantici di Anna (I Re, 
II, 1 e ss.), e di Maria Santissima (Lue. I, 47 e ss.). 

8. Espulsione di Agar e di Ismaele (8-21). 
Fa slattato. I bambini venivano slattati all'età di 
tre anni (II Parai. XXXI, 16; II Mach. VII, 27), 
e anche più tardi (I Re, I, 23 e ss.). Fece un 
convito, come si suole fare anche ora in Oriente. 

9-10. Che scherniva. L'ebraico corrispondente 
viene da S. Paolo (Gal. IV, 29) interpretato per- 
seguitava, e tale interpretazione è la sola che 
risponda al contesto, poiché se al latino e al- 
l'ebraico si dà il senso di giuocare, scherzare, 
non si capirebbero né lo sdegno di Sara, né 
perchè Abramo per comando di Dio si arrenda a 
quanto essa richiede. La solennità del convito 
aveva eccitato l'invidia d'Ismaele, il quale si 
vedeva privato dell'eredità, a cui forse aspirava. 



Egli cominciò a maltrattare Isacco, e Sara temette 
che avesse a rinnovarsi il delitto di Caino, tanto 
più che Ismaele aveva già circa 17 anni (XVI, 16; 
XXI, 5-8), mentre Isacco non ne aveva che tre. 
Lo sdegno di Sara si estende anche ad Agar, 
che non sapeva, o non voleva reprimere l'audacia 
d'Ismaele. Nell'ebraico si legge : E Sara vide che 
il figlio di Agar Egizia, il quale essa aveva par- 
torito ad Abramo, scherniva. Ma è chiaro che 
lo schernito non poteva essere altri che Isacco. 
Vedi nella Lettera ai Galati (IV, 22-30) il mi- 
stero nascosto in questa persecuzione di Ismaele 
contro Isacco. Caccia, ecc. Benché le parole di 
Sara siano dure, Dio le approva, mostrando con 
ciò che Sara aveva piena ragione di temere per 
Isacco (Cf. Pelt, Hist. de VA. T., t. I, p. 167). 

11-13. Fu duro ad Abramo, sia perchè amava 
Ismaele, e sia perchè un tal modo di procedere 
contraddiceva al diritto vigente, quale si può 
vedere nel codice di Hammurabi, art. 146. In 
Isacco, ecc., ossia, solo Isacco e i suoi discen- 
denti saranno chiamati veri figli di Abramo, e 
saranno gli eredi delle promesse. Da essi nascerà 
il Messia (Ved. Rom. IX, 7 e ss.; Gal. IV, 23 
e ss. ; Ebr. XI, 18). Secondo S. Paolo Agar e 
Sara rappresentano il Vecchio e il Nuovo Testa- 
mento, la Sinagoga e la Chiesa. Ismaele ed Isacco 
rappresentano i Giudei increduli e i cristiani 
fedeli. Anche del figlio, ecc. Siccome Ismaele è 
figlio di Abramo, Dio lo colmerà anche di bene- 
dizioni, assicurandogli un grande avvenire (Cf. 
XVII, 16-22). 



140 



Genesi, XXI, 14-23 



'^Surréxit itaque Abraham mane, et tol- 
lens panem et utrem aquae, impósuit scà- 
pulae ejus, tradiditque pùerum, et dimisit 
eam. Quae cum abiisset, erràbat in solitù- 
dine Bersabée. i:, Cumque consumpta esset 
aqua in utre, abjécit pùerum subter imam 
àrborum, quae ibi erant. "Et àbiit, seditque 
e regióne procul quantum potest arcus jà- 
cere : dixit enim : Non vidébo moriéntem 
pùerum : et sedens contra, levàvit vocem 
suam et flevit. 

,7 Exaudivit autem Deus vocem pùeri : 
vocavitque àngelus Dei Agar de caelo, di- 
cens : Quid agis, Agar? noli timére : exau- 
divit enim Deus vocem pùeri de loco in 
quo est. ls Surge, tolle pùerum, et tene ma- 
num illius : quia in gentem magnam fàciam 
eum. 19 Aperuitque óculos ejus Deus : quae 
videns pùteum aquae, àbiit, et implévit 
Utrem, deditque 'pùero bibere. 20 Et fuit 
cum eo : qui crevit, et moràtus est in soli- 
tùdine, factùsque est jùvenis sagittàrius. 
21 Habitavitque in deserto Pharan, et ac- 
cépit illi mater sua uxórem de terra M- 

gypti- 

22 Eódem tèmpore dixit Abimelech, et 
Phicol princeps exércitus ejus, ad Abra- 
ham : Deus tecum est in univérsis quae 
agis. 23 Jura ergo per Deum, ne nóceas 



14 Abramo adunque alzatosi la mattina, 
prese del pane e un otre di acqua, e lo 
pose sulle spalle di Agar, e le diede il 
fanciullo e la licenziò. Ed essa partitasi, 
andò errando per il deserto di Bersabea. 
15 Ed essendo venuta meno l'acqua dell'otre, 
gettò il fanciullo sotto uno degli arboscelli 
che erano ivi. 16 E se n'andò, e si pose a 
sedere dirimpetto, alla distanza di un tiro 
d'arco : poiché disse : Non vedrò morire 
il fanciullo : e sedendogli in faccia, alzò 
la sua voce e pianse. 

17 E il Signore esaudì la voce del fan- 
ciullo : e l'Angelo di Dio chiamò Agar dal 
cielo, dicendo : Che fai, o Agar? non te- 
mere : perocché il Signore ha esaudito la 
voce del fanciullo dal luogo dove egli si 
trova. 18 Alzati, prendi il fanciullo, e tienlo 
per la mano : poiché io lo farò divenire 
una grande nazione. 19 E Dio le aperse gli 
occhi : ed ella vide un pozzo di acqua, e 
andò ad empiere l'otre, e diede da bere 
al fanciullo. 20 E (Dio) fu con lui : ed egli 
crebbe, e abitò nella solitudine, e divenne 
giovane esperto a tirar d'arco. 21 E abitò 
nel deserto di Pharan, e sua madre gli 
diede una moglie del paese di Egitto. 

22 Nello stesso tempo Abimelech, con Phi- 
col, capo del suo esercito, disse ad Abra- 
hamo : Iddio è con te in tutto quello che 
tu fai. "Giura adunque per Dio che non 



23 Sup. XX, 13. 



14. Abramo provvide Agar di viveri per il 
viaggio, questi però vennero ben presto a man- 
care. Un otre, formato di pelle di capra. Il 
fanciullo, che aveva allora circa 17 anni. Solitu- 
dine di Bersabea è il deserto, che si estende al 
Sud di Bersabea, la città più meridionale delia 
terra di Canaan. Il nome di Bersabea viene dato 
per anticipazione (Ved. v. 31). Agar voleva pro- 
babilmente tornare in Egitto sua patria (XVI, 6), 
ma sbagliò la strada. Benché costasse grande- 
mente ad Abramo trattare così duramente Agar e 
il figlio, che egli amava, tuttavia obbedisce a 
Dio. Agar cacciata dalla casa di Abramo rappre- 
senta la Sinagoga cacciata dalla famiglia dei veri 
figli del grande patriarca, e ridotta ad andare 
vagabonda su tutta la terra. 

15-16. Ben presto venne a mancare l'acqua, e 
Agar, dopo aver invano sostenuto Ismaele mo- 
rente di sete, lo gettò, o meglio secondo l'ebraico, 
lo pose o coricò all'ombra di uno di quegli ar- 
busti che crescono nel deserto. Se n'andò, non 
avendo il coraggio di assistere a un'agonia così 
straziante. L'amore materno non permise però 
che si allontanasse di molto da Ismaele. Postasi 
a sedere dirimpetto a lui, diede libero sfogo al 
suo dolore. Dalle parole lo gettò, alcuni vollero 
dedurre che Ismaele fosse portato in braccio, ma 
tale verbo ha qui come altrove una significazione 
più larga (Cf. Matt. XV, 30). 

17-19. Dio viene in soccorso di Agar. Esaudì. 
Si allude anche al nome di Ismaele (Cf. XVII, 



20). La vece, cioè i pianti, il lamento. L'angelo 
di Dio CElòhiin) è lo stesso che l'Angelo del 
Signore (Cf. XVI, 7, 9), ma gli viene dato il 
primo nome perchè Agar e Ismaele ornai non 
fanno più parte in alcun modo del popolo eletto, 
a cui Dio farà le sue rivelazioni. Dal luogo dove 
si trova, cioè nel deserto. Tienlo per mano, 
ossia non lo abbandonare, ma abbine cura. Lo 
farò capo, ecc. (Ved. XVI, 7-12). Le aperse gli 
occhi. Il dolore aveva come acciecato Agar, per 
modo che essa non vide il pozzo che era là 
presso. 

20-21. (Dio, ebraico e greco) fu con lui, man- 
tenendo le promesse fatte. Nella solitudine, cioè 
nel deserto di Faran (v. 21). Divenne giovane, ecc., 
ossia fin dalla sua gioventù si diede a tirar d'arco 
cacciando. Altri traducono semplicemente : e di- 
venne tiratore d'arco, ed altri : e cresciuto che 
fu, divenne tiratore d'arco. — Pharan, nell'Arabia 
Petrea (Cf. XIV, 6). Di Egitto, dove essa stessa 
era nata (Cf. XVI, 1). 

22-23. Nei versetti 22-34 si parla dell'al- 
leanza conchiusa tra Abramo e il re Filisteo di 
Gerara, Abimelech (Ved. n. XX, 2). Nello stesso 
tempo, in cui Abramo dimorava presso Bersabea. 
Abimelech, vedendo come Abramo cresceva in 
ricchezza e potenza, e come Dio lo proteggeva 
visibilmente (Cf. XIV, 14), volle assicurarsi la 
6ua amicizia. La presenza di Phicol, capo del- 
l'esercito, oltre al dare un carattere pubblico e 
solenne all'alleanza, mostra ancora l'importanza 



Genesi. XXI, 24-34 



141 



mihi, et pósteris meis, stirpique meae : sed 
juxta misericórdiam, quam feci tibi, fàcies 
mihi, et terrae in qua versàtus es ad vena. 
24 Dixitque Abraham : Ego jurabo. 25 Et in- 
crepàvit Abimelech propter pùteum aquae 
quem vi abstùlerant servi ejus. 



"Responditque Abimelech : Nescivi quis 
fécerit hanc rem : sed et tu non indicasti 
mihi, et ego non audivi praeter hódie. 27 Tu- 
lit itaque Abraham oves et boves, et dedit 
Abimelech percusserùntque ambo foedus. 
"Et stàtuit Abraham septem agnas gregis 
seórsum. 79 Cui dixit Abimelech : Quid sibi 
volunt septem agnae istae, quas stare fe- 
risti seórsum? 30 At ille : Septem, inquit, 
agnas accipies de manu mea : ut sint mihi 
in testimónium, quóniam ego fodi pùteum 
istum. "Idcirco vocàtus est locus ille Ber- 
sabée, quia ibi utérque juràvit. 3 ~Et inié- 
runt foedus prò pùteo juraménti. 



"Surréxit autem Abimelech, et Phicol 
princeps exércitus ejus, reversique sunt in 
terram Palaestinórum. Abraham vero plan- 
tavit nemus in Bersabée, et invocàvit ibi 
nomen Domini Dei aetérni. 34 Et fuit co- 
lónus terrae Palaestinórum diébus multis. 



farai male a me, e ai miei posteri, e alla 
mia stirpe : ma che, siccome io ho usato 
benevolenza verso di te, così tu userai be- 
nevolenza verso di me, e verso di questa 
terra, in cui sei stato pellegrino. 24 E Abra- 
hamo disse : Io lo giurerò. 25 E mosse 
querela ad Abimelech per ragione di un 
pozzo d'acqua, che i servi di lui si erano 
usurpati per forza. 

26 E Abimelech rispose : Non ho saputo 
chi abbia fatta tal cosa : ma neanche tu 
me l'hai fatto sapere, ed io non ne ho 
sentito parlare se non oggi. 27 Abrahamo 
adunque prese delle pecore e dei buoi e 
li diede ad Abimelech : e ambedue fecero 
alleanza. 28 E Abrahamo mise da parte 
sette agnelle della greggie. 29 E Abimelech 
gli disse : Che vogliono dire queste sette 
agnelle, che tu hai messe da parte? 30 Ed egli 
rispose : Tu prenderai sette agnelle dalla 
mia mano : affinchè servano a me di testi- 
monianza, che io ho scavato questo pozzo. 
31 Perciò quel luogo fu chiamato Bersabée : 
perchè l'uno e l'altro ivi giurarono. ^Fe- 
cero quindi alleanza presso il pozzo del giu- 
ramento. 

33 E quindi Abimelech, e Phicol capo del 
suo esercito se n'andarono, e tornarono 
nella terra dei Palestini. Abrahamo poi 
piantò un bosco a Bersabée, e ivi invocò 
il nome del Signore Dio eterno. 34 E abitò 
pellegrino nella terra dei Palestini per 
molto tempo. 



che Abimelech ad essa annetteva. Può essere che 
egli pensasse a muover guerra a qualche popolo, 
e coli' alleanza con Abramo volesse assicurarsi 
le spalle. I LXX al nome di Phicol fanno pre- 
cedere il nome di un altro personaggio, Ochosat, 
come al cap. XXVI. 

26. Dio è con te (Ved. v. 20). Giura adunque 
(ebraico e greco giurami) che non farai male 
Nell'ebraico : che non ingannerai (si allude prò 
babilmente a 'quanto è narrato al cap. XX) né 
me, né i miei, ecc., nel senso che mentre io m 
attendo la tua benevolenza, tu ti unisca ai miei 
nemici, o invada i miei stati, nella mia assenza 
Siccome io ho usato, ecc. (Ved. XX, 14 e ss.) 

24-26. Abramo trova giusta la domanda d 
Abimelech, e giura. Lo giurerò, meglio, lo giuro 
■ — E (ebraico e greco Abramo) mosse que 
Tela, ecc. Abramo profittò dell'occasione per la 
mentarsi con Abimelech che gli fosse stato tolto 
con violenza un pozzo d'acqua, che per lui, ricco 
pastore, era di tanta necessità in quella terra 
arsa dal sole. Abimelech si scusa, e da tutto 
l'assieme si può dedurre che abbia fatto resti- 
tuire ad Abramo il pozzo in questione. Non ho 
saputo, meglio non so. 

27-30. Li diede ad Abimelech in dono, come 
ei soleva fare quando si stringevano alleanze 
(III Re, XV, 19; Is. XXX, 6; XXXIX, 1). Abi- 
melech non offrì doni, perchè egli si trovava nel 
suo stato (Hummelauer), ma accettando quelli di 



Abramo si impegnava a mantenere l'alleanza. 
Mise da parte sette agnelle, ecc. Con questo 
nuovo dono Abramo voleva che Abimelech rico- 
noscesse solennemente il diritto che egli aveva 
sul pozzo. 

31-32. Fu chiamato più tardi, quando vi si 
edificò una città. Bersabée (ebr. B e> er, sebah) 
significa ugualmente pozzo del giuramento, e 
pozzo dei sette. Il numero sette era un numero 
sacro, e i giuramenti solevano essere confermati 
o con sette sacrifizi (Gen. XXI, 28 e ss.), o sette 
testimoni, o sette doni (Cf. Erodot. Ili, 8). 
Presso il pozzo del giuramento. L'ebraico va 
tradotto : Fecero alleanza in Bersabée. Tale lo- 
calità si trova a circa 48 chilometri da Ebron, 
ed oggi è detta hirbet bir-es-seba. 

33-34. Nella terra dei Palestini (Ved. n. X, 
13-14) propriamente detta, che si stendeva lungo 
la costa del Mediterraneo. Può essere che siano 
tornati a Gerara (XX, 1-2). Piantò un bosco 
(ebr. un tamarisco). Quest'albero sempre verde, 
che spesso si incontra nel deserto e sulla sponda 
del mare, doveva essere probabilmente un sim- 
bolo della fedeltà di Dio eterno alle sue promesse, 
oppure, secondo altri, doveva essere un segno 
duraturo dell'alleanza contratta con Abimelech. 
Invocò il nome dì Dio (Ved. n. IV, 26). L'epiteto 
eterno mostra la natura immortale di Dio. Abitò 
pellegrino, ora da una parte e ora dall'altra, nella 
terra dei Palestini presa in largo senso (v. 33). 



142 



Genesi, XXIII, 1-5 



CAPO XXII. 

Sacrificio di Abramo, 1-14. — Dio conferma le promesse Jatte ad Abramo, 15-rg. 

— La posterità di Nachor, 20-24. 



a Quae postquam gesta sunt, tentàvit Deus 
Abraham, et dixit ad eum : Abraham, Abra- 
ham. At ille respóndit : Adsum. 2 Ait illi : 
Tolle filium tuum unigénitum, quem diligis, 
Isaac, et vade in terram visiónis : atque ibi 
ófferes eum in holocàustum super unum 
móntium quem monstràvero tibi. 3 Igitur 
Abraham de nocte consùrgens, stravit àsi- 
num suum : ducens secum duos juvenes, et 
Isaac filium suum : cumque concidisset ligna 
in holocàustum, àbiit ad locum quem prae- 
céperat ei Deus. 

4 Die autem tértio, elevàtis óculis, vidit 
locum procul : 5 Dixitque ad pùeros suos : 
Expectàte hic eum àsino : ego et puer illue 



^opo avvenute queste cose, Dio tentò 
Abrahamo e gli disse : Abrahamo, Abra- 
hamo. Ed egli rispose : Eccomi. 2 E Dio 
disse : Prendi Isacco il tuo figliuolo unige- 
nito che tanto ami, e va nella terra di vi- 
sione : e ivi lo offrirai in olocausto sopra 
uno dei monti, che io ti indicherò. 3 Abra- 
hamo adunque alzatosi, che era ancora 
notte, mise il basto al suo asino : e prese 
con sé due giovani (servi), e Isacco suo 
figlio : e tagliate le legna per l'olocausto, 
si incamminò verso il luogo che Dio gli 
aveva detto. 

4 E al terzo giorno, alzati gli occhi, vide 
da lungi quel luogo : s e disse ai suoi servi ; 
Aspettate qui coli 'asino : io e il fanciullo 



1 Judith, Vili, 22; Hebr. XI, 17. 



CAPO XXII. 

1-2. Sacrifizio di Abramo e premio della sua 
obbedienza (1-19). Dopo avvenute queste cose, 
ossia parecchi anni dopo, quando cioè Isacco era 
già divenuto giovane robusto capace di portar 
pesi (v. 6). Non ostante tutte le prove, a cui !a 
fede del grande patriarca era stata assoggettata, 
Dio gliene riservava ancora un'altra più grave. 
A\entre infatti Abramo era ricco e godeva la 
stima di tutti, e si rallegrava di avere un erede, 
in cui si sarebbero compiute le promesse, ecco 
che Dio gli impone un durissimo sacrifizio. Tentò, 
ossia mise a prova, la fede di Abramo, non già 
per indurlo al male e farlo soccombere (Ved. n. 
Giac. I, 13), ma per rendere noto a tutti che 
non senza altissime ragioni Egli amava e pro- 
teggeva in modo speciale Abramo. Gli disse du- 
rante la notte (v. 3). Abramo (nell'ebraico il nome 
non è ripetuto). Eccomi. Abramo riconosce la 
voce di Dio, e subito si dichiara pronto a fare 
quanto gli viene comandato. Prendi, ecc. L'ebraico 
è più espressivo : prendi il tuo figlio, il tuo 
unico che ami (cioè) Isacco. Ogni parola è desti- 
nata ad eccitare maggiormente l'amore paterno 
di Abramo, e a rendere più meritoria la sua ob- 
bedienza al momento, in cui saprà tutto sacrifi- 
care all'amore di Dio. Isacco vien detto unigenito, 
perchè unico figlio di Sara, e unico erede. Nella 
terra di visione, o meglio secondo l'ebraico, nel 
paese di Moriah. Con questo nome viene indicata 
la regione montuosa, che circonda Gerusalemme. 
Essa doveva essere ben nota ad Abramo. Tra 
i varia monti, quali per es. il Sion, il Golgota, 
quello degli ulivi, ecc., che là si trovano, Dio 
indicherà quello che ha prescelto. A questo monte 
fu più tardi riservato il nome di Moriah (= ap- 
parizione, o visione di Iahveh) in memoria del 



grande avvenimento, e sopra di esso fu edificato 
il tempio di Salomone (II Parai. Ili, 1). 

Si crede che il luogo preciso del sacrifizio sia 
quella roccia che domina la cupola della Moschea 
di Omar. Nel siriaco si legge : nella terra degli 
Amorrhei, e tale lezione è preferita da Hum- 
melauer, Hoberg, ecc.' Le ragioni addotte non 
sono però sufficienti, perchè si debba tralasciare 
la lezione Moriah, che è quella di tutti i codici 
e di tutte le altre versioni (Cf. Hetzenauer, h. 1.). 
In olocausto. I sacrifizi umani erano in uso presso 
i popoli, in mezzo ai quali Abramo viveva (IV Re, 
III, 27; XVI, 3; XVII, 31), non ostante che essi 
fossero condannati dalla legge di Dio (IX, 6). L'or- 
dine dato ad Abramo sembrava non solo opposto 
alle promesse fatte, ma anche in contraddizione 
colla espressa proibizione dei sacrifizi umani. Ogni 
parola del comando di Dio dovette perciò essere 
come una spada per il cuore di Abramo, e su- 
scitare in lui terribili combattimenti. Egli però 
si abbandona interamente nelle mani di Dio, senza 
dubitare dell'adempimento delle promesse. Vedi 
le belle parole di S. Paolo sulla fede di Abramo 
(Ebr. XI, 1-19. Cf. n. ivi). 

3. Alzatosi, ecc. Quanta prontezza di obbe- 
dienza! Abramo sapeva che Dio è padrone della 
vita e della morte, ed ha tutti i diritti di coman- 
dare anche le cose più difficili, e perciò si alzò, 
e preparò quanto era necessario per il sacrifizio. 
Due giovani, ossia due servi. E incerto se Abramo 
abbia manifestato a Sara il comando ricevuto. 
Sant'Agostino ritiene che lo abbia fatto, ma San 
Giovanni Cris. pensa il contrario. E probabile 
però, che pure avendole parlato del sacrifizio da 
compirsi, le abbia taciuto il nome della vittima 
(Sant'Efr.). 

4-5. 7/ terzo giorno. La distanza da Bcrsabea 
al Moriah è di circa 17 ore di marcia, e perciò 






Genesi, XXII, 6-13 



143 



usque properàntes, postquam adoravérimus, 
revertémur ad vos. 6 Tulit quoque Ugna ho- 
locàusti, et impósuit super Isaac filiura 
suum : ipse vero portàbat in mànibus ignem 
et glàdium. Cumque duo pérgerent simul, 
7 Dixit Isaac patri suo : Pater mi. At ille 
respondit : Quid vis, fili ? Ecce, inquit, 
ignis et Ugna : ubi est victima holocàusti ? 
8 Dixit autera Abraham : Deus providébit 
sibi victimam holocàusti, fili mi. Pergébant 
ergo pàriter : 



'Et venérunt ad locum quem osténderat 
ei Deus, in quo aedificàvit altare, et dé- 
super ligna compósuit : cumque alligàsset 
Isaac filium suum, pósuit eum in altare 
super struem lignórum. "Extenditque ma- 
num, et arripuit glàdium, ut immolàret fi- 
lium suum. J1 Et ecce àngelus Domini de 
caelo clamàvit, dicens : Abraham, Abraham. 
Qui respondit : Adsum. 12 Dixitque ei : Non 
exténdas manum tuam super pùerum, neque 
fàcias illi quidquam : nunc cognóvi quod 
times Deum, et non pepercisti unigènito 
filio tuo propter me. 

"Levàvit Abraham óculos suos, viditque 



anderemo fin colà, e fatta che avremo 
adorazione, torneremo da voi. 6 Prese anche 
le legna per l'olocausto, e le pose addosso 
ad Isacco suo figliuolo : egli poi portava 
colle sue mani il fuoco e il coltello. E 
mentre camminavano tutti e due insieme, 
'Isacco disse a suo padre : Padre mio. Ed 
egli rispose : Che vuoi, figliuolo ? Ecco, 
disse Isacco, il fuoco e le legna : ma dov'è 
la vittima per l'olocausto? 8 È Abrahamo ri- 
spose : Iddio si provvedere la vittima per 
l'olocausto, figliuol mio. Andavano adunque 
tutti e due assieme. 

9 E giunsero al luogo che Dio aveva 
mostrato ad Abrahamo, ed egli edificò un 
altare, e sopra vi accomodò le legna : e 
avendo legato Isacco suo figlio, lo collocò 
sull'altare sopra il mucchio delle legna. 
10 E stese la mano, e prese il coltello, per 
immolare il suo figliuolo. "Quand'ecco 
l'Angelo del Signore gridò dal cielo, di- 
cendo : Abrahamo, Abrahamo. Ed egli ri- 
spose : Eccomi. 12 E l'Angelo gli disse : 
Non stendere la tua mano sopra il fan- 
ciullo, e non fargli alcun male : adesso 
ho conosciuto che tu temi Dio, e per me 
non hai perdonato al tuo figliuolo unigenito. 

13 Abrahamo alzò gli occhi, e vide dietro 



10 Jac. II, 21. 



si comprende che al terzo giorno Abramo abbia 
veduto da lor.tano il luogo, che Dio aveva pre- 
scelto. Quali combattimenti, e quale agonia non 
dovette sostenere Abramo durante questi tre 
giorni! Aspettate. Essi non dovevano essere testi- 
moni del sacrifizio. Torneremo. Abramo potè fare 
questa promessa poiché quantunque ignorasse che 
Dio si sarebbe contentato della sua buona vo- 
lontà, sapeva però che Egli avrebbe mantenuto le 
promesse fatte ad Isacco (XXI, 12), e che colla 
sua potenza è capace di risuscitare anche i morti 
(Ved. n. Ebr. XI, 19). 

6-8. Le pese addosso, ecc. Se Abramo pronto 
a sacrificare il suo unigenito (v. 2) è una figura 
dall'Eterno Padre, che sacrificò alla morte il suo 
Unigenito (Rom. VIII, 32), Isacco, che porta 
sulle sue spalle il legno per il sacrifizio, è una 
figura di Gesù Cristo, che salì il Calvario portando 
sulle sue spalle la croce, sulla quale fu immolato 
per i nostri peccati (Cf. Giov. XIX, 17). 

Dal fatto che Isacco porta le legna, si deduce 
che egli doveva già avere una certa età. Che 
vuoi, figliuolo? Nell'ebraico: Eccomi figliuol mio. 
— Dove è la vittima (ebr. l'agnello. Cf. Giov. 
I, 29) per l'olocausto ? Quale ferita dovettero fare 
queste parole nel cuore di un padre ! Abramo, 
volendo fino all'ultimo momento tener nascosto 
ad Isacco il comando di Dio, ed essendo sempre 
pieno di speranza, dà una risposti a doppio 
senso : Dio si provvederà la vittima (ebr. l'a- 
gnello), ecc. Andavano ambedue insieme in si- 
lenzio. 

9-10. Edificò un altare, ossia un piccolo mon- 
ticello di pietre o di terra. Avendo legato Isacco, 



come si soleva fare per gli animali destinati ad 
essere immolati. Dopo accomodate le legna 
Abramo dovette svelare ad Isacco il comando 
ricevuto, ed egli conformò la sua volontà a quella 
di Dio accettando volentieri la morte, e lascian- 
dosi legare. Per questo meritò di essere una viva 
figura di Gesù Cristo, il quale per obbedSenza si 
lasciò configgere sopra la croce, e accettò volen- 
tieri la morte per la salute degli uomini. E stese 
(ebr. Abramo) la mano, ecc. Con questo atto 
Abramo, per quanto a lui spettava, compì il sa- 
crifizio. 

11-12. Ed {ecco, manca nell'ebraico e nel 
greco). L'Angelo del Signore rappresenta Dio 
stesso, e parla a nome di lui. Adesso ho cono- 
sciuto, ecc., ossia con questo grande fatto ho 
una prova evidente, ed è noto a tutti che tu temi 
Dio, vale a .•'ire sei pieno di rispetto e di vene- 
razione e di amore per Dio, e osservi tutti i suoi 
comandamenti, anche quelli che costano al tuo 
cuore i più grandi sacrifizi. Per me non hai per- 
donato, ecc. L'ebraico va tradotto : non mi hai 
negato il tuo figliuolo unigenito. Anche Dio non 
ha perdonato al suo proprio Figlio, ma lo ha dato 
a morte per noi tutti (Cf. Rem. VIII, 32; Matt. X, 
37; Lue. XIV, 26). Intorno all' Angelo del Signore 
Cf. Hetzenauer, Theologia Biblica, t. I, p. 469; 
Vandenbroek, De Theophaniis sub Veteri Testa- 
mento, Louvain, 1851; Dict. Vac; Dict. Vig.. 
Ange de Iéhovah ; Rev. Bib. 1894, pag. 232; 
1903, pag. 211. 

13-14. E vide dietro a sé, ecc. Nell'ebraico : 
e guardò, ed ecco dietro a lui un ariete, ecc. Dio 
somministra ad Abramo una vittima da immolare 



144 



Genesi, XXII, 14-24 



post tergum arietem inter vespres haerén- 
tem córnibus, quem assiimens óbtulit ho- 
locàustum prò f ilio. M Appellavitque nomen 
loci illius, Dóminus videt. Unde usque 
hódie dicitur : In monte Dóminus vidébit. 

ls Vocavit autem angelus Domini Abraham 
secùndo de caelo, dicens : 16 Per meme- 
tipsum juràvi, dicit Dóminus : quia fecisti 
hanc rem, et non pepercisti filio tuo unigènito 
propter me : 17 Benedicam tibi, et multipli- 
càbo semen tuum sicut stellas caeli, et velut 
arénam quae est in littore maris : possidébit 
semen tuum portas inimicórum suórum, 18 Et 
BENEDICÈNTI!!* in sémine tuo omnes 
gentes terrae, quia obedisti voci meae. 



19 Reversùsque est Abraham ad pùeros 
suos, abierùntque Bersabée simul, et habi- 
tàvit ibi. 

20 His ita gestis, nuntiatum est Abrahae 
quod Melcha quoque genuisset filios Nachor 
fratri suo, 21 Hus primogénitum, et Buz fra- 
trem ejus, et Camuel patrem Syrórum, 22 Et 
Cased, et Azau, Pheldas quoque et Jedlaph, 
J3 Ac Bàthuel, de quo nata est Rebécca : 
octo istos génuit Melcha, Nachor fratri 
Abrahae. 24 Concubina vero illius, nòmine 
Roma, péperit Tàbee, et Gaham, et Tahas, 
et Màacha. 



a sé un ariete preso per le corna tra i 
pruni, e avendolo tolto, lo offerse in olo- 
causto in vece del figlio. 14 E pose nome 
a quel luogo, il Signore provvede. D'onde fino 
a quest'oggi si dice : Sul monte il Signore 
vedrà. 

15 E l'Angelo del Signore per la seconda 
volta chiamò Abrahamo dal cielo, dicendo : 
16 Io ho giurato per me stesso, dice il Si- 
gnore : perchè hai fatta una tal cosa, e 
per me non hai perdonato al tuo figlio uni- 
genito : 17 Io ti benedirò, e moltiplicherò 
la tua stirpe come le stelle del cielo, e 
come l'arena che è sul lido del mare : la 
tua progenie occuperà le porte dei suoi 
nemici, 18 e nel tuo seme saranno BENE- 
DETTE tutte le nazioni della terra, perchè 
hai obbedito alla mia voce. 

19 Abrahamo tornò dai suoi servi, e se 
ne andarono insieme a Bersabée, e ivi egli 
abitò. 

20 Dopo avvenute queste cose fu annun- 
ziato ad Abrahamo che Melcha aveva an- 
ch'essa partoriti figliuoli a Nachor fratello 
di lui : 21 Hus primogenito, e Buz suo fra- 
tello, e Camuel padre dei Siri, 22 e Cased, 
e Azau, e anche Pheldas e Jedlaph, 23 e 
Bathuel, da cui nacque Rebecca. Questi 
sono gli otto figliuoli che Melcha partorì 
a Nachor fratello di Abrahamo. 24 E la sua 
concubina, chiamata Roma, partorì Tabee, e 
Gaham, e Tahas, e Maacha. 



16 Ps. CIV, 9: Eccli. XLIV, 21; I Mach. II, 52; Lue. I, 73; Hebr. VI, 13, 17. 
3 et XVIII, 18; Inf. XXVI, 4; Eccli. XLIV, 25; Act. Ili, 25. 



18 Sup. XII, 



in vece di Isacco, ma anche questa vittima è una 
figura di Gesù Cristo coronato di spine e immo- 
lato sulla croce. E (ebr. e gr. Abramo) pose nome 
a quel luogo, cioè al monte del sacrifizio, il Si- 
gnore vede (ebr. Iahveh yr'eh, che potrebbe 
meglio tradursi : il Signore provvederà). Siccome 
su questo monte Dio si era provveduto la vit- 
tima (v. 8). Abramo gli impose tal nome, e av- 
venne pure che gli uomini nelle loro afflizioni 
solevano dire : sul monte il Signore provvederà. 
Nell'ebraico, sia a! versetto 8 che al versetto Ha, 
occorre la stessa forma verbale (tradotta dalla 
Volgata al versetto 8 providebit e al 14a videt), 
e benché al versetto 14b i massoreti abbiano pun- 
teggiato diversamente (yéra'eh = sarà veduto o 
apparirà), i critici ritengono che anche qui si 
debba leggere yr'eh = vedrà o meglio provve- 
derà (Cf. Hummelauer, Hetzenauer, h. 1.). E 
ancora da osservare che mentre al versetto 8 
Abramo diede a Dio il nome di 'Eldhim, qui in- 
vece lo chiama Iahveh, alludendo forse al nome 
Moriah. 

15-18. Dio premia l'ubbidienza di Abramo con- 
fermando le antiche promesse. Io ho giurato, 
meglio io giuro, per me stesso; forinola solenne 
di giuramento colla quale per l'ultima volta Dio 
rinnova ad Abramo tutte le sue promesse (XII, 
3; XIII, 16; XV, 5; XVII, 2, 6; XVIII, 18). Vedi 



le belle riflessioni che su questo giuramento fa 
S. Paolo, Ebr. VI, 13-17. Poiché hai fatto, ecc. 
Dio fa risaltare la generosità di Abramo. Non 
hai, ecc. (Ved. n. 12). Ti benedirò e moltipli- 
cherò, ecc. (Ved. n. XII, 3). Come le stelle (Ved. 
XV, 5). Come V drena (Ved. XIII, 16). Possederà, 
ossia s'impadronirà. Occuperà le porte sineddoche 
per indicare le città. La posterità materiale di 
Abramo trionfò veramente dei suoi nemici impa- 
dronendosi delle loro città con Giosuè, Davide, 
Salomone, ecc., ma un trionfo molto più grande 
ottenne la posterità spirituale del santo patriarca 
per mezzo degli Apostoli e dei loro successori, t 
quali assoggettarono a Gesù Cristo e al suo Van- 
gelo tutti i popoli della terra. Nel tuo seme, ecc. 
(Ved. n. XII, 3; XVIII, 18). Questo seme è il 
Messia (Cf. Giov. Villi, 56). 

20-24. La posterità di Nachor. — Abramo avendo 
ornai compiuta la sua missione, sta per scompa- 
rire ; l'autore sacro però, prima di narrare gli 
ultimi avvenimenti di lui, ci fa conoscere la poste- 
rità di Nachor suo fratello, tanto più che Isacco 
prenderà per moglie Rebecca figlia di Nachor 
(XXIV), e Giacobbe sposerà Lia e Rachele, figlie 
di Laban fratello di Rebecca. Melcha. era nipote 
di Àbramo (XI, 27, 29). Aveva anch'essa, come 
Sara, partorito figli a Nachor (XI, 27), fratello di 
Abramo. Hus, non va confuso col suo omonimo, 






Genesi, XXIII. 1-6 



145 



CAPO XXIII. 
Morte dì Sara, 1-2. — Abramo compra un sepolcro, 3-18. — Sepoltura di Sara, ig-20. 



'Vixit autem Sara centum viginti septem 
annis. 2 Et mortila est in civitàte Arbée, 
quae est Hebron, in terra Chànaan : ve- 
nitque Abraham ut plàngeret et fleret eam. 

3 Gumque surrexisset ab officio fùneris, 
locùtus est ad filios Heth, dicens ; 4 Advena 
sum et peregrinus apud vos : date mihi jus 
sepulsri vobiscum, ut sepéliam mórtuum 
meum. 

5 Respondérunt filii Heth, dicéntes : 6 Audi 
nos, domine, princeps Dei es apud nos ; in 
eléetis sepùlcris nostris sépeli mórtuum 
tuum : nullùsque te prohibére póterit quin 



J E Sara visse cento ventisette anni. a E 
morì nella città di Arbee, che è Hebron, 
nella terra di Chanaan : e Abrahamo andò 
per farne duolo, e piangerla. 

3 Ed essendosi alzato, dopo terminato il 
funebre duolo, parlò coi figli di Heth, di- 
cendo : 4 Io sono forestiero e pellegrino 
presso di voi : datemi il diritto di sepol- 
tura tra voi, affinchè io possa seppellire il 
mio morto. 

S I figli di Heth risposero, e dissero . 
'Signore, ascoltaci : Tu sei presso di noi 
un principe di Dio : seppellisci il tuo morto 
nelle più belle nostre sepolture : e nes- 



figlio di Aram (X, 22). Se da lui derivò il nome 
di terra, di Hus (Giob. I, 1), si dovrà dire che 
abbia abitato nell'Hauran. Bui. Da lui ebbe ori- 
gine la tribù araba (Gerem. XXV, 23) di Buz 
(cuneif. Bàzu), a cui apparteneva Elihu, uno degli 
amici di Giob. (Giob. XXRI, 2). €amuel, padre 
dei Siri (ebr. padre di Aram). Questo Aram non 
va confuso eoi suo omonimo figlio di Sem (X, 22). 
Cased (Cuneif. Chazu), da cui forse derivò la tribù 
ricordata in Giob., I, 17. Azan, Pheldas, ledlaph. 
Non sappiamo nulla di essi. Bathuel, da cui 
nacque Rebecca, che andò sposa ad Isacco. La 
sua concubina, ossia la moglie di ^esondo ordine. 
Roma, megh'o forse Reuma. — Tabee, Gaham, 
Tahas ci sono sconosciuti. Maacha, da cui derivò 
la tribù omonima ricordata: Deut. Ili, 14; Gios. 
XII, 5; Il Re, X, 6; I Parai. XIX, 6. È probabile 
che i varii discendenti di Nachor abitassero nel- 
l'Hauran. 



CAPO XXIII. 

1. Sara, è la sola donna di eui la Scrittura 
ricordi la durata della vita. Ciò è dovute senza 
dubbio al fatto che essa fu la madre del figlio 
della promessa, da cui nacque la nazione teocra- 
tica. Essa è pure la madre dei credenti (1 Piet. Ili, 
6), e una figura della fecondità della Chiesa (Gal. 
IV, 22). La sua fede è celebrata da S. Paolo 
(Ebr. XI, 11). La sua morte dà occasione all'au- 
tore sacro di parlare la prima volta della sepol- 
tura. Visse 127 anni. Nell'ebraico si aggiunge : 
Tali sono gli anni delia vita di Sara. Isacco aveva 
allora 37 anni (Cf. XXI, 5). 

2. Morì (ebr. e gr. Sara) nella città di Arbee 
(ebr. in Chiriat-'Arba), che è Hebron. Da Ber- 
sabea (XXII, 19) Àbramo si era nuovamente por- 
tato nei dintorni di Hebron (XIII, 18; XIV, 13; 
XVIII, 1 ; XIX, 27). Hebron in antico si chiamava 
Chirìat 'Arba, ossia città di Arba (X*(XV, 27; 
Gios. XIV, 15; XV, 13; XX, 7, ecc.). Costui fu 
un gigante della stirpe di Heth (X, 15). ed ebbe 
per figlio Enac, da cui ebbe origine una forte 



tribù cananea, che prima dell' invasione degli 
Ebrei abitava nei pressi di Hebron (Gios. XI, 21 
e ss.). Secondo Num., XIII, 23, Hebron fu fon- 
data sette anni prima di Tarim, città dell'Egitto, 
il che ci porta a più di 2000 anni a. C. Il nome di 
Hebron le venne dato probabilmente dagli Ebrei in- 
vasori (Num. XIII, 22-25). Sella terra di Chanaan. 
Se l'autore avesse scritto dopo l'occupazione della 
Palestina da parte di Giosuè, tale indicazione 
sarebbe stata superflua. Andò. Da questa parola 
non si può dedurre che Abramo fosse assente, 
quando Sara morì, poiché il verbo ebraico cor- 
rispondente viene spesso usato per indicare che 
si comincia o si prepara a fare una cosa. Altri 
spiegano nel senso che Abramo andò o entrò nella 
tenda di Sara per far duolo e piangere. La prima 
spiegazione è però più probabile. 

3-6. Nei versetti 3-16 si ha la descrizione di un 
contratto di vendita fatto davanti a testimonii con 
uno scambio di gentilezze proprie dell'Oriente. 
Essendosi alzato, ecc. Neil* ebraico si legge : 
Abramo si levò d'appresso al suo morto. — Figli 
di Heth, sono gli Hethei (X, 15), i quali allora 
occupavano Hebron (Ved. n. 2) e i suoi dintorni. 
Sono pellegrino e straniero, e come tale non pos- 
siedo un palmo di terra che sia mio. 1/ diritto di 
sepoltura, ossia il possesso di un sepolcro. Avere 
una tomba di famiglia è stimato un grande onore 
presso gli Orientali. Sepeilire il mio morto. Nel- 
l'ebraico si aggiunge : e togliermelo d'innanzi. — 
Un principe di Dio, ossia tu sei un uomo, che 
Dio ha reso grande e potente, e quindi non ti 
tratteremo come uno straniero, ma come un 
principe. Selle più belle, ecc. L'ebraico va tra- 
dotto : nella più bella nostra sepoltura. — Ses- 
suno potrà, ecc., ossia nessuno di noi ti rifiuterà 
il suo sepolcro, acciò tu possa seppellirvi il tuo 
morto. Tale offerta prova quanta stima godesse 
Abramo presso gli Hethei ; egli però non avrebbe 
voluto che i resti di Sara andassero frar 
a quelli dei pagani idolatri. Dio aveva promesso 
(XV, 7-21) ai posteri di Abramo la possessione 
della terra di Canaan, e Abramo comprandosi un 
sepolcro comincia a entrarne in possesso. 



10 



Sacra Bibbia, voi. III. 



146 



Genesi, XXIII, 7-16 



in monuménto ejus sepélias mórtuum tuum. 
7 Surréxit Abraham, et adoravit pópulum ter- 
ree, filios vidélicet Heth : "Dixitque ad eos : 
Si plàcet ànimae vestrae ut sepéliam mór- 
tuum meum, audite me, et intercédite prò 
me apud Ephron filium Seor : 'Ut det mihi 
spelùncam dùplicem, quam habet in extréma 
parte agri sui : pecùnia digna tradat eam 
mihi coram vobis in possessiónem sepùlcri. 



'"Habitàbat autem Ephron in mèdio filió- 
rum Heth. Responditque Ephron ad Abra- 
ham cunctis audiéntibus qui ingrediebàntur 
portam civitàtis ilhus, dicens : n Nequàquam 
ita fiat, dòmine mi, sed tu magis ausculta 
quod loquor : Agrum trado tibi, et spelùn- 
cam quae in eo est, praeséntibus filiis pó- 
puli mei, sépeli mórtuum tuum. 12 Adoràvit 
Abraham coram pópulo terrae. 13 Et locùtus 
est ad Ephron circumstànte plebe : Quaeso, 
ut àudias me : Dabo pecùniam prò agro : sù- 
scipe eam, et sic sepéliam mórtuum meum 
in eo. 

"Responditque Ephron : 1S Dòmine mi, 
audi me : Terra, quam póstulas, quadrin- 
géntis siclis argènti valet : istud est prétium 
inter me et te : sed quantum est hoc? sé- 
peli mórtuum tuum. 16 Quod cum audisset 
Abraham, appéndit pecùniam, quam Ephron 
postulàverat, audiéntibus filiis Heth, qua- 
dringéntos siclos argènti probàtae monétae 
pùblicae. 



suno potrà vietarti di seppellire il tuo morto 
nel suo monumento. 7 Abrahamo si alzò, e 
s'inchinò al popolo del paese, vale a dire 
ai figli di Heth : 8 e disse loro : Se a voi 
piace ch'io seppellisca il mio morto, ascol- 
tatemi, e intercedete per me presso Ephron 
figlio di Seor : "affinchè mi ceda la doppia 
caverna, che ha all'estremità del suo campo : 
me la ceda in vostra presenza a giusto 
prezzo, affinchè io sia padrone di farne un 
sepolcro. 

10 Ora Ephron stava in mezzo a' figli di 
Heth. Ed Ephron rispose ad Abrahamo, in 
presenza di tutti quelli, che entravano nella 
porta della città, dicendo : "No, signor mio, 
non 6ia così : ma tu ascolta piuttosto quel 
che io dico : Io ti do il campo, e la caverna, 
che vi è in esso, alla presenza de' figli del 
mio popolo ; seppellisci il tuo morto. ,2 A- 
brahamo si inchinò dinanzi al popolo del 
paese. 13 E disse ad Ephron in presenza 
della moltitudine r Ascoltami ti prego : Io 
darò il denaro per il campo : prendilo, e 
così vi seppellirò il mio morto. 

14 Ed Ephron rispose : 15 Signor mio, 
ascoltami : Il terreno, che tu domandi, vale 
quattrocento sicli d'argento : questo è il 
prezzo tra me e te : ma che gran cosa è 
questa? seppellisci il tuo morto. 16 Ciò udito 
Abrahamo pesò alla presenza de' figliuoli 
di Heth il denaro domandato da Ephron, 
ossia quattrocento sicli d'argento di buona 
moneta mercantile. 



7-9. Si alzò. Egli stava seduto cogli altri alla 
porta della città (8, 18). Si inchinò per ringra- 
ziarli della loro offerta. Egli però sapeva che 
tanta generosità da loro parte era una semplice 
formalità, molto usata in Oriente, e quindi li prega 
di intercedere per lui presso Ephron, proprietario 
della caverna, che voleva comprare. Intorno a 
Ephron e Seor non sappiamo nulla. La doppia 
caverna. I moderni considerano l'ebraico Macpe- 
lah (= doppia) come un nome proprio, e tra- 
ducono : la caverna di Mac pelali, ritenendo che 
quest'ultimo nome indichi la regione, in cui 
detta caverna era situata. Può essere che tal 
nome sia 'provenuto dal fatto che vi era una 
spelonca a due camere. La Palestina abbonda di 
tali grotte, le quali fin dai tempi più antichi 
vennero spesso usate come sepolcri. A prezzo 
giusto, o meglio, per l'infero suo prezzo. 

10-11. Stava, o meglio secondo l'ebraico, se- 
deva alla porta della città assieme a coloro, coi 
quali Abramo parlava. Il patriarca probabilmente 
non lo conosceva personalmente, oppure non lo 
aveva veduto. In presenza di tutti quelli che en- 
travano nella porta della città, ossia in presenza 
di tutti i cittadini, oppure di tutti coloro che si 
trovavano alla porta della città. Nell'ebraico si 
legge : Ephron Heteo rispose ad Abramo in pre- 
senza dei fls;li di Het, di tutti coloro che entra- 
vano nella porta della città, ecc. — Ti dono il 
campo e la caverna. Tanta generosità è una sem- 



plice formola di urbanità orientale, usata anche 
oggigiorno. Ephron sperava senza dubbio che, 
Abramo, ricco e potente, non si sarebbe lasciato 
vincere, ma avrebbe contraccambiato abbondan- 
temente il dono che gli offriva. Abramo comprese 
il significato della profferta. 

12-15. Della moltitudine, ebr. del popolo del 
paese. — Prendilo (da me, ebr. e gr.). — Che 
domandi, manca nell' ebraico e nel greco. L'e- 
braico va tradotto : Una terra di 400 sicli d'argento 
che cosa è fra me e te ? Anche Ephron doveva 
essere molto ricco. Il siclo d'argento dopo l'esiglip 
valeva circa tre lire, ma è incerto se avesse tal 
valore al tempo di Abramo. Che gran cosa è 
questa ? Colla generosità orientale Ephron vuol 
dire che Abramo può benissimo pigliarsi ài campo 
senza sborsare la somma. 

16. Ciò udito, ossia conosciuto il prezzo che 
Ephron domandava, Abramo pesò il denaro (ebr. 
pesò l'argento). A quei tempi non eravi ancora 
moneta battuta e coniata, e peroiò era necessario 
pesare i varii pezzi d'argento per conoscere esatta- 
mente il loro valore. Nei monumenti egizi si tro- 
vano spesso rappresentate scene analoghe. Di 
buona moneta mercantile. Nell'ebr. 400 sicli d'ar- 
gento correnti fra i mercanti, col che si indica 
che i pezzi di argento pesati avevano proba- 
bilmente una forma speciale. Il commercio era 
assai vivo a quei tempi tra Babilonia, Chanaan e 
l'Egitto. 



Genesi. XXIII, 17 — XXIV, 4 



147 



1T Confìrmatùsque est ager quondam 
Ephrónis, in quo erat spelunca duplex, 
respiciens Mambre, tam ipse, quam spe- 
lùnca, et omnes àrbores ejus in cunctis tér- 
minis ejus per circùitum, 18 Abrahae in pos- 
sessiónem, vidéntibus filiis Heth, et cunctis 
qui intràbant portam civitàtis illius. 

19 Atque ita sepelivit Abraham Saram uxó- 
rem suam in spelunca agri duplici, quae 
respiciébat Mambre, haec est Hebron in 
terra Chànaan. 20 Et confìrmàtus est ager, et 
antrum quod erat in eo, Abrahae in posses- 
siónem monuménti a filliis Heth. 



17 E il campo una volta di Ephron, nel 
quale era una doppia caverna, che guardava 
verso Mambre, tanto esso, come la ca- 
verna, e tutte le piante che erano all'in- 
torno dentro i suoi confini, 18 fu ceduto in 
pieno dominio ad Abrahamo alla presenza 
dei figli di Heth, e di tutti quelli che entra- 
vano nella porta di quella città. 

19 E così Abrahamo seppellì Sara sua 
moglie nella doppia caverna del campo, che 
guarda verso Mambre, la quale è Hebron 
nella terra di Chanaan. 20 E fu confermato 
ad Abrahamo dai figli di Heth il dominio 
del campo, e della caverna, che era in esso, 
per servirsene di monumento. 



CAPO XXIV. 

Missione di Eliezer, i-g. — Sua partenza per la Mesopotamia e suo arrivo, 10-28. 
— Trattative di matrimonio, 29-54. — Partenza di Rebecca, 55-61. — Incontro 
e matrimonio di Isacco e di Rebecca, 62-67.- 



*Erat autem Abraham senex, dierùmque 
multórum : et Dóminus in cunctis bene- 
dixerat ei. 2 Dixitque ad servum seniórem 
domus suae, qui praéerat omnibus quae 
habébat : Pone manum tuam subter femur 
meum, 3 Ut adjùrem te per Dóminum, Deum 
caeli et terrae, ut non accipias uxórem filio 
meo de filiàbus Chananaeórum, inter quos 
hàbito : 4 Sed ad terram et cognatiónem 
meam proficiscàris, et inde accipias uxórem 
filio meo Isaac. 



] Ora Abrahamo era vecchio, e di età 
avanzata : e il Signore lo aveva benedetto 
in tutte le cose. 2 E disse al servo più vec- 
chio di casa sua, il quale aveva il governo 
di tutto il suo : Metti la tua mano sotto la 
mia coscia affinchè io ti faccia giurare per 
il Signore, Dio del cielo e della terra, che 
tu non prenderai in moglie al mio figliuolo 
nessuna delle figlie dei Chananei, tra i quali 
io abito. 4 Ala andrai nella mia terra dai 
miei parenti, e di là prenderai una moglie 
al mio figlio Isacco. 



" Inf. XXXV, 27. 2 Inf. XLVII, 29. 



17-18. Una volta, manca nell'ebraico e nel 
greco. Nel quale era una doppia caverna, ecc., 
ebr. il quale è in Macpelah (Ved. n. 7-9), dirim- 
petto a Mambre, ossia all'Est di Mambre (XIII, 
18), ecc. Stante l'importanza che una tale compra 
aveva per la nazione ebraica, Abramo ne volle in- 
dicati nel contratto tutti i particolari. Fu ceduto in 
pieno dominio, ossia fu ratificato ad Abramo il 
possesso del campo e della caverna, ecc. 

19-20. Abramo comprando per Sara e per sé 
stesso un sepolcro in terra straniera, fece un 
grande atto di fede nelle promesse di Dio, e con- 
fessò di essere ospite e pellegrino su questa terra 
e di andare in cerca di una patria migliore (Vedi 
Atti, VII, 5; Ebr. XI, 13, 16). La grotta di 
Macpelah trovasi all'Est di Hebron, ed ancora 
oggi è oggetto di un culto superstizioso da parte 
dei mussulmani. Una grande moschea racchiude 
le tombe dei patriarchi, ma ai cristiani non è per- 
messo di entrarvi. In quel campo, ecc., ebraico : 
nella caverna del campo di Macpelah, che è dirim- 
petto a Mambre. 



CAPO XXIV. 

1. Nei versetti 1-64 si narra il matrimonio di 
Isacco e di Rebecca. La semplicità e li freschezza 
della narrazione ne fanno uno dei più belli episodi 
dei libri sacri. Dapprima si descrive la missione 
di Eliezer (1-9). 

Abramo era vecchio. Egli aveva allora 140 anni 
(Cf. XXI, 5 e XXV, 20), e quindi non gli restava 
che provvedere Isacco (aveva 40 anni, XXV, 20) 
di una buona moglie, affinchè le benedizioni e le 
promesse di Dio si trasmettessero alla sua poste- 
rità. Abramo visse ancora 35 anni (XX, 7, 20), 
ma egli non sapeva quanto avrebbe durato la 
sua vita. 

2-4. Al servo più vecchio non tanto per età, 
quanto piuttosto per dignità. Questo servo, il 
quale aveva il governo di tutra la casa di Abramo, 
si ritiene comunemente che fosse Eliezer (Cf. XV, 
2). Alerti la tua mano, ecc. Con questa azione 
simbolica colui che giurava veniva a impegnarsi 



148 



Genesi, XXIV, 5-14 



5 ResnóndU servus : Si nolùerit mulier ve- 
nire Tecuoi in terram hanc, numquìd *e- 
dùcere débeo filium tuum ad Locum, de 
quo tu egréssus es? * Dixitque Abraham : 
Cave ne quando reducas filium raeum il- 
luc. 7 Dóminus Deus caeli, qui tulit me de 
domo patris mei, et de terra nativitàtis 
meae, qui locùtus est mihi, et juràvit mihi, 
dicens : Semini tuo dabo terram hanc : 
ipse mittet àngelum suum coram te, et 
aecipies inde uxórem f ilio meo : ''Sin 
autcm mulier nolùerit sequi te, non te- 
néberis juraménto : filium meum tantum 
ne rediicas illuc. 9 Pósuit ergo servus ma- 
num sub fèmore Abraham domini sui, et 
juràvit illi super sermóne hoc. 

10 Tulitque decem camélos de grege do- 
mini sui, et àbiit, ex omnibus bonis ejus 
portane secum, profscrusque perréxit in 
Alesopotàmiam ad urbem Nachor. n Cum- 
que camélos fecisset accùmbere extra óp- 
pidum juxta pùteum aquae véspere, tèm- 
pore quo solent mulieres égredi ad hau- 
riéndam aquam, dixit : 12 Dómine Deus dò- 
mini mei Abraham, occùrre, óbseero, 
mihi hódie, et fac misericórdiam cum dò- 
mino meo Abraham. 13 Ecce ego sto prope 
fontem aquae, et filiae habitatórum hujus 
civitàtis egrediéntur ad hauriéndam aquam. 
I4 Igitur puélla, .cui ego dixero : Inclina 



5 II servo rispose : Se la donna non vorrà 
venir con me in questo paese, debbo io 
forse ricondurre il tuo figlio nel luogo 
donde tu sei uscito? 6 E Abrahamo disse : 
Guardati dal ricondurre mai colà il mio 
figlio. 7 I1 Signore Dio del «elo, il qirr-le 
mi nasse dalla casa del padre mio, e dalla 
terra in cui io nacqui, il quale mi pa*lò e 
mi giurò, dicendo : io darò alla tua stirpe 
questa terra : egli manderà il suo Angelo 
innanzi a te, e tu prenderai di là una moglie 
al mio figlio. ''Se poi la donna non vorrà 
seguirti, tu sarai sciolto dal giuramento : 
solo non ricondurre colà il mio Agri©. 9 Il 
servo adunque mise la mano sotto la eoscia 
di Abrahamo suo padrone, e gli giurò di fa?e 
quello che era stato detto. 

I0 E prese dieci cammelli dalle mancire 
del suo padrone, e si partì, portando con 
sé di tutti i beni di lui, e messosi in viaggi©, 
andò nella Mesopotamia alla città di Nachor. 
n E fatti posare i cammelli fuori della città 
vicino ad un pozzo di acqua in sulla sera, 
nel tempo in cui le donne sogliono usaire 
ad attinger acqua, disse : 12 Sigp&re Dio 
del mio padrone Abrahamo, dammi, ti 
prego, quest'oggi un buon incontro, e sii 
propizio al mio padrone Abrahamo. a3 Ecco 
io sto vieino a questa fontana di acqua, e 
le figlie degli abitanti di questa eittà usci- 
ranno ad attinger acqua. 14 La fanciulla 



Sup. XII, 7 et XIII, 15 el XV, 1S; Inf. XXVI, 3. 



non solo verso colui in favor del quale faceva il 
giuramento, ma anche verso la discendenza di 
lui, oppure, secondo altri, invocava come vindici 
del giuramento i discendenti di colui in favor del 
quale era fatto. Altri pensano che si giurasse per 
il Messia il quale doveva essere della stirpe d: 
Abramo (Cf. Hummelauer, Hetzenauer, h. L). 
In tal modo di giurare non si incontra più altrove 
che al cap. XLVII, 29. Cf. XLVI, 26. Per il Si- 
gnor* Vahveh) Dio, ecc., ossia per il Dio della 
rivelazione e dell'alleanza, e il Dio della creazione. 
Non prenderai nel caso che io venga a morire 
prima di te. Nessuna delle figlie dei Chananei, 
i quali erano idolatri e corrottissimi, e dovevano 
un giorno essere sterminati dagli Ebrei. Nella mia 
terra, cioè in Haran nella Mesopotamia (XI, 31- 
32; XII, 1). 

5-9. Eliezer da servo prudente, che ben co- 
nosce l'importanza del giuramento e non vuole 
violarlo, muove una difficoltà, e chiede come 
debba regolarsi. Abramo nella sua risposta mostra 
tutta la sua confidenza in Dio, e la sua volontà 
risoluta che Isacco non debba andare nella Meso- 
potamia. Mi trasse, ecc. (XII, 1 e ss.), mi parlò 
(XII, 7; XIII, 15), mi giurò, ecc. (XV, 17; XXII, 
16). Manderà il suo Angelo. Da ciò si deduce che 
gli antichi patriarchi credevano che Dio affidlfs'se 
agli Angeli la custodia degli uomini. Abramo e 
persuaso che Dio gli continuerà le sue benedizioni. 
Se non vorrà seguirti, ecc. In tal caso il matri- 



monio di Isacco si dovrà rimettere alla cura della 
divina Provvidenza. Eliezer rassicurato prestò il 
giuramento. 

10. Mei versetti 10-28 si deserive la partenza 
di Eliezer e il suo arrivo nella Mesopotamia. Dieci 
cammelli per sé e per i suoi compagni di viaggio, 
e per la sposa, ecc., formando così una carovana. 
Portando con se di tutti i beni di lui per offrirli 
ai parenti di Abramo e renderseli propizi, e per 
farne dei presenti alla sposa. L'ebraico potrebbe 
anche tradursi : ora tutti i beni del suo padrone 
erano a sua disposizione (lett. in sua mano). Il 
senso però non muta. Mesopotamia. Nell'ebraico 
'Aram Naharaim, che equivale a Siria dei due 
fiumi, e indica la contrada che si stende fra il 
Tigri e l'Eufrate, la quale più tardi ricevette il 
nome di Mesopotamia, mentre nelle iscrizioni 
egizie viene detta semplicemente Naharina (Amarna 
Na'rima. — La città di Nachor è Haran (XI, 
31 ; XXVII, 43; Atti, VII, 3) 

11. Fatti posare, ebr. fatti inginocchiare i cam- 
melli per scaricarli dei pesi che portavano e 
lasciarli riposare, come sogliono fare tali animali. 
Fuori della città, vicino, ecc. Questo pozzo si 
trovi presso Haran, ed esiste ancora attualmente. 
Attorno ad esso si riuniscono gli armenti ; e*ie 
donne, mattina e sera, vanno ad attingervi l'acqua 
(Cf. Esod. II, 16; I Re, IX, 11). 

12-14. Eliezer, pur non trascurando i mezzi 
naturali, ricorre a Dio per aiuto. Un buon in- 



Genesi. XXIV, 15-25 



149 



hydriam tuam ut bibam : et illa respón- 
dérit, Bibe, quin et camélis tuis dabo po- 
tum : ipsa est, quam praeparàsti servo tuo 
Isaac : et per hoc intélligam quod féceris 
misericórdiam cum dòmino meo. 



15 Necdum infra se verba compléverat, 
et ecce Rebécca egrediebàtur, filia Bà- 
thuel, filii Melchae uxóris Nachor fratris 
Abraham, habens hydriam in scàpula sua : 
16 Puélla decora nimis, virgóque pulchér- 
rima et incognita viro : descénderat au- 
tem ad fontem, et impléverat hydriam, ac 
revertebàtur. 17 Occurritque ei servus, et 
ait : Pauxillum aquae mihi ad bibéndum 
praebe de hydria tua. ls Quae respóndit : 
Bibe, domine mi : celeritérque depósuit 
hydriam super ulnam suam, et dedit ei 
potum. 19 Cumque ille bibisset, adjécit : 
Quin et camélis tuis hàuriam aquam, do- 
nec cuncti bibant. 20 Effundénsque hydriam 
in canàlibus, recùrrit ad pùteum ut hau- 
riret aquam : et haustam òmnibus camélis 
dedit. 

21 Ipse autem contemplabàtur eam tàci- 
tus, scire volens utrum prósperum iter suum 
fecisset Dóminus, an non. 22 Postquam au- 
tem bibérunt caméli, prótulit vir inàures 
àureas, appendéntes siclos duos, et armil- 
las tótidem pondo siclórum decem. 23 Dixit- 
que ad eam : Cujus et filia? indica mihi : 
est in domo patris tui locus ad manén- 
dum ? 24 Quae respóndit : Filia sum Ba- 
thuélis, filii Melchae, quem péperit ipsi 
Nachor. 25 Et àddidit, dicens : Paleàrum 
quoque et foeni plurimum est apud nos, 
et locus spatiósus ad manéndum. 



adunque, a cui io dirò : Abbassa la tua 
idria, affinchè io beva : ed essa mi rispon- 
derà : Bevi, e anzi darò anche da bere ai 
tuoi cammelli : essa è quella, che tu hai 
preparata ad Isacco tuo servo : e da questo 
conoscerò, che tu sei stato propizio al mio 
padrone. 

15 Egli non aveva ancora finito di dire 
dentro di sé queste parole, ed ecco che 
Rebecca, figlia di Bathuel, figlio di Melcha 
moglie di Nachor fratello di Abrahamo, 
usciva fuori con un 'idria sulla spalla : ls Era 
una fanciulla avvenente, e una vergine bel- 
lissima, e non conosciuta da uomo : essa 
era venuta alla fontana, e aveva empiuta 
l'idria, e se n'andava. 17 Ora quel servo le 
andò incontro, e disse : Dammi a bere un 
po' d'acqua della tua idria. 18 Ed ella ri- 
spose : Bevi, signor mio. E prestamente si 
prese l'idria sul suo braccio, e gli diede 
da bere. i9 E quando egli ebbe bevuto, ella 
soggiunse : Io attingerò pure acqua per i 
tuoi cammelli, finché tutti abbiano bevuto. 
2C E versata l'idria negli abbeveratoi, corse 
di nuovo al pozzo ad attingere acqua : e 
attintala ne diede a tutti i cammelli. 

21 Ora egli la contemplava in silenzio, vo- 
lendo sapere, se il Signore avesse r no 
reso felice il suo viaggio. "E dopo v >e i 
cammelli ebbero bevuto, egli tirò iuorl 
degli orecchini d'oro, che pesavano due 
sicli, e due braccialetti, che pesavano dieci 
sicli. 23 E le disse : Dimmi, di chi sei fi- 
gliuola? vi ha in casa di tuo padre luogo 
per albergarvi? 24 Ella rispose: Io sono 
figlia di Bathuel, figlio di Melcha, partorito 
da questa a Nachor. 25 E soggiunse : Di 
paglia e di fieno ve n'è moltissimo in casa, 
e molto luogo per albergarvi. 



contro, ossia fa venire davanti a me quella per- 
sona che. io cerco. Siccome l'apparenza esterna 
avrebbe potuto ingannarlo, mosso da viva fede 
e da uno speciale istinto dello Spirito Santo, 
pregò Dio di volergli far conoscere a mezzo dì 
un segno da lui stesso determinato, la futura 
moglie di Isacco. Il segno prescelto valeva a far 
conoscere nella donna un'indole buona, affabile, 
ospitale, che non risparmia fatica, ecc. 

15-21. Dio esaudisce la preghiera di Eliezer. 
Melcha, era anche nipote di Nachor (XI, 29), 
e quindi Rebecca, sia da parte del padre e sia 
da parte della madre, apparteneva alla famiglia di 
Abramo. Negli abbeveratoi, che in Oriente si tro- 
vano presso ogni pozzo. La contemplava in si- 
lenzio per vedere se essa faceva tutto quello che 
egli aveva determinato, quando aveva fissato il 
segno per riconoscere la futura moglie di Isacco. 

22. Eliezer per ringraziare Rebecca di tante 
gentilezze le offre alcuni doni. Degli orecchini 
d'oro. Nell'ebraico : un monile (nezem) d'oro. 
Con questo nome viene indicato una specie di 
anello, che anche oggi le donne orientali sogliono 



portare appeso alle narici. Due sicli. Nell'ebraico : 
mezzo siclo. Il siclo era non solo una moneta, ma 
serviva anche come unità di peso, ed equivaleva 
a circa 16 grammi. Nel testo samaritano si ag- 
giunge : e glielo mise sopra al naso, e tale ag- 
giunta dai critici vien ritenuta genuina (Cf. Hum- 
melauer, Hetzenauer, h. 1.). Dieci sicli. ossia circa 
160 grammi (Cf. Kortleitner, Arch. Bibl. Summ., 
p. 253). Anche ora presso gli Arabi dare a una 
fanciulla uno di tali anelli equivale a domandarla 
in sposa (Cf. Hummelai'er, h. 1.). 

23-28. Eliezer fa a Rebecca due domande, alle 
quali essa risponde con tutta schiettezza. Avendo 
conosciuto che essa era la sposa destinata ad 
Isacco, Eliezer desidera di parlare coi parenti di 
lei. Si inchinò, ecc., ringraziando Dio per il favore 
ottenuto. Misericorihso, ossia pieno di condiscen- 
denza, e verace, cioè fedele nel mantenere le sue 
promesse. Del fratello. Nell'ebraico : dei fratelli, 
ma la lezione della Volgata è preferita dai critici 
accordandosi meglio col versetto 48. A casa di sua 
madre. Presso gli Orientali le donne e gli uomini 
abitano in case o tende separate (Cf. XXXII, 31). 



150 



Genesi, XXIV, 26-41 



=6 Inclinàvit se homo, et adoràvit Domi- 
nimi, - r Dicens : Benedictus Dóminus Deus 
dòmini mei Abraham, qui non àbstulit mi- 
sericórdiam et veritàtem suam a dòmino 
meo, et recto itinere me perdùxit in do- 
mum fratris dòmini mei. 

2, Cucùrrit itaque puélla, et nuntiàvit in 
domimi matris suae omnia quae audierat. 
29 Habébat autem Rebécca fratrem nòmine 
Laban, qui festinus egréssus est ad homi- 
nem, ubi erat fons. 30 Cumque vidisset 
inàures et armillas in mànibus soróris suae, 
et audisset cuncta verba referéntis : Haec 
locùtus est mihi homo : venit ad virum, 
qui stabat juxta camélos, et prope fontem 
aquae : 3I Dixitque ad eum : Ingrédere, 
benedicte Dòmini : cur foris stas? prepa- 
ravi domum, et locum camélis. 



32 Et introduxit eum in hospitium : ac 
destràvit camélos, deditque pàleas et foenum, 
et aquam ad lavàndos pedes ejus, et viro- 
rum qui vénerant eum eo. 33 Et appósitus est 
in conspéctu ejus panis. Qui ait : Non có- 
medam, donec loquar sermónes meos. Re- 
spóndit ei : Lóquere. 

3 '*At ille : Servus, inquit, Abraham sum : 
35 Et Dóminus benedixit dòmino meo valde, 
magnificatùsque est : et dedit ei oves et 
boves, argéntum et aurum, servos et an- 
cillas, camélos et àsinos. 36 Et péperit Sara 
uxor dòmini mei filium dòmino meo in 
seneetùte sua, deditque illi omnia quae 
habuerat. 37 Et adjuràvit me dóminus meus, 
dicens : Non accipies uxórem filio meo de 
filiàbus Chananaeórum, in quorum terra hà- 
bito : 38 Sed ad domum patris mei perges, 
et de cognatióne mea accipies uxórem filio 
meo : 

39 Ego vero respóndi dòmino meo : Quid 
si nolùerit venire mecum mulier? '"'Dó- 
minus, ait, in cujus conspéctu ambulo, mit- 
tet àngelum suum tecum, et diriget viam 
tuam : accipiésque uxórem filio meo de co- 
gnatióne mea, et de domo patris mei. 4I In- 
nocens eris a maledictióne mea, eum vé- 



26 Quell'uomo allora s'inchinò, e adorò il 
Signóre, 27 dicendo : benedetto il Signore 
Dio del mio padrone Abrahamo, il quale 
non ha mancato di essere misericordioso e 
verace col mio padrone, e per diritta via 
mi ha condotto alla casa del fratello del 
mio padrone. 

-"Corse adunque la fanciulla, e raccontò 
a casa di sua madre tutte le cose che aveva 
udite. 29 0ra Rebecca aveva un fratello chia- 
mato Laban, il quale corse in fretta a quel- 
l'uomo, dov'era la fontana. 30 Egli infatti 
avendo veduti gli orecchini e i braccialetti 
nelle mani di sua sorella, e avendo udite 
le parole di lei che diceva : Quell'uomo 
mi ha detto queste cose : se ne venne a 
quell'uomo, che se ne stava presso a' 
cammelli, e vicino alla fontana : 31 e gli 
disse : Vieni dentro o benedetto dal Signore : 
perchè stai fuori ? io ho preparata la casa, e 
il luogo pei cammelli. 

32 E lo fece entrare nell'ospizio : e sca- 
ricò i cammelli, e diede loro paglia e fieno, 
e portò acqua per lavare i piedi a lui, e 
agli uomini che erano venuti con lui. 33 Poi 
gli fu posto davanti del pane. Ma quel- 
l'uomo disse : Non mangerò, fino a tanto 
che io non abbia esposto ciò che ho a dire. 
Ed egli rispose : Parla. 

"E quell'uomo disse : Io sono servo di 
Abrahamo : 3S E il Signore ha benedetto 
grandemente il mio padrone, e lo ha fatto 
grande : e gli ha dato pecore e buoi, argento 
e oro, schiavi e schiave, cammelli e asini. 
36 E Sara moglie del mio padrone ha par- 
torito nella sua vecchiaia al mio padrone 
un figlio, a cui egli ha dato tutto ciò che 
aveva. 37 E il mio padrone mi ha fatto giu- 
rare, dicendo : Non prenderai in moglie pel 
mio figlio nessuna delle figlie de' Chananei. 
nella terra dei quali io dimoro : 38 ma andrai 
alla casa di mio padre, e tra la mia paren- 
tela prenderai moglie al mio figlio : 

39 Ed io risposi al mio padrone : E se la 
donna non vorrà venire con me? 40 I1 Si- 
gnore, egli mi rispose, nel cui cospetto io 
cammino, manderà il suo Angelo con te, 
e prospererà il tuo viaggio : e tu prenderai 
al mio figlio una moglie della mia paren- 
tela, e della casa di mio padre. 41 Sarai 



29-32. Corse in fretta a quell'uomo per offrirgli 
ospitalità, attratto anche dalla generosità da lui 
dimostrata verso Rebecca, e dal saperlo servo di 
Abramo (27). Benedetto dal Signore (lahveh). 
Dalle parole riferite da Rebecca (v. 27), Laban 
aveva potuto conoscere che Eliezer era non 6olo 
servo di Abramo, ma anche cultore di lahveh, e 
e dai doni fatti, dal numero dei cammelli, ecc., 
potè conchiudere che lahveh lo aveva benedetto. 
Benché la casa di Nachor adorasse gli idoli (XXXI, 
30), tuttavia conservava ancora qualche nozione 



del vero Dio, e gli prestava qualche culto, come 
si può dedurre da questo versetto (Cf. Alap.). 

33-41. Del pane, ebr. gli fu posto davanti da 
mangiare. Eliezer però prima di mangiare vuole 
compiere la sua missione, e comincia col dire chi 
egli sia (34), e poi parla delle ricchezze di 
Abramo (35), e presenta Isacco come erede (36), 
e quindi espone il mandato ricevuto (37-41). A 
cui ha dato, ecc., ossia lo ha costituito suo erede 
universale (XV, 4; XXI, 10). Sarai esente dalla 
mia maledizione. L'ebraico va tradotto : sarai 



Genesi, XXIV, 42-52 



151 



neris ad propinquos meos, et non déderint 
tibi. 

42 Veni ergo hódie ad fontem aquae, et 
dixi : Domine Deus dòmini mei Abraham, 
si direxisti viam meam, in qua nunc am- 
bulo, 43 Eccestojuxta fontem aquae ; et virgo, 
quae egrediétur ad hauriéndam aquam, au- 
dierit a me : Da mihi pauxillum aquae ad 
bibéndum ex hydria tua : 44 Et dixerit mihi : 
Et tu bibe, et camélis tuis hàuriam : ipsa 
est mùlier quam praeparàvit Dóminus filio 
domini mei. 

45 Dumque haec tàcitus mecum vólverem, 
appàruit Rebécca véniens cum hydria, quam 
portàbat in scàpula : descenditque ad fon- 
tem, et hausit aquam. Et ajo ad eam : Da 
mihi paùlulum bibere. 4S Quae festinans de- 
pósuit hydriam de hùmero, et dixit mihi : 
Et tu bibe, et camélis tuis tribuam potum. 
Bibi, et adaquàvit camélos. 47 Interrogavi- 
que eam, et dixi : Cujus es filia? Quae 
respóndit : Filia Bathuélis sum, filii Nachor, 
quem péperit ei Melcha. Suspéndi itaque 
inàures ad ornàndam fàciem ejus, et ar- 
millas posui in mànibus ejus. 48 Pronùsque 
adoravi Dóminum, benedicens Dòmino Deo 
domini mei Abraham, qui perdùxit me recto 
itinere, ut sùmerem filiam fratris domini 
mei filio ejus. 49 Quamóbrem si fàcitis mi- 
sericórdiam et veritàtem cum domino meo, 
indicate mihi : sin autem àliud placet, et 
hoc dicite mihi, ut vadam ad déxteram, 
sive ad sinistram. 



50 Responderùntque Laban et Bàthuel : A 
Domino egréssus est sermo : non póssu- 
mus extra plàcitum ejus quidquam àliud 
loqui tecum. sl En Rebécca coram te est, 
folle eam, et profìciscere, et sit uxor filii 
domini tui, sicut locùtus est Dóminus. 

S2 Quod - cum audisset puer Abraham, 
prócidens adoràvit in terram Dóminum. 



esente dalla mia maledizione, quando sarai 
andato a casa de' miei parenti, ed essi non 
avranno voluto dartela. 

42 Io sono dunque arrivato oggi alla fon- 
tana, e ho detto : Signore Dio del mio pa- 
drone Abrahamo, se tu mi hai guidato nella 
strada, in cui ora cammino, 43 ecco che io 
mi fermo presso questa fontana di acqua, e 
la fanciulla, che uscirà fuori ad attinger 
acqua, ed a cui dirò : Dammi da bere un 
po' d'acqua della tua idria : 44 ed essa mi 
dirà : Bevi pure, e attingerò anche per i 
tuoi cammelli : questa è la donna destinata 
dal Signore al figlio del mio padrone. 

45 Ora mentre io considerava tra me in 
silenzio queste cose, comparve Rebecca, 
che veniva portando la sua idria sopra la 
spalla : e scese alla fonte, e attinse l'acqua. 
Ed io le dissi : Dammi un po' da bere : 
46 Ed essa subito si tolse dall'omero l'idria, 
e mi disse : Bevi tu, e darò da bere anche 
ai tuoi cammelli. Io bevetti, ed ella abbe- 
verò i cammelli. 47 E la interrogai, e le 
dissi : Di chi sei tu figliuola? Ed ella ri- 
spose : Sono figliuola di Bathuel, figlio di 
Nachor e Melcha. Io le appesi quindi gli 
orecchini per ornare il suo volto, e le misi 
i braccialetti alle sue mani. 48 E mi chinai, 
e adorai il Signore, benedicendo il Signore 
Dio del mio padrone Abrahamo, il quale 
mi ha condotto per diritta via a prendere 
per il figlio di esso la figlia del fratello del 
mio padrone. 49 Ora adunque, se siete per 
usare bontà e lealtà verso il mio padrone, 
fatemelo sapere : che se pensate altrimenti, 
ditemelo ugualmente, affinchè io mi volga 
a destra, o a sinistra. 

S0 Ma Laban e Bathuel risposero : Il Si- 
gnore ha parlato : non ti possiamo dire 
altro fuori di quello che a lui piace. 51 Ecco 
Rebecca davanti a te, prendila, e parti, e 
sia moglie del figlio del tuo padrone, come 
il Signore ha parlato. 

52 I1 servo di Abrahamo, avendo ciò udito, 
si prostrò per terra e adorò il Signore. S3 E 



sciolto dal giuramento, che mi fai. Nell'ebraico e 
nel greco dopo non vorranno dartela si aggiunge : 
allora sarai sciolto dal giuramento che mi fai. 

42-49. Eliezer narra il suo incontro con Re- 
becca. Comparve, manca nell'ebraico, dove si 
legge invece ecco Rebecca, ecc. Le appesi gli 
orecchini per ornare il suo volto, ebr. le posi 
l'anello alle narici (Cf. v. 30). La figlia del fratello. 
Quest'ultima parola va presa in largo senso. Ba- 
thuel padre di Rebecca era propriamente nipote 
di Abramo. Affinchè mi volga a destra o a sinistra, 
proverbio per dire : affinchè sappia come rego- 
larmi, e nel caso cercare presso altri parenti di 
Abramo la moglie desiderata. 

50-54. Laban e Bathuel. Alcuni (Calmet, Hum- 
melauer, ecc.) pensano che questo Bathuel fosse 



non già il padre, ma il fratello minore di Laban 
e di Rebecca. È difficile però in tal caso spiegare 
come mai lo stesso nome nello stesso contesto 
(v. 47 e 50) possa significare due persone diffe- 
renti. Ci sembra quindi più probabile che anche 
qui si tratti del padre di Rebecca (S. Giov. Cris., 
Alap., Hoberg, Hetzenauer, Crampon, Fllion, ecc.). 
Laban tratta assieme col padre della sorte di 
Rebecca, anzi dal contesto appare che vi ha una 
parte preponderante (29, 55). La ragione di ciò 
va probabilmente cercata nella poligamia, che 
allora regnava, per cui il padre poteva talvolta 
non curarsi delle figlie nate dall'una o dall'altra 
moglie, meno amata. I fratelli divenivano quindi 
come i tutori naturali delle loro sorelle (Cf. XXX IV, 
5, 11, 25; Giud. XXI, 22; II Re, XIII, 22). 7/ 
Signore ha parlato, ecc. L'ebraico va tradotto : 



152 



Genesi, XXIV, 53-63 



"Prolatisque vasis argénteis, et àureis, ac 
véstjbus, dedit ea Rebéccae prò mùnere, 
ffatribus quoque ejus et matri dona óbtulit. 
S4 Jnito convivio, vescéntes pàriter et bi- 
béntes mansérunt ibi. Surgens autem mane, 
lociitus est puer : Dimitte me, ut vadam ad 
dóminum meum. "Responderuntque fra- 
tres ejus et mater : Màneat puélla saltem 
decem dies apud nos, et póstea profìciscé- 
tur. S6 Nolite, ait, me retinére, quia Dó- 
minus diréxit viam meam : dimittite me, 
ut pergam ad dóminum meum. 57 Et dixé- 
runt : Vocémus puéllam, et quaeramus 
ipsius voluntàtem. 

Si Cumque vocàta venisset, sciscitàti 
sunt : Vis ire cum hómine isto? Quae 
ait : Vadam. 50 Dimisérunt ergo eam, et nu- 
tricem illius, servùmque Abraham, et có- 
mites ejus, 60 Imprecàntes pròspera soróri 
suae, atque dicéntes : Soror nostra es, 
crescas in mille millia, et possideat semen 
tuum portas inimicórum suórum. 



CI Igitur Rebécca et puéllae illius, ascénsis 
camélis, secùtae sunt virum qui festinus re- 
vertebàtur ad dóminum suum. 

62 Eo autem tèmpore deambulàbat Isaac 
per viam quae ducit ad pùteum, cujus no- 
men est Vivéntis et Vidéntis : habitàbat 
enim in terra australi : "Et egréssus fùerat 
ad meditàndum in agro, inclinata jam die : 



tratti fuori vasi d'argento, e d'oro, e vesti- 
menti, li diede in dono a Rebecca, e fece 
anche doni a' fratelli di lei, e alla madre. 
54 E preparato il convito, mangiarono e be- 
vettero, e albergarono quivi (quella notte). 
La mattina poi levatosi il servo disse : La- 
sciatemi andare a ritrovare il mio padrone. 
iS Ma i fratelli, e la madre risposero : Ri- 
manga la fanciulla con noi almeno dieci 
giorni, e poi partirà. S8 Non vogliate, dis- 
s'egli, ritenermi, poiché il Signore ha pro- 
sperato il mio viaggio : lasciate, che io me 
ne vada al mio padrone. 57 Ed essi dissero : 
Chiamiamo la fanciulla, e sentiamo qual 
sia il suo volere. 

58 La chiamarono adunque, e venuta che 
fu le domandarono : Vuoi tu andar con 
quest'uomo? Ed ella rispose : Andrò. ^La- 
sciarono perciò che ella partisse insieme 
colla sua nutrice, e il servo di Abrahamo, 
e i suoi compagni. Sfacendo voti per la 
loro sorella, e dicendo : Tu sei nostra so- 
rella, possa tu crescere in mille e mille 
generazioni, e la tua progenie possegga le 
porte dei suoi nemici. 

6 'Rebecca adunque, e le sue serve, salite 
sui cammelli, andarono con quell'uomo : il 
quale con tutta celerità se ne tornava al 
suo padrone : 

62 0ra in quello stesso tempo Isacco, pas- 
seggiava per la strada, che conduce al 
pozzo chiamato pozzo di colui che vive, e 
vede : poiché egli abitava nella contrada del 
Mezzodì : a3 Ed era uscito alla campagna 



62 Sup. XVI, 14. 



Questa cosa viene dal Signore: noi non possiamo 
dirti né male, né bene, ossia non abbiamo nulla 
da opporre tJ quanto Dio ha ordinato. Ecco Re- 
becca davanti a te, cioè a tua disposizione. Benché 
qui non si parli del consenso di Rebecca, è chiaro 
però, dal versetto 57 e seguenti, che essa accettò 
volentieri la profferta fattale. Come il Signore ha 
parlato, facendo conoscere la sua volontà col diri- 
gere i tuoi passi, ecc. Vasi, cioè utensili d'oro, ecc. 
In dono, manca nell'ebraico, ma va sottinteso. Ai 
fratelli. Nell'ebraico e nel greco vi è il singolare 
al fratello. In Oriente, come dappertutto, in occa- 
sione del fidanzamento si sogliono far doni alla 
futura sposa e ai parenti di essa. Il fatto che il 
padre Bathuel non riceve alcun dono mostra chia- 
ramente che il contratto di matrimonio non era una 
compra-vendita, come vorrebbero alcuni raziona- 
listi. Preparato il convito, ecc. Nell'ebraico si 
legge semplicemente : E mangiarono, e bevettero 
egli e gli uomini che erano con lui e vi alberga- 
rono la notte. Appena fu giorno, Eliezer pensa 
subito a tornare al suo padrone per fargli cono- 
scere il felice risultato del suo viaggio. 

55-61. Partirà, oppure partirai. La famiglia di 
Rebecca insiste acciocché ella rimanga ancora 
qualche po' di tempo nella casa paterna, ma 
Eliezer si oppone allegando la volontà di Dio 



(il Signore ha prosperato, ecc.). La decisione 
finale viene lasciata a Rebecca. la quale si pro- 
nunzia per la partenza immediata. Colla sua balia, 
o nutrice, chiamata Debora (XXXV, 8). Alla par- 
tenza i parenti le augurano ogni bene, ma spe- 
cialmente quello, che è più apprezzato in Oriente 
da una donna, cioè una posterità (passa tu cre- 
scere, ecc.) numerosa e forte (possegga, ecc., 
Cf. XXII, 17). Siccome è sempre Laban che ha. 
la prima parte, si capisce perchè si parli sempre 
di Rebecca come di una sorella (Ved. n. 50). 
Se ne tornava al suo padrone nella terra di 
Chanaan, e più propriamente a Hebron, dove 
Abramo dimorava. 

62-63. Nei versetti 62-67 si narra l'incontro di 
Isacco e di Rebecca e il loro matrimonio. Jn 
quello stesso tempo, ecc. Questo versetto pre- 
senta gravi difficoltà per il testo. L'ebraico può 
tradursi : Isacco tornava, o era tornato, dal pozzo 
di Hai ro'i (Cf. XVI, 14), poiché abitava nel 
paese del Negheb (Mezzodì. Cf. XII, 9), oppure, 
secondo altri : Isacco venne dalla contrada del 
pozzo di Hai ro'i, poiché abitava, ecc. Nei LXX 
e nel Samaritano : Ora Isacco era andato nel 
deserto del pozzo di Hai ro'i, poiché abitava nella 
contrada del Negheb. La maggior parte dei critici 
preferisce il testo dei LXX. Si può quindi spiegare, 






Gènesi, XXIV, 64 — XXV, 4 



153 



cumque elevàsset óculos, vidit camélos ve- 
niéntes procul. 64 Rebécca quoque, Gonspécto 
Isaac, descéndit de camélo, 6S Et aait ad 
pùerum : Quis est ille homo qui venit per 
agrum in occùrsum nobis? Dixitque ei : 
Ipse est dóminus meus. At illa tóllens cito 
pàllium, opéruit se. 66 Servus autem, cuncta 
quae gésserat, narràvit Isaac. 67 Qui intro- 
dùxit eara in tabernàculum Sarae matris 
suae, et accépit eam uxórem : et in tantum 
diléxit eam, ut dolórem, qui ex morte ma- 
tris ejus acciderat, temperàret. 



per meditare, in sul far della sera : e alzati 
gli occhi, vide da lungi venire dei cam- 
melli. "Anche Rebecca, veduto Isacco, 
scese dal cammello, 65 e disse al servo : Chi 
è quell'uomo che viene incontro a noi attra- 
verso il campo ? Ed egli rispose : È il mio 
padrone. Ed ella prese subito il velo e si 
coprì. 66 E il servo raccontò ad Isacco tutto 
quello, che aveva fatto. 67 Ed egli la menò 
dentro il padiglione di Sara, sua madre, e 
la prese per moglie : e l'amore che ebbe 
per lei fu tale che temperò il dolore, che 
sentiva per la morte della madre. 



CAPO XXV. 

Abramo sposa Cetura, i-6. — Morte e sepoltura dì Abramo, 7-1 1. — / discendenti 
di Ismaele, 12-18. — Nascita di Esaù e di Giacobbe, 19-26. — Esaù vende la 
primogenitura, 2J-34. 



Abraham vero àliam duxit uxórem no- 
mine Cetùram : 2 Quae péperit ei Zamran, 
et Jecsan, et Madan, et Madian, et Jesboc, 
et Sue. 3 Jecsan quoque génuit Saba, et 
Dadan. Filii Dadan fuérunt, Assùrim, et 
Latiisim, et Lóomim. 4 At vero ex Madian 



^brahamo poi sposò un'altra moglie per 
nome Cetura : 2 la quale gli partorì Zamran, 
e Jecsan, e Madan, e Madian, e Jesboc, e 
Sue. 3 Jecsan poi generò Saba, e Dadan. I 
figliuoli di Dadan furono Assumir e Latusim, 
e Loomim. 4 Da Madian poi nacquero Epha, 



1 I Par. I, 32. 



che Isacco abitasse nel Negheb (XII, 9), ossia 
nella parte meridionale della Palestina, ma al 
momento in cui tornò Eliezér, si trovasse nel de- 
serto, che circonda il pozzo di Hai ro'i (XVI, 14), 
dove ebbe luogo l'incontro con Rebecca (Cf. 
Hummelauer, Hetzenauer, h. 1.). Come suole av- 
venire nei paesi caldi, Isaceo sul far della sera 
era uscito alla campagna per meditare le cose 
divine del cielo. L'ebraico suah, tradotto medi- 
tare, ha ricevuto le più diverse interpretazioni, 
ma quella adottata è la migliore (Cf. Hetzenauer, 
h. 1.). Alcuni però (Hummelauer, Holzinger, ecc.) 
preferiscono il senso di l.imentarsi. Le due inter- 
pretazioni non si escludono. Isacco piangeva nella 
tenda la morte di Sara, ma sul far della sera 
usciva alla campagna a lamentarsi e a pregare 
(Cf. v. 67). 

64-65. Scese, ebr. si gettò giù, espressione che 
indica maggiormente la rapidità, con cui Rebecca 
scese a terra per salutare, come sogliono fare le 
donne in Oriente (I Re, XXV, 23; IV Re, V, 21), 
quel personaggio, che le veniva incontro, e che 
tutto indicava essere meritevole di ogni conside- 
razione. Avendo poi udito da Eliezer che egli era 
il suo futuro sposo, prese subito quel gran velo 
specie di mantello, in cui le donne orientali 
sogliono avvilupparsi, e si coprì, perchè era uso, 
come lo è ancora oggidì presso gli Arabi, che la 
fidanzata si presentasse velata al suo futuro sposo. 

66-67. L'amore che ebbe, ecc. Sara era morta 
da tre anni, e il fatto che Isacco la pianse per 



tanto tempo, mostra quanto tenero e grande fosse 
l'affetto che nutriva per essa. 



CAPO XXV. 

1. Ultimi avvenimenti della vita di Abramo 
(1-11). Matrimonio con Cetura (1-6). Sposò un'al- 
tra moglie. Il contesto lascia comprendere che ciò 
avvenne dopo la morte di Sara e il matrimonio 
di Isacco. Abramo aveva allora 140 anni (XXI. 5 
e XXV, 20), e poiché visse ancora 35 anni I 
7), ed aveva già generato Isacco per un vigore 
datogli miracolosamente da Dio (Rom. IV, 19), 
non deve sorprendere che a tale età abbia ancora 
potuto con un aiuto speciale di Dio avere dei 
figli. Per mezzo di questo nuovo matrimonio il 
santo patriarca non cercò che la propagazione 
del regno di Dio nel mondo. 

2-4. Nome dei figli nati da Cetura e dei loro 
principali diseendenti (Cf. I Parai. I, 32 e ss.). 
Tutti abitarono nell'Arabia, ma per la più parte 
non è possibile indicare il luogo preciso. Di 
Zamran, Iecsan, lesboc, e Sue, non sappiamo 
nulla. Madan può forse identificarsi con Mediana, 
sulla riva orientale del golfo Eleanitico. Madian, 
diede origine ai Madianiti, i quali abitarono nella 
penisola Sinaitica (Esod. II, 15; III, 1, ecc.1. Di 
essi si fa spesso menzione (Gen. XXXVII, 28; 
Num. XXII, 4, 7; XXV, 6 e ss. ; XXXI, 1 e ss.); 
Giud. VI, 1 e ss., ecc.). Sue. Baldad, uno degli 



154 



Genesi, XXV, 5-13 



ortus est Epha, et Opher, et Henoch, et 
Abida, et Eldaa : omnes hi filii Cetùrae. 

s Deditque Abraham cuncta quae posse- 
derai Isaac : c Filiis autem concubinàrum 
largitus est mùnera, et separàvit eos ab 
Isaac filio suo, dum adhuc ipse viveret, 
ad plagam orientàlem. 

'Fuérunt autem dies vitae Abrahae, cen- 
tum septuaginta quinque anni. 8 Et deficiens 
mórtuus est in senectùte bona, provectaéque 
aetàtis, et plenus diérum : congregatùsque 
est ad pópulum suum. 9 Et sepeliérunt eum 
Isaac et Ismael filii sui in spelùnca dùplici, 
quae sita est in agro Ephron filii Seor 
Hethaéi, e regióne Mambre, 10 Quem émerat 
a filiis Heth : ibi sepùltus est ipse, et Sara 
uxor ejus. n Et post óbitum iLlius benedixit 
Deus Isaac filio ejus, qui habitàbat juxta pù- 
teum nomine Vivéntis et Vidéntis. 



12 Hae sunt generatiónes Ismael filii A- 
brahae, quem péperit ei Agar iEgyptia, fa- 
mula Sarae : 13 Et haec nomina filiórum 
ejus in vocàbulis et generatiónibus suis. 



e Opher, ed Henoch, e Abida, ed Eldaa : 
tutti questi furono figliuoli di Cetura. 

5 E Abrahamo diede ad Isacco tutto quello 
che possedeva : 6 e ai figliuoli delle concu- 
bine diede doni, e mentre era tuttora in 
vita li separò da Isacco suo figliuolo, man- 
dandoli verso l'oriente. 

7 Ora i giorni della vita d 'Abrahamo furono 
cento settantacinque anni. 8 E venne meno 
e morì in buona vecchiezza, e in età avan- 
zata, e pieno di giorni : e andò a unirsi al 
6U0 popolo. 9 E Isacco, e Ismaele, suoi fi- 
gliuoli, lo seppellirono nella doppia spe- 
lonca situata nel campo di Ephron, figliuolo 
di Seor Heteo, dirimpetto a Mambre, 10 il 
qual campo Abrahamo aveva comprato da' 
figli di Heth : ivi fu sepolto egli e Sara 
sua moglie. 11 E dopo la sua morte Dio be- 
nedisse Isacco suo figlio, il quale abitava 
presso al pozzo detto di colui, che vive e 
che vede. 

12 Queste sono le generazioni di Ismaele, 
figlio di Abrahamo, partorito a lui da Agar 
Egiziana, schiava di Sara : 13 E questi sono 
i nomi dei figli di lui, secondo i loro nomi 






13 I Par. I, 29. 



amici di Giob. (II, 11), era di Sue. Saba e Dadan 
non vanno confusi coi loro omonimi discendenti 
di Regma (X, 7). Saba diede origine ai Sabei 
(Giob. I, 15; VI, 19). Assurim non va confuso 
cogli Assiri. Epha (Cf. Is. LX, 6). Enoch non va 
confuso cogli omonimi (IV, 17: V, 18). 

5-6. Abramo distribuisce le sue sostanze. Egli 
costituisce Isacco erede universale, e gli dà la 
terra di Chanaan (XVII, 1-8, 15-21; XXIV, 36); 
ai figliuoli poi delle concubine, ossia delle mogli 
secondarie Agar e Cetura, diede doni oro, argento, 
vesti, bestiame, schiavi, ecc., e li separò da 
Isacco, ossia comandò loro che abbandonassero 
la Palestina, e andassero verso l'Oriente, ossia 
nell'Arabia, presa nel più largo senso, in quanto 
cioè comprende anche il deserto di Siria (Cf. 
Giud. VI, 3; I Re, IV, 30, ecc.), dove già prima 
era stato mandato Ismaele (XXI, 14 e ss.). Così 
facendo Abramo provvedeva affinchè Isacco e la 
discendenza eletta vivessero isolati, e corressero 
meno pericolo di cadere nell'idolatria e di conta- 
minarsi coi vizi, nei quali erano per cadere gli 
altri figli. Da questi versetti apparisce chiaro che 
Abramo, benché avesse scacciato Agar e Ismaele, 
tuttavia non si dimenticò di loro, ma continuò 
ad averne cura. 

7-8. Morte e sepoltura di Abramo (7-11). E?li 
morì a 175 anni, quando Isacco aveva 75 anni, 
ed Esaù e Giacobbe ne avevano 15 (XXI, 15; 
XXV, 26). Venne meno, ebr. spirò. L'autore ispi- 
rato insiste nel far notare la tarda età di Abramo 
e il vigore delle forze conservato. Pieno di giorni, 
ebr. sazio di vivere. Abramo quindi non desiderò 
di vivere più a lungo, ma accettò volentieri la 
morte. Andò unirsi al suo popolo. Questa ed altre 
espressioni analoghe (XV, 15; Deut. XXXI, 16; 



Giud. II, 10, ecc.) non significano la morte, né 
l'essere sepolto nel sepolcro dei maggiori (l'una 
e l'altra cosa sono narrate a parte (XXV, 8, 
17, ecc.; XV, 15; XXV, 9, ecc.), ma bensì l'an- 
data dell'anima al Limbo dei giusti (Ved. n. XV, 
15; Giud. II, 10). Esse contengono inoltre una 
prova della costante tradizione sull'immortalità 
dell'anima. 

9-10. Ismaele si unì ad Isacco per rendere gli 
ultimi doveri ad Abramo. Secondo gli usi del 
tempo egli doveva essere riguardato come figlio 
di Sara (XVI, 2; XXX, 3, 9), e per questo motivo 
superava assai i figli di Cetura, e benché escluso 
dalla benedizione dell'alleanza, aveva però rice- 
vuto una benedizione speciale (XVII, 20), e tutto 
fa supporre che egli non avesse rotto le relazioni 
col suo padre. Nella spelonca (ebr. di Macpelah) 
doppia, ecc. (Ved. n. XXI, 9 e ss.). 

11. Benedisse Isacco, ecc., venendo così a di- 
mostrare che egli era il vero successore di Abramo, 
e l'erede delle promesse. Vicino al pozzo, ecc. 
(Ved. XVI, 14). 

12. Nella seconda sezione (XXV, 12-18) della 
seconda parte della Genesi (Cf. XI, 27) si con- 
tiene la storia delle generazioni di Ismaele. Così 
l'autore sacro prima di eliminare Ismaele dalla 
storia sacra, ci fa ancora conoscere brevemente 
i suoi discendenti, e la sua morte. Queste sono 
le generazioni, ecc. (Ved. n. II, 4 e XVI, 1 e ss.). 

13-16. Dei figli di lui, cioè di Ismaele, come 
si legge nell'ebraico e nel greco. Il versetto va 
probabilmente restituito nel modo seguente : E 
questi sono i figli di Ismaele, secondo i loro nomi 
e le loro generazioni (Cf. X, 1, 2, 6, 22), ossia 
le tribù, che da essi ebbero origine (Cf. Hetze- 



Genesi, XXV, 14-22 



155 



Primogénitus Ismaélis Nabàjoth, deinde Ce- 
dar, et Adbeel, et Mabsam, 14 Masma quo- 
que, et Duma, et Massa, 15 Hadar, et Thema, 
et Jethur, et Naphis, et Cedma. 16 Isti sunt 
filii Ismaélis : et haec nòmina per castella 
et óppida eórum, duódecim principes tri- 
buum suàrum. 17 Et facti sunt anni vitae 
Ismaélis centum triginta septem, deflciéns- 
que mórtuus est, et appósitus ad pópulum 
suum. 18 Habitàvit autem ab Hevila usque 
Sur, quae réspicit ^Egyptum introeùntibus 
Assyrios ; coram cunctis fràtribus suis 
óbiit. 



19 Hae quoque sunt generatiónes Isaac filii 
Abraham : Abraham génuit Isaac : 20 Qui 
cum quadraginta esset annórum, duxit uxó- 
rem Rebéccam filiam Bathuélis Syri de 
Mesopotàmia, sorórem Laban. 21 Depreca- 
tùsque est Isaac Dóminum prò uxóre sua, 
eo quod esset stérilis : qui exaudivit eum, 
et dedit concéptum Rebéccae. 

22 Sed collidebàntur in ùtero ejus pàr- 
vuli : quae ait : Si sic mini futùrum erat, 
quid necésse fuit concipere? Perrexitque 



nelle loro generazioni. Il primogenito di 
Ismaele fu Nabàjoth, di poi Cedar, e Ad- 
beel, e Mabsam, 14 e Masma, e Duma, e 
Massa, ló Hadar, e Thema, e Jethur, e Na- 
phis, e Cedma. 18 Questi sono i figli d'I- 
smaele : e questi i loro nomi secondo i loro 
villaggi e i loro accampamenti, essi furono 
dodici prineipi delle loro tribù. 17 E gli anni 
della vita d'Ismaele furono cento trentasette, 
e venne meno e morì, e andò ad unirsi col 
suo popolo. 18 Ora egli abitò da Hevila sino 
a Sur, che guarda l'Egitto andando verso 
l'Assiria. Egli morì presenti tutti i suoi fra- 
telli. 

19 E queste sono le generazioni di Isacco 
figlio di Abrahamo : Abrahamo generò Isac- 
co : 20 il quale, essendo in età di quaranta 
anni sposò Rebecca figlia di Bathuel Siro 
della Mesopotàmia, sorella di Laban. 21 E 
Isacco fece preghiere al Signore per la sua 
moglie, perocché ella era sterile : ed egli lo 
esaudì, e fece che Re becca concepisse. 

22 Ma i bambini si urtavano nel seno di 
lei ; ed ella disse : se doveva accadermi 
questo, qual bisogno v'era ch'io concepissi? 



nauer, h. 1.). I varii nomi indicano infatti non solo 
persone, ma anche le tribù o i popoli, da esse 
originate. Nabaioth (Gen. XXXVI, 3; Is. LX, 7) 
e Cedar (Cant. I, 4; Is. XXI, 16) sono ricordati 
nei testi cuneiformi (Nabuitai e Cadru), e vanno 
probabilmente identificati coi Nabatei dell'Arabia 
Petrea e coi Cedrei, i quali si stesero tra l'Arabia 
Retrea e Babilonia. Adbeel (cuneif. Idibi' o Idiba'). 
Mabsam e Masma sono ricordati anche I Parai. 
IV, 25. Duma. Non sappiamo nulla (Cf. Is. XXI, 
11). Hadar, ebr. Hadad (Cf. I Par. I, 30). Thema 
(Is. XXI, 14; Ger. XXV, 23; Giob. VI, 19). 
lèthur, da cui vennero gli Iturei, i quali sono ri- 
cordati assieme a Napliis nel I Par. V, 19 e ss., 
e abitavano il Libano e l'Antilibano a mezzo- 
giorno di Damasco (Cf. Hummelauer, h.l.). Cedma. 
Non sappiamo 'nulla. I figli di Ismaele a fissa 
dimora abitarono nei villaggi, ossia nelle città 
difese da una muraglia, quelli invece che vissero 
nomadi non ebbero che accampamenti, o meglio, 
gruppi di tende mobili (Cf. Hoberg, h. 1.). Do- 
dici prìncipi (Cf. XVII, 20). 

17-18. Morte d'Ismaele, e limiti del territorio 
occupato dai suoi discendenti. Andò a unirsi, ecc. 
(Ved. n. 8). Abitò, ebr. abitarono gli Ismaeliti. 
Da Hevila, ebr. Havila (Ved. X, 29), sino a Sur 
(Cf. XVI, 7), ossia tutta l'Arabia settentrionale e 
il deserto di Siria. Assiria (Ved. X, 19). Morì 
presenti tutti i suoi fratelli. Il verbo ebraico nafal 
tradotto morì, qui significa piuttosto pose i suoi 
accampamenti (Cf. Giud. VII, 12). Si ha perciò 
questo senso : Egli pose i suoi accampamenti (i 
LKX tradussero abitò) dirimpetto a tutti i suoi 
fratelli. Ismaele infatti abitò nell'Arabia e si trovò 
vicino agli altri figli di Abramo, come l'Angelo 
aveva predetto ad Agar (XVI, 12. Ved. n. ivi). 
Della morte di Ismaele si è parlato nel ver- 



setto 17, mentre invece nel versetto 18 si descrive 
il paese da lui occupato. 

19. La terza sezione (XXV, 19-XXXV, 29) della 
seconda parte della Genesi ha per titolo : Le 
generazioni di Isacco (II, 4), e tratta di ciò che 
avvenne nella famiglia di Isacco fino al viaggio di 
Giacobbe nella Siria (XXV, 19-XXV1II, 10), poi 
descrive questo viaggio (XXVIII, 10-XXXIII, 17), 
e infine ci fa conoscere quello che seguì a tale 
viaggio (XXXIII, 18-XXXV, 29). Si comincia colla 
nascita di Esaù e di Giacobbe (XXV, 19-26). 

20. Nei versetti 19-20 si riassume quanto è 
stato detto negli ultimi capitoli. Mesopotàmia, 
ebr. Paddan-'Aram (= pianura di Aram). Questo 
nome indica più specialmente la parte setten- 
trionale della Mesopotàmia, vicino alla città di 
Haran (XXIV, 10). 

21. Era sterile (Cf. vv. 20 e 26). La sterilità 
di Rebecca, come quella di Sara, di Rachele, ecc., 
era ordinata a dimostrare che quel seme bene- 
detto, cioè Gesù Cristo, che da esse doveva 
discendere, sarebbe dato al mondo non per cause 
naturali, ma per un dono gratuito e un miracolo 
della bontà di Dio, mediante le preghiere dei 
giusti (Cf. Alapide, h. 1.). Dio voleva poi pro- 
vare la fede di Isacco, come aveva provato quella 
di Abramo. 

22. Si urtavano per divina disposizione, pre- 
ludendo così alle future lotte, che sarebbero scop- 
piate tra essi. Se doveva accadermi, ecc. Rebecca 
vuol dire : se questi bambini già fin d'ora non 
possono stare in pace, che cosa avverrà in se- 
guito? A consultare il Signore, ossia andò a 
qualche altare e pregò il Signore di farle cono- 
scere la sorte dei due bambini, che già comin- 
ciavano a combattersi tra loro (23). 



\16 



Genesi, XXV, 23-30 



ut consùleret Dóminum. "Qui respóndens 
ait : Duae gentes sunt in utero tuo, et duo 
pópuli ex ventre tuo dividéntur, populusque 
pópulum superàbit, et major sérviet mi- 
nóri. : 'Jam tempus pariéndi advénerat, et 
ecce gèmini in ùtero ejus repèrti sunt. 
25 Qui prior egréssus est, rufus erat, et 
totus in morem pellis hispidus : vocatùmque 
est nomen ejus Esaù. Prótinus alter egré- 
diens, plantam fratris tenébat manu : et 
idcirco appellàvit eum Jacob. 26 Sexagenà- 
rius erat Isaac quando nati sunt ei pàrvuli. 



2T Quibus adùltis, factus est Esaù vir gna- 
rus venàndi, et homo agricola : Jacob autem 
vir simplex habitàbat in tabernàculis. 2I I- 
saac amàbat Esaù, eo quod de venatióni- 
bus illius vescerétur : et Rebécca diligébat 
Jacob. 

29 Coxit autem Jacob pulméntum : ad 
quem cum venisset Esaù de agro lassus, 
30 Ait : Da mihi de coctióne hac rufa, quia 



E se n'andò a consultare il Signore. 2J I1 
quale rispose, e disse : Due nazioni sono 
nel tuo seno, e due popoli all'uscir dal tuo 
seno si separeranno, e l'un popolo supe- 
rerà l'altro, e il maggiore servirà al minore. 
"Allorché venne il tempo di partorire, 
ecco che nell'utero di lei si trovarono due 
gemelli. ^'Quello che venne fuori per il 
primo, era rosso, e tutto peloso, come una 
pelliccia : e gli fu posto nome Esaù. L'altro, 
che uscì immediatamente, teneva colla 
mano il piede del fratello : e per questo 
essa lo ehiamò Giacobbe. "Isacco era di 
sessanta anni quando gli nacquero questi 
bambini. 

27 Quando furono adulti, Esaù divenne 
buon cacciatore, e uomo di campagna : Gia- 
cobbe invece fu uomo semplice, e abitava 
nelle tende. 28 Isacco amava Esaù, perchè si 
cibava della caccia di lui : e Rebeeca amava 
Giacobbe. 

29 0ra Giacobbe aveva fatto cuocere una 
minestra, quando giunse Esaù affaticato dalla 
campagna, 30 e gli disse : dammi di questa 



23 Rom. IX, 10. 25 Os. XII, 3; Matth. I, 2. so Abd. 1; Hebr. XII, 16. 



23. Rispose, non sappiamo in quale modo, se 
cioè per mezzo di un Angelo, o di un sogno, ecc. 
La risposta è data in linguaggio poetico e ritmico. 
Nel primo verso — Due nazioni sono nel tuo 
seno — si annunzia che Rebecca porta nel seno 
i padri di due popoli, gli Israeliti e gli Edomiti 
(XXV, 25 e ss.). Nel secondo verso — due popoli, 
all'uscir dal tuo seno si separeranno — si predice 
che Esaù e Giacobbe fin dalla loro nascita sa- 
ranno opposti tra loro, e che tale opposizione si 
estenderà ancora ai loro discendenti (Amos, I, 11). 
Nel terzo verso — l'un popolo supererà l'altro — 
6i afferma che uno dei due popoli (l'Ebreo) sarà 
più forte dell'altro. Gli Edomiti furono fatti tri- 
butarli da Davide (II Re, Vili, 13 e ss.) e poi 
soggiogati da Iosaphat (II Par. XX, 22 e ss.), 
ma si ribellarono continuamente, finché ai tempi 
di Giovanni Hircano furono costretti ad accet- 
tare la legge e la circoncisione (Gius. FI., Ant. G., 
XIII, 9; Csuer Giud., I, 2). Nel quarto verso — 
i7 maggiore servirà al minore — si preannunzia 
che Giacobbe, benché secondogenito, otterrà il 
diritto di primogenitura, e che gli Israeliti a dif- 
ferenza degli Edomiti, saranno gli eredi delle 
divine promesse, e avranno il dominio della terra 
di Chanaan. La profezia ha ancora un altro senso. 
Il figliuolo maggiore riprovato rappresenta il po- 
polo Ebreo, che rinnegò Gesù Cristo; il figlio 
minore eletto rappresenta il popolo cristiano. Essa 
si adempie pure negli eletti, figurati In Giacobbe, 
e nei reprobi figurati in Esaù (Cf. Rom. IX, 10-13; 
Malach. I, 2, 3). 

24-26. Nascita di Esaù e Giacobbe. Era 
rosso. L'ebraico 'admdni allude al nome di Edom 
dato a Esaù (v. 30). Come una pelliccia, o meglio 
secondo l'ebraico, come un mantello peloso. 
L'ebraico se'ar allude ni monti di Seir, che più 
tardi furono abitati dagli Edomiti o Idumei (XXXII, 



3; XXXIII, 14, 16, ecc.). Tutto peloso. Tale fenc 
meno viene chiamato dai nudici hipertricosi. 
Esaù, che significa appunto irsuto, o peloso (Cf 
XXVII, 11). L'altro che uscì, ecc., ebr. dopo use 
il suo fratello, il quaie con la mano teneva il cai 
cagno di Esaù, come se cercasse di contendergli 
il diritto di primogenitura. Ciò avvenne certamente 
per divina disposizione. Giacobbe, ebr. ya'aqob 
dal verbo 'aqab che significa tenere il cakagno, 
e quindi soppiantare (Cf. XXVII, 36; Gerem. IX, 
4; Os. XII, 3). 

27-28. Indole diversa dei due fratelli. Esaù 
divenne buon cacciatore, segno di un carattere 
ardente e impetuoso. Uomo di campagna, che cioè 
amava battere la campagna, dove si poteva tro- 
vare selvaggina. Tale è il senso dell'ebraico tra- 
dotto agricola dalla Volgata. Giacobbe invece 
era uomo semplice, cioè di carattere mite, e alla 
vita agitata della caccia preferiva la vita di fa- 
miglia passata sotto le tende, come i pastori. 
Isacco amava di preferenza Esaù, perchè si cibava 
(ebr. era di suo gusto la selvaggina) della cac- 
cia, ecc. Il motivo di tale predilezione era ben 
poca cosa. — Rebecca amava di preferenza Gia- 
cobbe, sia perchè d'indole più mite e casalinga, 
e sia per quello che di lui Dio le aveva detto (23). 

29-30. Esaù vende il diritto di primogenitura 
(29-34). Una minestra di lenticchie (v.34). Affati- 
cato, come sogliono essere i cacciatori. Dammi di 
questa cosa rossa, ebr. dammi a mangiare, ti 
prego, di questa cosa rossy. Da ciò si vede quanto 
appetito dovesse avere Esaù. Vedendo la minestra 
fumante, la chiede con ansietà, chiamandola sem- 
plicemente questa cosa rossa, dal colore che essa 
aveva. Per questa cagione, ossia perchè chiamò 
cosa rossa quel cibo, pel quale vendette la pri- 
mogenitura, Esaù ebbe il nome di Edom, che 



Genesi. XXV. 31 — XX' : 



: : 7 



io lassus sum. Quam ob causam vo- 
catura est nomen ejus Edom. 31 Cui dixit 
Jacob : Vende mihi primogènita tua. 32 Ille 
respóndit : En mórior, quid mihi próde- 
runt primogènita? 33 Ait Jacob : Jura ergo 
mihi. Juràvit ei Esaù, et véndidit primo- 
gènita. 34 Et sic accépto pane et lentis 
edùlio, comédit, et bibit, et àbiit ; parvi- 
péndens quod primogènita vendidisset. 



cosa rossa, che hai cotta, perchè sono molto 
stanco. Per questa cagione gli fu dato il 
nome di Edom. 31 Giacobbe gli rispose : 
Vendimi la tua progenitura. 32 Egli replicò : 
Ecco che io muoio, che mi gioverà la pri- 
mogenitura? "Giacobbe disse: Giuramelo 
adunque. Esaù glielo giurò, e vendette la 
primogenitura. 34 Così avendo preso il pane 
e la minestra di lenticchie, mangiò, e be- 
vette, e se n'andò; poco curando di aver 
venduto la primogenitura. 



CAPO XXVI. 

Isacco in Gerara. — Dio protegge in modo speciale Rebecca, i-n. — Ricchezza di 
Isacco e gelosia dei Filistei, 12-22. — Dio benedice Isacco, 23-25. — Alleanza 
tra Isacco e Abimelech, 26-32. — Escavazione di un pozzo, e matrimonio di 
Esaù, 33-35- 



J Orta autem fame super terram. post 
eam sterilitàtem quae acciderat in diébus 
Abraham, àbiit Isaac ad Abimelech regem 
Palaestinórum in Gerirà. 2 Apparuitque ei 
Dóminus, et ait : Ne descéndas in ;£gy- 



*Ma essendo venuta la fame in quel 
paese dopo la sterilità avvenuta nei giorni 
d'Abrahamo, Isacco se ne andò da Abime- 
lech re de'Palestini in Gerara. 2 E il Si- 
gnore gli apparve, e disse : Non andare in 



-.ca rosso. Egli fu chiamato con tal nome 
anche per il motivo indicato al versetto 25. 

31-33. Giacobbe sa approfittare dell'occasione 
il fratello. Probabilmente egli 
conosceva già quanto il Signore aveva rivelato a 
Rebecca, e d'altra parte non è da supporre che 
nella casa di Isacco non vi fosse nulla da man- 
giare. Se adunque Esaù stimò tanto poco la pri- 
mogenitura da venderla a sì vii prezzo, Giacobbe 
era nel suo pieno diritto di comperarla (Cf. Ala- 
fa. 1.). La primogen.iiu.ra importava con sé 
parecchi diritti. Cosi per esempio il primogenito 
aveva una specie di principato su tutti gli altri 
fratelli, e su tutta la famiglia (XXVII, 29; XXXII, 
1 e ss. ; XXXIII, 1 "e ;veva dal padre 

morente una speciale benedizione (XXVII, 4), che 
nel caso era la benedizione promessa da Dio alia 
posterità di Àbramo. Il primogenito inoltre era 
dopo il diluvio il sacerdo'e della farri.: 
Ili, 12), e al tempo delia legge riceveva alla 
morte del padre, il doppio di quel che ricevevano 
gli altri fratelli (Deut. XXI, 17) Eceo che io 
muoio. Non vuol già dire : ecco che io muoio 
di fame se non compro a sì caro prezzo il tuo 
cibo, ma piuttosto ecco che come cacciatore io 
mi trovo ogni giorno esposto a pericolo di n 
oppure io morirò presto, che mi gioverà li primo- 
genitura ? Egli preferisce quindi la soddisfazione 
presente della sua gola, ai privilegi futuri della 
primogenitura. Con ragione perciò S. Paolo (Ebr. 
XII, 16) lo chiamò profano, perchè a sì vii prezzo 
vendette la primogenitura e la benedizione mes- 
sianica, che vi era annessa. Giuramelo. Giacobbe 
piglia tutte le precauzioni per rendere irrevocabile 
la cessione. 

34. Così. Esaù, dopo venduta la primogenitura, 
ricevette da Giacobbe il pane e la minestra di 
lentisahie, e mangiò e bevette. e poi come se 



nulla di straordinario fosse accaduto, se ne andò. 
Col suo modo di agire mostra che non faceva gran 
caso della primogenitura. Più tardi pensò poi 
arr.er.re (XXVII, 36). Ad Esaù sono simili 
tutti i peccatori, che per un vile piacere presente 
rinunziano a Dio e all'eterna felicità (Cf. Alap.). 



CAPO XXVI. 

I. Peregrinazioni di Isacco a Gerara (1-35). 
Dio gli rinnova le promesse fatte ad Abramo 
(1-6). Venuta la fame (Ved. n. XII, IO) in quel 
paese, cioè nella terra di Chanaan, dove Isacco 
era ritornato dopo aver dimorato a Hai-Ro'i (Ved. 
n. XXIV. 62; XXV, 11). Dopo la sterilità, e;:. 
Nell'ebraico : oltre alla prima fame avvenuta nei 
giorni di Abramo (Ved. XII, 10 e ss.). Abimelech. 
Secondo gli uni (Alar , Perer, Hoberg. Cr; 
si tratterebbe del figlio o successore di quell'Abi- 
melech. che fece alleanza con Àbramo 'XX. 1 
e ss.). Altri (Hummelauer, Hetzenauer. 
sano invece che si tratti della stessa persona, o 
perchè ritengono con Sant'Agostino che le cose 
narrate in questo capo siano avvenute prima di 
quelle narrate sul fine del capo XXV, o perchè 
suppongono che Abimelech e Phicol fossero gio- 
vanissimi, quando fecero alleanza con Abramo, 
così che, poterono fare poi una nuova alleanza 
con Isacco circa 80 anni dopo. La questione non 
può essere decisa per mancanza di dati suffi- 
cienti. Palesiini, o Filistei, che si stendevano prin- 
cipalmente sulle coste del .Mediterraneo. Gerara 
X, 19). Andando a Gerara, Isacco aveva 
intenzione di recarsi poi nell'Egitto, come aveva 
fatto Abramo (XII, 10 e ss.). 

. ; . Apparve. £ la prima apparizione del Si- 
gnore ad Isacco narrata nella Sacra Scrittura. 
L'Egitto veniva chiamato il granaio d'Oriente, 



158 



Genesi, XXVI, 3-12 



ptum, sed quiésce in terra, quam dixero 
tibi. 3 Et peregrinare in ea, eróque tecum, 
et benedicam tibi : tibi enim et semini tuo 
dabo univérsas regiónes has, complens ju- 
raméntum quod spopóndi Abraham patri tuo. 
"Et multiplicàbo semen tuum sicut stellas 
caeli : dabóque pósteris tuis univérsas re- 
giónes has : et BENEDICÉNTUR in sé- 
mine tuo omnes gentes terrae, s Eo quod 
obedierit Abraham voci meae, et custodierit 
praecépta et mandata mea, et caeremónias 
legésque servàverit. 6 Mansit itaque Isaac in 
Geràris. 

T Qui cum interrogarétur a viris loci il- 
lius super uxóre sua, respóndit : Soror mea 
est. Timùerat enim confitéri quod sibi esset 
sodata conjùgio, réputans ne forte inter- 
ficerent eum propter illius pulchritùdinem. 
s Cumque pertransis-sent dies plùrimi, et ibi- 
dem morarétur, prospiciens Abimelech rex 
Palaestinórum per fenéstram, vidit eum 
jocàntem cum Rebécca uxóre sua. 9 Et ac- 
cersito eo, ait : Perspicuum est quod uxor 
tua sit : cur mentitus es eam sorórem tuam 
esse? Respóndit: Timui ne mórerer pro- 
pter eam. "Dixitque Abimelech : Quare 
imposuisti nobis? Pótuit coire quispiam de 
pópulo cum uxóre tua, et indùxeras super 
nos grande peccàtum. Praecepitque omni 
pópulo. dicens : "Qui tetigerit hóminis 
hujus uxórem, morte moriétur. 



12 Sevit autem Isaac in terra illa, et in- 
vénit in ipso anno céntuplum : benedixitque 



Egitto, ma dimora nel paese, ch'io ti dirò. 
3 E restavi pellegrino, e io sarò con te, e 
ti benedirò : perocché io darò a te e al 
tuo seme tutte queste regioni, adempiendo 
il giuramento che ho fatto ad Abrahamo 
tuo padre. 4 E moltiplicherò la tua stirpe 
come le stelle del cielo : e darò ai tuoi 
discendenti tutte queste regioni : e nel tuo 
seme SARANNO BENEDETTE tutte le 
nazioni della terra, 5 perchè Abrahamo ob- 
bedì alla mia voce, e osservò i miei pre- 
cetti e i miei comandamenti, e mantenne 
le cerimonie e le leggi. 'Isacco adunque 
si fermò in Gè rara. 

7 E gli uomini del paese avendolo interro- 
gato intorno alla sua moglie, rispose : Essa 
è mia sorella : perocché ebbe paura di con- 
fessare, che con essa era unito in matri- 
monio, sospettando che forse presi dalla 
bellezza di lei non lo uccidessero. 8 E pas- 
sato un lungo tempo, e abitando egli nel 
medesimo luogo, Abimelech re dei Pale- 
stini riguardando per una finestra, lo vide 
scherzare con Rebecca sua moglie. *E fat- 
tolo venir a sé, gli disse : È fuor di dubbio, 
che essa è tua moglie : per qual motivo 
hai tu affermato, che è tua sorella? Ri- 
spose : Ebbi timore di essere ucciso a 
causa di lei. 10 E Abimelech disse : Perchè 
ci hai tu ingannati ? qualcuno avrebbe po- 
tuto fare oltraggio alla tua donna, e tu ci 
avresti tirato addosso un gran peccato. E 
fece intimare a tutto il popolo questo pre- 
cetto : u Chi toccherà la moglie di que- 
st'uomo, sarà punito di morte. 

12 Isacco poi seminò in quel paese, e in 
quell'anno trovò il centuplo : e il Signore 



'■ Sup. XII, 7. et XV, 18. 4 Sup. XII, 3 et XVIII, 18 et XXII, 18; Inf. XXVIII, 14. 



anche quando la Palestina e i paesi vicini erano 
desolati dalla fame ; si comprende quindi perchè 
Isacco volesse recarvisi. Non andare, ecc. Il 
Signore vuol provare la fede di Isacco ed ecci- 
tarlo a porre in Dio tutta la sua speranza. Restavi 
pellegrino (XII, 10). Sarò con te per guidarti e 
aiutarti. Ti benedirò (XII, 3). A te... darò, ecc. 
(XIII, 15). Il giuramento, ecc. (XXII, 15 e ss.). 
Moltiplicherò, ecc. (XV, 5 e ss. ; XVII, 2 e ss.). 
Tutte queste regioni (XV, 18). Saranno bene- 
dette, ecc. (XII, 3; XVIII, 18). Perchè Abramo, 
ecc. Per animare Isacco a obbedire. Dio gli mette 
sott'occhio l'obbedienza di Abramo (XXII, 15-18). 
Osservò... mantenne (Ved. XVIII, 19). 

6-11. Rebecca e Abimelech. Il fatto qui nar- 
rato ha una certa rassomiglianza con quello rife- 
rito al capo XX, le persone però, il tempo, e 
parecchie circostanze sono al tutto diverse, e 
quindi va rigettata la sentenza di alcuni raziona- 
listi (Dillmann, Gunkel, Holzinger, ecc.), i quali 
ritengono che le tre narrazioni (XII, 10 e ss; XX, 
1 e ss. ; XXVI, 6 e ss.) non siano che tre va- 
rianti di uno stesso fatto. È mia sorella, in senso 
largo. Rebecca infatti era cugina di Isacco (XXII, 



20), il quale, così parlando, può essere giustificato, 
come lo fu Abramo in una circostanza analoga 
(Ved. n. XII, 13). La parola sorella in ebraico può 
indicare qualsiasi prossima parente. Scherzava 
(Ci. XXI, 9) con quella famigliarità che non 
avrebbe usata con una donna, che non fosse stata 
sua moglie. Hai tu affermato. Tale è il senso 
dell'ebraico. Perchè ci hai tu ingannati ? ebraico : 
Che cosa ci hai fatto ? Isacco aveva già due figli 
di circa 40 anni, ma probabilmente egli li aveva 
frammischiati ai servi in modo che non fossero 
riconosciuti come figli di Rebecca. Abimelech, ri- 
cordandosi dell'arte usata da Abramo per nascon- 
dere la verità delle cose, si insospettì, e quindi 
spiò bene per venire in chiaro di tutto. Il 6uo 
risentimento e l'ordine severo emanato {Chi toc- 
cherà, ecc.) trovano la loro spiegazione naturale 
in quanto è narrato al capo XX, 3 e ss. Chi toc- 
cherà, ebr. Chi toccherà quest'uomo o la sua 
moglie, sarà, ecc. 

12-17. Ricchezza di Isacco e gelosia dei Fi- 
listei (12-22). Seminò, ecc. Anche Giacobbe col- 
tivava un campo (XXX, 7). Trovò il centuplo. 
Una messe così abbondante in un tempo di fame 






Genesi, XXVI, 13-25 



159 



ei Dóminus. u Et locupletati^ est homo, 
et ibat proficiens atque succréscens, donec 
magnus veheménter efféctus est : 14 Hàbuit 
quoque possessiónes óvium et armentórum, 
et familìae plùrimum. Ob hoc invidéntes 
ei Palaestini, 15 Omnes pùteos, quos fóde- 
rant servi patris illius Abraham, ilio tèm- 
pore obstruxérunt, impléntes humo : 16 In 
tantum, ut ipse Abimelech diceret ad Isaac : 
Recède a nobis, quóniam poténtior nobis 
factus es valde. 17 Et ille discédens, ut ve- 
niret ad torréntem Geràrae. habitarétque 
ibi : 

ls Rursum fodit àlios pùteos, quos fóde- 
rant servi patris sui Abraham, et quos, ilio 
mórtuo, olim obstrùxerant Philisthiim : ap- 
pellavitque eos eisdem nominibus quibus 
ante pater vocàverat. "Foderùntque in Tor- 
rènte, et reperérunt aquam vivam. 20 Sed et 
ibi jùrgium fuit pastórum Geràrae advérsus 
pastóres Isaac, dicéntium : Nostra est aqua. 
Quam ob rem nomen pùtei, ex eo quod acci- 
derat, vocàvit Calùmniam. 21 Fodérunt au- 
tem et àlium : et prò ilio quoque rixàti sunt, 
appellavitque eum, Inimicitias. 22 Proféctus 
inde fodit àlium puteum, prò quo non con- 
tendérunt : itaque vocàvit nomen ejus, La- 
titudo, dicens : Nunc dilatàvit nos Dóminus, 
et fecit créscere super terram. 



23 Ascéndit autem ex ilio loco in Bersa- 
bée, 24 Ubi appàruit ei Dóminus in ipsa 
nocte, dicens : Ego sum Deus Abraham 
patris tui ; noli timére, quia ego tecum 
sum : benedieam tibi, et multiplicàbo se- 
men tuum propter servum meum Abraham. 
25 Itaque aedificàvit ibi altare, et invocato 
nòmine Dòmini, exténdit tabernàculum : 
praecepitque servis suis ut fóderent pu- 
teum. 



lo benedisse. "Ed egli diventò ricco, e an- 
dava crescendo di bene in meglio, finché 
divenne sommamente grande : 1J e fu anche 
padrone di pecore e di armenti, e di nume- 
rosa servitù. Perciò i Palestini ne ebbero 
invidia, 15 e turarono in quel tempo tutti i 
pozzi, che i servi del suo padre Abrahamo 
avevano scavati, e li empirono di terra ; 
16 tanto che lo stesso Abimelech disse ad 
Isacco : Partiti da noi, perchè sei diventato 
molto più potente di noi. 17 Ed egli si partì 
per andare verso il torrente di Gerara, e ivi 
abitare : 

18 E vuotò di nuovo quegli altri pozzi che 
i servi del suo padre Abrahamo avevano 
scavato, e che i Filistei dopo la morte di lui 
già da tempo avevano turati, e pose loro 
gli stessi nomi che avevano già avuti dal 
padre. 10 E scavarono nel torrente e trova- 
rono dell'acqua viva. 20 Ma anche ivi i 
pastori di Gerara contesero coi pastori di 
Isacco, dicendo : L'acqua è nostra : perciò 
da quello che era avvenuto chiamò quel 
pozzo Calunnia. 21 Poi scavarono ancora un 
altro pozzo : e anche per quello vi ebbe 
rissa, e lo chiamò Inimicizia. 22 E partitosi 
di là scavò un altro pozzo, per il quale non 
vi fu contrasto : e perciò lo chiamò Lar- 
ghezza, dicendo : Adesso il Signore ci ha 
messi al largo, e ci ha fatti crescere sopra 
la terra. 

23 E da quel luogo salì a Bersabee, 24 dove 
il Signore gli apparve la stessa notte, di- 
cendo : Io sono il Dio di Abrahamo tuo 
padre : non temere, perocché io sono con 
te : ti benedirò, e moltiplicherò la tua 
stirpe per amore di Abrahamo mio servo. 
25 Egli adunque edificò in quel luogo un 
altare, e invocato il nome del Signore, tese 
la sua tenda : e ordinò ai suoi servi che 
scavassero un pozzo. 



fu l'effetto di una speciale benedizione di Dio, 
come indica il testo (lo benedisse). — Fu anche 
padrone, ecc. (Cf. XX, 14). I Filistei ebbero in- 
vidia delle sue ricchezze, e per costringerlo ad 
andare via, turarono con terra tutti i pozzi, che 
i servi di Abramo avevano scavati in quella re- 
gione, il che veniva a recare gravissimo danno 
ad un uomo come Isacco, la cui ricchezza consi- 
steva principalmente nelle greggi e negli armenti. 
Di più Abimelech gli intima espressamente di 
partire dal territorio dei Filistei. Si partì dai pressi 
della città, e andò verso il torrente di Gerara, o 
meglio secondo 1' ebraico, nella valle di Gerara 
(oggi ouadi Djerar) a S. E. della città. Nel fondo 
di essa scorre un torrente, che d'estate è gene- 
ralmente asciutto, ma nel cui letto, facendo esca- 
vazioni, si rinviene dell'acqua. 

18-22. Isacco fa scavare varii pozzi. Piuttosto 
che scavare nuovi pozzi, Isacco fece vuotare quelli 
fatti scavare da Abramo, sia perchè era sicuro di 
trovar acqua, e sia per non eccitare maggiormente 
l'invidia di quei di Gerara. Pose loro gli stessi 



nomi, ecc., mosso da affetto e venerazione verso 
il padre. Acqua viva di sorgente, e non già sem- 
plice acqua dovuta a infiltrazioni. Calunnia. L'e- 
braico ' eseq tradotto dai LXX ingiustizia significa 
piuttosto rissa, o contesa. Infatti nell'ebraico e 
nel greco si aggiunge : perocché essi avevano 
conteso con lui. — Inimicizia. L'ebraico sitnah 
significa appunto inimicizia. Tale è stata tutta la 
vendetta che l'anima santa di Isacco prese dei suoi 
nemici. Partitosi di là, e quindi allontanandosi 
sempre più dal territorio di Gerara, scavò un 
altro pozzo, per il quale non ebbe più a subire 
contrasti. Larghezza, ebr. rehobóth. Questo pozzo 
era probabilmente situato nell'ouadi Ruhaibeh a 
otto ore di marcia al S. 0. di Bersabea. 

23-25. Dio rinnova la sua benedizione a Isacco 
(Cf. v. 2 e ss.). Bersabea (Ved. n. XXI, 31), dove 
Abramo vi aveva fatto lunga dimora. Sono con 
te, ecc. (Ved. vv. 3 e ss.). Abrahamo mio servo. 
Abramo è il primo, a cui nella Scrittura viene 
dato il titolo di servo di Dio, col quale si mette 
in bella luce la sua pietà verso il Signore. Dio 



160 



Genesi, XXVI, 26-35 



2G Ad quem locum cum venissent de Ge- 
ràris Abimelech, et Ochozath amicus illius, 
et Phicol dux militum, 27 Locùtus est eis 
Isaac : Quid venistis ad me, hominem quem 
odistis, et expulistis a vobis? 28 Qui respon- 
dérunt : Vidimus tecum esse Dóminum, et 
idcirco nos diximus : Sit juraméntum inter 
nos, et ineàmus foedus, 29 Ut non fàcias 
nobis quidquam mali, sicut et nos nihil tuó- 
rum attigimus, nec fécimus quod te laéderet 
sed cum pace dimisimus auctum benedi- 
ctióne Domini. 30 Fecit ergo eis oonvivium, 
et post cibum et porum 31 Surgéntes mane, 
juravérunt sibi mùtuo : dimisitque eos Isaac 
pacifìce in locum suum. 



32 Ecce autem venérunt in ipso die servi 
Isaac, annuntiàntes ei de pùteo quem fóde- 
rant, atque dicéntes : Invénimus aquam. 
33 Unde appellàvit eum, Abunddntiam : et 
nomen urbi impósitum est Bersabée, usque 
in praeséntem diem. 

34 Esau vero quadragenàrius duxit uxóres, 
Judith filiam Beéri Hethaéi, et Bàsemath 
filiam Elon ejùsdem loci : 35 Quae ambae of- 
fènderai ànimum Isaac et Rebéccae. 



2C Ora Abimelech, e Ochozath suo amico, 
e Phicol capo delle milizie, essendo ve- 
nuti da Gerara in quel luogo, 27 Isacco disse 
loro : Perchè siete venuti da me, da un 
uomo che avete odiato e scacciato da presso 
di voi ? 28 Essi risposero : Abbiamo veduto, 
che il Signore è con te, e perciò abbiamo 
detto : Siavi un giuramento tra noi, e fac- 
ciamo alleanza, 29 di modo che tu non faccia 
alcun male a noi, come noi pure abbiamo 
toccato nulla di quel che è tuo, né abbiamo 
fatto cosa in tuo danno : ma ti abbiam la- 
sciato partire in pace ricco della benedizione 
del Signore. 30 Égli adunque fece loro un 
convito, e dopo che ebbero mangiato e 
bevuto, 31 levatisi la mattina, fecero scam- 
bievole giuramento, e Isacco li lasciò an- 
dare in pace a casa loro. 

32 0ra lo stesso giorno arrivarono i servi 
d'Isacco, portandogli nuove del pozzo sca- 
vato, e dicendo : Abbiamo trovato acqua. 
33 Per la qual cosa lo chiamò Abbondanza : 
e alla città fu posto il nome di Bersabée, 
fino ad oggi. 

34 Ma Esaù in età di quarant'anni prese 
per mogli, Judith figlia di Beeri Hetheo, e 
Bàsemath figlia di Elon dello stesso paese : 
35 le quali ambedue avevano disgustato l'a- 
nimo di Isacco e di Rebecca. 



35 Inf. XXVII, 46. 



chiamandosi Dio di Àbramo, mostra l'amore che 
nutre per il santo patriarca. Edificò un altare, 
come sia aveva fatto Abramo in quegli stessi 
luoghi (XXI, 33). 

26-27. Alleanza tra Isacco e Abimelech (26- 
32). Abimelech e Phicol (Ved. n. 1). Ochozath 
suo amico, o suo consigliere intimo (II Re, XV, 
37; lì Re, IV, 5). Perchè siete venuti, ecc. Isacco 
si meraviglia di una tale visita dopo quanto era 
avvenuto, e quindi chiede loro perchè siano ve- 
nuti da lui. Avete odiato si riferisce a tutti quei 
di Gerara : avete scacciato si riferisce in modo 
speciale ad Abimelech (14-16). 

28-31. Abbiamo veduto, ecc. La risposta è 
simile a quella data ad Àbramo (XXI, 22). Benché 
i Filistei non adorassero il Dio di Isacco, tuttavia 
avevano potuto vedere che il santo patriarca go- 
deva di una speciale protezione del cielo, e quindi 
desiderano di vivere in amicizia con lui, e pro- 
pongono di stringere un'alleanza confermata da 
un solenne giuramento. Abbiamo toccato nulla... 
non abbiamo fatto. Anche qui (Cf. XXI, 26). 
Abimelech simula di non conoscere le ingiurie 
fatte a Isacco da quei di Gerara, e allude solo 
a quel che avvenne in sua presenza (fi abbiamo 
lasciato partire, ecc.). L'ebraico va tradotto : che 
tu non ci farai alcun male, come anche noi non 
ti abbiamo toccato, e non ti abbiamo fatto che del 
bene, e ti abbiamo lasciato partire in pace. Tu ora 
sei benedetto dal Signore. Isacco vedendo che 



erano venuti per fare amicizia, dimentica ancor 
egli le ingiurie ricevute, e prepara loro un convito, 
e contratta l'alleanza, li accomiata in pace. 

32-33. Dopo fatta l'alleanza i servi di Isacco 
mandati a scavare un pozzo (v. 25), vennero ad 
annunziare che avevano trovato acqua. (La lezione 
dei LXX, non abbiamo trovato acqua, va rigettata). 
Abbondanza. L'ebraico Scib'ah significa giuramento 
(Ved. n. XXI, 31). Isacco gli diede tal nome sia 
perchè ornai quel pozzo era difeso da un giura- 
mento contro la violenza dei Filistei, e sia in 
ricordo di Abramo (18; XXI, 31). Isacco chiamò 
ancora, per gli stessi motivi, quella località col 
nome di Bersabée. Nell'ebraico si legge : perciò 
la città si chiama Bersabée fino ad oggi. 

34-35. Esaù sposa due Chananee. In età di 
quarant'anni. Isacco ne aveva allora 100 (XXV, 
26). Dello stesso paese, cioè Hetheo, come si 
legge nell'ebraico. Riguardo alle due mogli di 
Esaù vedi XXXVI, 2. Intorno agli Hethei Cf. X, 
15; XXII. 2. Ambedue, ecc. Entrambe apparte- 
nevano alla razza Chananea, che per la sua ido- 
latria e i suoi vizi era stata rigettata da Dio. La 
loro cattiva condotta e le loro pratiche .idolatre 
afflissero profondamente l'animo di Isacco e di 
Rebecca. 

Anche da ciò apparisce quanto Esaù fosse in- 
degno della benedizione e delle promesse messia- 
niche (Cf. XXIV, 3 e ss.). 



Genesi, XXVII, 1-10 



161 



CAPO XXVII. 



Giacobbe ottiene di sorpresa la benedizione del padre, 1-29. 
Esaù, 30-40. — Giacobbe mandato in Mesopotamia, 41-46. 



Benedizione di 



^énuit autem Isaac, et caligavérunt óculi 
ejus, et vidére non póterat : vocavitque Esaù 
filium suum majórem, et dixit ei : Fili mi. 
Qui respóndit : Adsum. 2 Cui pater : Vides, 
inquit, quod senùerim, et ignórem diem 
mortis meae. 3 Sume arma tua, phàretram, et 
arcum, et egrédere foras : cumque venàtu 
àliquid apprehénderis, 4 Fac mihi inde pul- 
méntum, sicut velie me nosti, et after ut 
cómedam : et benedicat tibi ànima mea àn- 
tequam móriar. 



*Quod cum audisset Rebécca, et ille abiis- 
set in agrum ut jussiónem patris impléret, 
6 Dixit filio suo Jacob : Audivi patrem tuum 
loquéntem cum Esaù fratre tuo, et dicén- 
tem ei : 7 Affer mihi de venatióne tua, et 
fac cibos ut cómedam, et benedicam tibi 
coram Dòmino àntequam móriar. 8 Nunc 
ergo, fili mi, acquiésce consiliis meis : 9 Et 
pergens ad gregem, after mihi duos hoedos 
óptimos, ut fàciam ex eis escas patri tuo, 
quibus libénter véscitur : 10 Quas cum intó- 
leris, et coméderit, benedicat tibi priusquam 
moriàtur. 



x Ma Isacco era invecchiato, e la vista gli 
si era indebolita, sì che non poteva ve- 
dere : e chiamò il suo figlio maggiore Esaù, 
e gli disse : Figliuol mio ? Ed egli ri- 
spose : Eccomi. 2 E il padre gli disse : Tu 
vedi, ch'io sono invecchiato, e non so il 
giorno della mia morte. 3 Prendi le tue 
armi, il turcasso, e l'arco, e va fuori : e 
quando avrai preso qualche cosa alla caccia, 
4 fammene una pietanza come sai, che mi 
piace, e portamela, affinchè io la mangi : 
e l'anima mia ti benedica prima che io 
muoia. 

5 Rebecca udì queste parole, ed essendo 
Esaù andato alla campagna per fare il co- 
mando del padre, 6 ella disse a Giacobbe 
suo figliuolo : Ho sentito tuo padre par- 
lare con Esaù tuo fratello, e dirgli : Tor- 
tami della tua cacciagione, e fammi una 
pietanza, affinchè io la mangi, e ti bene- 
dica dinanzi al Signore prima di morire. 
s Ora dunque, figliuol mio, attienti al mio 
consiglio : 9 e va alla greggia, e portami i 
due migliori capretti, affinchè io faccia pel 
tuo padre quelle pietanze, di cui si ciba 
con piacere : 10 e quando tu gliele avrai 
portate, ed egli le avrà mangiate, ti bene- 
dica prima di morire. 



CAPO XXVII. 

1. Giacobbe ottiene per sorpresa la benedi- 
zione del padre (1-29), e così Esaù che aveva 
venduto il diritto di primogenitura, e coi suoi ma- 
trimoni! aveva contristato Isacco e Rebecca, viene 
eliminato dalla stirpe eietta erede delle promesse. 

Era invecchiato. Egli aveva allora 137 anni, e 
benché si credesse vicino a morire, tuttavia campò 
ancora per altri 43 anni (XXXV, 28). La crono- 
logia della sua vita si può stabilire con precisione. 
A 60 anni generò Esaù e Giacobbe (XXV, 26), e 
al momento in cui Esaù contrasse matrimonio 
egli contava 100 anni (XXVI, 34). La sua età al 
momento della benedizione ci vien data dai cal- 
coli seguenti : Giuseppe nacque l'anno 14 dacché 
Giacobbe serviva a Laban (XXX, 25), e contava 
30 anni quando fu fatto viceré di Egitto (XLI, 46). 
Passati sette anni di abbondanza e due di fame 
(XLI, 47 ; XLV, 6), quando Giuseppe aveva quindi 
oirca 40. anni, Giacobbe andò in Egitto. Ora Gia- 
cobbe aveva allora 130 anni (XLVII, 9). Da ciò 
si deduce che Giacobbe doveva avere 91 anno 
alla nascita di Giuseppe e 77 quando si mise a 
servizio di Laban. Siccome poi egli aveva 40 anni 



al momento del matrimonio di Esaù, si conchiude 
che egli ricevette la benedizione di Isacco 37 anni 
dopo, quando cioè Isacco aveva 137 anni. La 
vista... non poteva vedere. Egli considerava tale 
cecità come effetto della vecchiaia e sintomo di 
prossima morte. Dio aveva così disposto per i 
suoi altissimi fini relativi alla benedizione messia- 
nica, e per darci un esempio di pazienza. 

2-4. Il turcasso, o la faretra colle saette. La 
parola ebraica theli non è usata altrove, e benché 
da Onkelos e dal siriaco sia stata tradotta spada, 
i migliori ebraicisti ritengono che sia da prefe 
rirsi la traduzione faretra dei LXX, e Volgata. 
Quando avrai preso, ecc., ebr. prendimi qualche 
cacciagione, e preparami, ecc. Il giorno della be- 
nedizione era una festa solenne, e Isacco voleva 
che fosse rallegrata da un lauto convito. Ti bene- 
dica. Isacco voleva benedire Esaù, poiché la pro- 
messa divina (XXV, 23) non gli aveva tolta la 
primogenitura, e d' altra parte egli Isacco non 
aveva approvata la vendita fatta a Giacobbe (XXV, 
33). Come è chiaro si tratta di quella benedizione 
solenne che doveva costituire l'erede delle divine 
promesse. 

5-10. Udì queste parole, ebr. Rebecca stava ad 
ascoltare, mentre Isacco parlava ad Esaa. Isacco 



11 — Sacra Bibbia, voi. III. 



162 



Genesi. XXVII, 11-21 



"Cui ille respóndit : Nosti quod Esaù fra- 
ter meus homo pilósus sit, et ego lenis : 
12 Si attrectaverit me pater meus, et sénse- 
rit, timeo ne putet me sibi volufcsse illùdere, 
et indùcam super me maledictiónem prò 
benedictióne. 13 Ad quem mater : In me sit, 
ait. ista maledictio, fili mi : tantum audi 
vocem meam, et pergens after quae dixi. 



14 Abiit, et àttulit, deditque matri. Paràvit 
illa cibos, sicut velie nóverat patrem illius. 
15 Et véstibus Esaù valde bonis, quas apud 
se habébat domi, induit eum : 16 Pellicu- 
làsque hoedórum circùmdedit mànibus, et 
colli nuda protéxit. l7 Deditque pulméntum, 
et panes, quos cóxerat, tràdidit. IS Quibus 
illàtis, dixit : Pater mi. At ille respóndit : 
Audio. Quis es tu, fili mi? 19 Dixitque Ja- 
cob : Ego sum primogénitus tuus Esaù : feci 
sicut praecepisti mini : surge, sede, et có- 
mede de venatióne mea, ut benedicat mihi 
ànima tua. 



20 Rursumque Isaac ad filium suum : Quó- 
modo, inquit, tam cito invenire potuisti, fili 
mi ? Qui respóndit : Volùntas Dei fuit ut 
cito occùrreret mihi quod volébam. 21 Dixit- 
que Isaac : Accède huc, ut tangam te, fili 



"Egli le rispose : Tu sai che Esaù mio 
fratello è peloso, ed io senza peli : 12 se 
mio padre viene a tastarmi, e mi rico- 
nosce, temo che pensi che io abbia voluto 
burlarlo, e così io mi tiri addosso la male- 
dizione invece della benedizione. l3 La ma- 
dre gli disse : Figliuol mio, sia sopra di 
me questa maledizione, ascolta solamente 
la mia voce, e va, e porta quello che ho 
detto. 

14 Egli andò, e portò (i capretti) e li diede 
alla madre. Ella preparò le pietanze, come 
sapeva essere di gusto del padre di lui. 15 E 
fece indossare a Giacobbe le migliori ve- 
stimenta di Esaù, che essa teneva presso di 
sé in casa ; e gli ravvolse le mani colle pelli 
dei capretti, e ne ricoprì la parte nuda del 
collo. 17 E gli diede le pietanze e i pani, 
che ella aveva fatto cuocere. "Giacobbe, 
avendo portato ogni cosa a Isacco, gli 
disse : Padre mio? Ed egli rispose : 
Ascolto. Chi sei tu, figliuol mio? 19 E Gia- 
cobbe disse : Io sono il tuo primogenito 
Esaù : ho fatto quel che mi hai comandato : 
alzati, siedi, e mangia della mia caccia- 
gione, affinchè l'anima tua mi benedica. 

20 E Isacco disse ancora al suo figlio : 
Come, figliuol mio, hai potuto trovare così 
presto? Egli rispose : Fu volere di Dio, 
ch'io m'imbattessi subito in quello che 
bramava : 21 E Isacco disse : Appressati qua. 



aveva le sue preferenze per Esaù, mentre Re- 
becca prediligeva Giacobbe (XXV, 27-28). Dinanzi 
al Signore, cioè alla presenza di Dio e colla sua 
invocazione. Isacco credeva alla presenza di Dio. 
7 due migliori capretti. Essa voleva scegliere le 
parti più tenere per preparare il piatto desiderato. 
E da ammirarsi la prontezza e l'abilità con cui 
Rebecca sa usare a suo vantaggio di tutte le cir- 
costanze. 

11-12. Giacobbe muove una difficoltà, egli teme 
che il padre cieco, conosciuta la cosa, venga a 
credersi burlato, e scagli sopra di lui la sua male- 
dizione. 

13. Rebecca gli fa animo, offrendosi essa stessa 
di portarne tutte le conseguenze. Essa era sicura 
che il disegno escogitato sarebbe riuscito com- 
pletamente. 

14-17. Giacobbe fa quello che Rebecca gli 
aveva detto. Le migliori vestimenta, ossia le vesti- 
menta preziose, giacché si trattava di compiere un 
atto religioso. Esse appartenevano ad Esaù, e il 
loro odore, come di un campo benedetto dal Si- 
gnore (27). doveva contribuire a ingannare Isacco. 
Può essere che le vestimenta di Giacobbe aves- 
sero l'odore come di un gregge. 

Una tradizione giudaica dice che si trattava 
delle vesti sacerdotali, custodite di padre in figlio 
nella tenda dei patriarchi, le quali venivano usate 
dai primogeniti, qusndo come capi della famiglia 
compivano le funzioni di sacerdoti e offrivano 
sacrifizi. Non sappiamo però che valore abbia 
tale tradizione. Colle pelli dei capretti. Si tratta 



probabilmente delle capre nere d'Oriente, i cui 
peli neri e vellutati hanno grande rassomiglianza 
coi capelli umani. I Romini se ne servivano per 
dissimulare la calvizie (Martiale, XII, 46). 

18-24. Ascolto, ebr. eccomi. — Sono il tuo 
primogenito, ecc. « Ecco in poche parole quello 
che può servire a giudicare di questo fatto. In 
primo luogo. L? menzogna è sempre illecita, ed 
è sempre di natura sua peccato, come egregia 
mente dimostra Sant'Agostino. In secondo luogo. 
Giacobbe mentì e colle parole e coi fatti ; perchè 
e colle parole e coi fatti procurò e ottenne di farsi 
credere Esaù. In terzo luogo. La ragione del mi- 
stero riconosciuto da tutta la Chiesa in questo 
avvenimento non scusa la bugia di Giacobbe ; im- 
perocché, quantunque Dio e lo Spirito Santo 
siasi servito dell'inganno fatto al Patriarca per 
adombrare e predire un grandissimo arcano, l'in- 
ganno e la falsità di Giacobbe non cangiano perciò 
di natura, come da tanti altri fatti apparisce, ne' 
quali ir mistero per essi significato non toglie la 
colpa; così l'incesto di Thamar, ecc. In quarto 
luogo. Posto però che Giacobbe, uomo semplice 
e schietto, non fa altro che obbedire alla madre, 
persuaso che secondo il volere di Dio i diritti di 
primogenito a lui appartengono e che sopra di 
questi aveva egli acquistata nuova ragione colla 
rinunzia e la vendita fattane a lui dal fratello; 
mi sembra perciò potersi dire non solamente che 
l'inganno usato da Giacobbe, non essendo né 
dannoso r.è ingiurioso ad alcuno, potè essere colpa 
meramente leggera ; ma ancora, che poste le cir- 
costanze già dette, potè ed egli e Rebecca creder 



Genesi, XXVII, 22-31 



163 



mi, et probem utrum tu sìs filius meus 
Esaù, an non. "Accèssit ille ad patrem, 
et palpato eo, dixit Isaac : Vox quidem, vox 
Jacob est : sed manus, manus sunt Esaù. 



23 Et non cognóvit eum, quia pilósae ma- 
nus similitùdinem majóris exprésserant. Be- 
nedicens ergo illi, 24 Ait : Tu es filius meus 
Esaù? Respóndit, Ego sum. 25 At ille : Affer 
mini, inquit, cibos de venatióne tua, fili 
mi, ut benedicat tibi ànima mea. Quos cum 
oblàtos comedisset, óbtulit ei étiam vinum : 
quo hausto, "Dixit ad eum : Accède ad me, 
et da mihi ósculum, fili mi. 



"Accèssit, et osculàtus est eum. Statim- 
que ut sensit vestimentórum illius fragràn- 
tiam, benedicens illi, ait : Ecce odor filii 
mei sicut odor agri pieni, cui benedixit Dó- 
minus. 28 Det tibi Deus de rore caeli, et de 
pinguèdine terrae, abundàntiam fruménti et 
vini. 29 Et sérviant tibi pópuli, et adórent te 
tribus : esto dóminus fratrum tuórum, et 
incurvéntur ante te filii matris tuae : qui 
maledixerit tibi, sit ille maledictus ; et qui 
benedixerit tibi, benedictiónibus repleàtur. 



3C Vix Isaac sermónem impléverat : et 
egrèsso Jacob foras, venit Esaù, 31 Coctósque 
de venatióne cibos intulit patri, dicens : 



figliuol mio, acciocché io ti tocchi, e rico- 
nosca, se tu sei, o no, il mio figliuolo Esaù. 
22 Egli si appressò al padre, e quando l'ebbe 
palpato, Isacco disse : La voce veramente 
è la voce di Giacobbe : ma le mani sono 
quelle di Esaù. 

23 E non lo riconobbe perchè le mani 
pelose erano simili a quelle del maggiore. 
Benedicendolo adunque, "disse : Tu sei il 
mio figliuolo Esaù ? Rispose : Sì io lo sono. 
2D Ed egli : Dammi, disse, figliuol mio, le 
pietanze della tua cacciagione, affinchè 
l'anima mia ti benedica. Giacobbe gliele 
portò e dopo che ebbe mangiato, gli pre- 
sentò anche del vino, e bevuto che l'ebbe, 
26 Isacco, gli disse : Accostati a me, figliuol 
mio, e dammi un bacio. 

2r Egli si appressò, e lo baciò. E subito 
che egli sentì la fragranza delle sue vesti- 
menta, disse benedicendolo : Ecco l'odore 
del mio figliuolo è come l'odore d'un campo 
fiorito che il Signore ha benedetto. 28 Iddio 
ti doni della rugiada del cielo, e della pin- 
guedine della terra, e abbondanza di fru- 
mento e di vino. 29 Ti sieno servi i popoli, 
e ti adorino le tribù : sii il signore dei tuoi 
fratelli, e s'inchinino dinanzi a te i figliuoli 
di tua madre : chi ti maledirà, sia egli ma- 
ledetto : e chi ti benedirà, sia ricolmo di 
benedizioni. 

30 Isacco aveva appena finite queste pa- 
role : e Giacobbe se n'era andato, quando 
arrivò Esaù, 31 e portò al padre le pietanze 



lecita la menzogna e l'inganno come usato soltanto 
a vendicare quello che era già suo Se tanti gran- 
d'uomini, celebri per virtù e per dottrina nella 
Chiesa cristiana, hanno potuto credere esente da 
colpa e Giacobbe e Rebecca, sembra potersi dire 
che molto più potè l'uno e l'altra credere, benché 
erroneamente, lecifo quello che l'una consigliò e 
l'altro eseguì » Martini. 

Alzati, ecc. Isacco era probabilmente steso sul 
suo letto. Fu volere di Dio, ecc., ebr. il Signore 
Dio tuo mi ha fatto imbattere in esso. Giacobbe 
mentisce e vuole far Dio complice del suo in- 
ganno. Appressati, ecc. Isacco non potendo giu- 
dicare colla vista, e parendogli di intendere la 
voce di Giacobbe, ricorre a un altro mezzo per 
accertarsene. 

26-29. Dammi un bacio in segno del tuo amore 
figliale. Sentì la fragranza delle sue vestimenta, 
dovuta forse alle piante aromatiche dei campi, e 
alla selvaggina, Altri pensano che tale fragranza 
provenisse dal fatto che le dette vestimenta veni- 
vano custodite in casse piene di odori (Cant. IV, 
11). Checché sia di ciò, Isacco eccitato dal soave 
odore, comincia a paragonare il figlio a un campo 
(fiorito = pieni manca nell'ebraico). Che il Signore 
ha benedetto. Questa benedizione consiste nelle 
erbe, nei fiori e nei frutti (I, 11). Ti doni, ecc. 
La benedizione di Isacco è scritta in versi col 
debito ritmo e il debito raralIeFsmo e può divi- 
dersi in quattro parti. Sella prima parte (v. 28), 
Isacco domanda per Giacobbe la rugiada del cielo, 



la fertilità della terra, e abbondanza di vino e 
di frumento, che sono i frutti principali dell'agri- 
coltura. In Palestina le pioggie non cadono che 
nei mesi di ottobre e di aprile, e perciò negli in- 
tervalli sono necessarie abbondanti rugiade acciò 
i seminati possano crescere e maturare. La ru- 
giada viene quindi considerata come una benedi- 
zione di Dio (Deut. XXIII, 13; Os. XIV, 6; Zac. 
Vili, 12). Sella seconda parte (29aì si augura a 
Giacobbe, o meglio ai suoi discendenti, la sovra- 
nità sugli altri popoli, il che cominciò a verificarsi 
con Davide e Salomone ed ebbe il suo compi- 
mento nel Messia (Is. LX, 5; Rom. XI, 25). Nella 
terza parte (29b), si dà a Giacobbe la preminenza 
sulle tribù provenienti da Esaù (Cf. XXV, 22). 
Nella quarta parte (29c) si annunzia che Gia- 
cobbe, come già Abramo (Ved. n. XII, 3). sarà 
per gli altri una fonte di benedizione o di male- 
dizione a seconda dell'attitudine che prenderanno 
verso di lui, o meglio verso del Messia, che da 
lui nascerà. Le ultime parole del versetto 29 
vanno tradotte secondo l'ebraico : coloro che ti 
maledicono (ciascuno di essi, chiunque sia) sia 
maledetto e coloro che ti benedicono (ciascuno di 
essi, ecc.) sia benedetto. 

30-33. Arrivo di Esaù dalla caccia. Isacco era 
persuaso di aver già benedetto Esaù, e quindi, 
al sentire ora la sua voce, lo interroga pieno di 
meraviglia e di stupore. Inorridì.... stupefatto. 
Sant'Agostino, S. Girolamo, ecc., ritengono con 
ragione che in questo momento Dio abbia mani- 



164 



Genesi. XXVII, 32-40 



surge, pater mi, et cómede de venatióne filii 
tui. ut benedicat mihi ànima tua. 32 Dixitque 
illi Isaac : Quis enim es tu? Qui respóndit : 
Ego sum filius tuus primogénitus Esaù. 
"Expàvit Isaac stupóre veheménti : et ultra 
quam credi potest, admirans, ait : Quis igi- 
tur ille est qui dudum captam venatiónem 
àttulit mihi, et comèdi ex òmnibus priùs- 
quam tu venires? benedixique ei, et erit 
benedictus. 

34 Auditis Esaù sermónibus patris, irrùgiit 
clamóre magno : et consternàtus, ait : Bé- 
nedic étiam et mihi, pater mi. 35 Qui ait : 
Venit germànus tuus fraudulénter, et ac- 
cépit benedictiónem tuam. 36 At ille sub- 
jiinxit : Juste vocàtum est nomen ejus Ja- 
cob : supplantàvit enim me en altera vice : 
primogènita mea ante tulit, et nunc secùndo 
surripuit benedictiónem meam. Rursùmque 
ad patrem : Numquid non reservàsti, ait, et 
mihi benedictiónem ? 

3: Respóndit Isaac : Dóminum tuum illum 
eonstitui, et omnes fratres ejus servitoti il- 
lius subjugàvi : fruménto et vino stabilivi 
eum, et, tibi post haec, fili mi, ultra quid 
fàciam? 3S Cui Esaù : Num unam, inquit, 
tantum benedictiónem habes, pater? mihi 
quoque óbsecro ut benedicas. Cumque eju- 
làtu magno fleret, 39 Motus Isaac, dixit ad 
eum : In pinguèdine terrae, et in rore caeli 
désuper 40 Erit benedictio tua. Vives in glà- 
dio, et fratri tuo sérvies : tempùsque véniet, 



preparate della sua cacciagione, dicendo : 
Alzati, padre mio, e mangia della caccia del 
tuo figliuolo, affinchè l'anima tua mi bene- 
dica. 32 E Isacco gli disse : Ma chi sei tu ? 
Egli rispose : Io sono il tuo figliuolo pri- 
mogenito Esaù. 33 Isacco inorridì per grande 
stupore : e stupefatto oltre ogni credere 
disse : Chi è dunque colui, il quale già 
mi portò la presa cacciagione, e io mangiai 
di tutto prima che tu venissi? E io lo be- 
nedissi e sarà benedetto. 

3l Udite le parole del padre, Esaù ruggì 
con grande strido : e costernato disse : Dà 
anche a me la benedizione, o padre mio. 
3 "Egli disse : Il tuo fratello venne con 
astuzia e si prese la tua benedizione. 36 Ed 
Esaù soggiunse : Con ragione gli fu posto 
nome Giacobbe : perocché ecco che per la 
seconda volta egli mi ha soppiantato : mi 
tolse già la mia primogenitura, ed ora di 
nuovo mi ha tolto la mia benedizione. E 
disse di nuovo al padre : Non hai tu ser- 
bata una benedizione anche per me? 

37 Isacco rispose : Io l'ho costituito tuo 
signore, e ho soggettati al suo servizio 
tutti i suoi fratelli : l'ho messo in pos- 
sesso del frumento e del vino : e dopo ciò, 
che farò ancora per te, figlio mio? s8 Esau 
gli disse : Hai tu, o padre, una sola bene- 
dizione? benedici, ti prego, anche me. E 
piangendo egli, e urlando altamente, 39 lsacco 
commosso gli disse : Nella pinguedine della 
terra, e nella rugiada di su dal cielo 40 sarà 
la tua benedizione. Vivrai della spada e 



30 Sup. XXV, 34. 



39 Hebr. XI, 20. 



festato a Isacco la sua volontà, e quindi si com- 
prende che il santo patriarca, pur riconoscendo 
l'inganno di cui era stato vittima, siasi ricusato 
di ritrattare la benedizione data, ma l'abbia con- 
fermata. Egli aveva agito sotto l'ispirazione di 
Dio costituendo erede delle promesse colui, che 
per il primo si era presentato, e per conseguenza 
non può ritirare quello che Dio ha dato (Ved. 
Ebr. XII, 17). 

34-38. Esaù si sforza di ottenere dal padre 
anche una benedizione. Ruggì con grande strido. 
Comprese allora, ma troppo tardi, quello che 
aveva perduto. Dà anche a me la benedÌ2Ìone, 
ebr. benedici anche me, anch'io (sott. sono tuo 
figlio, anzi il tuo primogenito), padre mio. Esaù 
domanda anche per sé la benedizione data a Gia- 
cobbe. Si prese la tua benedizione, cioè la bene- 
dizione riservata ai primogeniti (XXV, 33). Con 
ragione, ecc. Esaù dice che la natura del fratello 
è bene espressa dal nome che egli porta. Giacobbe 
infatti significa soppiantatore (Ved. n. XXV, 26). 
Mi tolse già.... di nuovo. Le parole già e di nuovo 
(ante... cecundo), mancano nell'ebraico e nel 
greco. Disse di nuovo al padre, manca nell'ebraico. 
Tutti i suoi fratelli, e quindi non solo i discen- 
denti di Esaù, ma anche quelli di Agar e di Ce- 
tura. Benedici ti prego. Queste ultime parole 



mancano nell'ebraico e nel greco. Esaù colle la- 
crime domanda al padre un' altra benedizione 
minore. 

39-40. Benedizione a Esaù. Isacco, pur re- 
stando fermo nella decisione di non ritrattare la 
benedizione data a Giacobbe, si lascia commuo- 
vere dalle preghiere e dalle lagrime di Esaù, e 
dà anche a lui una benedizione, che però lascia 
intatti i diritti e i privilegi conferiti dalla prima. 
Nella pinguedine della terra, ecc. Quasi tutti i 
moderni (Hummelauer, Hetzenauer, Murillo, 
Crampon, ecc.) traducono diversamente il testo 
ebraico : Lungi dalla pinguedine della terra e 
dalla rugiada del cielo (ossia dalla Palestina) 
sarà la tua abitazione. Tale traduzione è da pre- 
ferirsi (Hoberg si attiene all'altra^, come quella 
che sola risponde al contesto 28, 37, 40. D'altra 
parte l'Idumea occupata dai discendenti di Esaù 
è molto meno fertile nel suo complesso che la 
Palestina. La tua benedizione. Nell'ebraico e nel 
greco si legge : la tua abitazione. — Vivrai della 
(ebr. tua) spada, ossia di guerre e di rapine. 
Tali infatti furono sempre gli Idumei in tutta la 
loro storia (Cf. Gius. F., Guer. Giud., i. IV, 5i. 
Sarai servo del tuo fratello (Ved. n. XXV, 33). 
Tempo verrà, ecc. (Ved. n. XXV, 23). Gli Idumei 
furono vinti da Saul (I Re, XIV, 47) e fatti tri- 



Genesi, XXVII, 41-46 



165 



cum excùtias et solvas jugum ejus de cer- 
vicibus tuis. 41 Oderat erg© semper Esaù Ja- 
cob prò benedictióne qua benedixerat ei pa- 
ter : dixitque in corde suo : Vénient dies 
luctus patris mei, et occidam Jacob fratrem 
meum. 



42 Nuntiàta sunt haec Rebéccae : quae mit- 
tens et vocans Jacob filium suum, dixit 
ad eum : Ecce Esaù frater tuus minàtur ut 
occidat te. 43 Nunc ergo, fili mi, audi vocem 
meam, et consùrgens fuge ad Labari fratrem 
meum in Haran : 44 Habitabisque cum eo 
dies paucos, donec requiéscat furor fratris 
rui, 4S Et cesset indignàtio ejus, oblivisca- 
tùrque eórum quae fecisti in eum : póstea 
mittam, et adducam te inde huc ; cur utró- 
que orbàbor filio in uno die? 



48 Dixitque Rebécca ad Isaac : Taedet me 
vitae meae propter filias Heth : si accéperit 
Jacob uxórem de stirpe hujus terrae, nolo 
vivere. 



sarai servo del tuo fratello : e tempo verrà, 
che tu scuoterai e scioglierai dal tuo collo 
il suo giogo. 41 Esau adunque odiava sempre 
Giacobbe per la benedizione, colla quale il 
padre lo aveva benedetto, e disse in cuor 
suo : Verranno i giorni del lutto pel padre 
mio, e io ammazzerò Giacobbe mio fra- 
tello. 

42 Queste cose furono riferite a Rebecca, 
la quale mandò a chiamare Giacobbe suo 
figlio, e gli disse : Ecco che Esaù tuo fra- 
tello minaccia di ucciderti. 43 0ra dunque, 
figlio mio, ascolta la mia voce, e fuggi tosto 
in Haran presso Laban mio fratello : 44 e 
starai con lui un po' di tempo finché si 
calmi il furore del tuo fratello, 45 e passi la 
sua collera, e si scordi delle cose che gli 
hai fatte : io manderò poi chi di là ti ri- 
conduca in questo luogo. Perchè dovrò io 
perdere tutti due i figli miei in un sol 
giorno ? 

46 E Rebecca disse ad Isacco : mi viene 
a noia la vita a causa di queste figliuole 
di Heth. Se Giacobbe prende una moglie 
della stirpe di questo paese, io non voglio 
più vivere. 



41 Abd. 10. 46 Sup. XXVI, 35. 



fcutarii da Davide (II Re, Vili, 4), ma comin- 
ciarono a ribellarsi sotto Salomone (III Re, XI, 
14-22); vinti nuovamente da Giosaphat (II Par. 
XX, 22), non tardarono a ribellarsi e a crearsi 
un re proprio sotto Ioram (IV Re, Vili, 20). 
Essi furono i continui nemici d'Israele, finché da 
Giovanni Ircano (129 a. C.) vennero costretti ad 
accettare la legge e la circoncisione e così rima- 
sero assortiti nel popolo ebreo (Gius. Fil., Ant. 
Giud., XIM, 9; XV, 7). E da notare come questa 
benedizione data 'a Esaù sia una conferma di 
quella data a Giacobbe, benché le ultime parole 
lascino intravedere lotte e umiliazioni per colui 
che aveva- ingannato il vecchio padre. 

41-45. Giacobbe si prepara a partire per la 
Mesopotamia (41-XXVI1I, 10). Odiava. Triste ri- 
sultato che era da prevedersi. Sempre, manca 
nell'ebraico. Disse in cuor suo, e poi anche ad 
alta voce (v. 42). Verranno i giorni di lutto del 
mio padre, vale a dire si avvicinano i giorni in 
cui si farà lutto per la morte del mio padre, e 
allora io ammazzerò Giacobbe. Esaù per compiere 
i suoi disegni di vendetta vuol aspettare che Isacco 
sia morto affine di non contristarlo e attirarsi 
la sua maledizione. Furono riferite a Rebecca da 
qualcuno che le aveva intese, ed essa subito 
cercò un mezzo per sottrarre Giacobbe ad ogni 
pericolo, ben conoscendo che Esaù era un carat- 



tere volubile e violento, che avrebbe potuto far 
vendetta anche prima di quanto aveva stabilito. 
Minaccia di ucciderti, ebr. prenderà vendetta di 
te uccidendoti. — Laban (XXIV, 29). Haran (Ved. 
n. XI, 31 ; XXIV, 10 e ss.). Un po' di tempo. 
Rebecca sperava che la collera di Esaù si sa- 
rebbe calmata dopo qualche tempo; ma le cose 
andarono ben diversamente, e Giacobbe dovette 
restare in esiglio 40 anni, e non rivide più Ih 
sua madre. Perchè dovrò io perdere tutti e due 
i miei figli, ecc. L'uno sarà ucciso, e l'altro, reo 
di fratricidio, sarà costretto ad andare ramingo 
finché la giustizia vendicatrice non lo colpisca 
(IX, 6). 

46. Questo versetto andrebbe unito al capo 
seguente. Dopo di aver persuaso Giacobbe a fug- 
gire nella Mesopotamia, Rebecca si studia di 
indurre Isacco a lasciarlo partire, e affine di non 
contristare inutilmente il vecchio patriarca, gli 
allega come motivo la necessità che Giacobbe 
vada a cercarsi una moglie fuori del paese di 
Chanaan. Isacco era malcontento delle mogli 
Chanange di Esaù (XXVI, 35; XXVIII, 8). Di 
queste figlie di Heth, che Esaù ha sposate. S« 
prende una moglie, ecc., ebr. se Giacobbe prendi 
moglie tra le figlie di Heth, come (sono) queste, 
tra le figlie di questo paese, che mi giova la 
vita ? I giorni miei sarebbero tanto tristi chr 
preferisco morire fCf. XXVI, 34, 35). 



166 



Genesi, XXVIII, 1-41 



CAPO XXVIII. 

Isacco benedice di nuovo Giacobbe, 7-5. — Nuovo mairi/nonio di Esaù, 6-g. — Visio/te 
di Giacobbe in viaggio per la Mesopotamia, 10-20. — Voto dì Giacobbe, 21-22. 



a Vocàvit itaque Isaac Jacob, et benedixit 
eum, praecepitque ei, dicens : Noli accipere 
cónjugem de gènere Chànaan : = Sed vade, 
et proficiscere in Mesopotàmiam Syriae, ad 
domum Bathuel patris matris tuae, et àc- 
cipe tibi inde uxórem de filiàbus Laban 
avùnculi tui. 3 Deus autem omnipotens bene- 
dicat tibi, et créscere te fàciat, atque mul- 
tiplicet : ut sis in turbas populórum. 4 Et det 
tibi benedictiónes Abrahae, et semini tuo 
post te : ut possideas terram peregrinatiónis 
tuae, quam pollicitus est avo tuo. 5 Cumque 
dimisisset eum Isaac, proféctus venit in 
Mesopotàmiam Syriae ad Laban filium Ba- 
thuel Syri, fratrem Rebéccae matris suae. 



6 Videns autem Esaù quod benedixisset pa- 
ter suus Jacob, et misisset eum in Mesopo- 
tàmiam Syriae, ut inde uxórem dùceret ; et 
quod post benedictiónem praecepisset ei, di- 
cens : Non accipies uxórem de filiàbus Chà- 
naan : 7 Quodque obédiens Jacob paréntibus 
suis isset in Syriam : 8 Probans quoque quod 
non libénter aspiceret filias Chànaan pater 
euus : 9 Ivit ad Ismaélem, et duxit uxórem, 
absque iis quas prius habébat, Màheleth fi- 
liam Ismael filii Abraham, sorórem Na- 
bàjoth. 



10 Igitur egréssus Jacob de Bersabée, per- 
gébat Haran. 1[ Cumque venisset ad quem- 
dam locum, et vellet in eo requiéscere post 
solis occubitum, tulit de lapidibus qui jacé- 
bant, et suppónens capiti suo, dormivit in 



1 Isacco adunque chiamò Giacobbe, e lo 
benedisse, e gli diede questo comando, di- 
cendo : Non prender moglie della stirpe 
di Chànaan : 2 ma parti, e va nella Meso- 
potamia di Siria alla casa di Bathuel padre 
di tua madre, e prenditi di là una moglie 
tra le figlie di Laban tuo zio. 3 E Dio onni- 
potente ti benedica, e ti faccia crescere, e 
ti moltiplichi : affinchè tu sii capo di una 
turba di popoli. 4 E dia a te e alla tua stirpe 
dopo di te le benedizioni di Abrahamo ; af- 
finchè tu possegga la terra dove sei pelle- 
grino, la quale egli promise al tuo nonno. 
5 Giacobbe, licenziatosi da Isacco, partì, e 
giunse nella Mesopotamia di Siria alla casa 
di Laban, figlio di Bathuel Siro, fratello di 
Re becca sua madre. 

6 Ma Esaù vedendo che suo padre aveva 
benedetto Giacobbe, e lo aveva mandato 
nella Mesopotamia di Siria a prendervi 
moglie ; e che dopo la benedizione gli aveva 
dato quest'ordine, dicendo : Non prenderai 
moglie tra le figlie di Chànaan : 7 e che 
Giacobbe obbedendo ai suoi genitori era 
andato nella Siria : "avendo inoltre speri- 
mentato che il suo padre non vedeva di 
buon occhio le figlie di Chànaan : 9 andò 
alla casa d'Ismaele, e, oltre quelle che 
prima aveva, prese per moglie Màheleth, 
figlia d'Ismaele figlio di Abrahamo, sorella 
di Nabajoth. 

"Giacobbe adunque partito da Bersabée, 
andava verso Haran. U E arrivato in un 
certo luogo, e volendo ivi riposare dopo il 
tramontare del sole, prese una delle pietre 
che erano colà, e se la pose sotto del capo, 



Os. XII, 12. 



CAPO XXVIII. 

1-5. Isacco si arrese subito al desiderio di 
Rebecca. Nella Mesopotamia, ebr. P addati-' Aram 
(Ved. n. XXV, 20). Dio ti benedica, ecc. (Ved. 
XVII, 2 e ss.). Le benedizioni di Abramo, ossia 
le promesse di Dio relative al dominio di Chà- 
naan, alla moltiplicazione della tua stirpe, e alla 
nascita del futuro Messia (Cf. XVII, 2 e ss.; 
XXII, 16 e ss.). Siro, ebr. Arameo. 

6-9. Nuovo matrimonio di Esaù. Nella Meso- 
potamia di Siria, ebr. Paddan-'Aram. — Nella 
Siria, ebr. in Paddan-'Aram. — Alla casa, cioè 



alla famiglia d'Ismaele. Egli infatti era già morto 
da 14 anni (XVI, 16; XXI, 5; XXV, 17). Esaù 
così facendo voleva riacquistare la grazia dei 
suoi genitori, ma si dimenticò che Dio stesso 
aveva escluso Ismaele dalla posterità di Abramo, 
costituita erede delle promesse (XXI, 12 e ss.). 
Màheleth (Ved. n. XXXVI, 3). Nabaioth era il 
primogenito d'Ismaele (XXV, 13). 

10-11. Viaggio di Giacobbe nella Mesopotomia 
(XXVIII, 10-XXXIII, 17). Dapprima si narra la 
visione da lui avuta (10-22). 

Da Bersabée, dove si trovava con Isacco 
(XXVI, 22), andava verso Haran facendo in senso 
inverso il viaggio fatto da Abramo. In un certo 



Genesi, XXVIII, 12-18 



167 



eódem loco. 12 Viditque in somnis scalam 
stantem super terram, et caciimen illius tan- 
gens caelum : àngelos quoque Dei ascen- 
déntes et descendéntes per eam. 13 Et Dó- 
minum innixum scalae dicéntem sibi : Ego 
sum Dóminus Deus Abraham patris tui, et 
Deus Isaac : terram, in qua dormis, tibi dabo 
et semini tuo. 14 Eritque semen tuum quasi 
pulvis terrae : dilatàberis ad occidéntem, et 
oriéntem, et septentriónem, et meridiem : et 
BENEDICÉNTUR IN TE et in sémine tuo 
cunctae tribus terrae. 15 Et ero custos tuus 
quocùmque perréxeris, et reducam te in ter- 
ram hanc : nec dimittam nisi complévero 
univèrsa quae dixi. 



16 Cumque evigilàsset Jacob de somno, 
ait : Vere Dóminus est in loco isto, et ego 
nesciébam. 17 Pavénsque : Quam terribilis 
est, inquit, locus iste ! non est hic àliud 
nisi domus Dei, et porta caeli. 18 Surgens 
ergo Jacob mane, tulit làpidem quem sup- 



e si addormentò in quello stesso luogo. 
I2 E vide in sogno una scala poggiata sulla 
terra, la cui sommità toccava il cielo : e 
gli Angeli di Dio, che salivano e scende- 
vano per essa, 13 e il Signore appoggiato alla 
scala, che gli diceva : Io sono il Signore 
Dio di Abrahamo tuo padre, e Dio di Isacco : 
io darò a te e alla tua stirpe la terra, in 
cui tu dormi. 14 E la tua stirpe sarà come 
la polvere della terra : ti dilaterai a occi- 
dente, e ad oriente, e a settentrione, e a 
mezzogiorno; e IN TE e nel tuo seme 
SARANNO BENEDETTE tutte le tribù 
della terra. 15 E io sarò il tuo protettore in 
qualunque luogo andrai, e ti ricondurrò in 
questo paese : e non ti abbandonerò senza 
avere adempiuto tutto quello che ho detto. 
16 E Giacobbe svegliatosi dal sonno disse : 
Veramente il Signore è in questo luogo, e 
io non lo sapeva. ]7 E pieno di paura disse : 
Quanto è terribile questo luogo! Non è 
qui altra cosa se non la casa di Dio, e la 
porta del cielo. "Alzatosi adunque al mat- 



13 Inf. XXXV, 1 et XLVIII, 3. 



Deut. XII, 20 et XIX, 8; Sup. XXVI, 4. 18 Inf. XXXI, 13. 



luogo. -Nell'ebraico vi è l'articolo determinativo 
nei luogo destinato da Dio, oppure divenuto ce- 
lebre per il grande avvenimento, o anche conse- 
crato a Dio da Abramo (XII, 12). Tale località 
(Bethel, v. 19) si trova nel centro delle mon- 
tagne di Ephraim, a quattro giorni di marcia da 
Bersabee. Volendo ivi riposare, ebr. vi passò la 
notte, poiché il sole era già tramontato. — Se 
la pose sotto il capo per suo capezzale. Si ad- 
dormentò, ebr. giacque, o si coricò. 

12-15. La visione. E vide in sogno, ecc., 
ebr. e sognò: ed ecco una scala... ed ecco gli 
Angeli... ed ecco il Signore, ecc. Vi ha così una 
gradazione ascendente tra le varie particolarità. 
Giacobbe in terra sconosciuta, lungi dalla casa 
paterna, poteva credersi abbandonato da tutti, 
Dio invece gli fa vedere che ha cura di lui, e 
veglia sui suoi passi. Una scala, ecc. Questa 
scala misteriosa è un simbolo sensibile della 
provvidenza di Dio (Teodoreto, Alapide, Hum- 
melauer, Hetzenauer, Hoberg, Murillo, ecc.). Dio 
sta appoggiato in cima alla scala per indicare 
che Egli è il primo principio e l'ultimo fine della 
Provvidenza. Gli Angeli, che salgono e scendono, 
sono i ministri esecutori della Provvidenza. Essi 
presentano a Dio i bisogni, le necessità e le pre- 
ghiere degli uomini, e portano agli uomini le 
grazie e i doni di Dio. Questa scala può anche 
«significare l'incarnazione del Verbo di Dio, il 
quale dovea nascere di Giacobbe, e scendere per 
varili gradi e generazioni fino alla terra, quando 
lo stesso Verbo fu fatto carne e il cielo riunì 
colla terra, e le somme alle infime cose, e l'uomo 
congiunse con Dio. Scendono ad annunziare sì 
gran novità gli Angeli, e salgono a riportare i 
ringraziamenti e le benedizioni, che a Dio danno 
i giusti per un' opera così grande » Martini 
(Cf. Giov. I, 1). 

Dio di Abrahamo, ecc. (XXVI, 24). Darò a 
te, ecc. (XII, 7; XIII, 15). La terra in cui tu 



dormi è la terra di Chanaan. Come la polvere... 
ti dilaterai, ecc. (XIII, 15, 16; XV, 18). In te e 
nel tuo seme, ecc. (XII, 3; XXII, 18). Dio non 
solo rinnova a Giacobbe tutte le promesse fatte 
ad Abramo e a Isacco, ma gli promette ancora la 
sua speciale assistenza fino al suo ritorno in Pa- 
lestina. Sarò il tuo protettore, ebr. sarò con te 
e ti custodirò (XXVI, 3). 

16-17. Sentimenti provati da Giacobbe al suo 
svegliarsi. Il Signore è in questo luogo in un 
modo tutto speciale, essendosi Egli fatto vedere 
e avendomi parlato con tanto amore. Io non lo 
sapeva. Giacobbe non ignorava di certo la divina 
onnipotenza, egli però non sapeva che quel luogo 
era consecrato al Signore (XII. 8; XIII, 4; XXII, 
2), né si aspettava una così solenne manifesta- 
zione di Dio. Questa speciale presenza di Dio 
lo riempì di paura, ed esclamò : quanto è terri- 
bile, ossia quanto è degno di rispetto e di vene- 
razione questo luogo; esso non è altro che la 
casa di Dio, ossia il luogo dove Dio manifesta in 
modo speciale la sua presenza. La porta del 
cielo, perchè aveva veduto come il cielo aperto, 
e gli Angeli che uscivano e entravano nella casa 
di Dio. « Non sarà inutile osservare come fin da 
quei tempi si degnò Dio d'illustrare certi luoghi 
con apparizioni e miracoli e favori a prò' degli 
uomini » Martini. 

18-19. Giacobbe testifica a Dio la sua rico- 
noscenza. Prese la pietra... la eresse in monu- 
mento commemorativo della visione avuta. Queste 
pietre monumentali (ebr. mazzèbah = cippo, co- 
lonna, stela) erette dai patriarchi in ricordo di 
qualche favore divino straordinario, non vanno 
confuse colle bethyle (specie di meteoriti cadute 
dal cielo), che alcuni popoli (Chananei, Siri, 
Arabi) consideravano come vere abitazioni degli 
Dei, e alle quali prestavano un culto idolatrico 
(Cf. Hetzenauer, Theol. Bib. V. T., p. 406, 410). 
I patriarchi erano monoteisti, e adoravano Dio 



168 



Genesi, XXVIII, 19 — XXIX. 3 



posùerat capiti suo, et eréxit in titulum, 
fundens oleum désuper. 19 Appellavitque no- 
men urbis Bethel, quae prius Luza voca- 
bàtur. 20 Vovit étiam votum, dicens : Si 
fùerit Deus mecum, et custodierit me in via 
per quam ego ambulo, et déderit mihi pa- 
nem ad vescéndum, et vestiméntum ad in- 
duéndum, 21 Reversùsque fuero pròspere ad 
domum patris mei : erit mihi Dóminus in 
Deum, 22 Et lapis iste, quem eréxi in titu- 
lum, vocàbitur Domus Dei : cunctorùmque 
quae déderis mihi, décimas ófferam tibi. 



tino, Giacobbe prese la pietra, che aveva 
posta sotto il capo, e la eresse in monu- 
mento, versandovi sopra dell'olio. 19 E diede 
il nome di Bethel alla città che prima si 
chiamava Luza. 20 E fece ancora un voto, 
dicendo : Se il Signore sarà con me, e mi 
proteggerà nel viaggio da me intrapreso, e 
mi darà pane da mangiare, e veste da co- 
prirmi, 2l e tornerò felicemente alla casa del 
padre mio : il Signore sarà mio Dio, "e 
questa pietra alzata da me per monumento, 
sarà chiamata casa di Dio : io ti offrirò la 
decima di tutte le cose che mi darai. 



CAPO XXIX. 

Arrivo di Giacobbe in Haran, 1-15. — Matrimonio di Giacobbe con Lia e con 
Rachele, 16-30. — Nascita dei primi figli di Giacobbe, 31-35- 



^roféctus ergo Jacob venit in terram 
©rientàlem. 2 Et vidit pùteum in agro, tres 
quoque greges óvium accubàntes juxta eum : 
nam ex ilio adaquabàntur pècora, et os ejus 
grandi làpide claudebàtur. 'Morisque erat 
ut cunctis óvibus congregàtis devólverent 
làpidem, et reféctis grégibus rursum super 
•6 putei pónerent. 



Partitosi quindi Giacobbe andò nel paese 
di Oriente. 2 E vide un pozzo nella cam- 
pagna, e vicino ad esso tre greggi di pe- 
core sdraiate : perocché a questo pozzo si 
abbeveravano le pecore, e la sua bocca era 
chiusa con una gran pietra. 3 Ed era us» 
che ribaltavano la pietra dopo che si erano 
radunate tutte le pecore, e la rimettevano 
sopra la bocca del pozzo quando le greggi 
avevano bevuto. 



creatore del cielo e della terra, e non già un dio 
racchiuso in una pietra (Cf. XII, 1 e ss. ; XIV, 
22; XXIV, 3; XXVI, 3; XXVIII, 3, 13; XXXII, 
9; XLVI, 1. Cf. Hetzenauer, h. 1.; Murillo, h. 1.). 
L'erezione di tali monumenti poteva essere desti- 
nata a ricordare alcuni avvenimenti, e in tal 
caso era lecita (XXXI, 45; XXXV, 14; Esod. 
XXIV, 4, ecc.), e poteva pure essere destinata a 
un culto idolatrico, e in tal caso era illecita e 
condannata dalla legge (Lev. XXVI, 1 ; Deut. 
XVI, 22). 

Versandovi sopra dell'olio. L'unzione coll'olio 
era già ab antico un simbolo della consecrazione 
(Esod. XXX, 30). In Oriente i viaggiatori sogliono 
sempre portare con sé un po' di olio (Cf. I Re, 
X, 1 ; IV Re, IX, 1, 3). 

Bethel significa casa di Dio. Il testo ebraico 
▼8 tradotto : e chiamò quel luogo Bethel, ma 
prima il nome di quella città era Luz. Da ciò 
si deduce che Giacobbe ch'amò Bethel il luogo, 
dove aveva dormito, e che la città vicina in antico 
si chiamava Luz o Luza. Solo più tardi anche 
questa città prese il nome di Bethel (Cf. Gios. 
XVI, 2). Le due località si trovano tra Gerusa- 
lemme e Sichem, presso la strada che va da 
Bersabea nella Mesopotamia. 

20-22. Voto di Giacobbe. Dio aveva fatto a 
Giacobbe una triplice promessa (v. 15), e anche 
Giacobbe ora fa una triplice promessa a Dio : 
1* // Signore sarà mio Dio. Egli promette di 
onorare Dio con un culto tutto speciale, come 
già avevano fatto Abramo e Isacco (Cf. XVII, 7) ; 



2* Questa pietra... sarà chiamata (ebr. e gr. sarà 
una) casa di Dio, ossia un luogo di culto, ove 
sarà edificato un altare (XXXV, 7) ; 3° Offrirò la 
decima, ossia consacrerò al suo culto e per fare 
sacrifizi sul suo altare la decima parte di tutte 
le mie sostanze (Cf. Deut. XIV, 28). Vedi presso 
Hetzenauer e Murillo le varie spiegazioni razio- 
nalistiche di quest'episodio di Bethel e la loro 
confutazione. 

CAPO XXIX. 

1-3. Arrivo di Giacobbe ad Haran (1-15). Par- 
titosi, ebr. riprese il cammino e andò nel paese 
dei figli dell'Oriente, ossia nella Mesopotamia 
<Num. XXIII, 7). I LXX aggiungono: presso 
Laban figlio di Bathuel Siro, fratello di Rebecca, 
madre di Giacobbe e di Esaù. Tale aggiunta però 
generalmente viene considerata come non auten- 
tica. Un pozzo. Questo pozzo non va confuso con 
quello della città di Haran ricordato al cap. XXIV, 
11, 16. Come già Isacco, così anche Giacobbe 
trova presso di un pozzo la sua futura sposa. 
Le scene di questo genere dovevano spesso ri- 
peterei in Oriente. Sdraiate che aspettavano l'ar- 
rivo delle altre (v. 8). La bocca del pozzo era 
chiusa con una gran pietra. In Oriente l'acqua in 
molti luoghi è preziosa, e quindi si aveva la 
precauzione di chiudere con grandi pietre le 
bocche dei pozzi, sia per impedire che chiunque 
se ne potesse servire, e sia per proteggerli contro 
l'invasione della sabbia. Nell'ebraico si legge : 



Genesi, XXIX, 4-15 



169 



4 Dixitque ad pastóres : Fratres, unde 
estis? Qui respondérunt : De Haran. °Quos 
intérrogans : Nuraquid, ait, nostis Laban fi- 
lium Nachor? Dixérunt : Nóvimus. c Sa- 
nùsne est ? inquit : Valet, inquiunt : et ecce 
Rachel filia ejus venit cum grege suo. 7 Di- 
xitque Jacob : Adhuc multum diéi sùperest, 
nec est tempus ut reducàntur ad caulas gre- 
ges : date ante potum óvibus. et sic eas 
ad pastum redùcite. 8 Qui respondérunt : 
Non póssumus, donec omnia pècora con- 
gregéntur, et amoveàmus làpidem de ore 
pùtei, ut adaquémus greges. 



'Adhuc loquebàntur, et ecce Rachel ve- 
aiébat cum óvibus patris sui : nam gregem 
ipsa pascébat. 10 Quam cum vidisset Jacob, 
et sciret consobrinam suam, ovésque Laban 
avùnculi sui, amóvit làpidem quo pùteus 
claudebàtur. 1J Et adaquàto grege, osculàtus 
est eam : et elevata voce flevit, 12 Et indi- 
càvit ei quod frater esset patris sui, et filius 
Rebéccae : at Illa festinans nuntiàvit patri 

6U0. 

13 Qui cum audisset venisse Jacob filium 
eoróris suae, cucùrrit óbviam ei : comple- 
xùsque eum, et in oscula ruens, duxit in 
domum suam. Auditis autem causis itineris, 
,4 Respóndit : Os meum es, et caro mea. 
Et postquam impléti sunt dies mensis unius, 
15 Dixit ei : Num quia frater meus es, gratis 
sérvies mihi? die quid mercédis accipias. 



4 Ed egli disse ai pastori : Fratelli, di dove 
siete ? Ed essi risposero : Di Haran. 5 E li 
interrogò : Conoscete voi forse Laban, fi- 
glio di Nachor? Dissero : Sì lo conosciamo. 
6 È egli sano ? disse egli : Risposero : Sta 
bene : ed ecco Rachele sua figlia, che viene 
col suo gregge. 7 E Giacobbe disse : Resta 
ancor molto del giorno, e non è ancora 
tempo di ricondurre i greggi all'ovile : date 
prima da bere alle pecore, e poscia ricon- 
ducetele al pascolo. 8 Essi risposero : Non 
possiamo farlo fino a tanto che non siano 
radunate tutte le pecore, e che togliamo la 
pietra dalla bocca del pozzo per far bere 
tutti i greggi. 

9 Essi parlavano ancora quand'ecco che 
Rachele veniva colle pecore di suo padre : 
perocché ella pasceva il gregge. 10 E Gia- 
cobbe avendola veduta, e sapendo che era 
sua cugina, e che le pecore erano di Laban 
suo zio, tolse la pietra, che chiudeva il 
pozzo. "E fatto bere il suo gregge, la 
baciò : e alzata la yoce pianse, 12 e le di- 
chiarò, che era fratello di suo padre, e fi- 
gliuolo di Rebecca, ed ella andò in fretta 
a recarne nuova a suo padre. 

13 I1 quale, avendo udito che era venuto 
Giacobbe, figliuolo di sua sorella, gli corse 
incontro : e lo abbracciò, e baciatolo più 
volte lo condusse a casa sua. E udite le 
ragioni del suo viaggio, "rispose : Tu sei 
mio osso, e mia carne. E passato che fu 
un mese, "gli disse : Perchè sei mio fra- 
tello, mi servirai tu forse gratuitamente? 



là si radunavano tutte le greggi; (i pastori) to- 
glievano la pietra d'in su la bocta del pozzo, fa- 
tevano bere le greggi, e poi rimettevano la pietra 
a suo luogo sulla bocca del pozzo. 

4-8. Dialogo coi pastori. Ed egli (ebr. Giacobbe) 
disse, ecc. Laban figlio di Sachor. Laban era 
propriamente 'figlio di Bathuel (XXII, 23) e solo 
nipote di Nachor, ma Giacobbe nomina Nachor, 
come capo di quella famiglia. I nomi indicanti 
relazioni di parentela hanno spesso in Oriente 
una significazione assai larga. Non possiamo farlo. 
Siccome l'acqua è rara in parecchi luoghi d'O- 
riente, è probabile che i varii pastori, affine di 
prevenire le risse che facilmente potevano scop- 
piare tra loro (XXVI, 17 e ss.), avessero conve- 
nuto di non abbeverare i greggi sinché tutti fossero 
arrivati. Giacobbe ignorava questa convenzione, e 
quindi si meravigliava che i detti pastori se ne 
stiano inoperosi attorno al pozzo (Cf. Humme- 
lauer, h. 1.). 

9-12. Essi parlavano ancora, ebr. egli stava 
ancora parlando con loro. — Ella pasceva, ecc., 
eome fanno anche oggi le figlie dei ricchi Arabi 
del Sinai (Cf. Esod. II, 16). Che era sua cu- 
gina, ecc. Il versetto 10 secondo l'ebraico va 
tradotto : e Giacobbe avendo veduta Rachele, 
figlia di Laban, fratello di sua madre, con le 
pecore di Laban fratello di sua madre, si ap- 



pressò, e tolse la pietra dalla bocca del pozzo, 
e abbeverò le pecore di Labano fratello di sua 
madre. Rachele era l'ultima arrivata, e Giacobbe 
comincia col renderle un servizio togliendo la 
pietra dalla bocca del pozzo e facendo sì che le 
sue pecore bevessero prima delle altre. Presso i 
pozzi vi erano dei canali, nei quali si versava 
l'acqua (XXIV, 20). La baciò come si suole fare 
in Oriente tra gli stretti parenti. Giacobbe pianse 
per tenerezza vedendosi giunto tra i suoi parenti, 
e pensando già a Rachele come a sua futura sposa. 
Che era fratello, in largo senso, o più propria- 
mente nipote. Andò in fretta, come aveva fatto 
anche Rebecca (XXIV, 28). 

13-15. Baciatolo più volte, forse anche perchè 
sperava di ritrarre qualche vantaggio dalla sua 
venuta. Le ragioni del suo viaggio, quali erano 
di sottrarsi all'ira di Esaù, e di prender moglie. 
Sei mio osso, ecc., ossia io e tu siamo della 
stessa famiglia, tu sei un altro me stesso (II, 23), 
e perciò sarai accolto in casa mia, prenderai 
moglie, e abiterai sotto il mio tetto (Cf. Giud. IX, 
2; II Re, V, 1). Perchè sei mio fratello, ecc. 
Laban durante il mese aveva conosciuto per 
esperienza le rare qualità di pastore, che posse- 
deva Giacobbe, e quindi si sforza di trarne qualche 
vantaggio, e sotto le apparenze della generosità 
nasconde l'amore del suo proprio interesse. 



170 



Genesi, XXIX, 16-29 



18 Habébat vero duas filias, nomen majórls 
Lia : minor vero appellabàtur Rachel. 17 Sed 
Lia lippis erat óculis : Rachel decora fàcie, 
et venusto aspéctu. 18 Quam diligens Jacob, 
ait : Sérviam tibi prò Rachel filia tua mi- 
nóre, septem annis. 19 Respóndit Laban : 
Mélius est ut tibi eam dem quam alteri viro, 
mane apud me. 

20 Servivit ergo Ja.cob prò Rachel septem 
annis : et videbàntur illi pauci dies prae 
amóris magnitùdine. 21 Dixitque ad Laban : 
Da mihi uxórem meam : quia jam tempus 
implétum est, ut ingrédiar ad illam. "Qui, 
vocàtis multis amicórum turbis ad convi- 
vium, fecit nuptias. 23 Et véspere Liam fi- 
liam suam introdùxit ad eum, 21 Dans ancil- 
lam filiae, Zelpham nomine. Ad quam cum 
ex more Jacob fuisset ingréssus, facto mane 
vidit Liam : 2 '"Et dixit ad sócerum suum : 
Quid est quod fàcere voluisti? nonne prò 
Rachel servivi tibi? quare imposuisti mini? 
26 Respóndit Laban : Non est in loco nostro 
consuetudinis, ut minóres ante tradàmus ad 
nuptias. 27 Imple hebdómadam diérum hujus 
cópulae ; et hanc quoque dabo tibi prò òpere 
quo servitùrus es mihi septem annis àliis. 
28 Acquiévit plàcito : et hebdómada transàcta, 



dimmi quel che vuoi. 16 Ora Laban aveva 
due figliuole : la maggiore si chiamava Lia, 
e la minore Rachele. 17 Ma Lia aveva gli 
occhi cisposi : Rachele invece era bella di 
volto, e avvenente. 18 E Giacobbe portan- 
dole amore, disse : Ti servirò sette anni 
per Rachele tua figlia minore. 19 Laban ri- 
epose : È meglio che io la dia a te, che 
a un altro uomo, resta con me. 

20 Giacobbe adunque per Rachele servì 
sette anni : e per il grande amore gli par- 
vero pochi giorni. 21 E disse a Laban : 
Dammi la mia moglie : poiché è già com- 
piuto il tempo di sposarla. 22 E Laban invitò 
una gran turba di amici al convito, e fece 
le nozze. 23 Ma la sera condusse a Giacobbe 
la sua figliuola Lia, 21 dando alla figliuola 
una serva chiamata Zelpha. E Giacobbe es- 
sendo andato a stare con lei secondo il co- 
stume, al mattino conobbe che era Lia : 
25 e di6se al suo suocero : Che cosa è quello, 
che hai voluto fare ? non ti ho io forse ser- 
vito per Rachele? perché mi hai tu ingan- 
nato? 2G Laban rispose : Non si usa nel 
nostro paese, dar prima a marito le figliuole 
minori. 27 Compisci la settimana di questo 
sposalizio : e ti darò anche l'altra per il 
servizio che mi presterai per altri sette 



16-19. Laban promette a Giacobbe di dargli 
Rachele in moglie. Cisposi. L'ebraico corrispon- 
dente significa deboli, teneri, e quindi facili alle 
lacrime. Gli Orientali amano gli occhi vivi, e fra 
le doti che ricercano nelle loro spose ha una parte 
importantissima la bellezza e lo splendore degli 
occhi. Ti servirò sette anni. Nell'antichità, presso 
varii popoli, la figlia era considerata come la 
proprietà del padre, e lo sposo doveva quasi 
comprarla offrendo doni alla famiglia. Ora sic- 
come Giacobbe non aveva presenti da offrire, 
offre il suo servizio (Cf. XXIV, 53). Un tale uso 
sussiste ancora oggidì presso gli Arabi e nella 
Siria. La condotta di Laban è però odiosa, e le 
sue figlie non mancarono di chiamarsi offese dal 
suo modo di procedere a loro riguardo (XXXI, 
15). E meglio, ecc. Anche questo tratto è piena- 
mente conforme agli ..usi orientali. I Beduini, i 
Drusi, ecc., tra i varii, che domandano una figlia 
in sposa, preferiscono quello che appartiene alla 
famiglia (Cf. laussen, Coutumes des Arabes, ecc., 
pag. 43). 

20-22. Gli parvero pochi giorni. L'amore che 
portava a Rachele era sì grande, che gli sembrò 
poca cosa lavorare per sette anni affine di ottenerla 
in moglie. Terminati i sette anni di servizio, disse 
a Laban di mantenere la promessa fattagli. Dammi 
la mia moglie. La chiama sua moglie, non perchè 
l'avesse già sposata, ma perchè ornai aveva ac- 
quistato pieno diritto di averla. 

23-27. Condusse... Lia. La sposa secondo l'uso 
orientale viene presentata allo sposo tutta ravvolta 
in un velo (Cf. XXIV, C5). Se a ciò si aggiunge 



1' oscurità della camera nuziale, si comprende 
facilmente come Laban abbia potuto ingannare 
Giacobbe. Lia dovette prestarsi volentieri a 
quanto le suggerì il padre, e così Giacobbe, 
che aveva ingannato Isacco, rimase ancor egli 
ingannato. Unendosi a Lia egli non peccò, perchè 
scusato dall'ignoranza, ma non si può dire altret- 
tanto di Laban e di Lia. — Zelpha. Viene indi- 
cato il nome delle serve di Lia e di Rachele, 
perchè ancor esse diventarono mogli di Giacobbe. 
Perchè mi hai ingannato ? Giacobbe non era ob- 
bligato di sposare Lia, stante l'inganno patito, che 
se egli la ritenne per moglie fu in virtù del con- 
senso che vi diede appresso. Non si usa, ecc. Que- 
sto è un pretesto, poiché se fosse stato vero quanto 
dice, non avrebbe certamente fatto le nozze di 
Rachele (v. 22), che tutti sapevano essere minore 
di Lia. D'altra parte se vi era tale uso, egli 
avrebbe dovuto avvertire Giacobbe sin da prin- 
cipio, che se non lo ha fatto, si è perchè voleva 
unire le sue due figlie con un uomo ricco quale 
era Giacobbe, e assieme voleva ancora godere 
per altri sette anni del servizio di un pastore così 
esperto. Compisci la settimana (di questo spo- 
salizio = dierum copulae, manca nell'ebraico e 
nel greco) del convito nuziale con Lia, e poi ti 
darò (ebr. daremo) anche Rachele, a patto che tu 
mi serva per altri sette anni. Il convito nuziale 
durava sette giorni, ossia una settimana (Giud. 
XIV, 12; Tob. XI, 21). Passati questi, Giacobbe 
sposò anche Rachele. Nel Levitico (XVIII, 18) 
Dio proibì che un uomo potesse sposare due 
sorelle, ma nei tempi antichi tali matrimonii erano 
leciti, e quindi Giacobbe non va accusato di colpa 
se sposò Lia e Rachele. 






Genesi, XXIX. 30 — XXX, 1 



171 



Rachel duxit uxórem 
Balam tradiderat. 



'Cui pater servarti 



30 Tandémque potitus optàtis nùptiis, amó- 
rem sequéntis prióri praétulit, sérviens apud 
eum septem annis àliis. 31 Videns autem Dó- 
minus quod despiceret Liam, apéruit vùlvam 
ejus, soróre stèrili permanènte. 32 Quae con- 
céptum génuit filium, vocavitque nomen ejus 
Ruben, dicens : Vidit Dóminus humilitàtem 
rneam, nunc amàbit me vir meus. 33 Rur- 
sùmque concépit et péperit filium, et ait : 
Quóniam audivit me Dóminus habéri con- 
témptui, dedit étiam istum mihi ; vocavitque 
nomen ejus, Simeon. 34 Concepitque terrio 
et génuit àlium filium : dixitque : Nunc quo- 
que copulàbitur mini maritus meus, eo quod 
pepérerim ei tres filios : et idcirco appel- 
làvit nomen ejus, Levi. "Quarto concépit, 
et péperit filium, et ait : Modo confitébor 
Dòmino : et ob hoc vocàvit eum, Judam : 
cessavitque parere. 



anni. 2S Accondiscese alla proposta : e pas- 
sata quella settimana, prese per moglie Ra- 
chele : 29 a cui il padre aveva data per 
serva Baia. 

30 E giunto finalmente al possesso delie 
nozze bramate, nel suo amore preferì la 
seconda alla prima, e servì in casa di Laban 
per altri sette anni. 31 Ma il Signore vedendo 
che egli disprezzava Lia, la rese feconda, 
rimanendo sterile la sorella. 32 Ed essa con- 
cepì e partorì un figlio e gli pose nome 
Ruben, dicendo : Il Signore ha veduta la 
mia umiliazione, adesso il mio marito mi 
amerà. 33 E concepì di nuovo e partorì un 
figlio e disse : Il Signore perchè intese che 
io era disprezzata, mi ha dato anche questo 
figlio : e posegli nome Simeon. 34 E concepì 
la terza volta, e partorì un altro figlio : e 
disse : Adesso il mio marito sarà unito con 
me, dacché gli ho partoriti tre figliuoli : e 
perciò lo chiamò col nome di Levi. "Con- 
cepì per la quarta volta, e partorì un figlio, 
e disse : Adesso loderò il Signore : e perciò 
lo chiamò Giuda : e cessò dal partorire. 



CAPO XXX. 

Matrimonio di Giacobbe co?i Baia, 1-4. — Nascita di figli, 5-8. — Matrimonio dì 
Giacobbe con Zelpha e nascita di figli, 9-13. — Altri figli di Giacobbe, 14-24. 
— Convenzione tra Laban e Giacobbe, 25-36. — Stratagemmi di Giacobbe, 37-43. 



^ernens autem Rachel quod infecùnda 
esset, invidit soróri suae, et ait marito suo : 



J Ma Rachele vedendosi sterile, portava 
invidia a sua sorella, e disse a suo marito : 



33 Matth. I, 2. 



30. Nel suo amore preferì la seconda, cioè Ra- 
chele, alla prima, cioè a Lia. Questa predilezione 
durò per tutta la vita. La poligamia fu causa di 
varie dissensioni nella famiglia di Giacobbe. Il 
testo ebraico di questo versetto va tradotto : e 
Giacobbe entrò anche da Rachele, e amò anche 
Rachele più di Lia, e servì presso Laban ancora 
per sette anni. 

31. Gelosie delle diverse mogli, e vari figli 
avuti da Giacobbe (31-XXX, 24). Disprezzava, nel 
senso che le voleva meno bene, e nutriva per lei 
minore affetto (Deut. XXI, 15: Matt. VI, 24; 
X, 37). Il Signore prende le parti di Lia renden- 
dola feconda. Giacobbe la disprezza, il Signore la 
benedice. 

32. Nascita di Ruben. Ruben (ebr. Re'uben), 
significa vedete un figlio, oppure ecco un figlio, 
che mi ha dato Dio. La mia umiliazione, ossia 
la mia afflizione o abbiezione (Cf. Sap. VI, S; 
Lue. I, 48). Essa spera che adesso Giacobbe le si 
affezionerà maggiormente. Alcune versioni invece 
di Ruben hanno Rubel. 

33. Nascita di Simeon. Lia, delusa nella sua 
speranza, confida in Dio, e Dio le dona un nuovo 



figlio, a cui essa dà il nome di Simeone (ebraico 
Sime'on, esaudizione, dal verbo sama' = inten- 
dere, udire), 

34. Nascita di Levi. Sarà unito, ebr. yllaveh, 
da cui il nome Levi, che significa congiunzione, 
unione. 

35. Nascita di Giuda. Loderò, ebr. 'odeh, e 
quindi il nome Giuda, che significa lodato. Da 
Giuda nascerà il Messia. Cessò per qualche 
tempo dal partorire (Cf. XXX, 14-21). 

CAPO XXX. 

1-4. Matrimonio di Giacobbe con Baia. Disse 
a suo marito in un accesso di ira causata dalla 
gelosia. Invece di rivolgersi a Dio, come aveva 
fatto Lia (XXVIII, 32 e ss.), essa si adira 
contro il marito. Altrimenti morrò per dispia- 
cere. Adirato per la stolta richiesta di Rachele. 
Giacobbe risponde : tengo io forse il luogo di 
Dio, ecc., vale a dire : sono io forse Dio, oppure 
fo io le veci di Dio? Tale richiesta devi rivol- 
gerla non a me, ma bensì a Dio (Cf. I Re, II, 
6; IV Re, V, 7). Baia, ebr. Bilah. Per aver figli 



172 



Genesi, XXX, 2-15 



Da mihi liberos, alióquin móriar. 2 Cui irà- 
tus respóndit Jacob : Num prò Deo ego 
sum, qui privàvit te fructu ventris tui ? 
s At illa : Habeo, inquit, fàmulam Balam : 
ingrédere ad illam, ut pàriat super génua 
mea, et hàbeam ex illa lilios. "Deditque illi 
Balam in conjùgium : quae, ^Ingrèsso ad se 
viro, concépit, et péperit filium. 6 Dixitque 
Rachel : Judicàvit mihi Dóminus, et exau- 
divit vocem meam, dans mihi filium ; et 
idcirco appellàvit nomen ejus, Dan. 7 Rur- 
sùmque Baia concipiens péperit àlterum, 
"Pro quo ait Rachel : Comparàvit me Deus 
cum soróre mea, et invàlui : vocavitque 
eum, Néphthali. 

9 Séntiens Lia quod parere desiisset, Zel- 
pham ancillam suam marito tràdidit. 10 Qua 
post concéptum edénte filium, n Dixit : Fe- 
liciter ; et idcirco vocàvit nomen ejus, Gad. 
12 Péperit quoque Zelpha àlterum. 13 Dixitque 
Lia : Hoc prò beatitùdine mea : Beàtam 
quippe me dicent mulieres ; proptérea ap- 
pellàvit eum, Aser. 

14 Egréssus autem Ruben tèmpore messis 
triticaeae in agrum, réperit mandràgoras : 
quas matri Liae détulit. Dixitque Rachel : 
Da mihi partem de mandràgoris filii tui. 
15 Illa respóndit : Parùmne tibi vidétur, 
quod praeripùeris maritum mihi, nisi edam 
mandràgoras filii mei tùleris? Ait Rachel : 
Dórmiat tecum hac nocte prò mandràgoris 
filii tui. 



Dammi dei figli, altrimenti io morrò. Gia- 
cobbe adirato le rispose : Tengo io il luogo 
di Dio, il quale ti ha privata della fecon- 
dità ? 3 Ed ella disse : Io ho la serva Baia : 
prendila, affinchè io mi prenda sulle mie 
ginocchia la sua prole e da lei abbia dei 
figli. 4 E diede a lui Baia per moglie. Gia- 
cobbe la prese, ed élla concepì, e partorì 
un figlio. 6 E Rachele disse : Il Signore ha 
giudicato in mio favore, e ha esaudito la 
mia voce, dandomi un figlio : e perciò lo 
chiamò col nome di Dan. 7 E Baia concepì 
di nuovo e partorì un altro figlio, 8 del quale 
Rachele disse : Il Signore mi ha fatto lot- 
tare colla mia sorella, e io ho vinto : e lo 
chiamò Nephtali. 

9 Lia vedendo che aveva cessato di aver 
figli, diede a suo marito la sua schiava 
Zelpha. 10 E avendo questa concepito e par- 
torito un figlio, "Lia disse : fortuna : e 
perciò lo chiamò col nome di Gad. 12 Zelpha 
ne partorì ancora un altro. 13 E Lia disse : 
Questo è per mia beatitudine, poiché le 
donne mi diranno beata : per questo lo 
chiamò Aser. 

14 Ora Ruben essendo andato alla cam- 
pagna nel tempo che mietevasi il grano, 
trovò delle mandragore : e le portò a Lia 
sua madre. E Rachele disse : Dammi delle 
mandragore di tuo figlio. 15 Ella rispose : Ti 
sembra poco l'avermi tolto il marito, che 
vuoi togliermi anche le mandragore del mio 
figlio? Rachele disse : Dorma egli questa 
notte con te per le mandragore del tuo figlio. 



almeno in qualche modo, Rebecca ricorre allo 
stesso mezzo, a cui era ricorsa Sara (Ved. XVI, 
1 e ss.). Prendila in moglie. Prendere sulle gi- 
nocchia un neonato equivaleva a considerarlo 
come suo e ad averlo quale figlio adottivo (L, 22 ; 
Is. LXVI, 12; Giob. Ili, 12). Da lei abbia dei 
figli, ebr. lett. : da lei io sarò edificata, vale a 
dire : mi edificherò una casa, ossia famiglia 
(Cf. XVI, 2). 

5-<3. Rachele disse. Essa agisce come se fosse 
vera madre, e gli impone il nome. Ha giudicato 
in mio favore, ebr. dànanni = mi ha reso giustizia. 
— Dan = giudice. 

7-8. Nascita di .Nephtali. Mi ha fatto lot- 
tare, ecc. (ebr. nafthule 'Elohìm nifthalthi = 
lett. ho lottato le lotte di Dio) colla mia sorella, 
L'espressione lotte di Dio, è un superlativo che 
significa grandissime lotte. Le due sorelle com- 
battevano un'8spra lotta presso Dio per ottenere 
dei figli. Rachele si crede ora vittoriosa, avendo 
Lia cessato di partorire, e perciò chiama il se- 
condo figlio Nephtali (ebr. Nafthali) che significa 
mia lotta, o meglio lotta del Signore. 

9-13. Giacobbe sposa Zelpha, la quale gli par- 
torisce Gad e Aser. Lia vedendo che aveva ces- 
sato di partorire, fu gelosa della sorella, e ricorre 
allo stesso mezzo da essa usato per avere nuovi 
figli. Diede (ebr. e gr. in isposa) a suo marito 
(ebr. e gr. a Giacobbe). — Fortuna = ebr. bàgad, 
oppure ba' gad, che significa viene la fortuna, o 



meglio begad = per mia fortuna. Il nome Gad 
significa fortuna. Per mia beatitudine = ebraico : 
be'osri. Mi chiameranno beata (= ebr. isserùni), 
perchè madre di molti figli (Cf. Lue. I, 48). 
'Aser = beato, felice. 

14-15. Episodio, che diede occasione alla na- 
scita di nuovi figli da Lia. Ruben aveva allora 
quattro anni. Nel tempo che mietevasi il grano, 
cioè in maggio. Mandragore (ebr. duda'im, ossia 
pomi d'amore). La pianta (Atropa mandragora, 
Linn.; Mandragora vernalis, Bortolon.) appar- 
tiene alla famiglia delle solanacee, ed è abba- 
stanza comune in Palestina. Le sue foglie sono 
simili a quelle della bietola, i fiori sono rosso- 
pallidi, e ì frutti di un bel giallo. La sua radice 
d'ordinario è divisa in due parti ed ha una lon- 
tana rassomiglianza col corpo umano e forse 
perciò gli antichi attribuivano alle mandragore la 
virtù di far cessare la sterilità (Cf. Hetzenauer, 
h. 1. ; Gesenius, Thesaurus linguae hebr., ecc., 
p. 324; Hagen, Lex. Bib., Mandragora; Dict. 
Vig., Mandragore, ecc.). Può essere che Rachele 
ammettesse quest'opinione popolare, e così si 
spiegherebbe il suo vivo desiderio di avere i frutti 
portati a casa da Ruben. La Scrittura però non 
dice nulla su questo punto, ma narra solamente 
il fatto. Altri, per esempio Vigouroux, Crampon, 
pensano che qui si tratti non dei frutti, ma dei 
fiori di mandragora. Avermi tolto il marito. Da 
ciò si vede che Giacobbe non si curava gran cke 
di Lia, ma abitava piuttosto con Rachele. 






Genesi, XXX, 16-28 



173 



"Redeuntique ad vésperam Jacob de 
agro, egréssa est in occùrsum ejus Lia, 
et, Ad me, inquit, intràbis ; quia mercéde 
condùxi te prò mandràgoris filii mei. Dor- 
mivitque cum ea nocte illa. 17 Et exaudivit 
Deus preces ejus : concepitque et péperit 
filium quintum, 18 Et ait : Dedit Deus mer- 
cédem mihi, quia dedi ancillam meam viro 
meo : appellavitque nomen ejus, Issàchar. 
"Rursum Lia concipiens, pepérit sextum 
filium, 20 Et ait : Dotàvit me Deus dote bona : 
etiam hac vice mecum erit maritus meus, 
eo quod genùerim ei sex filios : et idcirco 
appellàvit nomen ejus, Zàbulon. 21 Post quem 
péperit filiam, nòmine Dinam. 



22 Recordàtus quoque Dóminus Rachélis, 
exaudivit eam, et apéruit vulvam ejus. 
"Quae concépit et péperit filium, dicens : 
Abstulit Deus oppróbrium meum. 24 Et vo- 
càvit nomen ejus, Joseph, dicens : Addat 
mihi Dóminus filium àlterum. 

"Nato autem Joseph, dixit Jacob sócero 
suo : Dimitte me ut revértar in pàtriam, 
et ad terram meam. 26 Da mihi uxóres, et 
liberos meos, prò quibus servivi tibi, ut 
àbeam : tu nosti servitù tem qua servivi tibi. 
"Ait illi Laban : Invéniam gràtiam in 
conspéctu tuo : experiménto didici, quia be- 
nedixerit mihi Deus propter te : 28 Constitue 
mercédem tuam quam dem tibi. 



16 E mentre Giacobbe alla sera se ne tor- 
nava dalla campagna, Lia le uscì incontro, 
e gli disse : verrai con me, perchè ti ho 
preso a prezzo delle mandragore del mio 
figlio. Ed egli dormì con lei quella notte 
17 E il Signore esaudì le preghiere di lei : 
ed essa concepì e partorì il quinto figlio 
18 e disse : Il Signore mi ha dato il premio, 
perchè diedi la mia schiava a mio marito : 
e gli diede il nome di Issàchar. 19 E di bel 
nuovo Lia concepì e partorì il sesto figlio, 
20 e disse : Il Signore mi ha dotata di buona 
dote : anche questa volta il mio marito starà 
con me, avendogli io dato sei figli : e per 
questo lo chiamò col nome di Zàbulon. 
21 Dopo di questo partorì una figlia per nome 
Dina. 

22 I1 Signore si ricordò anche di Rachele, 
e la esaudì, e la rese feconda. 23 Ed essa 
concepì, e partorì un figlio, dicendo : Il Si- 
gnore ha tolto il mio obbrobrio. 24 E lo 
chiamò col nome di Giuseppe, dicendo : il 
Signore mi aggiunga un altro figliuolo. 

2o Ma dopo nato Giuseppe, Giacobbe disse 
al suo suocero : Dammi licenza, che io me 
ne torni alla patria, e alla mia terra. 
26 Dammi le mogli, e i miei figli, per i 
quali ti ho servito, affinchè io me ne vada : 
tu sai quale sia stato il mio servizio. 27 Laban 
gli disse : Possa io trovar grazia dinanzi a 
te : io ho conosciuto alla prova, che Dio mi 
ha benedetto per causa tua : "Determina tu 
la ricompensa, che dovrò darti. 



16-18. Nascita di Issàchar. 7/ Signore esaudì 
le preghiere, ecc. Da ciò si comprende che la 
fecondità è un dono di Dio, e non un effetto delle 
mandragore. Mi ha dato il premio (ebr. sekarì). 
Issàchar significa appunto avuto per mercede, o 
a prezzo, o in ricompensa. Lia considera questo 
figlio come una ricompensa data da Dio alla libe- 
ralità, colla q.uale aveva dato a Giacobbe la sua 
schiava. 

19-20. Nascita di Zàbulon. Anche questa volta. 
Nell'ebraico si legge solo : questa volta. — Starà 
con me (ebr. yzbeleni, donde Zebulùn = Zàbulon, 
che significa abitazione). Lia sperava che Gia- 
cobbe avrebbe ora coabitato con lei. 

21. Nascita di Dina. Dina (femminile di Dan, 
versetto 6), significa giudicata. Giacobbe ebbe 
anche altre figlie (XLVI, 7), ma viene ricordata 
per nome solo Dina a motivo dei fatti narrati al 
capo XXXIV. 

22-24. Nascita di Giuseppe. Si ricordò. Dio 
sembrava averla dimenticata (VIII, 4). La esaudì. 
Da ciò si vede che essa aveva pregato, e posto 
in Dio la sua confidenza. Ha folto (ebr. J asaf) 
il mio obbrobrio, cioè la sterilità, la quale era 
considerata come un disonore (Ved. Lue. I, 25). 
Giuseppe (ebr. Yósef) significa aggiunga il Si- 
gnore, ed è in relazione con quanto dice Rachele : 
mi aggiunga (Yósef) il Signore un altro figlio. 
Può anche essere in relazione di dipendenza col 



verbo 'asaf, e significare : il Signore ha tolto (il 
mio obbrobrio). 

25-26. Convenzione tra Giacobbe e Laban (25- 
36). Dopo che fu nato Giuseppe, quando cioè 
erano compiuti i 14 anni di servizio che aveva 
prestato a Laban per ottenere le mogli (XXXI, 
41). Giacobbe avendo già 91 anno (XXVII, 1), 
voleva tornare alla sua patria, cioè nella terra di 
Chanaan. Dammi le mogli e i figli, ecc., che mi 
appartengono, avendo io adempito a tutte le mie 
obbligazioni verso di te. 

27-28. Risposta di Laban. Possa io trovar, ecc., 
ebraico e greco : se ho trovato grazia presso di 
te (si deve supplire) rimani ancora presso di me. 
Laban non mirava che al suo interesse, come 
mostrano le parole seguenti. Ho conosciuto alla 
prova. Il verbo ebraico nihashthi nella Scrittura 
ha quasi sempre il senso di conoscere per via di 
auguri, ed è probabile che tale sia qui il suo 
significato. Laban riconosceva Iahveh come il Dio 
di Giacobbe (XXXI, 29), ma parecchie pratiche 
superstiziose e idolatre si erano introdotte nella 
sua casa (XXXI, 19. 32L Può essere quindi che 
egli sia ricorso agli auguri, e n'abbia tratto la 
persuasione che Dio l'aveva benedetto a motivo 
di Giacobbe (Cf. Hummealuer, Hetzenauer, Cram- 
pon., h. 1.). La cosa però non è certa, poiché il 
detto verbo può benissimo significare anche cono- 
scere per esperienza. — Determina tu la ricom- 
pensa, ecc. (Cf. XXIX, 15). 



174 



Genesi, XXX, 29-34 



29 At ille respóndit : Tu nosti quómodo 
servierim tibi. et quanta in mànibus meis 
fùerit posséssio tua. 30 Módicum habuisti 
àntequam venirem ad te, et nunc dives 
efféctus es : benedixitque tibi Dóminus ad 
intróitum meum. Justum est igitur ut ali- 
quando provideam étiam dómui meae. 31 Di- 
xitque Laban : Quid tibi dabo? At ille 
ait : Nihil volo : sed si féceris quod postulo, 
iterum pascam, et custódiam pècora tua. 
32 Gyra omnes greges tuos, et separa cunctas 
oves vàrias, et sparso veliere : et quod- 
cùmque furvum, et maculósum, variùmque 
fùerit, tam in óvibus quam in capris, erit 
merces mea. "Respondebitque mihi cras 
justitia mea, quando plàciti tempus advé- 
nerit coram te : et omnia quae non fùerint 
vària, et maculósa et furva, tam in óvibus 
quam in capris, furti me àrguent. 34 Dixit- 
que Laban : Gratum hàbeo quod petis. 



29 Ma egli rispose : Tu sai, in qual modo 
ti ho servito, e quanto nelle mie mani sieno 
aumentati i tuoi beni. 30 Avevi poco, prima 
che io venissi da te, ora sei divenuto ricco : 
e il Signore ti ha benedetto alla mia venuta. 
È dunque giusto che io pensi una volta 
anche alla mia casa. 31 E Laban gli disse : 
Che ti darò io? Ma Giacobbe replicò : non 
voglio nulla ; ma se farai quello che io 
chiedo, tornerò a pascere e ad aver cura 
delle tue pecore. 32 Passa in mezzo a tutti i 
tuoi greggi, e metti da parte tutte le pecore 
vaneggiate, e macchiate di pelame ; e tutto 
quello che nascerà di colore fosco, e mac- 
chiato, e vario, tanto fra le pecore come 
fra le capre, sarà la mia mercede. 33 E do- 
mani, allorché verrà il tempo concordato 
tra noi, la mia giustizia mi renderà testi- 
monianza : e tutto quello che non sarà va- 
neggiato, o macchiato, o fosco, tanto di 
pecore come di capre, mi dimostrerà reo 
di furto. 34 Laban rispose : Mi piace quello 
che domandi. 



29-30. Giacobbe nella sua risposta mette sot- 
t'occhio a Laban la grandezza dei servigi che gli 
ha resi, e la necessità, in cui ornai egli si trova 
di pensare anche all'avvenire della sua famiglia. 
Giacobbe prepara così lo suocero ad accettare la 
richiesta che sta per fargli (v. 31). I tuoi beni, 
cioè i tuoi armenti, o le tue pecore, come si ha 
nei LXX. Sei divenuto ricco, ebr. era poco quel 
che avevi... ma ora è cresciuto molto, ecc. — E 
dunque giusto, ecc., ebr. ora quando lavorerò 
anche per la mia casa ? 

32-33. Proposta di Giacobbe. Non voglio nulla 
in denaro come prezzo del servizio prestato. Egli 
desidera di essere compensato in natura, e si 
dichiara pronto a continuare a fare il pastore per 
conto di Laban, purché egli accetti una condizione 
che subito espone. In tutta la narrazione seguente 
vi sono gravi difficoltà testuali. Già S. Girolamo 
si lamentava della confusione e dell'oscurità che 
presentano i LXX, e tutti gli interpreti riconoscono 
che anche la versione di S. Girolamo su parecchi 
punti lascia molto a desiderare. Ecco come va 
tradotto il versetto 32, secondo l'ebraico : Io pas- 
serò oggi in mezzo a tutti i tuoi greggi, mettendo 
da parte fra gli agnelli tutto quello che è vaneg- 
giato (piccole macchie) e macchiato (grandi mac- 
chie) e nero, e fra le capre tatto quello che è 
macchiato e vaneggiato, e (tale) sarà il mio sa- 
lario. La proposta di Giacobbe viene ritenuta assai 
moderata da Laban. È noto infatti che in Oriente 
(Salm. CXLVI, 16; Cant. IV, 2; VI, 5; Dan. 
VII, 9) gli agnelli d'ordinario sono bianchi, e 
quelli macchiettati sono un'eccezione, mentre al 
contrario le capre generalmente sono nere, e di 
raro bianche o macchiettate. Similmente le pelli 
bianche delle pecore, e le pelli nere delle capre 
hanno maggior valore, richiedendo minore lavo- 
razione per i diversi usi, in cui vengono impie- 
gate. Come si deduce dal versetto 37 una tale 
spartizione doveva aver luogo ogni anno. Passa 
in mezzo. Benché nell'ebraico si legga passerò, 
tuttavia è da preferirsi la lezione della Volgata 



e dei LXX, come quella che è voluta dal ver- 
setto 35. Sarà la mia mercede. Paragonando as- 
sieme i versetti 33, 36 (ebraico) apparisce chiaro 
che Giacobbe non domanda come salario le pe- 
core nere o macchiate e le capre bianche o mac- 
chiate, che saranno trovate tali dopo la divisione 
accennata precedentemente, ma bensì gli agnelli 
macchiettati e le capre macchiettate che nasceranno 
dalle pecore bianche e dalle capre nere. E pro- 
babile quindi che siano andate perdute le parole 
colle quali si indicava questo salario (Cf. Hetze- 
naeur, h. 1.). — Domani, ossia in avvenire. Al- 
lorché verrà il tempo concordato tra noi; ebraico : 
allorché tu verrai a riconoscere il mio salario, la 
mia giustizia risponderà per me. Tutto quello che 
non sarà vaneggiato e macchiettato tra le capre, 
e nero tra le pecore sarà un furto (se venga tro- 
vato) presso di me. Giacobbe vuol dire : la giu- 
stizia, che rende a ciascuno ciò che gli è dovuto, 
testificherà per me che io non ti voglio ingannare, 
poiché il mio salario, ossia le pecore e le capre 
non sono cose che si possano nascondere, tu 
potrai subito vedere che colore hanno, e tutte 
le capre non vaneggiate, e le pecore non nere, 
che si trovassero presso di me, mostreranno subito 
che io non sono stato ai patti, e che le ho rubate. 
34-36. Laban accetta la proposta. Ecco come 
va tradotto il versetto 35 secondo l'ebraico e il 
greco : E in quel giorno (Laban) mise da parte i 
capri macchiati e vaneggiati e tutte le capre mac- 
chiettate e varieggiate, tutte quelle in cui vi era 
del bianco, e tutto quello che era nero fra gli 
agnelli, e li affidò ai suoi figli. Labano sospettoso 
e diffidente, lascia in cura a Giacobbe le sole 
pecore bianche e le sole capre nere, affinchè egli 
non possa favorire i diversi incrociamenti e averne 
maggior vantaggio. Tra sé e il genero, ossia Gia- 
cobbe, come si ha nell'ebraico e nel greco. Il 
quale pasceva, ebraico e greco : e Giacobbe 
pasceva il rimanente dei greggi di Laban, ossia 
le pecore bianche e le capre nere. 



Genesi, XXX, 35-42 



175 



"Et separàvit in die illa capras, et oves, 
et hircos, et arietes vàrios, atque maculó- 
sos : cunctum autem gregem unicolórem, 
id est albi et nigri vélleris, tràdidit in manu 
filiórum suórum. 36 Et pósuit spàtium itine- 
ris trium diérum inter se et generimi, qui 
pascébat réliquos greges ejus. 

s: Tollens ergo Jacob virgas popùleas vi- 
rides, et amygdàlinas, et ex plàtanis, ex 
parte decorticàvit eas : detractisque cor- 
ticibus, in his, quae spoliàta fùerant, candor 
appàruit : illa vero quae integra fùerant, 
viridia permansérunt : atque in hunc mo- 
dum color efféctus est vàrius. 38 Posuitque 
eas in canàlibus, ubi effundebàtur aqua : 
ut cum venissent greges ad bibéndum, ante 
óculos habérent virgas, et in aspéctu earum 
conciperent. 

39 Factùmque est ut in ipso calóre cóitus, 
oves intueréntur virgas, et pàrerent macu- 
lósa, et vària, et divèrso colóre respérsa. 
"Divisitque gregem Jacob, et pósuit virgas 
in canàlibus ante óculos arietum : erant 
autem alba et nigra quaeque, Laban : cé- 
tera vero, Jacob, separàtis inter se gré- 
gibus. 41 Igitur quando primo tèmpore ascen- 
debàntur oves, ponébat Jacob virgas in ca- 
nàlibus aquàrum ante óculos arietum et 
óvium, ut in eàrum contemplatióne con- 
ciperent : "Quando vero serótina admis- 



35 E quel giorno Laban separò le capre, 
e le pecore, e i capri, e i montoni vaneg- 
giati, e macchiati : e diede in governo ai 
suoi figli tutto il gregge di un sol colore, 
cioè di pelo bianco e nero. 36 E pose la di- 
stanza di tre giorni di viaggio tra sé e il 
genero, il quale pascolava il rimanente dei 
suoi greggi. 

37 Giacobbe adunque prese delle verghe 
verdi di piòppo, e di mandorlo e di platano, 
e ne levò parte della corteccia : levata la 
quale, dove le verghe erano spogliate, spiccò 
il bianco : e dove non erano state toccate 
rimasero verdi : onde in tal guisa risultò 
vario colore. 38 E le pose nei canali, dove si 
gettava l'acqua : affinchè quando le pecore 
fossero venute a bere, avessero dinanzi agli 
occhi le verghe, e concepissero rimiran- 
dole. 

30 E avvenne, che le pecore essendo in 
calore miravano le verghe, e figliavano 
agnelli macchiettati e varieggiati e sparsi 
di diverso colore. 40 E Giacobbe divise il 
gregge, e pose le verghe nei canali davanti 
agli occhi dei capri : ed erano di Laban 
tutti i bianchi e i neri : gli altri poi erano 
di Giacobbe, avendo i greggi separati tra 
loro. "Quando adunque alla primavera le 
pecore dovevano concepire, Giacobbe met- 
teva le verghe nei canali dell'acqua di- 
nanzi agli occhi dei montoni e delle pecore, 



37-39. Stratagemmi usati da Giacobbe (37-43). 
Primo stratagemma (37-39) per ottenere dal gregge 
di Laban agnelli e capretti macchiettati. Questo 
mezzo si fonda sulla grande influenza che eser- 
cita l'immaginazione fortemente eccitata nell'atto 
della generazione. Se tale spiegazione non basta 
a dar ragione del fatto, allora si deve ricorrere a 
uno speciale intervento di Dio (Ved. XXXI, 7-9). 
Pioppo bianco, oppure storace. In quest' ultimo 
caso si tratterebbe della Styrax officinalis. ■ — .Ve 
levò parte, ecc., ebraico : vi fece delle scorzature 
bianche, mettendo a nudo il bianco che è nelle 
verghe. Le parole dove non erano state toc- 
cate, ecc., mancano nell'ebraico. I versetti 38- 
39 vanno tradotti secondo l'ebraico. E piantò le 
verghe così scorzate davanti alle pecore nei canali 
e negli abbeveratoi, ove le pecore venivano a 
bere, ed esse entravano in calore quando veni- 
vano a bere (39). E le pecore si accoppiavano 
davanti (o presso) le verghe, e figliavano agnelli 
varieggiati, macchiati, ecc. 

40. Altro stratagemma usato da Giacobbe. Le 
divergenze tra l'ebraico e le versioni, e fra le 
versioni tra loro, non che la costruzione oscura 
e il senso della frase quasi indecifrabile, mo- 
strano che questo versetto è probabilmente cor- 
rotto, e che è assai diffìcile poterlo emendare. 
Ecco la traduzione dell'ebraico : E Giacobbe se- 
parò gli agnelli, e fece volgere la faccia del 
gregge verso tutto quello che era macchiato e 
tutto quello che era nero nel gregge di Laban, 
e mise da parte le sue gregge, e non le riunì 
al gregge di Laban. Nei LXX si legge : Gia- 



cobbe separò gli agnelli, e mise il montone 
biancastro davanti alle pecore, e tutto quello 
che era vaneggiato tra gli agnelli, e da se 
stesso si mise da parte delle gregge, e non le 
mescolò colle pecore di Laban. In generale si 
vuol dire che Giacobbe separò le pecore e le 
capre di colore vario dal gregge di Laban. Fa- 
cendo qualche mutazione, nell' ebraico si può 
avere questo senso : Giacobbe separò le pecore 
e le capre, e pose nel primo armento del gregge 
tutto quello che era macchiato e nero tra le 
greggi di Laban, e si fece un gregge separato 
per sé, e non lo unì al gregge di Laban (Cf. Hetze- 
nauer, h. 1.). Altri però (Murillo, Crampon, ecc.) 
attenendosi al testo ebraico pensano che Gia- 
cobbe facesse camminare davanti al gregge le 
pecore e le capre macchiettate, affinchè potes- 
sero esercitare sul resto del gregge la stessa 
influenza, che avevano esercitato le verghe, a cui 
si era levata parte della corteccia. Quest'ultima 
spiegazione ci sembra la migliore. 

41-42. Terzo stratagemma usato per aver un 
gregge robusto, e non destare sospetti presso 
Laban. Quando alla primavera le pecore, ecc., 
ebr. ogni qual volta le pecore robuste entravano 
in calore, il che avviene nella primavera. Quando 
poi d'autunno, ecc., ebr. quando poi le pecore 
erano deboli, il che avviene nell'autunno. In 
Oriente le pecore figliano due volte all'anno. Ora 
secondo le opinioni dé*gli antichi, gli agnelli con- 
cepiti in primavera e nati nell'autunno erano più 
robusti che quelli concepiti in autunno e nati in 
primavera. Perciò Giacobbe non applica il suo 



176 



Genesi, XXX, 43 — XXXI, 7 



stira erat, et concéptus extrémus, non po- 
nébat eas. Fàctaque sunt ea quae erant 
serótina, Laban : et quae primi témporis, 
Jacob. "Ditatiisque est homo ultra modum, 
et habuit greges multos, ancillas et ser- 
vos, camélos et àsinos 



affinchè queste concepissero guardando le 
verghe. 42 Quando poi d'autunno le pecore 
concepiscono per la seconda volta, non 
metteva le verghe. E le pecore concepite 
nell'autunno erano di Laban: e quelle 
concepite la primavera erano di Giacobbe. 
<3 Ed egli divenne ricco oltre misura, e 
fece acquisto di molti greggi, di serve e 
servi, di cammelli e asini. 



CAPO XXXI. 

Giacobbe fugge dalla Mesopotamia, 1-18. — Laban lo insegue, 19-24. — Rimproveri 
di Laban, sdegno di Giacobbe e alleanza conchiusa, 25-55. 



'Postquam autem audivit verba filiórum 
Laban dicéntium : Tulit Jacob omnia quae 
fuérunt patris nostri, et de illius facultàte 
ditàtus, factus est inclytus : 2 Animadvértit 
quoque fàciem Laban, quod non esset erga 
se sicut heri et nudiustértius : 3 Màxime 
dicénte sibi Domino : Revértere in terram 
patrum tuórum, et ad generatiónem tuam, 
eróque tecum. 

4 Misit, et vocàvit Rachel et Liam in 
agrum, ubi pascébat greges, 5 Dixitque eis : 
Video fàciem patris vestri, quod non sit 
erga me sicut heri et nudiustértius : Deus 
autem patris mei fuit mecum. G Et ipsae 
nostis quod totis viribus meis servierim 
patri vestro. 7 Sed et pater vester circum- 
vénit me, et mutàvit mercédem meam de- 
cerci vicibus : et tamen non dimisit eum 



'Ora dopo ciò Giacobbe udì le parole dei 
figli di Laban, che dicevano : Giacobbe ha 
tolto tutto quello che era di nostro padre, 
ed è divenuto potente arricchendosi dei 
beni di lui : 2 Osservò ancora, che Laban 
non lo guardava collo stesso occhio di 
prima, 3 e di più il Signore gli diceva : 
Torna alla terra dei tuoi padri, e ai tuoi 
parenti, e io sarò con te. 

4 Fece adunque venire Rachele e Lia al 
campo, dove egli pasceva i greggi, 5 e disse 
loro : Io vedo, che il padre vostro non mi 
guarda collo stesso occhio di prima : ma 
il Dio di mio padre è stato con me. 6 E voi 
sapete come ho servito al vostro padre con 
tutto il mio potere. 7 Ma il vostro padre mi 
ha ingannato, e ha mutato dieci volte la 
mia mercede ; e con tutto questo Dio non 



stratagemma delle verghe che in primavera, sia 
per avere così un gregge robusto, e sia per non 
destare sospetti in Laban. 

43. Divenne ricco oltre misura. Tale è il ri- 
sultato degli stratagemmi usati. Per giudicare 
della moralità dei procedimenti di Giacobbe si 
deve tener conto di tutte le circostanze. Egli ha 
certamente reso vantaggioso per sé il contratto 
contro l'intenzione di Laban, il quale cedette 
bensì a Giacobbe le pecore di vario colore, ma 
quelle che tali fossero nate senza arte e for- 
tuitamente. Se però si osserva che Giacobbe era 
oppresso da Laban con violenza, e da lui non 
poteva ottenere in altro modo la giusta mercede 
delle sue fatiche, e che Dio stesso gli suggerì 
questo mezzo per ritrarre quanto per giustizia 
gli spettava, apparirà chiaro che nel suo modo di 
procedere è giustificato (Ved. cap. XXXI, 9 e ss. 
Cf. Alapide, h. 1.). 

CAPO XXXI. 

1-3. Giacobbe fugge dalla Mesopotamia (1-18). 
Nei versetti 1-3 si indicano i motivi della fuga. 
Dopo ciò, manca nell'ebraico e nel greco. Udì 
le ramle, ecc. Il primo motivo è quindi l'invidia 
dei figli di Laban ; il secondo il modo di agire 



dello stesso Laban, che non Io guardava più come 
prima ; il terzo poi e il principale è il comando 
di Dio. La terra dei padri è Chanaan. 

4. Fece venire le sue due mogli per avere con 
esse come un consiglio di famiglia. Si osservi 
come Rachele sia nominata la prima. Al campo, 
dove era più facile mantenere il segreto e non 
destare sospetti. 7 greggi, che gli appartenevano 
in forza della convenzione fatta con Laban. 

5-7. Discorso di Giacobbe alle mogli (5-13), nel 
quale si mettono in contrasto la condotta iniqua di 
Laban e la bontà di Dio. // Dio di mio padre è 
stato con me, e da lui viene la mia prosperità, e 
quindi Laban è ingiusto nel rimirarmi di mal'oc- 
chio. Sapete, ecc. Io non ho fatto alcun torto al 
vostro padre, al contrario egli ne ha fatto a me 
mutando dieci volte, ossia spesso, o il più che ha 
potuto (Num. XIV, 12; Giob. XIX, 3; Dan. VII, 
10) la mia mercede (Ved. n. 41). Dio però mi ha 
sempre protetto. Giacobbe non dice alle figlie di 
Laban che aveva usato stratagemmi per accrescere 
le sue ricchezze, ma attribuisce tutto alla benedi- 
zione di Dio, mostrando con ciò che Dio aveva 
almeno approvato i mezzi da lui adoperati. 

8-9. Gli agnelli, ebr. i partì. Tutte le pe- 
core, ecc., ebr. tutta la gregge filiava parti chiaz- 
zati. Le facoltà, ossia le greggi o il bestiame, 
come ha l'ebraico. 




Cilindro babilonese rappresentante un albero sacro 
e la tentazione (Gen. IH, 6). 




Forma primitiva 
dell'arpa (Gen. IV, 21). 




Anfore egiziana (Gen. XIV, 16). 




Cacciatore egiziano (Gen. XXVII, 5). 




Mandragora (Gen, XXX, 15). 



Genesi, XXXI, 8-19 



177 



Deus ut nocéret mihi. *Si quando dixit : 
Vàriae erunt mercédes tuae : pariébant 
omnes oves vàrios foetus ; quando vero e 
contràrio ait : Alba quaeque accipies prò 
mercéde : omnes greges alba peperérunt. 
•Tulitque Deus substàntiam patris vestri, et 
dedit mihi. 



10 Postquam enim concéptus óvium tem- 
pus advénerat, levavi óculos meos, et vidi 
in somnis ascendéntes mares super féminas, 
vàrios et maculósos, et diversórum colo- 
rum. u Dixitque àngelus Dei ad me in som- 
nis : Jacob. Et ergo respóndi : Adsum. 
12 Qui ait : Leva óculos tuos, et vide univér- 
sos màsculos ascendéntes super féminas, 
vàrios, maculósos, atque respérsos. Vidi 
enim omnia quae fecit tibi Laban. "Ego 
sum Deus Bethel, ubi unxisti làpidem, et 
votum vovisti mihi. Nunc ergo surge, et 
egxédere de terra hac, revértens in terram 
nativitàtis tuae. 

14 Responderùntque Rachel et Lia : Num- 
quid habémus residui quidquam in facultà- 
ribus et hereditàte domus patris nostri? 
15 Nonne quasi aliénas reputàvit nos, et vén- 
didit, comeditque pretium nostrum? 16 Sed 
Deus tulit opes patris nostri, et eas tràdidit 
nobis, ac filiis nostris : unde omnia quae 
praecépit tibi Deus, fac. 

17 Surréxit itaque Jacob, et impósitis li- 
beris ac conjùgibus suis super camélos, 
àbiit. 18 Tulitque omnem substàntiam suam, 
et greges, et quidquid in Mesopotàmia ac- 
quisierat, pergens ad Isaac patrem suum in 
terram Chànaan. 

19 Eo tèmpore ierat Laban ad tondéndas 



ha permesso, che egli mi facesse del danno. 
8 Se una volta diceva : Gli agnelli chiazzati 
saranno la tua mercede ; tutte le pecore 
figliavano agnelli chiazzati : quando per lo 
contrario diceva : Tu prenderai per tuo sa- 
lario tutti gli agnelli bianchi ; tutti i greggi 
figliavano agnelli bianchi. 9 E Dio ha tolto 
le facoltà del padre vostro e le ha date 
a me. 

10 Quando infatti venne il tempo, in cui 
le pecore dovevano concepire, alzai i miei 
occhi, e vidi in sogno che i maschi, i quali 
coprivano le femmine, erano chiazzati, e 
macchiati e di vario colore. "E l'Angelo 
di Dio mi disse in sogno : Giacobbe. E 
io risposi : Eccomi. 12 Ed egli disse : Alza 
i tuoi occhi e mira come tutti i maschi, 
che coprono le femmine, sono chiazzati e 
macchiati, e di vario colore. Perocché io 
ho veduto tutto quello, che ti ha fatto 
Laban. 13 Io sono il Dio di Bethel, dove tu 
ungesti la pietra, e mi facesti il voto. Ora 
dunque levati, e parti da questa terra, per 
tornare alla terra dove sei nato. 

"Rachele e Lia risposero : Forsechè ci 
resta qualche cosa dei beni, e della ere- 
dità della casa di nostro padre? 10 Non ci 
ha egli forse trattate come straniere, e ven- 
dute, e non ha forse mangiato quello che 
ci era dovuto? 16 Ma Dio ha prese le ric- 
chezze di nostro padre, e le ha date a noi, 
e ai nostri figliuoli : fa adunque tutto quello, 
che Dio ti ha comandato. 

17 Giacobbe adunque si levò, e messi i 
figliuoli e le mogli sopra i cammelli, se ne 
partì. 18 E prese tutto il suo, e i greggi, e 
tutto quello che aveva acquistato nella Me- 
sopotàmia, e si incamminò verso il suo 
padre Isacco nella terra di Chanaan. 

19 Laban in quel tempo essendo andato a 



13 Sup. XXVIII, 18. 



10-13. Conferma la sua ultima affermazione 
(v. 9) raccontando una visione avuta (10-12). 
Stando al contesto (v. 8 e 12) sembra più pro- 
babile che questa visione abbia avuto luogo non 
prima della convenzione fatta con I.aban, ma poco 
prima che Giacobbe chiamasse a sé le mogli, e 
si disponesse a partire. Con essa Dio veniva a 
mostrare che la ricchezza di Giacobbe più che 
agli stratagemmi da lui usati era dovuta alla spe- 
ciale provvidenza che di lui Egli aveva avuto. 
Ho veduto, ecc. Di qui si impara che la mansue- 
tudine e la pazienza nel sopportare le ingiurie 
trae con sé la benedizione di Dio. Il Dio di 
Bethel, ecc. (Cf. XXVIII, 18 e ss.). Levati, ecc. 
Quest'ordine di Dio è quello stesso che fu accen- 
nato al versetto 3. 

14-16. Risposta di Rachele e di Lia. Anche 
esse si lamentano dell'ingiustizia del loro padre, e 
ammirano la bontà di Dio verso di Giacobbe. 



Forsechè, ecc. Esse affermano di non aver più 
alcuna comunione colla casa del loro padre, e 
di non potersi attendere qualche cosa del patri- 
monio paterno, perchè furono trattate non come 
figlie, ma come straniere e vendute a caro prezzo 
(14 anni di servizio. Cf. XXX, 18 e ss.); e di più 
Laban ha mangiato, ossia ha ritenuto, per sé 
quello che loro era dovuto come compenso della 
lunga servitù di Giacobbe. Che se hanno delle 
ricchezze, non le hanno ricevute dal padre, ma 
da Dio, il quale merita bene di essere ubbidito. 

17-18. Giacobbe parte immediatamente por- 
tando con sé tutto quello che gli appartiene, 
ricchezze, non le hanno ricevute dal padre, ma 
in Oriente, quando si emigra da uno all'altro 
luogo. Mesopotàmia, ebr. Paddan 'Aram. 

19-20. Laban insegue Giacobbe (19-24). Es- 
sendo andato, ecc. Siccome le pecore di Laban si 
trovavano assai distanti da quelle di Giacobbe 



12 — Sacra Bibbia, \ol. III. 



178 



Genesi, XXXI, 20-29 



oves, et Rachel furata est idóla patris sui. 
20 Noluitque Jacob confitéri sócero suo quod 
fùgeret. 2I Cumque abiisset tam ipse quam 
omnia quae juris sui erant, et amne trans- 
misso pérgeret contra montem Gàlaad, 
22 Nuntiàtum est Laban die tértio quod fù- 
geret Jacob. 23 Qui, assumptis fràtribus suis, 
persecùtus est eum diébus septem : et com- 
prehéndit eum in monte Gàlaad. 24 Viditque 
in somnis dicéntem sioi Deum : Cave ne 
quidquam àspere loquàris contra Jacob. 

"jamque Jacob exténderat in monte ta- 
bernàculum : cumque ille consecùtus fuis- 
set eum eum fràtribus suis, in eódem monte 
Gàlaad fixit tentórium. 2C Et dixit ad Jacob : 
Quare ita egisti, ut clam me abigeres filias 
meas quasi captivas glàdio? 27 Cur ignorante 
me fùgere voluisti, nec indicare mihi, ut 
proséquerer te eum gàudio, et cànticis, et 
tympanis, et citharis? 2S Non es passu6 ut 
osculàrer filios meos et filias : stulte ope- 
ràtus es : et nunc quidem 29 Valet manus 
mea réddere tibi malum : sed Deus patris 
vestri heri dixit mihi : Cave ne loquàris 



tosare le pecore, Rachele rubò gl'idoli dì 
suo padre. 20 E Giacobbe non volle far nota 
al suo suocero la sua fuga. 21 Ma partito 
che egli fu con tutto quello, che gli appar- 
teneva, mentre, passato il fiume, si avan- 
zava verso il monte Gàlaad, 22 fu portata il 
terzo giorno a Laban la nuova che Giacobbe 
fuggiva. 23 Ed egli, avendo presi con sé i 
suoi fratelli, lo inseguì per sette giorni : e 
lo raggiunse sul monte di Gàlaad. 2 *E vide 
in sogno Dio, che gli diceva : Guardati dal 
dire qualche parola aspra contro Giacobbe. 
2S E Giacobbe aveva già tesa la sua tenda 
sul monte : e Laban avendolo raggiunto coi 
suoi fratelli, piantò la sua tenda sullo stesso 
monte di Gàlaad. 2C E disse a Giacobbe : 
Perchè hai tu agito in tal guisa, menando 
via furtivamente le mie figlie, come pri- 
gioniere di guerra? 27 Perchè hai tu voluto 
fuggire senza che io lo sapessi, e non hai 
voluto avvertirmi, affinchè ti accomiatassi 
con festa, e cantici, e timpani, e cetre? 
28 Non mi hai permesso di dare un bacio 
a' miei figli, e alle mie figlie : ti sei dipor- 
tato da stolto : e adesso certamente 29 io 



29 Inf. XLVIII, 16. 



(X-XX, 36), e il tosarle richiedeva un tempo note- 
vole, si comprende che l'assenza di Laban dalla 
casa doveva essere abbastanza prolungata. Mentre 
però Giacobbe non portò con sé che quel che 
era suo, Rachele invece rubò gli idoli (ebraico 
theraphim) di suo padre. L'etimologia del nome 
Theraphim è incerta, ma è fuor di dubbio che 
con esso vengono indicati alcuni idoli, o divinità 
domestiche, analoghi ai Penati dei Romani, dalla 
forma umana più o meno caratterizzata, e dalle 
più varie dimensioni (Cf. I Re, XIX, 13). Quelli, 
di cui si parla in questo luogo, dovevano essere 
piccoli (Cf. v. 34) Non sappiamo se si rendesse 
loro un culto propriamente detto, ma è certo che 
si ricorreva ad essi per consultare l'avvenire e 
compiere atti di magia e di superstizione (Ved. 
Giud. XVIII, 29; Ezech. XXI, 21; Zach. X, 2). 
Può essere che Rachele li abbia rubati, affinchè 
Laban consultandoli non venisse a conoscere dove 
essi erano fuggiti (Hummelauer), oppure affine 
di ottenere un prospero viaggio (S. Giov. Cris., 
Alap.), oppure affine di consultarli essa stessa 
(Gius. FI.), o anche semplicemente perchè erano 
d'oro (Pererio), o per togliere al padre un'occa- 
sione di idolatria (S. Basilio). Il versetto 20 se- 
condo l'ebraico va tradotto : E Giacobbe ingannò 
Laban Arameo, non informandolo della sua fuga. 
Lett. Giacobbe rubò il cuore di Laban Arameo, ecc. 
21-24. Laban avvertito finalmente della fuga di 
Giacobbe, lo insegue. 7/ fiume è l'Eufrate. 7/ 
monte di Gàlaad, così chiamato per anticipazione 
(Ved. vv. 46-47), si trova all'Est del Giordano, 
e si estende verso Nord sino al Libano e verso 
il Sud sino al fiume Iaboc. 7 suoi fratelli, ossia 
i suoi parenti, e forse anche i servi, ecc. Per 
sette giorni. La distanza da Haran a Gàlaad è 
di circa 640 chilometri, che potè benissimo es- 



sere percorsa dai cammelli di Laban, che 
camminavano a marcie forzate. Giacobbe coi 
greggi suoi impiegò più tempo, ma egli era par- 
tito parecchi giorni prima. Guardati, ecc. Dio 
interviene in favore di Giacobbe. Vietando a 
Laban di parlar male contro Giacobbe, Dio gli 
proibisce ancora di recargli qualche danno. Nel- 
l'ebraico si legge : E Dio venne in sogno a 
Laban V Arameo, e gli disse: Guardati dal dir 
qualche cosa a Giacobbe, né in bene, né in male. 
Con queste parole Dio proibisce a Laban di ado- 
perarsi affinchè Giacobbe ritorni sulla determi- 
nazione presa. 

25. Alleanza conchiusa tra Giacobbe e Laban 
(25-35). Dapprima si indica la posizione dei due 
accampamenti. Si trovavano ambedue sul Gàlaad. 

26-30. Rimproveri di Laban, nei quali si fa 
mostra di una grande affezione paterna e di una 
grande ipocrisia. Egli sapeva bene di aver dato 
occasione alla fuga di Giacobbe colla sua du- 
rezza e la sua avarizia, ma ora non si preoccupa 
di ciò, e cerca di mostrare che il torto è tutto 
dalla parte di Giacobbe. Affinchè ti accomia- 
tassi, ecc., come si suole fare anche oggi in 
Oriente. Laban, benché guardasse di mal'occhio 
Giacobbe, sa fingersi suo intimo amico. Ai miei 
figli, ossia ai miei nipoti nati da te. Ti sei dipor- 
tato da stolto, perchè io, valendomi della mia 
autorità di capo di famiglia, potrei farne ven- 
detta. Laban è però costretto a confessare che 
Dio gli impedisce di far alcun male a Giacobbe 
(Cf. v. 24). Perchè mi hai rubato, ecc. L'ultima 
accusa contro Giacobbe è quella di essersi fatto 
reo di furto. 7 miei dèi. Dovevano valere ben 
poco questi dèi, che non han saputo difendersi 
da un furto. 



Genesi, XXXI, 30-35 



179 



contra Jacob quidquam dùrius. 30 Esto, ad 
tuos ire cupiébas, et desidèrio erat tibi do- 
mus patris tui : cur furàtus es deos meos? 



31 Respóndit Jacob : Quod inscio te pro- 
féctus sum, timui ne violénter auférres filias 
tuas. 32 Quod autem furti me àrguis : apud 
quemcùmque invéneris deos tuos, necétur 
coram fràtribus nostris ; scrutare, quidquid 
tuórum apud me invéneris, et aufer. Haec 
dicens, ignoràbat quod Rachel furata esset 
idóla. 



33 Ingréssus itaque Laban tabernàculum Ja- 
cob et Liae, et utriùsque fàmulae, non invé- 
nit. Cumque intràsset tentórium Rachélis, 
"Illa festinans abscóndit idóla subter stra- 
ménta caméli, et sedit désuper : scrutanti- 
que omne tentórium, et nihil inveniénti, 
35 Ait : Ne irascàtur dóminus meus, quod 
coram te assùrgere néqueo : quia juxta con- 
suetùdinem feminàrum nunc àccidit mihi. 
Sic delùsa 6ollicitùdo quaeréntis est. 



potrei renderti del male : ma il Dio del 
padre vostro ieri mi disse : Guardati dal 
parlare con asprezza contro Giacobbe. 
30 Sia pure che tu desideravi di andartene 
a trovare i tuoi, e ti stimolava il desiderio 
della casa di tuo padre : perchè mi hai 
rubati i miei dèi ? 

"Giacobbe rispose : Io sono partito a 
tua insaputa, perchè temei, che mi rapissi 
per forza le tue figlie. 33 Quanto poi al 
furto, di cui mi rimproveri : chiunque sia 
colui, presso del quale ritroverai i tuoi 
dèi, sia messo a morte alla presenza dei 
nostri fratelli : cerca dappertutto, e prendi 
pure tutto quello che di tuo troverai presso 
di me. Dicendo questo, egli ignorava ;he 
Rachele avesse rubato gl'idoli. 

"Laban adunque entrato nella tenda di 
Giacobbe, e di Lia, e delle due schiave, 
trovò nulla. Ma essendo egli entrato nella 
tenda di Rachele, 34 ella nascose in fretta 
gl'idoli sotto il basto di un cammello, e 
si sedette sopra : e frugando egli tutta la 
tenda senza trovarli, 3S ella disse : Non si 
sdegni il mio signore, se non posso alzarmi 
alla tua presenza : perocché ho adesso il 
solito incomodo delle donne : così fu delusa 
l'ansietà con cui e°li cercava. 



31-32. Giacobbe giustifica la sua fuga col ti- 
more più che fondato di vedersi rapire con vio- 
lenza le mogli da Laban loro padre. Nell'ebraico 
il versetto 31 suona così : Giacobbe rispose e 
disse a Laban: perchè temetti, poiché dissi: che 
talora tu non mi rapissi le tue figlie. 1 LXX ag- 
giungono : e tutti i miei beni. — Quanto poi al 
furto, di cui mi rimproveri. Queste parole man- 
cano nell'ebraico e nel greco. Giacobbe ad ogni 
modo protesta contro l'accusa di furto, e in prova 
della 6ua innocenza autorizza Laban a fare una 
inchiesta. Sia messo a morte. La gravità della 
pena mostra che Giacobbe era persuaso non solo 
della sua innocenza, ma anche di quella di tutti 
i suoi. Alla presenza dei nostri fratelli. Alcuni 
uniscono queste parole con quel che segue : 
cerca alla presenza, ecc. Dicendo questo. Queste 
parole mancano nell'ebraico e nel greco. 

33-35. Inutile ricerca fatta da Laban. 2/ basto, 
o la sella. Si tratta di una specie di lettiga che 
si poneva sul dorso dei cammelli, nella quale 
prendevano posto le donne e i fanciulli. Era 
munita di tende che servivano non solo contro il 
sole e il vento, ma anche contro gli sguardi dei 
curiosi. Se non posso alzarmi, come deve fare 
una figlia alla presenza del suo padre (Lev. XIX, 
32). Il solito, ecc., eufemismo evidente (Ved. Lev. 
XV, 19 e ss.). Nessuno poteva toccare una donna 
in tale stato senza contaminarsi, e restava pure 
contaminato chi toccava una cosa che essa avesse 
toccato. Si comprende quindi che Laban non 
abbia frugato nella lettiga. La versione della Vol- 
gata dei versetti 33-35, benché fedele quanto al 
senso, non è però letterale. 

36-42. Vivo sdegno di Giacobbe per il modo 
di procedere di Laban. Con parole concitate egli 



si lagna di aver dovuto tollerare una sì ingiusta 
perquisizione, affine di provare la sua innocenza 
(36-37), e di aver dovuto per tanti anni soppor- 
tare una sì dura servitù (38-41). Per questo sono 
stato, ecc., ebr. sono già venti anni che ho pas- 
sato con te. — Non furono sterili, ebr. non hanno 
abortito, come spesso avviene per colpa dei pa- 
stori. S'on ti ho fatto vedere, ecc., ebr. io non 
ti ho portato ciò che era lacerato dalle bestie, ma 
io lo pagava; tu esigevi da me quello che era 
stato rubato di giorno, e quello che era stato 
rubato di notte. Secondo l'Esodo, XXII, 10 e ss., 
il guardiano delle pecore non era responsabile 
verso il suo padrone di una bestia lacerata dalle 
fiere, se poteva portargli qualche membro lacero 
di essa, e neppure di una bestia rubata da la- 
dri, ecc. Arso dal caldo e dal gelo. Nella Siria 
vi è grande differenza di temperatura tra il giorno 
e la notte, e a un calore soffocante succedono in 
certi mesi delle notti freddissime. 11 versetto 41, 
secondo l'ebraico, va tradotto : Ecco venti anni 
che sono in casa tua; ti ho servito quattordici 
anni per le tue due figlie, e sei anni per le tue 
gregge, ecc. Hai cambiata per dieci volte, ecc. 
Quest'ultime parole possono prendersi anche in 
senso stretto. La divisione del bestiame facen- 
dosi due volte all'anno, Laban quando vedeva 
che la parte toccata a Giacobbe era sempre più 
vantaggiosa, non voleva più stare alla conven- 
zione fatta, e se ne doveva fare un'altra. Così 
la cosa durò per cinque anni interi, al sesto anno 
poi Giacobbe fuggì (Ved. n. v. 8). — Colui che 
è temuto da Isacco, ebr. lett. il terrore di Isacco, 
metonimia che indica l'oggetto del timore d'Isacco 
(Ved. Is. VIII, 13) ed equivale a Dio di Isacco. 
Ieri ti ha sgridato, ebr. la notte passata ha 
dicato tra di noi (Ved. v. 24). 



180 



Genesi, XXXI, 36-48 



36 Tuménsque Jacob, cum jùrgio ait : 
Quam ob culpam meam, et ob quod peccà- 
tum meum sic exarsisti post me, 37 Et scru- 
tàtus es omnem supelléctilem meam? Quid 
invenisti de cuncta substantia domus tuae? 
Pone hic coram fràtribus meis, et [ràtribus 
tuis, et judicent inter me et te. 3S Idcirco 
viginti annis fui tecum? Oves tuae et caprae 
stériles non fuérunt, arietes gregis tui non 
comèdi : 39 Nec captum a béstia osténdi tibi, 
ego damnum omne reddébam : quiquid furto 
peribat, a me exigébas : 40 Die noctùque 
aestu urébar et gelu, fugiebàtque somnus 
ab óculis meis. "Sicque per viginti annos 
in domo tua servivi tibi, quatuórdecim prò 
filiàbus, et sex prò gTégibus tuis : immu- 
tasti quoque mercédem meam decem vici- 
bus. 42 Nisi Deus patris mei Abraham, et 
timor Isaac, affùisset mihi, fórsitan modo 
nudum me dimisisses : afflictiónem meam 
et labórem mànuum meàrum respéxit Deus, 
et àrguit te heri. 



43 Respóndit ei Laban : Filiae meae et filii, 
et greges tui, et omnia quae cernis, mea 
sunt ; quid possum facere filiis et nepótibus 
meis? 44 Veni ergo, et ineàmus foedus : ut 
sit in testimónium inter me et te. 45 Tulit 
itaque Jacob làpidem, et eréxit illum in ti- 
tulum : 46 Dixitque fràtribus suis : Afférte là- 
pides. Qui congregàntes fecérunt tumulum, 
comederuntque super eum : 47 Quem vocàvit 
Laban Tumulum testis : et Jacob, Acérvum 
testimónii, utérque juxta proprietàtem lin- 
guae suae. 



48 Dixitque Laban : Tiìmulus iste erit testis 
inter me et te hódie : et idcirco appellàtum 



36 Allora Giacobbe sdegnato disse con 
rimprovero : Per quale mia colpa, o per 
quale mio peccato mi hai tenuto dietro con 
tanto calore 37 e hai frugato tutta la mia 
suppellettile? Che hai tu trovato di tutte 
le cose di casa tua? mettilo qui alla pre- 
senza dei miei fratelli, e dei tuoi fratelli, 
e essi siano giudici tra me e te. 38 Per que- 
sto sono stato venti anni con te? Le tue 
pecore, e le tue capre non furono sterili, 
io non ho mangiato gli arieti del tuo gregge : 
39 Io non ti ho fatto vedere ciò che le fiere 
avevano rapito : io pagava tutto il danno : 
tu esigevi da me tutto quel, che era ru- 
bato : 40 giorno e notte era arso dal caldo 
e dal gelo, e il sonno fuggiva dai miei 
occhi. 41 E in tal guisa ti ho servito in 
casa tua per venti anni, quattordici per le 
figliuole, e sei per i tuoi greggi : e tu hai 
anche per dieci volte cambiato la mia 
mercede. 42 Se il Dio del mio padre Abra- 
diamo, e colui, che è temuto da Isacco, non 
mi avesse assistito, mi avresti forse adesso 
rimandato nudo : Dio ha mirato la mia 
afflizione, e la fatica delle mie mani, e 
ieri ti ha sgridato. 

43 Laban gli rispose : Le mie figlie, e i 
figli, e i tuoi greggi, e quanto tu vedi, 
sono cosa mia : che posso io fare contro i 
figli, e i miei nipoti? 44 Vieni adunque, e 
facciamo un'alleanza, che serva di testi- 
monianza tra me e te. 45 Giacobbe adunque 
prese una pietra, e la eresse in monu- 
mento : 40 e disse ai suoi fratelli : Portate 
delle pietre. Ed essi radunatene parecchie, 
ne fecero un mucchio, e mangiarono sopra 
di esso. 47 E Laban lo chiamò il Mucchio 
del testimone, e Giacobbe, il Mucchio della 
testimonianza, ciascuno secondo la pro- 
prietà del suo linguaggio. 

48 E Laban disse : Questo mucchio sarà 
oggi testimone tra me e te : e per questo 



43-44. Laban, rappacificato, propone un'al- 
leanza. Le mie figlie, ecc., ebr. queste figlie sono 
mie figlie, questi figli miei figli, queste gregge mie 
,v. e tutto quello che tu vedi è mio. Che cosa 
farò io oggi a queste mie figlie, ad esse o ai 
figli che esse hanno generato ? Giacobbe non ha 
da temere. Laban non può far del male a sé 
stesso, e quindi non potrà recar nocumento 
a quanto appartiene a Giacobbe, poiché egli con- 
sidera tutto come se appartenesse a sé stesso. 
Serva di testimonianza, in quanto sarà congiunta 
coll'erezione di un monumento (48). 

45-47. Erezione di un monumento in segno del- 
l'alleanza. In monumento. L'ebraico corrispondente 
indica un cippo (Ved. n. XXVIII. 19). Ne fecero 
un mucchio attorno al cippo eretto da Giacobbe. 
Mangiarono sopra di esso in segno di amicizia. 
Il convito qui accennato è probabilmente quello 
stesso che è ricordato al versetto 54. Il versetto 
47 secondo l'ebraico va tradotto : Laban lo chiamò 
yegar-sahadùta, e Giacobbe lo chiamò Gal' ed. I 



due nomi, dei quali il primo è aramaico e il se- 
condo ebraico, hanno la stessa significazione = 
a mucchio della testimonianza o del testimone.' 
Da ciò si vede che nella Mesopotamia, patria dei 
Patriarchi, si parlava l'aramaico, mentre invece 
nella Palestina si parlava un dialetto ebraico, 
che la famiglia di Abramo non tardò ad appren- 
dere dai Cananei o dai Fenici. Ciascuno se- 
condo, ecc. Queste parole mancano nell'ebraico 
e nel greco. 

48-53. Laban spiega la significazione del cippo 
eretto e del mucchio di pietre. Questo mucchio 
sarà, o meglio è, oggi testimone dell'alleanza 
conchiusa tra me e te. Galaad, dall'ebr. gal = 
cumulo, mucchio, e 'ed = testimone. Le parole 
cioè mucchio del testimone, mancano nell'ebraico 
e nel greco. Il versetto 49 secondo l'ebraico va 
tradotto : (fu dato a quel mucchio il nome di 
Galaad), e anche di Mizpah, perchè Laban aveva 
detto: Il Signore son'egli o riguardi me e te, 
quando ci saremo separati l'uno dall'altro. La 



Genesi, XXXI, 49 — XXXII, 2 



181 



est nomen ejus Gàlaad, id est, Tùmulus 
testis. 49 Intueàtur et jùdicet Dóminus inter 
nos quando recessérimus a nobis, 50 Si af- 
flixeris filias meas, et si introdùxeris àlias 
uxóres super eas : nullus sermónis nostri 
testis est absque Deo, qui praesens réspicit. 



51 Dixitque rursus ad Jacob : En tùmulus 
hic, et lapis quem eréxi inter me et te, 
"Testis erit : tùmulus, inquam, iste et lapis 
sint in testimónium, si aut ego transiero 
illum pergens ad te, aut tu praeterieris, ma- 
lum mihi cógitans. 53 Deus Abraham, et Deus 
Nachor jùdicet intér nos, Deus patris 
eórum. Juràvit ergo Jacob per timórem pa- 
tris sui Isaac : 54 Immolatisque victimis in 
monte, vocàvit fratres suos ut éderent pa- 
nem. Qui cum comedissent, mansérunt ibi. 
55 Laban vero de nocte consùrgens, oscu- 
làtus est filios et filias suas, et benedixit 
illis : reversùsque est in locum suum. 



fu dato a quel mucchio il nome di Galaad, 
cioè mucchio del testimone. 49 Che il Si- 
gnore ci riguardi e ci giudichi, quando ci 
saremo dipartiti l'uno dall'altro. 5c Se tu 
maltratterai le mie figlie, e se oltre di esse 
prenderai altre mogli : nessuno è testimone 
delle nostre parole, eccetto Dio, il quale 
è presente e ci mira. 

51 E disse ancora a Giacobbe : Ecco il 
mucchio e la pietra che io ho eretto tra 
me e te, "sarà testimone : questo muc- 
chio, io dico, e questa pietra rendano testi- 
monianza, se io passerò oltre per andare 
verso di te, o se tu passerai oltre con 
intenzione di venirmi fare del male. S3 I1 
Dio d'Abrahamo, e il Dio di Nachor, il 
Dio del padre loro sia giudice tra di noi. 
Giacobbe adunque giurò per colui che era 
temuto da Isacco suo padre : 54 E immolate 
le vittime sul monte, invitò i suoi fratelli 
a mangiare del pane. E mangiato che eb- 
bero, si fermarono là. "Quindi Laban al- 
zatosi, che era ancora notte, baciò i figli e 
le sue figlie, e li benedisse, e se ne tornò 
a casa sua. 



CAPO XXXII. 

Incontro di Giacobbe con degli angeli, 1-2 . — Precauzioni prese da Giacobbe pi r 
riconciliarsi con Esaù, 3-21. — Giacobbe lotta con un angelo, 22-32. 

\Jacob quoque àbiit itinere quo coéperat : * Anche Giacobbe proseguì il viaggio intra- 

fuerùntque ei óbviam angeli Dei. 2 Quos preso, e gli si fecero incontro degli Angeli 



1 Inf. XLVIII, 16. 



parola Mizpah significa torre di osservazione, o 
più in generale, ogni luogo un po' rialzato, dal 
quale si può spingere lo sguardo lontano. Con 
questo nome si vuole indicare che Dio osserverà, 
se essi manterranno l'alleanza contratta. Il patto 
giurato impone a Giacobbe di non maltrattare le 
figlie di I.aban e di non oltrepassare quel muc- 
chio di pietre con intenzione ostile. Quest'ultima 
obbligazione viene imposta anche a Laban. Nes- 
suno è testimone, ecc., ebr. non un uomo è con 
noi, guarda. Dio è testimone tra me e te. Dio è 
dunque il testimone dell'alleanza ; Egli vede tutto, 
e non può essere ingannato, e saprà punire chi 
violerà la parola data. Ho eretto. I figli di Laban 
avevano anch'essi lavorato (46), ma Laban era 
quello che aveva preso l'iniziativa dell'alleanza 
(44). Il versetto 52 secondo l'ebraico va tradotto : 
Questo mucchio è testimonio, questa pietra è 
testimonio, che io non mi avanzerò verso di te 
oltre di questo mucchio, e che tu non avanzerai 
verso di me oltre questo mucchio e questo monu- 
mento, per fare del male. 

Il Dio comune, cioè il Dio di Abramo, da cui 
proveniva Giacobbe, e il Dio di Nachor, fratello 
di Abramo, da cui proveniva Laban, il Dio del loro 
padre, cioè il Dio di Thare, padre di Abramo e 



di Nachor, sia giudice; ossia punisca chi violerà 
la parola data. Nel testo massoretico si ha il 
plurale siano giudici, il che lascierebbe supporre 
che Laban fosse politeista. Ad ogni modo egli 
venerava ancora il vero Dio, mettendogli forse a 
lato altri Dei. Il greco e il samaritano e la Vol- 
gata hanno il singolare. 

53-55. Conclusione. Per colui che era te- 
muto, ecc. (Ved. n. 42). Il Dio di Isacco è lo 
stesso che il Dio di Abramo. E probabile che 
Laban non abbia giurato, avendo egli ricevuto 
da Dio una speciale proibizione di far del male 
a Giacobbe (42). Immolate le vittime. Si tratta di 
un vero sacrifizio, come indicano l'ebraico e il 
greco. Ad esso seguì il convito sacro (XXVI, 30; 
Esod. XXIV, 11, ecc.). L'uno e l'altro dovevano 
essere come il sigillo dell'alleanza e un pegno 
di amicizia. Mangiare del pane, ebraismo per in- 
dicare un convito. Si fermarono, ebr. pernottarono 
sul monte. — A casa sua, cioè in Haran. 

CAPO XXXII. 

1-2. Riconciliazione di Giacobbe e di Esaù 
(XXXII, 1-XXXIII, 17). Giacobbe nel suo viaggio 



182 



Genesi, XXXII, 3-9 



cum vidisset, ait : Castra Dei sunt haec : 
et appellàvit nomen loci illius Mahanaim, 
id est, castra. 

3 Misit autem et nùntios ante se ad Esaù 
fratrem suum in terram Seir, in regiónem 
Edom : 4 Praecepitque eis, dicens : Sic lo- 
quimini domino meo Esaù : Haec dicit fra- 
ter tuus Jacob : Apud Laban peregrinàtus 
sum. et fui usque in praeséntem diem. 
5 Hàbeo boves, et àsinos, et oves, et servos, 
et ancillas : mittóque nunc legatiónem ad 
dóminum meum, ut invéniam gràtiam in 
conspéctu tuo. 

•Reversique sunt nùntii ad Jacob, di- 
céntes : Vénimus ad Esaù fratrem tuum, 
et ecce próperat tibi in occùrsum cum qua- 
dringéntis viris. — 7 Timuit Jacob valde : 
et pertérritus divisit pópulum qui secum 
erat, greges quoque et oves et boves, et 
camélos, in duas turmas, s Dicens : Si vé- 
nerit Esaù ad unam turmam, et percùsserit 
eam, alia turma, quae réliqua est, salvà- 
bitur. 

9 Dixitque Jacob : Deus patos mei 
Abraham, et Deus patris mei Isaac : Dò- 



di Dio. 2 E avendoli veduti disse : Questi 
sono gli accampamenti di Dio : e diede a 
quel luogo il nome di Mahanaim, vale a dire 
accampamenti. 

3 E mandò ancora dinanzi a sé dei messi a 
Esaù suo fratello nella terra di Seir, nella 
regione di Edom. 4 E diede loro quest'or- 
dine : Parlate così a Esaù, mio signore : 
Queste cose dice il tuo fratello Giacobbe : 
Io ho dimorato come forestiero presso La- 
ban, e vi sono stato sino a questo giorno. 
5 Ho dei buoi, e degli asini, e delle pecore, 
e dei servi, e delle schiave : e adesso mando 
un'ambasciata al mio signore per trovar 
grazia dinanzi a lui. 

6 E i messi se ne tornarono a Giacobbe, 
e dissero : Siamo andati da Esaù tuo fra- 
tello, ed ecco che in fretta ti viene incontro 
con quattrocento uomini. 'Giacobbe temette 
grandemente : e pieno di ansietà divise la 
gente che era con sé, e anche i greggi e le 
pecore e i buoi e i cammelli in due squadre, 
'dicendo : se Esaù viene ad una squadra e 
la percuote, l'altra squadra, che resta, si 
salverà. 

9 E Giacobbe disse : O Dio del mio padre 
Abrahamo, e Dio del mio padre Isacco : O 



incontra degli Angeli (1-2), e prende tutte le pre- 
cauzioni per riconciliarsi con Esaù (3-21), e poi 
sostiene una lotta coll'angelo di Dio (22-32). 

Gli si fecero incontro, ecc. Libero dal timore 
di Laban, Giacobbe entrando in Chanaan aveva 
da temere il fratello Esaù, ma Dio lo incoraggia 
con una visione di angeli ordinati in campo di bat- 
taglia e con una promessa di aiuto (v. 28), allo 
stesso modo che l'aveva incoraggiato con una 
visione di angeli che salivano e discendevano e 
con una promessa di soccorso quando partiva 
dalla Palestina (XXVIII, 12 e seguenti). Questi 
sono, ecc., ebr. è il campo, ossia l'esercito 
(mahaneh) di Dio. La forma Mahanaim è pro- 
babilmente un duale, che significa due accampa- 
menti, oppure due eserciti o campi, quello degli 
Angeli e quello di Giacobbe. Altri pensano che 
gli Angeli formassero due campi ai due lati di 
Giacobbe, ed altri ritengono che la forma Ma- 
hanaim sia un singolare, e che indichi un solo 
campo. E certo che anche qui si afferma la cu- 
stodia degli angeli per riguardo agli uomini (Cf. 
Salm. XXX, 7, 8). La località indicata si trova 
all'Est del Giordano e al Nord del Iaboc a poca 
distanza dai due fiumi. È spesso ricordata nella 
Scrittura (Gios. XXI, 36; II Re, II, 8, 12, 29; 
XVII, 24, 27, ecc.). Le parole : vale a dire accam- 
pamenti mancano nell'ebraico e nel greco. 

3-5. Ambasciata a Esaù. Nella terra di Seir 
(Ved. n. XIV, 6), ossia in quella regione che fu 
poi detta di Edom, cioè Idumea (Ved. XXV, 30). 
Seir era un principe Horreo, che occupava il 
territorio edomita prima di Esaù (XXXVI, 20-28). 
Al momento di questa ambasciata Esaù non si 
era ancora stabilito definitivamente in Seir (XXXVI, 
6-8), ma vi si trovava per una emigrazione tem- 
poranea, forse in cerca di pascoli, o per una 



spedizione guerresca. Parlate così, ecc. Mandando 
ad annunziare ad Esaù il suo ritorno, e chiaman- 
dolo signore, Giacobbe mostra tutto il rispetto e 
la deferenza che ha per il suo fratello ; cerca poi 
di placarne l'animo col ricordare i lunghi anni 
passati fuori della casa paterna, col far notare 
che ornai egli è ricco, e perciò non gli doman- 
derà nulla, e non ha bisogno di alcuna cosa ; e 
col chiedere espressamente la sua amicizia e il 
perdono. 

6-8. Timore di Giacobbe e prime precauzioni 
prese per salvarsi. Viene con quattrocento uomini, 
servi, parenti, ecc. Non possiamo sapere con quale 
intenzione Esaù avesse radunato tanta gente, se 
cioè volesse semplicemente mostrare al fratello 
che ornai egli era un principe potente a lui supe- 
riore, oppure se nutriva sentimenti ostili e me- 
ditasse di combatterlo apertamente. Divise la 
gente, ecc. Pur confidando in Dio, Giacobbe non 
trascura di usare tutti i mezzi che anche la pru- 
denza umana suggerisce. 

9-12. Giacobbe prega Dio, e cerca di render- 
selo propizio umiliandosi davanti a lui, ricordando 
i benefizi da lui già ricevuti, e la fedeltà con cui 
ha adempite le promesse e poi esponendo quanto 
ora desidera. Torna alla tua terra, ecc. (Ved. XXXI, 
3). Sono indegno, lett. sono troppo piccolo per 
tutte le misercordie e tutta la lealtà che hai usata 
col tuo servo, ecc. — Passai questo Giordano 
venti anni fa, non avendo altro che il solo ba 
stone, ed ora ritorno con gran numero di servi e 
bestiame, ecc. Liberami, ecc. Ecco la domanda 
che fa a Dio. Uccida madre e figli, ossia faccia 
un massacro della mia famiglia, e della mia 
gente. Nell'ebraico venga e percuota me, la madre 
e i figli assieme — Tu hai detto, ecc. (Ved. nota 
XXVII!, 12 e ss.). 



Genesi, XXXII, 10-24 



183 



mine, qui dixisti mini : Revértere in ter- 
ram tuam, et in locum nativitàtis tuae, et 
benefàciam tibi : 10 Minor sum cunctis mi- 
aeratiónjbus tuis, et ventate tua quam 
explevisti servo tuo. In baculo meo tran- 
sivi Jordànem istum, et nunc cum duàbus 
turmis regrédior. n Erue me de manu fratris 
mei Esaù, quia valde eum timeo : ne forte 
véniens percùtiat matrem cum filiis. 12 Tu 
locùtus es quod benefàceres mihi, et dila- 
tares semen meum sicut arénam maris, quae 
prae multitùdine numeràri non potest. 

1J Cumque dormisset ibi nocte illa, sepa- 
ràvit de bis quae habébat, mùnera Esaù 
fratri suo, 14 Capras ducéntas, hircos vi- 
ginti, oves ducéntas, et arietes viginti, 
ls Camélos foetas cum pullis suis triginta, 
vaccas quadraginta, et tauros viginti, àsinas 
viginti, et pullos eàrum decem. 16 Et misit 
per manus servórum suórum singulos seór- 
sum greges, dixitque pùeris suis : Antecé- 
dite me, et sit spàtium inter gregem et 
gregem. 

17 Et praecépit prióri dicens : Si óbvium 
habùeris fratrem meum Esaù, et interro- 
gàverit te, Cujus es? aut, Quo vadis? aut, 
Cujus sunt ista quae séqueris? 18 Respon- 
débis : Servi tui Jacob, mùnera misit dò- 
mino meo Esaù : ipse quoque post nos 
venit. 18 Similiter dedit mandata secùndo, et 
tértio, et cunctis qui sequebàntur greges, 
dicens : Iisdem verbis loquimini ad Esaù, 
cum invenéritis eum. 20 Et addétis : Ipse 
quoque servus tuus Jacob iter nostrum in- 
séauitur : dixit enim : Placàbo illum mu- 
néribus quae praecédunt, et póstea vidébo 
illum, fórsitan propitiàbitur mihi. 



21 Praecessérunt itaque mùnera ante eum, 
ipse vero mansit" nocte illa in castris. 22 Cum- 
que mature surrexisset, tulit duas uxóres 
suas et tótidem fàmulas, cum ùndecim filiis, 
et transivit vadum Jaboc. "Traductisque 
omnibus quae ad se pertinébant, 24 Manòit 



Signore, che mi dicesti : Torna alla tua 
terra, e al luogo dove sei nato, e io ti farò 
del bene : 10 Io sono indegno di tutte le tue 
misericordie, e della fedeltà che hai avuto 
per il tuo servo. Io passai questo Giordano 
col solo mio bastQne : e ora ritorno con due 
squadre. "Liberami dalle mani di mio fra- 
tello Esaù, perocché io temo molto di lui, 
che talora arrivando non uccida madre e 
figliuoli. 12 Tu hai detto di farmi del bene, 
e di dilatare la mia stirpe come l'arena del 
mare, la quale non può contarsi per la sua 
moltitudine. 

13 E avendo Giacobbe passato la notte in 
quel luogo, prese dai beni che aveva dei 
doni per il suo fratello Esaù, "duecento 
capre, venti capri, duecento pecore, e venti 
montoni, 15 trenta cammelle che avevano fi- 
gliato, coi loro parti, quaranta vacche, e 
venti tori, venti asine con dieci loro pu- 
ledri. 18 E inviò per mezzo dei suoi servi 
ognuno di questi greggi separatamente, e 
disse ai suoi servi : Andate innanzi a me : 
e vi sia un intervallo tra gregge e gregge. 

17 E diede ordine al primo, dicendo : Se 
incontrerai il mio fratello Esaù, e ti doman- 
derà : Di chi sei tu ? oppure dove vai ? 
o di chi sono queste bestie, alle quali tu 
vai appresso? "Risponderai : Sono di Gia- 
cobbe, tuo servo, egli manda questi doni al 
mio signore Esaù : ed egli stesso viene 
dietro a noi. "Simili ordini diede al se- 
condo, e al terzo, e a tutti quelli, che an- 
davano dietro ai greggi, dicendo : Parlate 
in questo stesso modo ad Esaù, quando lo 
troverete. 20 E soggiungerete : Il tuo servo 
Giacobbe viene anch'egli dietro di noi : 
Giacobbe infatti disse : Io lo placherò coi 
doni, che vanno innanzi, e poscia lo vedrò : 
e forse mi sarà propizio. 

21 I doni